Nominativo - Salviati Francesco

Numero occorrenze: 5

Vocabolario toscano dell'arte del disegno

1681

Rastrello

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Rastrello
m. Rastione, strumento de' Gettatori di metallo. V. Rastione.¶ Rastrello strumento dentato, sì di ferro come di legno, col quale si sceverano i sassi dalla terra, e la paglia dalle biade, ed è proprio degli Agricoltori.¶ E rastrello si dice a quello strumento di legno dentato, dove i calzolai appiccano le scarpe.¶ E rastrello nelle armi o imprese, vale la figura del rastrello, o sia dentato da una parte, come quello delli Agricoltori; il che è proprio contrassegno de' Cadetti, o Minori della real Casa di Francia; o sia dentato da ambedue a guisa di quello de' Calzolai, come portano le nobilissime Famiglie de' Salviati, degli Uguccioni, degli Aldobrandini, degli Asini, ed altre della Città di Firenze.¶ E rastrello dicesi a quei legni con mensole a viticcio, dove si posano l'armi in aste; il quale strumento dicesi anche
rastrelliera
.
¶ E
rastrello
dicesi anche quello steccato, che si fa dinanzi alle porte delle Fortezze, o d'altri luoghi, che stieno guardati, ed all'uscio di esse porte fatto di stecconi. Lat. Cataracta.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 2

1686

Pagina 100

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Rispetto a quanto si è detto della Cappella de’ Martini è da notarsi come questa in antico era nel luogo appunto, ove ora veggiamo il bel ricetto della Cappella di sant’Antonino fattavi da’ Salviati per dar luogo al sacro Corpo del santo. Per la famiglia degli Spinelli colorì a fresco nella sopradetta facciata di santa Croce la storia di san Tommaso, che alla presenza degli altri Apostoli tocca la piaga al Signore; ed appresso a questa, la figura del san Cristofano alta dodici braccia, e mezzo, della quale non era fino a quel tempo stata veduta la più proporzionata, ed anche la maggiore, toltone il san Cristofano di Buffalmacco; e pe’ Frati di quel Convento dipinse pure a fresco tutte le figure e storie, che fino ad ora si veggono dentro la porta del Martello. Qui diede egli materia per lo nascimento di quel detto fattosi ormai molto familiare di chi vuol piacevolmente esplicare la prestezza d’un pittore nel dipignere, cioè io fo un santo, e vengo; perché nel dipignere, che faceva una mattina Lorenzo in quel luogo, essendosi già l’ora fatta ben tarda, chiamato a tavola dal Guardiano disse, fate fare le scodelle a vostra posta, che io fo intanto una figura e vengo. Dipinse poi molti tabernacoli nelle facciate, e cantonate di varie strade, case, e Monasterj in Firenze, parte delle quali ha pure il tempo disfatte, restando però assai bene conservato quello della via de’ Martelli, dove nella facciata d’una casa di quella famiglia è figurata Maria Vergine con Gesù; ed il vedere che Lorenzo operò per casa Martelli, mi conferma nella credenza di cio, che dicemmo di sopra, che Donatello, che fu poi sempre parzialissimo della stessa casa, fosse stato suo discepolo.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 136

