Nominativo - Wyntgis Melchior

Numero occorrenze: 8

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Riuscì anche uno de’ più degni quadri d’Alberto, quello, che donò il Consiglio o Magistrato di Norimbergh a quella Maestà, in cui egli aveva figurato il portar della Croce di Cristo. Eranvi moltissime figure, co’ ritratti di tutti i Consiglieri di quella città, che in quel tempo vivevano; e questo pure ebbe luogo nella nominata Galleria di Praga. In un Monastero di Monaci a Francfourt era l’anno 1604 un bellissimo quadro dell'Assunta di Maria Vergine, ed una Gloria con Angeli, bellissima: e fra l’altre cose si ammirava in essa una pianta del piede di un Apostolo, fatta con tanta verità e di tanto rilievo, che era uno stupore: e tale era il concorso della gente a veder questo quadro, che afferma il Vanmander, che a que’ Monaci frullava gran danari di limosine e donativi, che erano loro fatti in ricompensa della dimostrata maraviglia. Fece quest’opera Alberto l’anno 1509. Erano similmente nel Palazzo di Norimbergh sua patria diversi suoi quadri di ritratti d’Imperadori, cominciando da Carlo Magno, con altri di Casa d’Austria, vestiti di bellissimi panni dorati: ed alcuni Apostoli in piedi, con be’ panneggiamenti. Aveva anche Alberto ritratta la propria sua Madre in un quadro: ed in un’altra piccola tavola sé medesimo, l’anno 1500, in età di trent’anni. Aveva fatto anche un altro ritratto di sé medesimo l’anno 1498, in una tavola minore di braccio: e questo si conserva nel non mai abbastanza celebrato Museo de’ Ritratti di proprie mani degli eccellenti Artefici, che ha il Serenissimo Granduca di Toscana, i quali furono raccolti dalla gloriosa memoria del Serenissimo Cardinal Leopoldo. Vedesi esso Alberto in figura di un uomo con una bellissima zazzera rossastra, vestito d’una veste bianca, listrata di nero, con una berretta pure bianca, anch’essa listrata di nero: la parte destra è coperta con una sopravveste capellina: ha le mani giunte inguantate: v’è figurata una finestra, che scuopre gran lontananza di montagne: e nel sodo, o vogliamo dire parapetto di essa finestra, sono scritte dipoi dopo alcun tempo le seguenti parole in quella lingua Tedesca: 1498. Questa pittura ho fatta io quando era in età di ventisei anni Alberto Durer: e vi è sotto la sua solita cifra A. D. Abbiamo per testimonianza di Mons. Felibien nel suo Trattato in lingua Franzese, che nel Real Palazzo della Maestà di quell’invitto Re, si ammirino fatti, con cartone d’Alberto, quattro parati di nobilissime tappezzerie di seta e oro: in uno si rappresenta storie di San Giovambatista, in un altro la Passione del Signore. Sarei troppo lungo, se volessi descriver tutte le opere e i quadri d'Alberto, quanto di Luca d’Olanda e d’altri insigni Artefici Tedeschi e Fiamminghi, che sono nel Palazzo Serenissimo; ma non voglio già lasciare di far menzione di un altro maraviglioso ritratto di mano d’Alberto, che si trova pure nelle stanze, che furon già del nominato Serenissimo Cardinal Leopoldo, in una tavola, alta quasi un braccio, che a parer degl’intendenti è una delle più belle cose che si vedano di mano sua. È questo un Vecchio, con berretta nera, con sopravveste capellina pelliccia, che ha in mano una coronetta di palle rosse, alla qual figura non manca se non il favellare. Vi è la solita cifra A D e la data del 1490. Vi sono anche due teste quanto il naturale, una di un Cristo coronato di spine, e l’altra di Maria Vergine colle mani giunte, ed alcuni veli bianchi in capo, delle quali meglio è tacere, che non lodarle abbastanza. Dipinse anche una Lucrezia, che era in Midelburgh appresso a Melchior Wyntgis: e in Firenze nel passato secolo venne in mano di Bernardetto de’ Medici, un piccol quadro della Passione del Signore fatto, con gran diligenza: e molti e molti altri furono i parti del suo pennello, che per brevità si tralasciano, e de’ quali anche non è venuta a noi intera notizia.

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Fioriva circa al 1500. Trovasi, che nell’anno 1511 entrò nella Compagnia de’ Pittori d’Anversa un certo Giusto di Cleef, una delle Sette Provincie unite, il quale fu poi detto Giuseppe Pazzo: il padre suo fu certo maestro Willem di Cleef pittore, che pure entrò in essa Compagnia l’anno 1518. Attesta il Vanmander, che questo Giusto, fu uno de’ migliori coloritori, che avessero quelle parti ne’ suoi tempi: e che le opere sue erano tenute universalmente in grandissima stima, perché le sue figure parevano di vera e viva carne: e anche aveva un bel modo nel dipignere altre cose; ma la troppo eccedente stima ch’egli aveva di sé stesso, talmente l’acciecò, che facendogli sempre credere, che le proprie pitture dovessero valere di gran lunga più di quelle di ogni altro artefice di sua età, e che non vi fosse prezzo, che adeguar le potesse, fermandolo tuttavia più in simile apprensione, fecelo talvolta quasi delirare; onde ne acquistò fra gli amici e professori, nome di pazzo. Avvenne una volta, in tempo che Filippo II Re di Spagna si maritò con Maria Regina d’Inghilterra, che Giusto si portò da quella Maestà, affine di darle alcune cose di sua mano: e perché ciò gli venisse meglio effettuato, si accostò prima ad un pittore del Re chiamato Antonis Moro, pregandolo di assistenza e d’ajuto. Questi gli promise di fare ogni opera, affinché le opere sue venissero ad avere adito alla persona del Re; ma portò il caso, che in quel medesimo tempo fossero d’Italia mandati in quelle parti molti quadri di diversi insignissimi maestri, e particolarmente di Tiziano, i quali, avendo conseguito da quel Monarca quel gradimento e stima, che loro si conveniva, fecero sì, che il Moro non pure poté fargli vedere le opere di Giusto, ma né meno