Nominativo - Razet Jakob

Numero occorrenze: 4

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Fiorivano nel 1520. Essendo certa cosa, che ogni buon pittore, nell’operar suo, cerchi al possibile di farsi imitatore della natura e del vero, è degno di ammirazione il vedersi contuttociò fra molti artefici maniere tra di loro tanto diverse, e che col solo seguitar che e’ fanno i dettami del proprio ingegno, si faccia ciascheduno miglior maestro nel proprio modo, di quello sarebbe talvolta riuscito, s’egli avesse seguitato la maniera altrui. Questo si vide particolarmente in Jeronimo Bos, il quale fiorì in Fiandra nella città di Shertoghen Bosch, che in Latino vale Silva Ducum, ne’ primi tempi, che que’ maestri vi cominciarono a dipignere alquanto lodevolmente; se non che il suo panneggiare fu più franco di quello, che per ognuno allora in quelle parti si costumava, che era secco e di pieghe molto spesse e replicate. Fu anche più spedito nel maneggiare il pennello, facendo le sue pitture, quasi alla prima, sopra tavole ingessate: e usò, avanti di cominciare a dipignere esse tavole, dar loro sopra un colore di carne, sopra il quale distendeva i colori. Fu anche diversissimo da ogni altro de’ suoi tempi: e valente assai nell’inventar capricci di cose estremamente terribili e spaventose, come larve, spiriti, stregherie, maleficj, ed altre rappresentazioni infernali e diaboliche, benché attendesse ancora ad ogni altra sorta d’invenzione. In Amsterdam era di mano di quest’uomo l’anno 1604 una Vergine, che va in Egitto, dove si vedeva San Giuseppe, in atto umile, domandar della strada ad un contadino, e Maria Vergine graziosamente sedente sopra un giumento: in lontananza era una rupe, in cui egli aveva rappresentato, intorno ad un’osteria molte bizzarre figure, che facevano ballare un orso, accompagnate da altre belle curiosità. Era pure in Amsterdam un’altra tavola del Limbo de’ Santi Padri, liberati dal Signore: e poco distante si vedeva la persona di Giuda trascinata per una corda, appiccatagli strettamente al collo da maligni spiriti, ovvero figurata pel capestro, con cui si diede la morte: ed era cosa curiosa il vedere la bizzarria e varietà di que’ mostri infernali, e quanto naturale pareva il fumo e la veduta dell’oscuro carcere de’ dannati, che in poca distanza da quel luogo appariva. Vedevasi pure in quella città di sua mano un Cristo portante la Croce, nella quale egli aveva usata più modestia, astenendosi dalle molte baje, che era solito nelle sue storie rappresentare, fossero qualunque si volessero. In Haerlem, in casa Giovanni Dietringeren, erano alcuni Santi in certi sportelli, e in uno era un Santo Monaco, che disputava con un Eretico, facendo porre sopra il fuoco alcuni libri dell’una e dell’altra religione: e si vedeva il libro del Santo volar fuori dalle fiamme, e gli altri bruciarsi. Facevano anche bella veduta le legne, e alcuni libri inceneriti, il tutto imitato maravigliosamente. Il volto del Santo appariva grave e modesto; laddove gli altri erano arcigni e scomposti. Nell’altro sportello era un miracolo, dove si vedeva un Re caduto in terra. Nella nominata città di Shertoghen, erano ancora sue opere, come in altre città di quelle parti: e fino nell’Escuriale di Spagna furono collocate sue pitture, e tenute in gran prezzo. Questo è quanto si ha di notizia di Jeronimo Bos. Nella stessa città di Shertoghen, fu ancora un certo Lodovico Jans Vandenbus, che era molto valente in far frutti e fiori, che fingeva in alcune caraffe di vetro, con molta pazienza e imitazione del vero, facendo apparire sopra i fiori la rugiada, e quegli animaletti, che son soliti volarvi sopra. Valse ancora nelle figure: e di sua mano si vedeva in casa di Melchior Wyntgis a Meidelburg un bellissimo San Girolamo, quattro tondi grandi, alcuni fuochi incendiarj, frutti, fiori e altri pezzetti di quadri assai belli. Vi fu ancora un certo Jacomo Razzet, di mano del quale erano alcuni vetri benissimo dipinti. Di questi null’altra notizia si ha, se non che e’ fu paesano de’ soprannominati due Pittori.