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Nella storia di Giovacchino, cacciato dal Tempio, nella persona di un vecchio raso in cappuccio rosso, ritrasse dal naturale Alesso Baldovinetti suo maestro: in un altro, con mantello rosso, e con una mano al fianco, che ha sotto una veste azzurra, figurò sé medesimo. Vi è ancora Bastiano da San Gimignano, suo cognato e discepolo, rappresentatovi in persona d’uomo con labbra grosse: un altro che volta le spalle, e ha in testa un berrettino, è Davit Ghirlandajo suo fratello; in altra storia, dov’è l’Angelo, che apparisce a Zaccheria, ritrasse molti cittadini, e fra essi tutti i giovani e vecchj di casa Tornabuoni: e vi son quattro mezze figure fate al naturale, de’ quattro maggiori letterati, che avesse in quel tempo la nostra città, cioè Marsilio Ficino, in abito Canonicale: Cristofano Landino, con un mantello rosso, con una becca nera al collo: Demetrio Calcocondile o Calcondile Ateniese, allora detto Demetrio Greco, in alto di voltarsi a lui: e quegli, che in mezzo a questi tre alza una mano, è l’eruditissimo Angelo Poliziano. Nell’altra storia della Visitazione di Maria Vergine e Santa Elisabetta, fra alcune donne, che essa Vergine accompagnano, ritrasse Ginevra Benci, bellissima fanciulla Fiorentina. Dipinse ancora sopra l’Altar maggiore la tavola isolata, ed altre figure, che sono ne’ sei quadri tutti a tempera, benché dalla parte di dietro, dov’è la Resurrezione di Cristo, restassero imperfette alla morte di lui alcune figure, che furon poi finite da Davit e Benedetto suoi fratelli. Era stato deliberato in Firenze ne’ tempi di questo artefice, che si dovesse fare nel Palazzo de’ Signoridue stanze nobili, una che dovesse servire per l’Audienza, e l’altra per Sala: ed essendone stata data la cura a Benedetto da Majano, aveva egli già effettuato un suo ingegnoso pensiero di cavarle tutte e due nello spazio, che rispondeva sopra la Sala de’ dugento, facendo, che il muro, che la Sala dall’Audienza divide, tuttoché posto in falso, quasi in sé medesimo, e con poco appoggio, a maraviglia si reggesse; onde eran rimase finite l’Audienza, che è quella stanza, che poi fu dipinta da Francesco Salviati con storie del Trionfo di Cammillo: e la Sala, che avanti di giugnere a questa s’incontra, la quale da un maraviglioso orivolo, che vi fu posto, fatto dal celebre Lorenzo dalla Golpaja, fu detta la Sala dell’orivolo, benché ne’ nostri tempi abbia perduto tal nome, e sia chiamata la Sala de’ Gigli. Doveasi dunque dipignere questa Sala, onde al nostro Domenico, riconosciuto allora de’ migliori maestri che maneggiasse pennello, ne fu data l’incumbenza; il quale nella medesima dipinse le figure de’ Santi Fiorentini, e gli altri belli adornamenti, che fino ad oggi vi si veggono, che in riguardo di loro antichità, possiamo dire assai ben conservati. È di mano di Domenico una bellissima tavola nella denominata Sala di Palazzo Vecchio, detta de’ Dugento, dov’è Maria Vergine col Bambino Gesù, e più Santi Fiorentini: e sono sue opere una tavola di San Pietro e San Paolo in San Martino di Lucca: e altre in Pisa, Rimini, e diverse altre città d’Italia. E nella stessa nostra città di Firenze sono di sua mano molti tondi dipinti sopra legname, rappresentanti immagini del Signore, di Maria Vergine, e d’altri Santi. Fu questo pittore molto eccellente nel lavorare di Musaico, arte, che egli imparò da Alesso Baldovinetti: e di sua mano è quella, che si vede nell’archetto sopra la porta di Santa Maria del Fiore, che va verso i Servi. In ultimo, sotto’l patrocinio del Magnifico Lorenzo de’ Medici, prese a dipignere tutta la facciata del Duomo di Siena; e la Cappella di San Zanobi in Firenze, e questa in compagnia di Gherardo Miniatore: ed avendo all’una e all’altra dato principio, fu nel 1495. e nella sua età d’anni 44. sopraggiunto dalla morte. Deve molto a Domenico l’arte della Pittura, e il mondo tutto, non tanto per aver egli assai arricchito e facilitato il modo di operare di Musaico, da quello che avanti a lui si teneva; quanto per esser’ egli stato il primo, che incominciasse a lasciar l’antica e goffa usanza di dipigner panni guarniti di fregiature d’oro a mordente; cominciando in quel cambio ad imitar le guarnizioni ed altri loro abbellimenti co’ colori: ed ancora per aver lavorato così bene a fresco, che molte opere sue, esposte a tutte l’ingiurie de’ tempi, si son conservate intatte i secoli interi. E molto più gli sono obbligati l’arte e gli artefici, per esser egli stato quel maestro, che al Divino Michelagnolo Buonarroti insegnò i principj del disegno. Trovo esser stata moglie di Domenico una tale Antonia di Ser Paolo di Simon Paoli: e non essendo a mia notizia, che egli avesse altre mogli, mi persuado che di lei nascesse il suo figliuolo Ridolfo, che riuscì anch’egli pittore eccellentissimo.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 298