poté passare alcuno ufficio a lui favorevole. Questo stravagantissimo cervello diede allora in grandi smanie; ma assai più dopo ch’egli ebbe vedute le pitture di Tiziano, parendogli, che queste, poste a confronto colle sue, nulla valessero. Presela col Moro, e molto con parole il maltrattò, dicendogli, che non meritava d’aver a fare ufficio di proporre a sua Maestà pitture di un sì gran maestro, quale era egli: e giunse tant’oltre con le invettive, e tanto uscì dai termini della civiltà e del dovere, che il Moro, fattosi vivo, e gettatosegli alla vita, gli mise addosso tanta paura, che il vile Giusto rifugiatosi sotto una tavola, non osò più far parole; tantoché il Moro, veduta tal sua vigliaccheria, si partì, lasciandolo in quel posto medesimo. Stato ch’egli fu così un poco, rodendoselo la rabbia, diede mano a fare sì fatti spropositi. Prese della vernice di trementina, e con quella invetriandosi il berettino e’l vestito, se n’andò per la città, facendosi vedere per le pubbliche strade. Inoltre, avendo fino a quel tempo fatte diverse pitture in tavola a particolari persone, procurò di riaverle in mano, con pretesto di volerle migliorare: e ritoccandole in ogni parte, in cambio di migliorarle, quasi del tutto le guastò, con dolore e danno de’ padroni. Andò poi crescendo talmente in lui la frenesia, che a’ parenti ed amici fu necessario il rinchiuderlo. Era di mano di costui l'anno 1604 appresso Melchior Wyntgis in Middelborgh, una immagine di Maria Vergine, e dietro era un bel paese dipinto da Joachim Patenier. In Amsterdam, appresso Sion Lus, era un Bacco assai bello, al quale aveva fatto i capelli canuti, discostandosi in ciò dalla comune de’ Poeti, che a Bacco, come donatore dell’allegria, danno una perpetua gioventù, e fra questi Tibullo: Solis aeterna est PhoeboBacchoque iuventus. ma, per mio avviso, volle il pittore con tale canizie significare, esser proprio delle cadenti età il molto bere: o forse ancora, che il soverchio, presto riduce l’uomo a suo fine. Non è noto il tempo della morte di Giusto, il quale, non ha dubbio, che non sia stato un valoroso artefice, e tale, che meritò, che il Lansonio facesse in lode di lui alcuni versi, da’ quali pare che si raccolga, che egli avesse un figliuolo della stessa professione; e sono i seguenti. JUSTO CLIVENSI ANTVERPIANO PICTORI Nostra nec Artifices inter, te Musa silebit, Belgas, Picturae non leve Juste decus. Quam propria, nati tam felix arte fuisses, Mansisset sanum si misero cerebrum.

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Fioriva del 1520. Ne’ tempi che la città d’Anversa fioriva per molte ricchezze pel gran negoziare, che vi facevano i mercanti di ogni nazione, che era circa al 1515 entrò in quella Compagnia de’ Pittori un tal Giovacchimo Patenier, che aveva una maniera di far paesi molto finita e bella. Conduceva gli alberi con certi tocchetti, come se fossero stati miniati, aggiugnendovi bellissime figurine; tantoché i suoi Paesi, non solo erano stimati molto in quella città, ma ancora erano trasportati in diverse provincie. Si racconta di un tale Hendrick Metdebles, che in nostra lingua vuol dire Enrigo colla macchia, ancora egli pittore di paesi, in sulla maniera dello stesso Giovacchimo, che fu solito in tutti i suoi paesi dipignere una civetta. Ma questo nostro Giovacchimo ebbe un certo suo sordido costume, quale io qui non racconterei, s’io non credessi, che’l saperlo, potesse apportar qualche facilità maggiore a conoscere le sue opere da quelle d’altri: e se ancora Carlo Vanmander, Pittor Fiammingo, che fa menzione di quest’artefice, nel suo libro scritto in quell’idioma, non avesse ciò raccontato. Dipigneva egli dunque in ogni suo paese, niuno eccettuato, un uomo, in atto di sodisfare a’ corporali bisogni della natura: e alcune volte situavalo in prima veduta, ed altre volte con più strano capriccio, lo faceva in luogo tanto riposto, ch’e’ bisognava lungamente cercarlo, e in fine sempre vi si trovava tal figura. Fu costui molto dedito al bere, ed era suo più ordinario trattenimento la taverna, dove prodigamente, e senz’alcun ritegno, spendeva i suoi gran guadagni, fino al rimanersi senza un quattrino: ed allora solamente, forzato da necessità, faceva ritorno a’ pennelli. Aveva un discepolo, che si chiamava Francesco Mostardo, Pittore d’incendi stimatissimo, al quale convenne aver con lui una gran pazienza, perché e’ non fu quasi mai volta, che Giovacchimo tornasse dall’osteria alterato dal vino, che non lo cacciasse fuor di bottega; ma egli, che desiderava di approfittarsi, tutto dissimulava. Alberto Duro fece così grande stima dei paesi di Giovacchimo, e del suo valore in quella sorte di lavoro, che una volta si mise a fare il suo ritratto sopra una lavagna, con uno stile di stagno, e riuscì tanto bello, che e’ fu poi da Cornelio Coort di Hoorn, città delle sette provincie, intagliato in rame, sotto il quale scrisse alcuni versi composti da Lansonio. Molte opere di Giovacchimo furon portate a Midelburgh, che poi l'anno 1604 si vedevano in casa di Melchior Wyntgis, Maestro della Zecca di Zeilanda. Fra queste era un quadro di una battaglia, tanto finito, che ogni più squisita miniatura ne perdeva. Fu anche il ritratto di Giovacchimo dato alle stampe poco avanti a detto anno, con intaglio di Tommaso Galle, e sotto co’ seguenti versi, composti dal nominato Lansonio: Has inter omnes nulla quod vivacius Joachime, imago cernitur Expressa, quam vultus tui: non hinc modo Factum est quod illam Curtii In aere dextra incidit, alteram sibi Quae nunc timet nunc aemulam. Sed quod tuam Durerus admirans manum, Dum rara pingis, et casas, Olim exaravit in palimpsesto tuos Vultus ahena cuspide: Quas aemulatus lineas se Curtius, Nedum praeivit caeteros.