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Ancora colorì ritratti d’uomini e donne illustri di quella città. Per la Compagnia, o vogliam dire Arte de’ Cerusici, dipinse un bel quadro, in cui figurò il Superiore di quell’adunanza, in atto di ricevere i Privilegj del Re. Vedevasi Enrico VIII in figura maggiore del naturale, assiso in trono: e da’ lati stavano coloro, pe’ quali si davano i privilegj, in atto reverente e genuflessi, mentre il Re quelli loro porgeva; ben’è vero, che fu opinione, che questo quadro, alla morte dell’Hoolbeen rimaso imperfetto, fosse stato finito da altro pittore, ma però della stessa maniera appunto. In più case di cittadini si vedevano ne’ medesimi tempi maravigliosi ritratti, e in tanto numero, che pareva impossibile, che un solo uomo, in così breve corso di vita, avesse potuto operar tanto: massimamente, perché egli ebbe una maniera finita al possibile, e con imitazione del naturale, essendo stato solito di condurre le sue figure con carnagioni tanto vere e con tal rilievo e spirito, che i suoi ritratti pajono vivi, benché nel panneggiare fosse alquanto secco, e tenesse assai della maniera d’Alberto Duro. Inoltre, perché Giovanni aveva abilità in ogni cosa dell’arte, fece molti disegni per altri pittori, intagliatori in rame e in legno, e per gli orefici. Colorì a guazzo, e fece anche molte miniature, e tanto in queste, quanto nelle pitture e ne’ disegni, fece sempre spiccare una maravigliosa diligenza. Aveva egli imparata l’arte del miniare, in Londra, da un certo Luca, maestro molto nominato, che stava appresso al Re: il qual Luca era però in disegno assai inferiore all’Hoolbeen. Dipinse ancora due gran quadri a guazzo, che pure del 1604 si conservavano in Londra, in una casa, chiamata dell’Oriente. Nel primo figurò il trionfo delle Ricchezze, e nell’altro lo stato della Povertà. La Ricchezza figurata a somiglianza di Plutone, in forma d’uomo vecchio calvo, maestosamente sedente sopra un carro trionfale, ricco di varj ornamenti, e tutto coperto d’oro: il Vecchio piegando il dorso, pigliava con una mano monete d’oro e d’argento da uno scrigno, e coll’altra mano mostrava gettarne in gran copia. Dall’uno e l’altro lato di sua persona ha la Fortuna e la Fama, e gran sacchi di moneta, ingombrano gli spazj del carro, dietro al quale corrono molte persone, che azzuffandosi confusamente insieme, cercano di far preda del gettato denaro. Dall’una e dall’altra parte del carro, stanno Mida e Creso, ed altri ricchissimi Re dell’antichità: ed è tirato da quattro bianchi cavalli, guidati da quattro femmine ignude, significanti quattro Deità, appropriate all’invenzione. I panni delle figure son tutti arricchiti conoro. Nell’altro quadro della Povertà si vede la medesima, in figura d’una femmina estenuata e macilente, in atto di sedere sopra un monte di paglia, elevato sopra un carro vecchio e sdrucito. Fa ombra a questa figura una capannuccia, pure di paglia, antica, e in più luoghi logora e traforata. Siede la Povertà malinconica e pensosa, con veste sdrucita e rappezzata: e tirano il suo carro un cavallo magro ed un giumento, a’ quali camminano avanti un uomo ed una donna, anch’essi pallidi e smunti, e con facce meste stringon forte le mani, come chi, deplorando le proprie necessità, chiede misericordia e soccorso. L’uomo ha una verga ed un martello, per significare i gravi e varj colpi con che il mendico è percosso dalla povertà. Davanti al carro siede la Speranza, la quale con affetto divoto fissa gli occhi nel cielo: ed in quest’opera fece altre belle invenzioni, molto espressive del concetto, e ben colorite; tantoché trovandosi in Inghilterra circa l’anno 1574, Federico Zuccheri, disegnò l’uno e l’altro quadro con penna ed acquerelli, lodandogli a gran segno: e poi essendo lo stesso Federico in Roma a conversare