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Discepolo di Giulio Romano, fioriva nel 1540. Giulio Campi, ornamento e splendore della terza scuola di Lombardia, fu figliuolo di Galeazzo Campi, pittore ne’ suoi tempi assai lodato, dal quale imparò i principj dell’arte. Accenna il Vasari in alcune poche righe, che egli scrisse di lui, che egli si attenesse alla maniera del Sojaro, come migliore di quella di Galeazzo: e studiasse alcune tele, state dipinte in Roma da Francesco Salviati, per fare arazzi, che dovevano mandarsi a Piacenza al Duca Pier Luigi Farnese. Antonio Campi, fratello di Giulio e suo discepolo, e per conseguenza meglio informato del Vasari, nella sua Cronaca afferma, che egli imparasse l’arte da Giulio Romano: e questo dobbiamo credere esser la verità, benché possa essere anche molto vero, che egli dal padre avesse i principj. Soggiunge il Vasari, che egli ajutasse a Giulio nelle grandi opere nella città di Mantova, il che pure è assai probabile, perché si vedono alcune pitture del Campi, fatte col gusto di quel maestro. Dicesi, che le prime opere, che facesse Giulio sopra di sé, fossero alcune grand’istorie nel Coro della Chiesa di Sant’Agata di Cremona sua patria, nelle quali rappresentò il martirio di quella Santa, in cui si vede imitato grandemente il buon modo di dar tondezza alle figure, che tenne il Pordenone: è ancora in questa Chiesa una sua tavola a olio; e ancor giovane colorì tutta la Chiesa del Carmine fuori di Sonzino, terra del Cremonese. Dipinse in Santa Margherita storie a fresco della Vita di nostro Signor Gesù Cristo, nelle quali, com’io diceva, si scorge un nuovo so che della maniera di Giulio Romano. Colorì poi più facciate di case, insieme con Antonio e Vincenzio suoi fratelli minori. Fece alcuni quadri a olio, a’ quali, con altri di Bernardino Campi, fu dato luogo in certi spartimenti di stucchi messi a oro, nel Duomo nella Cappella del Santissimo, e una tela a tempera colla storia di Assuero, che servì per coperta dell’Organo: siccome ancora fece la pittura a olio dell’Altare di San Michele arcangelo. Vedesi una sua tavola in San Domenico; altre sue opere in Sant’Agostino, Chiesa degli Eremitani, ed in San Francesco; due tavole in San Lazzaro, luogo di sua sepoltura, come diremo: una tavola in Sant’Angelo, e due bellissime in Sant’Apollinari. Fuori della città di Cremona circa un miglio, è un Monastero, già de’ Monaci di San Girolamo, Religione oggi estinta: la Chiesa è d’una sola navata, con cappelle sfondate, con atrio, cupola e tribuna; il tutto fu dipinto per mano di tre artefici, che furono stimati i migliori, che avesse in quei tempi quella città, cioè Camillo Boccaccino, Bernardino, e’l nostro Giulio, il quale vi fece la tavola dell’Altare maggiore a olio, opera degnissima, per la gran copia di figure, e per altre sue nobili qualità: ed al parere de’ periti nell’arte, non è inferiore a molte di mano degli ottimi maestri Veneti. Furono dipinti anche da Giulio Campi nelle mezze lune, con quattro sacre istorie, i quattro Dottori della Chiesa, i fregi e prospettive: e in un altro partimento, dipinse la venuta dello Spirito Santo sopra gli Apostoli, figure bellissime, che essendo vedute di sotto in sù, fanno conoscere quanto valesse l’arte in costui: siccome una Vergine Annunziata, presso al finestrone, e alcuni fregi di putti. Luigi Scaramuccia, nel suo Libro delle Finezze de’ Pennelli Italiani, parlando di queste pitture, dice così. Subito si diedero a considerare l’opere famose de’ suddetti Campi, ma quelle di Giulio più distintamente riconobbero esser degne di maggiore reputazione di quelle degli altri due. Su le prime rifletterono sopra il volto della navata di mezzo, e viddero cose assai superbe; ma ne’ bracci della Croce, o lati che vogliam dire, della Cappella maggiore, di molto ebbero che considerare di più esquisito, e specialmente ne’ quattro spazi, ove rappresentati stanno i quattro Dottori della Chiesa, dello stesso Giulio, ne’ quali parve avesse fatto ogni sforzo; onde Girupeno molto ammirato se ne stava nell’esaminare una sì facile, ben fondata e maestrevole maniera: ed ebbe a dire esser tale, da potersi paragonare a qualsivoglia altra de’ Pittori Lombardi, da esso fino allora veduta: e per appunto gli fu riferto da un di que’ Monaci, che molti forestieri intendenti e pratici osservavano lo stesso: ed essere stati i Campi, in molte cose de’ principali Pittori, che s’imbevessero da senno il buon gusto del Correggio. Fin qui Luigi. È anche di mano del Campi in quella Chiesa la tavola de’ Santi Apostoli Filippo e Giacomo. In Mantova, nella Chiesa di San Pietro, rimodernata con disegno di Giulio Romano, dipinse il Campi la tavola della Cappella di San Girolamo. In Milano sono molti bellissimi parti dell’ingegno suo: nella Chiesa della Passione del Convento de’ Canonici Regolari è una tavola a olio di un Cristo Crocifisso, appresso la Vergine, con altre Marie, San Giovanni Evangelista, e Angeli attorno. In quella delle Monache di San Paolo, quattro storie della Conversione e altri fatti, nella quale opera fu ajutato da Antonio Campi suo fratello e discepolo. In Santa Caterina delle Monache Agostiniane, in una Cappella a man destra, è una tavola di Santa Elena. In quella del Monastero di Sant’Orsola delle Monache Francescane Scalze, il quadro dell’Altare maggiore, dov’è un Cristo morto. Nella Chiesa de’ Canonici Lateranensi, nell’ultima Cappella, una tavola a olio con Cristo in Croce, appresso la Vergine e San Giovanni: e negli archi son pure di sua mano, fatte a tempera, le Marie, in atto di andare al Sepolcro. Infinite altre opere fece egli per diversi luoghi vicini alla sua patria, oltre a gran numero di quadri, che furono portati in Ispagna, in Francia, ed in altre parti dell’Europa. Ebbe molti discepoli, e fra questi Vincenzio e Antonio suoi fratelli; de’ quali parleremo a suo luogo. Non è già vero, ch’egli fosse Maestro di Sofonisba Angosciola, e dell’altre sue sorelle, come accennò il Vasari nella vita di Benvenuto Garofalo; benché ella copiasse molti quadri di Giulio, come mostreremo nelle notizie di lei. Pervenuto finalmente, che fu quest’artefice in età assai matura, con gran dolore degli amatori dell’arte, se ne passò da questa all’altra vita nel mese di Marzo, l’anno 1572. Fu il suo corpo, con gran pompa, accompagnato, non solo da tutta la nobiltà di Cremona, ma ancora da Emanuel di Luna, Governatore di quella città, che l’avea grandemente amato: e afferma l’altre volte nominato Antonio Campi suo fratello nella sua storia, che questo, con gli altri Cavalieri, in quella pia azione, non potevano ritener le lagrime: e finalmente nella Chiesa di San Nazzario gli fu dato onorevole sepoltura. Fu questo nobile artefice valoroso nel dipignere a fresco, a olio, e a tempera, di bonissimo disegno, miglior colorito, e nelle figure grandi, e nel sottinsù conobbe pochi superiori a sé. Fu ancora buon architetto, e colorì bene architetture e prospettive, e in somma fu universalissimo in tutte le facoltà delle nostre arti.