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Della scuola di Giovacchimo Patenier, fioriva circa il 1520. Ancora questo Pittore, che fu nativo di Bovines, luogo della Fiandra, vicino a Dinant, fu detto per soprannome de Bles, che significa colla macchia, perché aveva una ciocca di capelli interamente bianca; seguitò la maniera di Giovacchimo Patenier, l’opere del quale molto studiò. Ebbe un modo di colorire diligentissimo, che però nel suo dipignere impiegava gran tempo. Ebbe talento particolare ne’ paesi, che soleva fare piccoli assai. In essi rappresentava massi, alberi e infinite figure, ed in ogni paese dipingeva una civetta, la quale alcune volte collocava in un luogo tanto strano, che per quanto minutamente, che si osservasse ogni parte del paese, bene spesso non si trovava, e faceva di mestieri tornarne a cercare; finché finalmente, ove meno si sarebbe creduto, si vedeva questo animale. Erano di mano di quest’artefice l’anno 1604 in Midelburgh appresso Melchior Wyntgis, Maestro di Zecca di Zeilanda, tre paesi assai grandi, bellissimi, in uno de’ quali era la storia di Lot. In Amsterdam, appresso Marten Papembroeck, un paese anch’esso grande assai, in cui Enrigo aveva figurato un botteghino, che dorme sotto un albero, mentre molte scimie, avendogli aperte le scatole e sciorinata la mercanzia, cavatogli le calze e i calzoni, fanno con essi varj gesti ridicolosi: altre appiccano all’albero i nastri, altre si pettinano, altre si specchiano, una si prova le calze, una si veste i calzoni del mercante, ed una messosi un pajo di occhiali al naso, fissamente gli guarda quanto egli ha di scoperto. Nella stessa città aveva Melchior Moutheron un quadretto piccolo, assai finito, dove era la storia de’ due Discepoli di Cristo, che vanno in Emaus, molto artificiosamente lavorati: e in lontananza aveva il pittore rappresentati gli stessi Pellegrini posti a tavola col Signore. Colorì lo stesso molti quadri della Passione, ed altre opere fece, che ebbero la Maestà dell’Imperadore e altri Monarchi e private persone. Fu anche suo particolare talento, ajutato in ciò dalla natura, perch’egli ebbe un’ottima vista, il far figure piccolissime, e quasi invisibili, e in grandissima quantità, in che veramente fu singolare.

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Fiorivano nel 1520. Essendo certa cosa, che ogni buon pittore, nell’operar suo, cerchi al possibile di farsi imitatore della natura e del vero, è degno di ammirazione il vedersi contuttociò fra molti artefici maniere tra di loro tanto diverse, e che col solo seguitar che e’ fanno i dettami del proprio ingegno, si faccia ciascheduno miglior maestro nel proprio modo, di quello sarebbe talvolta riuscito, s’egli avesse seguitato la maniera altrui. Questo si vide particolarmente in Jeronimo Bos, il quale fiorì in Fiandra nella città di Shertoghen Bosch, che in Latino vale Silva Ducum, ne’ primi tempi, che que’ maestri vi cominciarono a dipignere alquanto lodevolmente; se non che il suo panneggiare fu più franco di quello, che per ognuno allora in quelle parti si costumava, che era secco e di pieghe molto spesse e replicate. Fu anche più spedito nel maneggiare il pennello, facendo le sue pitture, quasi alla prima, sopra tavole ingessate: e usò, avanti di cominciare a dipignere esse tavole, dar loro sopra un colore di carne, sopra il quale distendeva i colori. Fu anche diversissimo da ogni altro de’ suoi tempi: e valente assai nell’inventar capricci di cose estremamente terribili e spaventose, come larve, spiriti, stregherie, maleficj, ed altre rappresentazioni infernali e diaboliche, benché attendesse ancora ad ogni altra sorta d’invenzione. In Amsterdam era di mano di quest’uomo l’anno 1604 una Vergine, che va in Egitto, dove si vedeva San Giuseppe, in atto umile, domandar della strada ad un contadino, e Maria Vergine graziosamente sedente sopra un giumento: in lontananza era una rupe, in cui egli aveva rappresentato, intorno ad un’osteria molte bizzarre figure, che facevano ballare un orso, accompagnate da altre belle curiosità. Era pure in Amsterdam un’altra tavola del Limbo de’ Santi Padri, liberati dal Signore: e poco distante si vedeva la persona di Giuda trascinata per una corda, appiccatagli strettamente al collo da maligni spiriti, ovvero figurata pel capestro, con cui si diede la morte: ed era cosa curiosa il vedere la bizzarria e varietà di que’ mostri infernali, e quanto naturale pareva il fumo e la veduta dell’oscuro carcere de’ dannati, che in poca distanza da quel luogo appariva. Vedevasi pure in quella città di sua mano un Cristo portante la Croce, nella quale egli aveva usata più modestia, astenendosi dalle molte baje, che era solito nelle sue storie rappresentare, fossero qualunque si volessero. In Haerlem, in casa Giovanni Dietringeren, erano alcuni Santi in certi sportelli, e in uno era un Santo Monaco, che disputava con un Eretico, facendo porre sopra il fuoco alcuni libri dell’una e dell’altra religione: e si vedeva il libro del Santo volar fuori dalle fiamme, e gli altri bruciarsi. Facevano anche bella veduta le legne, e alcuni libri inceneriti, il tutto imitato maravigliosamente. Il volto del Santo appariva grave e modesto; laddove gli altri erano arcigni e scomposti. Nell’altro sportello era un miracolo, dove si vedeva un Re caduto in terra. Nella nominata città di Shertoghen, erano ancora sue opere, come in altre città di quelle parti: e fino nell’Escuriale di Spagna furono collocate sue pitture, e tenute in gran prezzo. Questo è quanto si ha di notizia di Jeronimo Bos. Nella stessa città di Shertoghen, fu ancora un certo Lodovico Jans Vandenbus, che era molto valente in far frutti e fiori, che fingeva in alcune caraffe di vetro, con molta pazienza e imitazione del vero, facendo apparire sopra i fiori la rugiada, e quegli animaletti, che son soliti volarvi sopra. Valse ancora nelle figure: e di sua mano si vedeva in casa di Melchior Wyntgis a Meidelburg un bellissimo San Girolamo, quattro tondi grandi, alcuni fuochi incendiarj, frutti, fiori e altri pezzetti di quadri assai belli. Vi fu ancora un certo Jacomo Razzet, di mano del quale erano alcuni vetri benissimo dipinti. Di questi null’altra notizia si ha, se non che e’ fu paesano de’ soprannominati due Pittori.