col Goltzio nella propria casa di lui, parlando delle cose dell’arte, e di questo pittore, ebbe a dire, che le pitture di quest’uomo non invidiavano quelle dello stesso Raffaello: e se ciò non vogliamo credere per quello, che ne lasciò scritto il Vanmander nel suo idioma Fiammingo, possiamo valerci del testimonio di molte pitture, che si trovano per l’Italia di sua mano; ma particolarmente del meraviglioso ritratto, che si conserva nella Real Galleria del Serenissimo Granduca, nella stanza chiamata la Tribuna, dove, in un quadro di circa un braccio, è una figura in tavola, che rappresenta un uomo con barba rasa, con una berretta nera in capo, in fronte alla quale è una borchia d’oro, con una gemma o cammeo, il tutto in campo verde; la figura guarda verso la parte sinistra. Ha tra la gola e la guancia destra due margini, che par di persona, che abbia patito di scrofole; è vestita di veste nera alla nobile, con maniche di raso nero: e le mani poste sopra l’una l’altra, posano sopra checchessia, o tavola o altro; ha in un dito un anello, e al collo una catena d’oro. Nel mezzo al verde campo, di qua e di là dalla testa, si leggono le seguenti parole: X. IVLII ANNO ETATIS SUÆ H VIII. XXVIII. ANN. XXXIII. L’ornamento è intagliato e dorato, e dalle bande sono due cartelline d’argento sodo; nella prima, a man destra, sono intagliate queste parole: Effigies Domini Ricardi Southvvelli equitis aurati Consiliarii privati Henrici VIII Regis Angliæ. Nella seconda a man sinistra: Opus celeberrimi artificis Johannis Holbieni Pictoris Regis Henrici VIII. Nella parte di sopra è l’arme del Granduca Cosimo II pure d’argento sodo, con iscrizione Cosmus II Magn. Dux Etruriæ IIII ed in quella di sotto un’altra arme coronata, che è quella del Regno, che ha d’intorno, secondo il costume, le seguenti parole (Motto Franzese dell’Ordine della Legaccia, ovvero Giartiera) Honi soit qui mal y pense 1621. Nella stessa Galleria (a) è un ritratto di mezza figura, di grandezza di più che mezzo naturale, che rappresenta un uomo grasso, con barba rasa, e berretta nera in capo, vestito di nero, con mani soprapposte, e nella mano di sotto tiene un foglio avvolto. Questo pure, per quanto ne mostra la maniera, si riconosce per opera dell’Hoolbeen. Vide ancora lo Zuccheri, con sua molta ammirazione, in Londra, un ritratto grande quanto il naturale, d’una Contessa (e questo era in casa di Milord Penbroicth) del quale disse, per testimonio del Vanmander, non aver veduto altrettanto in Roma. Era in que’ tempi in Londra un certo uomo, chiamato Andrea, il quale comprò tante dell’opere di Giovanni, quante mai ne poté avere: e fra’ molti ritratti, uno ne aveva quanto il naturale, fatto al vivo dalla persona di un tal maestro Niccolò Tedesco, che per trent’anni era stato in Inghilterra Astronomo del Re, appresso al qual ritratto aveva l’Hoolbeen rappresentati tutti gli strumenti d’Astronomia. Questo Niccolò, come si racconta, fu uomo piacevole; onde era sovente ammesso a discorso familiare collo stesso Re: e una volta interrogato dal medesimo, per qual cagione essendo stato trent’anni in Inghilterra, non avesse ancora appena imparato i principj della lingua, rispose: E quanto mai pare a Vostra Maestà, che si possa imparare in trent’anni in una lingua di questa sorta? A Lei par forse poco, a me par pure assai. Era anche fra gli altri ritratti appresso Andrea di Loo, quello del vecchio Milord Crawel, di grandezza d’un piede e mezzo, quello d’Erasmo di Roterdam, e quello del Vescovo di Conturberì: una gran tela a guazzo, dove in bella ordinanza eran ritratti, in atto di sedere, e grandi quanto il naturale, il famosissimo Tommaso Moro colla moglie e figliuoli, che fu la prima opera, ch’e’ facesse in Inghilterra, per metter sé stesso in reputazione, e quella soleva egli chiamare il suo pezzo