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1728

Pagina 334

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Discepolo di Giulio Romano, fioriva nel 1550. Tra i Discepoli di Giulio Romano riuscì d’ottimo talento Gio. Batista Mantovano, che attese alla Scultura, e all’intaglio in rame, come mostrano le carte uscite dalle stampe, fra le quali è una Vergine, che ha la Luna sotto i piedi, e il figliuolo in braccio; e similmente alcune teste armate di cimiero all’antica; evvi ancora una carta di un Marte armato, che siede sopra un letto, e Venere, che sta allattando un Cupido, il quale graziosamente rimira. Veggonsi ancora alcune carte dove è un Capitano di bandiera a piede ed uno a cavallo: e due altre grandi, ove è figurato l’incendio di Troja e altre molte. Usò quest’artefice segnar le sue carte colle lettere I.B.M. Fiorì anche ne’ medesimi tempi Enea Vico da Parma, anch’egli valente intagliatore, il quale intagliò buona quantità d’opere del Rosso, la Leda di Michelagnolo, e la storia della Juditta, da lui dipinta nella Cappella, il ritratto del Bandinello, con molte invenzioni e disegni del medesimo: siccome ancora ad istanza di Cecchino Salviati, la bella storia della Conversione di San Paolo, con gran numero di figure e cavalli; similmente i ritratti del Signor Giovanni de’ Medici, di Cosimo il Granduca suo figliuolo, dell’Imperador Carlo V d’Arrigo Re di Francia, del Bembo, dell’Ariosto, del Gello Fiorentino, del Domenichi, e di molti altri uomini de’ suoi tempi, di Laura Terracina, del Doni, del Morosino ed altri. Datosi poi agli studj dell’antichità, diede alle stampe più libri di medaglie d’Imperadori e loro mogli, co’ rovesci di esse medaglie. Fece un albero di tutti gl’Imperadori, che fu molto lodato. Portatosi poi a’ servigj di Alfonso II Duca di Ferrara, fece a quel Principe l’albero de’ Marchesi e Duchi di quella casa, appresso la quale viveva del 1568 in grande onore e stima.

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