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Discepolo di Luca d’Olanda, fioriva nel 1524. Fu Giovanni della città di Mabuse: ed essendo stato ricevuto nella scuola da Luca di Leida, diedesi appresso di lui a studiar l’arte del disegno, con accuratezza e diligenza, quanta mai se ne adoprasse alcun altro giovane in questo tempo. Questi, nella sua gioventù fu persona allegra, ma contuttociò non lasciò mai di affaticarsi, per avanzarsi nell’arte, per giugner poi là, dove tendevano i suoi pensieri. A tal fine, dopo qualche tempo volle peregrinare per l’Italia, ed altre Provincie e Regni, con che acquistò tanto di sapere, che ebbe il vanto di essere il primo, che riportasse in quelle parti di Fiandra il vero modo di ordinare le storie, e fare gl’ignudi e putti, col buon gusto Italiano, i quali avanti a lui non vi erano ancora in molto uso. Fra le opere ch’ei fece, la principale e più stimata, fu una gran tavola, che fu posta sopra l'altar maggiore di una chiesa di Midelburgh, co’ suoi sportelli, che per la loro grandezza, nell’aprirsi, eran fatti posare sopra certi ferri adattati a quell’effetto nel suolo. Viveva in quei suoi tempi in Anversa il celebre Alberto Duro, il quale venne apposta a Midelburgh a veder quella tavola, il che ridondò in non poca gloria del Mabuse. L’Abate, che la fece fare, fu Massimiliano di Bourgoignen, che morì l’anno 1524. Aveva il Mabuse rappresentato in questa tavola una Deposizione di Croce, e spesovi gran tempo, e lavoratala con indicibile artificio; ma portò il caso, che essendo caduto un fulmine, non solo incendiò e rovinò essa tavola, ma la Chiesa medesima, restandone con gran dolore tutta la città, per la grande stima in che era appresso di ognuno quella bell’opera. Dopo la morte di questo artefice, rimasero in essa città alcuni pezzi di tavole con immagini della Vergine, ed altre; ma principalmente nella strada di Langhendepht, in casa del Sig. Magrius, era una rappresentazione di Cristo deposto di Croce, con figure grandi, tanto bene ordinate, e così pulitamente finite, e con abiti di drappi sì belli e naturali, che era una meraviglia. Similmente la tovaglia, colla quale calavano il S. corpo, e tanto questa, che i panni e vestimenti, facevano pieghe bellissime. Vedevansi ancora grandi affetti di dolore nelle figure. Appresso un amator dell’arte, chiamato Melchior Wintgis, era una bella Lucrezia. In Amsterdam, in via Warmoes, in casa di Marten Papembroeck, era una tavola di Adamo ed Eva, alta e grande, ma più alta, che lunga, con figure quasi al naturale, assai belle e ben finite, della quale opera furono al padrone offerti gran danari. In casa Joan Nicker, pure in Amsterdam, era una gran tavola de’ fatti di un Apostolo, dipinta a chiaroscuro, che pareva fatta senza colore: e a quella tela dov’ella era dipinta, aveva il Mabuse data una certa sorta d’imprimitura, che pel molto piegare che si faceva, non mai punto si guastava. Stette quest’artefice al servizio del Marchese di Veren, al quale dipinse Maria sua moglie, per una Vergine, che teneva in braccio il Bambino, ritratto d’un proprio figliuolo del Marchese e della stessa Maria. Quest'opera fu stimata tanto bella, che a comparazione di essa ne perdevano tutte l’altre sue pitture: e fino all’anno 1604 si vedeva sì ben conservata, che pareva fatta allora. Andò poi questo quadro in mano del Signore di Froimont in Goude, siccome altri ritratti di sua mano furon portati a Londra. In Withal, in Galleria, era un quadro con due ritratti di fanciulli, lavorati con grande artificio. Avvenne una volta, che mentre il Mabuse stava in servizio del Marchese, per non so quale occasione di viaggio, convenne al medesimo ricevere nella propria casa Carlo V onde per segno di ossequio e di allegrezza, volle vestire tutta la sua gente di Dommasco bianco. Mabuse ebbe il suo dommasco prima degli altri; ma perch’egli era un uomo, che poco stimava sé stesso, e tanto meno la roba, lo vendé subito, e diedene il prezzo agli amici. Quando poi fu per venire lo ‘mperadore, il povero Mabuse, non avendo più né l’abito, né i danari da provvedersene un altro, fecesi una toga di foglio bianco, e la dipinse sopra di fiori a modo di dommasco, tanto bene e al naturale, che era una maraviglia il vederla, di che il Marchese prese grande ammirazione. Aveva egli allora in sua Corte, oltre al Mabuse, un altro dotto Filosofo, ancora esso pittore; e uno, che operava bene in poesia. Questi tre passarono un giorno rimpetto al Palazzo, in tempo che lo ‘mperadore era alla finestra: e vedendogli il Marchese, che stava dopo di lui, domandò a Sua Maestà, qual de’ tre le pareva il più bel dommasco; lo ‘mperadore allora pose l’occhio nel vestito del pittore, quale appariva molto bianco e bello, e fiorito con maggior vaghezza degli altri, e già voleva dare a quello la prima lode, quando il Marchese gli scoperse l’accidente e l’industria del pittore, che tanto gli piacque, che volle averlo attorno alla tavola quando mangiava: e più volte in tale occasione volle toccar quell’abito colle proprie mani, quasiché non finisse di credere al testimonio degli occhi proprj, che gliele facevan parere di dommasco vero. Fu il Mabuse uomo pio, paziente, ed in ogni sua opera diligentissimo; ma tanto a caso, e disprezzato di sua persona, che piuttosto pendeva nel sordido: a cagione di che, e anche dall’avere un aspetto burbero e tristo, nel passar ch’ei faceva una volta da Midelburgh, fu per sospetto fatto prigione: e nel tempo di sua prigionia fece alcuni disegni di matita, o altra materia nera, bellissimi. Seguì finalmente la sua morte nella città di Anversa, il primo dì di ottobre del 1532 e nella Chiesa Cattedrale della Madonna fu onorevolmente sepolto. Il ritratto di lui fu poco avanti al 1600 dato alle stampe, con intaglio di Tommaso Galle, con aggiunta de’ seguenti versi, composti dal Lamsonio: Tuque adeo nostris sæclum dicere Mabusi Versibus ad graphicen erudiisse tuum. Nam quis ad aspectum pigmenta politius alter Florida Apelleis illineret tabulis? Arte aliis, esto, tua tempora cede secutis: Peniculi ductor par tibi rarus erit.