d’onore, cosa, per certo, degnissima da vedersi, perché l’Hoolbeen in questo quadro dimostrò l’ultimo del valor suo. Pervenne poi questa bell’opera, dopo la morte di Andrea di Loo, in mano di un Cavaliere, nipote dello stesso Tommaso Moro. Un altro stupendo ritratto di Tommaso Moro aveva fatto Giovanni Hoolbeen, a cui era già stato dato luogo nella Galleria di Enrigo VIII, nella stanza, ove si conservavano i ritratti de’ più celebri uomini antichi e moderni. Questa stupenda pittura, adocchiata dalla scellerata Anna Bolena, lo stesso dì, che era seguita la morte di Tommaso, la fece prorompere in sì fatte parole: Oimè, che pare che ancor viva costui su quella tavola. Quindi fattala toglier di luogo, colle proprie mani la gettò dalle alte finestre del Palazzo: e fu attribuita ad opera della Divina Provvidenza, che quella degna immagine, tuttoché alquanto maltrattata dal colpo impetuoso, si conservasse, finché portata a Roma, ebbe luogo nel Palazzo de’ Crescenzj, ove fino al presente tempo si conserva. Il ritratto del Vescovo di Conturberì, il più bello, al parere degli artefici, che mai facesse Giovanni, ebbe lo un Gentiluomo, chiamato maestro Coop, che abitava fuori di Londra. In Amsterdam era l’anno 1604 un ritratto d’una Regina d’Inghilterra, con un bel panno d’argento. Aveva anche Giovanni colorito due ritratti di sé stesso con acquerello in piccoli tondi, i quali aveva finiti maravigliosamente: il primo aveva un tale Jacopo Razzet; il secondo un certo Bartolommeo Ferreris. Va attorno di questo maestro una bella stampa di venti figure, rappresentatovi il Ballo della Morte, come sopra abbiam detto, dove fanno un bellissimo vedere le persone di diversi Pontefici, Cardinali e altri gran personaggi, nel cadere che fanno finalmente in potere di lei. E’ anche un libretto di stampe in legno, con istorie della Sacra Bibbia, d’assai buona invenzione. Avendo finalmente Giovanni ornato colla sua bell’arte quelle provincie e’l mondo; arrivato all’età di cinquantasei anni, tocco da male contagioso, se ne morì l’anno 1554. Fu l’Hoolbeen pratichissimo nel disegno, grande imitatore delle cose naturali, e come altra volta si è detto, colorì le sue figure a meraviglia; ma quello che si rende più considerabile si è, ch’egli era mancino, e a far le opere sue non mai si servì, se non della sinistra mano: cosa, che dopo gli antichissimi tempi, qualchedun’altra volta, ma ben di rado, si è veduta.

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Fioriva nel 1570. Del mese di Dicembre dell’anno 1534 di molto onorata famiglia, nella città di Malines, nacque Hans Bol. Appena giunto all’età di quattordici anni, stimolato dal genio, si mise ad imparar l’arte del disegno appresso un ordinario maestro della sua patria. Stette con esso due anni, dopo i quali volle fare un viaggio a Heydelborg; e consumati altri due anni, fu di ritorno a Malines, dove non prese altri maestri; ma da per sé stesso andava disegnando e rappresentando belle vedute di paesi, con che s’acquistò una bella e molto allegra maniera. In Ghaent, in casa di Gio. Vanmander, cugino di Carlo Vanmander Pittor Fiammingo, che queste cose nel suo linguaggio ci lasciò scritto, era di mano di Hans Bol una gran tela a guazzo, nella quale egli aveva rappresentato la favola di Dedalo e Icaro, volanti per aria: dove si vedeva sorgere un masso in mezzo all’acque, in cui era una grotta, e sopra al masso figurato un bel castello, con diversi alberi; e il tutto faceva riflesso nell’acqua, con tanta naturalezza e verità, che più non si poteva fare: vedevansi anche galleggiare sopra le acque le penne, che andavano cadendo dall’ali disfatte dell’infelice Icaro. Nella prima veduta di questo vaghissimo paese era un pastore co’ suoi armenti, ed un contadino, che arava un campo, condotto molto artificiosamente. Altri