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Di questo artefice era nella corte del Principe, nella gran Sala, una tavola della Natività di Cristo, ed una della Visitazione de’ Magi, dov’egli aveva fatti moltissimi ritratti, e fra questi il suo proprio: e di fuori la Nunziata, e nella figura dell’Angelo, sopra la veste di sotto, aveva lavorato in suo ajuto un certo Jacob Rawuaert, che allora era suo discepolo, come egli medesimo raccontò a Carlo Vanmander, Pittore Fiammingo, che tali cose ci lasciò scritto. Nella Chiesa vecchia d’Amsterdam erano di sua mano due sportelli doppj, dov’era dipinta la Passione e la Resurrezione di Cristo. La tavola di mezzo rappresentava un Crocifisso, e fu opera di Schoorel. Nella città d’Alcmaer era l’anno 1604 di mano di Martino una tavola dell’Altar maggiore della Cattedrale, dentro la quale era il Crocifisso, e negli sportelli, nella parte di dentro, la Passione, nel di fuori la storia di San Lorenzo. In Delft erano ancora molte sue opere nella Chiesa vecchia e nuova: nella Chiesa di S. Aech, era una tavola d’Altare de’ tre Magi, nella parte di mezzo della quale aveva dipinto uno de’ Re, e ne’ due sportelli gli altri due: nel di fuori aveva figurata la storia del Serpente a chiaroscuro. Di quest’opera ebbe egli per pagamento un’annua entrata di cento fiorini; perché, come quello che era uomo timoroso, e sempre ebbe paura (come noi sogliamo dire) che non gli mancasse il terreno sotto, si studiò sempre di farsi entrate per durante la sua vita. Nel Villaggio di Eertswout nella Horthollandia, all’Altar maggiore, era una tavola ornata d’intaglio, con due sportelli doppj dentro era la Vita di Gesù Cristo, e di fuori la Vita di San Bonifazio. A Medemblick era ancora di sua mano una tavola alla Altar maggiore. Pel Signore d’Arsendelft fece due sportelli da altare, in uno la Resurrezione, e nell’altro la salita del Signore al Cielo. Nell’Haya, città, dove abitava il Principe d’Oranges, nella Chiesa grande, in una Cappella del Signore Arsendelft, fece moltissime opere con molti ritratti al naturale: e fra quelle l’Universal Giudizio, con gli altri Novissimi, cioè la Morte, l’Inferno e’l Paradiso, con gran copia d’ignudi. Nelle quali opere si fece ajutare al nominato Jacob Rawuaert suo discepolo, al quale diede per mercede, contando, tante doble, finché il pittore disse, basta. Ebbe Paurxe Kempenaer, e poi Melchior Wyntgs, un quadro lungo, dove aveva rappresentato un Baccanale, che si vede alla stampa, e fu una delle migliori opere, ch’ei facesse dopo il suo ritorno da Roma. Appresso Aernort di Berensteyn, era un bel Paese, con una lontananza, dove si vedeva San Cristofano. E veramente fu quest’artefice universale, e operò bene in ogni cosa; intendeva bene l’ignudo: e fu sì buono inventore, che si può dire, in certo modo, che egli empiesse il mondo di sue invenzioni: e mostrano le opere sue, non essergli mancata ancora una buona pratica nelle cose d’architettura. Non è così facile a raccontare la gran quantità di stampe, che sono uscite dalle sue opere, intagliate da Dirick Volckersz Coornhert: e sopra queste lo stesso Dirick si fece valentuomo, perché operò co’ precetti e assistenza del stesso Martino, benché Martino da per sé stesso non intagliasse. Questo Dirick fu uomo spiritosissimo, e faceva di sua mano quanto e’ voleva. Fra l’altre cose, che egli intagliò, furono le storie de’ fatti dello ‘mperadore; ma quella, dove il Re fu fatto prigione, fu intagliata da Cornelio Bos, alcun tempo dopo il suo ritorno di Roma. Ma tornando a Martino, egli prese per moglie una bellissima fanciulletta, chiamata Maria Jacobs Coning Docater, che vuol dire, Maria di Jacopo figliuolo di Re: e per onorare questo matrimonio, i Rettori di quella patria, recitarono, nel giorno delle nozze, una bellissima commedia, ma dopo diciotto mesi questa giovane si morì. Tre o quattro anni dipoi l’Hemscherck dipinse gli sportelli della tavola, che era nella casa del Principe in Haerlem, dove rappresentò la strage degl’Innocenti. Dipoi prese un’altra moglie attempata, non bella, né d’assai, ma molto ricca di roba e danari, benché più abbondante di voglie, a cagion delle quali convenne a Martino far molte spese. Pervenne questo buono artefice all’età di sessantasei anni: e finalmente l’anno 1574 al primo di Ottobre lasciò la presente vita, dopo essere stato ventidue anni Operajo della Chiesa d’Haerlem: e nel tempo che la città fu assediata dagli Spagnuoli, erasi, con licenza del Consiglio, trattenuto in Amsterdam, in casa un tale Jacob Rawuaert. Fu il suo cadavero sepolto nella Chiesa Cattedrale in una Cappella dalla parte di Tramontana. Aveva egli in sua vita fatto buona ricchezza, per aver guadagnato assai, e non avere avuto figliuoli; onde prima di morire fece bellissime limosine, e lasciò alcuni terreni, le rendite de’ quali volle, che dovessero servire per annue doti di fanciulle da maritarsi, con che quelle dovessero andare a fare alcune nuziali cirimonie nella Chiesa, dov’egli fosse sepolto, il che fu eseguito. A Hemskerk, sul cimitero, sopra il luogo dov’era stato sotterrato il padre suo, morto in età di settant’anni, ordinò, che si ponesse una piramide, fatta a foggia di sepolcro, di pietra turchina, sopra la quale fosse il ritratto dello stesso suo padre, con una iscrizione in Latino e in Fiammingo idioma. Eravi un puttino ritto sopra alcune ossa di morto, in atto di appoggiare il sinistro piede ad una torcia accesa, ed il destro ad una testa di morto, con una iscrizione che diceva, COGITA MORI. Sopra questo era l’arme sua, cioè una mezz’Aquila da man destra, e dalla sinistra un Lione, e per di sotto a traverso, un Braccio nudo, con una penna o pennello nella mano. Nella parte superiore del braccio era un’alia, ed il gomito posava sopra ad una tartaruga; con che volle forse esprimere il pittore l’avviso d’Apelle, di non dovere l’artefice essere o troppo lento o troppo veloce nell’operare suo; e perché e’ volle che sempre vivesse questa memoria di suo padre, obbligò al mantenimento di essa il medesimo luogo, al quale egli aveva lasciati i terreni, sottopena di dovergli restituire ogni qualvolta e’ fosse mancato nella dovuta custodia di esso. Fu Martino, come abbiamo detto, uomo timorosissimo, e per paura di non perdere quanto aveva, o fosse per incendio o per furto o per altra cagione, usò di tener sempre cucito ne’ suoi vestiti gran quantità di doble. Dalla stessa causa addiveniva, che egli nel tempo della Festa maggiore della sua patria, per la quale usavansi fare grandissime sparate, per desiderio di vederle, e non esser colpito, se ne andava in cima alla torre. Fu anche valentissimo in disegnar di penna. Restarono due ritratti di lui medesimo, fatti a olio, che l’anno 1604 conservava Jaques Vanderherck suo nipote, ma grandissima quantità di sue belle opere, dopo la resa d’Haerlem, furono prese dagli Spagnuoli, con pretesto di volerle comprare, e mandare in Ispagna: ed altre in quella resa, furono del tutto rovinate e guaste, dimodoché può dirsi, che la Fiandra in poco tempo ne rimanesse del tutto spogliata.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

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Nato nel 1520, morto 1570. Fu nella città d’Anversa circa l’anno 1450 un molto onorato cittadino, chiamato Giovanni de Uriendt Floris, che in nostra lingua vuol dire Giovanni amico del fiore, uomo di molto ingegno, che attendeva all’agricoltura. Questi alla sua morte, che seguì l’anno 1500 lasciò due figliuoli, Claudio, e Cornelio. Il primo riuscì eccellente Scultore in legno, e nella città d’Anversa sua patria intagliò molte belle figure. Cornelio, che poi morì nel 1540 fu Scultore in pietra, ed ebbe quattro figliuoli, che tutti furono pratici nel disegno. Uno fu un altro Cornelio, eccellente Scultore ed Architetto, che fece pure in Anversa assai belle fabbriche: tali furono il Palazzo della città Reale, il Palazzo di Oosters, che in nostra lingua vuol dire Domus Austrialis, ed altri simili edificj, e morì l’anno 1575. Jacopo dipinse bene in vetri e in tele. Giovanni il quarto figliuolo, fu celebre in dipignere storie in vasi invetriati a foggia di porcellana, e fu il primo, che in quelle parti usasse tal maestranza: per quella fu ricevuto in Ispagna al servizio del Re Filippo, e quivi, essendo ancora assai giovane, si morì. Francesco, che è quello, del quale ora parliamo, attese da principio alla Scultura, e fece alcuna di quelle figure di metallo, con cui eran solite coprirsi nelle Chiese le sepolture. Ma perché non era quello il fine, per cui l’aveva destinato la Natura, che lo voleva pittore; arrivato, ch’e’ fu all’età di vent’anni, abbandonata la scultura e la patria, se n’andò alla città di Luyck, vicino a Mastrick: e quivi si pose sotto la disciplina di Lamberto Lombardo, che era allora il primo pittore di quella città: e stettesi con esso finch’egli ebbe appresa del tutto quella sua maniera, la quale sempre poi procurò di seguitare. Partito poi di Luyck, se ne venne a Roma, dove, come se pure allora avesse cominciato a studiare, si mise a far gran fatiche, misurando e disegnando di matita rossa quanto d’antico e di moderno poté venire a sua cognizione, e particolarmente il famoso Giudizio di Michelagnolo: i quali suoi disegni, in processo di tempo, dati alle mani de’ suoi discepoli, e da essi furtivamente calcati, si sparsero in molti luoghi di quelle provincie. Tornatosene poi alla patria valent’uomo, fu d’ammirazione a tutti i professori, desiderato da’ Grandi, e talmente amato da’ suoi cittadini, che in breve tempo abbondò di tante e di così orrevoli occasioni d’operare, che non è possibile a dirlo: e a me basterà notarne in questo luogo alcune poche. Per l’Altar maggiore della Cappella nella Compagnia degli Schermitori, nella Chiesa della Madonna, fece una gran tavola, dove con maraviglioso artifizio e invenzione espresse la caduta di Lucifero, con gran quantità d’ignudi, e un Drago con sette teste, che a vederle mettevano terrore e spavento: e negli sportelli dipinse, con altre cose, il Superiore di quella Compagnia. Per la medesima Chiesa fece la tavola dell’Altar maggiore coll’Assunzione di Maria Vergine, e bellissime figure, panneggiate a maraviglia. Per la stessa Chiesa pure fece una stupenda tavola della Natività del Signore, rappresentata nello scuro della notte. Ma queste belle opere sortirono ancora esse la stessa fortuna dell’altre molte d’altri eccellenti Maestri, di cui s’è parlato altrove, d’esser nel tempo, che furon distrutte le immagini, disfatte dagli Eretici, quantunque non sia mancato chi abbia detto, che la tavola dell’Assunta fosse portata nell’Escuriale di Spagna. In Ghent, dietro alla Chiesa di San Giovanni, erano di sua mano quattro sportelli doppj nella Cappella dell’Abate di San Bavo, fatte fare dall’Abate Luca. Dell’uno erano storie di Santo Luca, e di fuori una Madonna col Bambino Gesù, ed altre figure: e fra queste era dipinto l’Abate Luca, genuflesso, con mitra in capo, e abito Pontificale: nella qual figura fece conoscere Francesco l’eccellenza del suo pennello, anche in ciò che apparteneva a ritratti. Dipinsevi ancora un cane così naturale, che il Vanmander, Pittor Fiammingo, afferma aver veduto un giorno, che quelli sportelli erano in bottega di Heere suo maestro, stativi portati per liberargli, nel tempo di quei tumulti, dalle