molti e belli paesi fece egli nella sua patria, dove le opere sue furono assai stimate, e da’ mercanti cercate e pagate a gran prezzi. Occorse poi l’anno 1572 che quella città fu saccheggiata dagli’Imperiali, e a lui toccò perdere ogni suo avere; onde se ne fuggì ad Anversa quasi ignudo: ricco però della sua virtù, a cagione della quale vi fu onoratamente ricevuto da un tal Van Belle e Antonis Covureur, che lo rivestirono, e gli fecero molte carezze. In questa città fece egli un libro di diversi pesci ed altri animali al naturale, che il Vanmander afferma fosse cosa meravigliosa; ma gli convenne abbandonare il dipinger paesi in tela, per essersi accorto, che i paesani di quella città gli compravano e copiavano, e le copie vendevano per sue. In quel cambio si mise a fare paesi con istorie, nelle quali gli parve esser più sicuro da simile inganno. Avvicinandosi l’anno 1584 per levarsi dall’imminente pericolo de’ tumulti, lasciata Anversa, se n’andò a Berghen-opsoom, e di là a Dort, dove due anni si trattenne; quindi se ne passò a Delft, e di lì ad Amsterdam, dove dipinse la città dalla parte di mare colla gran copia delle sue navi, ed anche dalla parte di terra, con bellissime vedute di villaggi: e fece molte altre opere, colle quali guadagnò gran danari. Appresso di Jaques Razet era un Crocifisso grande, con gran copia di figure e cavalli in un bellissimo paese, opera di ricca invenzione e diligentemente finita. E in somma le pitture di quest’artefice vi furono in tanto credito, che del continuo si vedevano uscir fuori in stampa. Seguì la di lui morte nella stessa città d’Amsterdam, l’anno 1593 a’ 20 di Novembre. Non lasciò figliuoli; ma sibbene restò alla moglie un figliuolo, nato del suo primo matrimonio, che si chiamò Boels, che fu discepolo di Bol. Questi ancora fece bellissimi paesi: e morì pochi anni dopo il suo patrigno e maestro. Ebbe ancora Gans Bol un altro discepolo, chiamato Jacques Saverii di Cortray, che fu il migliore, che uscisse dalla sua scuola: operò bene e con diligenza. Si morì di peste l’anno 1603 in Amsterdam, lasciando un suo fratello e discepolo, chiamato Roelandt Saverii, che non fu nell’operar suo punto inferiore al fratello. Il ritratto di Hans Bol si vede in istampa, fatto dal Goltzio, il quale, come attesta il Vanmander, riuscì somigliantissimo.

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I Jacob Corneliz Pittore 190. Jacomone da Faenza 241. Jacopo Barozzi da Vignuola, detto il Vignuola 321. Nasce nel Milanese, nella Terra chiamata Vignuola. Suoi viaggi in Francia 322. Sue opere in Bologna e altrove 323. Sua morte. Lasciò un figliuolo, chiamato Giacinto, anch’egli grande Architetto. Lettera scritta dal figliuolo Giacinto al Padre Ignazio Danti 326. Jacopo Cozzerelli 106. Jacopo Pachierotti 227. Jacopo Razzet 242. Jacopo Tagliacarne 263. Frate Jacopo da Turrita Francescano, e sue opere 88. Jacques Grimmaer Pittore 340. Jan Cornelisz Vermein Pittore 248. Jan di Mabuse Pittore 250. Fu uomo stravagante nel suo trattamento, e accidente seguito ad esso 251. Jan Mostaert Pittore 305. Fu valoroso Ritrattista. Sue buone qualità e opere 306. Jan Scorel Pittore 253. Viaggi suoi curiosi, e opere e disegni fatti nello stesso tempo. Dipinse in Gerusalemme molti luoghi santi, e lasciò ivi molti quadri suoi 255. Altre sue opere 256. Fu regalato da Gustavo Re di Svezia, a cui aveva mandato un bel quadro. Ebbe molte doti e ornamenti virtuosi, e fu letterato 257. Jan Svvart pittore di Frisia. Suoi discepoli 252. Jeronimo Bos e Compagni 242. Intagli in rame oscenissimi, fatti da Giulio Romano, e da Marc’Antonio Raimondi, proibiti 188. Invenzione del colorire a olio chi la trovasse 142. Ivos di Cleef, detto il Pazzo. Perché fosse detto Pazzo 215. Vanità e pazzia sua 216.

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