mani degli Eretici, servendo intanto per istudio de’ giovani di quella scuola; afferma, dico, d’aver veduto, che i cani andavano intorno a quello sportello fiutando quel cane dipinto, quasiché rappresentasse loro esser vivo. Le storie rappresentavano quando Santo Luca scrisse il suo Vangelo, dettatogli da Maria Vergine: similmente la sua Predicazione: quando ritrae la Madonna al naturale: e quando è fatto prigione: e in questa si vedeva in lontananza il Santo appeso ad un albero d’uliva. In tutte queste storie sono ritratti maravigliosi d’uomini e donne d’ogni età, e arie di teste maravigliose. A Midelburgh era in casa Melchior Wintgis un quadro delle nove muse, e nella stessa città si vedeva una gran tela piena di ignudi, d’un banchetto di Dei marini. In Amsterdam in casa Gio. Van Endt era una tavola: dov’egli aveva rappresentato Cristo, in atto di chiamare e benedire i fanciulli, dov’erano ritratti d’uomini e di femmine, con belli adornamenti d’abiti e acconciature, ed i fanciulli morbidi e delicati. Similmente un quadro d’Adamo ed Eva, cacciati dal Paradiso: ed una storia di Caino, che piagne l’ucciso fratello. In Anversa appresso Claes Jonglingh, in una stanza, chiamata la stanza d’Ercole, eran dipinti dieci quadri de’ fatti d’Ercole, che poi furono intagliati da Cornelio Curt, cavandogli da alcuni disegni, che ne aveva fatto Simon Janstz Kies d’Amsterdam, discepolo di Kemskerck, e dello stesso Francesco Floris, il quale ebbe una bella maniera di trattare colla penna. Nell’occasione della venuta di Carlo V in Anversa, dove fu ricevuto con gran pompa, ebbe il Floris l’incumbenza di molti lavori per l’apparato: e fra l’altre cose gli toccarono a fare alcune grandissime figure: e come quegli, che era franco e spedito nell’operare quanto mai si racconti d’altro pittore, stato fino a’ suoi tempi, arrivò a farne fino a sette il giorno, e per lo più in un’ora per ciascuna se ne trovava spedito: e avendo poi finite l’opere, che egli doveva fare, che occupavano il tempo di sei settimane, si mise a seguitar quelle che eran toccate a’ suoi giovani, da’ quali riceveva sei scudi il giorno. Nell’arrivo pure in Anversa del Re Filippo, essendo stretto il tempo per allestire il necessario ornato pel di lui ricevimento, dipinse il Floris in un giorno una gran tela, dove figurò la Vittoria con alcuni schiavi incatenati, e appresso ricchissimi trofei d’armi antiche, e questa riuscì tanto bella, che fu data subito alle stampe. Dipinse anche la facciata di sua casa, della quale parleremo appresso, dove rappresentò, di chiaroscuro giallo, la pittura con tutte l’altre Arti liberali. Ma sarebbe cosa troppo lunga se volessimo far menzione di tutte le opere sue, le quali furono tante in numero, e così belle, che furon mandate per tutta la Fiandra e fuori; ond’egli a gran ragione in quelle parti si guadagnò il nome del Raffaello Fiammingo. L’ultime opere, ch’ei facesse, furono un Crocifisso, e una Resurrezione pel Gran Priore di Spagna: l’uno e l’altro alti ventisette piedi, e a maraviglia finiti. Sopra gli sportelli di queste tavole, dovevano essere alcune storie, le quali egli lasciò imperfette, e poi furono finite da Francesco Purbus, dal Crispiano, e da altri. Per tale e tanto suo operare, non solo il Floris era diventato ricco, ma era tuttavia sopra ogni credere onorato da’ gran Signori e Principi, che del continuo frequentavano la casa sua, e si trattenevano con lui con gran dimestichezza; ma l’una e l’altra di queste sue felicità fecero sì, che la sua moglie, ch’era una donna ambiziosa e piena d’umore, tanto s’invanì, che ogni qualvolta venivano alla sua casa Principesse o Dame di grand’essere, ella si metteva a trattare con esse colla stessa familiarità né più né meno di quel ch’ella avrebbe fatto, s’elle fossero state sue serve, con che divenuta la favola de’ domestici e di que’ di fuora, che dietro alle spalle le facevano le risate, andava distruggendo gran parte di quella gloria, che meritatamente si dava al marito per la virtù di esso. Mossa poi dalla stessa ambizione, cominciò ad attediarsi della sua solita casa, parendole piccola e poco recipiente per una sua pari; onde tanto disse, e tanto importunò il povero Francesco, che alla fine gli fu necessario il comprare un posto, e quivi alzare dalle fondamenta, per abitazione propria, un gran palazzo del buon ordine antico, del quale fu architetto Cornelio Floris suo fratello, che anche assisté alla fabbrica. Non si fermarono qui gl’inquieti capricci di quella donna, perché nel venire, che faceva bene spesso l’architetto suo cognato, che non viveva col fratello, a veder la fabbrica, e ordinare il bisognevole, soleva sempre trattenersi con lui in casa sua: ed ella, alla quale pareva questa una spesa gettata via, non solo lo guardava con mal’occhio, ma lo trattava villanamente di parole, e poco meno che non lo cacciava di casa; ma Cornelio, che era un bello spirito, conosciuto che ebbe l’umor della bestia, ripigliava tutte le parole della donna, dicendo ch’ella parlava in lingua greca molto bene, e che quel suo ragionare in lingua greca significava la gran premura, e’l desiderio, ch’ell’aveva di vederlo sempre in quella casa, e che molto le dolesse, ch’egli frammettesse tanto tempo da una volta all’altra a comparirvi; in somma esser sua volontà il compiacerla, con non lasciarsi per l’avvenire tanto desiderare. E perché la donna vedendosi burlata, con sempre maggiore collera tornava a dire altre parole; ed egli pure con altri simili concetti quelle interpretando al contrario, diceva cose tanto ridicolose, che bene spesso la medesima donna era forzata a ridere per la rabbia; finché conoscendo essa di non avervi il suo conto, ebbe per buon partito lo starsene cheta. Così il nostro Francesco, a cagione di costei, viveva una vita molto infelice nel cospetto di sé stesso; ma assai più miserabile per certo nel cospetto degli altri; perché essendo egli di natura allegro e compagnone, coll’occasione del gran guadagnare ch’egli aveva fatto in gioventù, erasi, con gran danno dell’arte sua in questi tempi, dato così disordinatamente in preda al bere, che fu costante opinione, che nella Fiandra non fosse mai stato un altro simile a lui: e diceva la gente esser restato in dubbio, se il Floris fosse riuscito più singolare nel dipignere, o nel bere. Aveva tre o quattro persone, che lo venivano apposta a trovare a casa, per fare a chi più beveva: e fino di Bruselles venivano uomini ancora per tale effetto in Anversa: né io ardirei di dire quello, che ora son per dire, se ciò anche non avesse lasciato scritto il Vanmander: Che una volta sei di queste tali persone, tutti gran bevitori, cenando con lui, non erano ancora a mezza cena, ch’e’ cascarono dalla panca, per non poterne più: due altri, dopo essersi retti alquanto, fecero lo stesso: l’ultimo ancora andò più avanti, ma alla perfine cedendo, disse: Che il pittore in questa cosa del bere poteva esser suo maestro. Soggiunge ancora l’autore un’altra cosa, che a me pare quasi incredibile, ed è: ch’egli una volta si trovò a tavola con trenta persone di campagna, tutte del mestiero di far panni, ciascheduno de’ quali dava a lui un bicchiere di vino: ed egli dopo aver bevuto ne dava un bicchiere a tutti loro: e già aveva egli bevuto sessanta volte, quando gli altri solamente due volte: e che di questo si vantò, la sera tornando a casa, co’ suoi giovani scolari. Di questa sua detestabile incontinenza fu il Floris non poche volte avvertito dagli amici, fra’ quali uno, che componeva bene in rima, per destramente correggerlo, gl’inviò un Capitolo, in cui fingeva di raccontare un sogno, ch’egli aveva fatto, nel quale diceva esserseli dato a vedere Alberto Duro, che dopo aver con lui lungamente e dottamente discorso delle cose dell’arte e degli artefici, venendo a parlare del Floris, gli aveva dato gran lode, per quello, che alla sua professione apparteneva; ma poi era arrivato a dire, che tutto il proprio onore andava egli da per sé stesso distruggendo, col vivere ch’e’ faceva così sregolato: e concludeva il Capitolo in questo senso: Se voi non prestate fede a quanto io vi dico, per essere un sogno, pigliatelo per una cosa detta a voi. Ma perseverando egli in tal mancamento, si accorciò molto la vita: e l’esser sempre su i bagordi, aggiunto alle grandi spese, che gli convenne fare per tirare a fine l’incominciata fabbrica del Palazzo, lo ridusse a segno, che dove con l’arte sua si era fermata un’entrata in casa di trecento scudi l’anno, egli si ridusse finalmente senza entrata, senza capitale, e con molti debiti, i quali al certo egli avrebbe potuto pagar facilmente, e rimettersi in posto, s’egli avesse voluto, o per così dire ormai potuto lasciare quello sregolato modo di vivere, che in ultimo lo ridusse in istato tale di mala sanità, che giunto all’età di cinquant’anni, tanto più povero di quel ch’egli era quando si mise all’arte, quanto maggiori erano i debiti, ch’egli aveva contratti vivendo, fu colto dalla morte l’anno 1570 e fu onorevolmente sepolto, nel giorno appunto della festa del Patriarca San Francesco. Fu il Floris, come abbiam detto, uomo di segnalato valore nell’arte sua, della quale era tanto innamorato, che tolto il molto tempo, ch’egl’impiegava ne’ mentovati bagordi, non lasciava mai di operare, solito dire, che non gli pareva di vivere se non quando e’ dipingeva: e spesse volte, venendosene a casa mezzo briaco, subito metteva mano al pennello. Usò di far le sue figure assai muscolose: e furono gran parte delle sue opere, per la rara bellezza loro, intagliate in rame, e date alle stampe; ma non possono queste far punto conoscere, a chi non vide i colpi del suo pennello, qual uomo fosse il Floris, perché gl’intagli furon tolti da’ disegni fatti da’ suoi giovani, e non da lui; e quando anche gli avesse egli medesimo disegnati; contuttociò diremmo lo stesso, perché chi intaglia, siasi pure quanto vuole valent’uomo, non mai arriva a gran pezzo al disegno e alla maniera di chi di proprio concetto e di primo colpo dipinge. Seguitò la maniera di Lamberto Lombardo suo maestro: e si racconta, che una volta esso Lamberto, sentendo la fama, che correva ormai da per tutto di questo suo discepolo, venne apposta in Anversa per visitarlo. Fu accolto da lui cortesemente; ed una mattina nell’essere a tavola, vinto dall’impazienza di veder l’opere sue, lasciatolo quivi, salì alla stanza del lavoro; e vedute le sue pitture, alla presenza de’ suoi giovani, cominciò a gridare, dicendo, che il lor maestro era un gran ladro, ed era stato un gran ladro: e che i giovani sentendo questo modo di parlare, non conoscendo la persona, alzarono ancor essi la voce contro Lamberto, e furon quasi in su l’adoperar le mani, se non che Lamberto gli quietò, con dir loro, che non si maravigliassero di quelle parole, perché Francesco Floris essendo stato suo discepolo, si poteva con ragione chiamar ladro, per avergli rubata l’arte, e tutta la sua maniera. Lasciò il Floris alcuni figliuoli, che furono Pittori: Batista, che poi in Bruselles fu disgraziatamente morto da uno Spagnuolo: e uno, che pure anch’egli si chiamò Francesco, che stette in Roma, e operò poco lodevolmente. Ma dalla sua scuola uscirono moltissimi Pittori, che tutti fecero gran riuscita, come diremo nelle Notizie della vita di essi.

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