Nominativo - Rauwaert Jakob

Numero occorrenze: 3

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

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Di questo artefice era nella corte del Principe, nella gran Sala, una tavola della Natività di Cristo, ed una della Visitazione de’ Magi, dov’egli aveva fatti moltissimi ritratti, e fra questi il suo proprio: e di fuori la Nunziata, e nella figura dell’Angelo, sopra la veste di sotto, aveva lavorato in suo ajuto un certo Jacob Rawuaert, che allora era suo discepolo, come egli medesimo raccontò a Carlo Vanmander, Pittore Fiammingo, che tali cose ci lasciò scritto. Nella Chiesa vecchia d’Amsterdam erano di sua mano due sportelli doppj, dov’era dipinta la Passione e la Resurrezione di Cristo. La tavola di mezzo rappresentava un Crocifisso, e fu opera di Schoorel. Nella città d’Alcmaer era l’anno 1604 di mano di Martino una tavola dell’Altar maggiore della Cattedrale, dentro la quale era il Crocifisso, e negli sportelli, nella parte di dentro, la Passione, nel di fuori la storia di San Lorenzo. In Delft erano ancora molte sue opere nella Chiesa vecchia e nuova: nella Chiesa di S. Aech, era una tavola d’Altare de’ tre Magi, nella parte di mezzo della quale aveva dipinto uno de’ Re, e ne’ due sportelli gli altri due: nel di fuori aveva figurata la storia del Serpente a chiaroscuro. Di quest’opera ebbe egli per pagamento un’annua entrata di cento fiorini; perché, come quello che era uomo timoroso, e sempre ebbe paura (come noi sogliamo dire) che non gli mancasse il terreno sotto, si studiò sempre di farsi entrate per durante la sua vita. Nel Villaggio di Eertswout nella Horthollandia, all’Altar maggiore, era una tavola ornata d’intaglio, con due sportelli doppj dentro era la Vita di Gesù Cristo, e di fuori la Vita di San Bonifazio. A Medemblick era ancora di sua mano una tavola alla Altar maggiore. Pel Signore d’Arsendelft fece due sportelli da altare, in uno la Resurrezione, e nell’altro la salita del Signore al Cielo. Nell’Haya, città, dove abitava il Principe d’Oranges, nella Chiesa grande, in una Cappella del Signore Arsendelft, fece moltissime opere con molti ritratti al naturale: e fra quelle l’Universal Giudizio, con gli altri Novissimi, cioè la Morte, l’Inferno e’l Paradiso, con gran copia d’ignudi. Nelle quali opere si fece ajutare al nominato Jacob Rawuaert suo discepolo, al quale diede per mercede, contando, tante doble, finché il pittore disse, basta. Ebbe Paurxe Kempenaer, e poi Melchior Wyntgs, un quadro lungo, dove aveva rappresentato un Baccanale, che si vede alla stampa, e fu una delle migliori opere, ch’ei facesse dopo il suo ritorno da Roma. Appresso Aernort di Berensteyn, era un bel Paese, con una lontananza, dove si vedeva San Cristofano. E veramente fu quest’artefice universale, e operò bene in ogni cosa; intendeva bene l’ignudo: e fu sì buono inventore, che si può dire, in certo modo, che egli empiesse il mondo di sue invenzioni: e mostrano le opere sue, non essergli mancata ancora una buona pratica nelle cose d’architettura. Non è così facile a raccontare la gran quantità di stampe, che sono uscite dalle sue opere, intagliate da Dirick Volckersz Coornhert: e sopra queste lo stesso Dirick si fece valentuomo, perché operò co’ precetti e assistenza del stesso Martino, benché Martino da per sé stesso non intagliasse. Questo Dirick fu uomo spiritosissimo, e faceva di sua mano quanto e’ voleva. Fra l’altre cose, che egli intagliò, furono le storie de’ fatti dello ‘mperadore; ma quella, dove il Re fu fatto prigione, fu intagliata da Cornelio Bos, alcun tempo dopo il suo ritorno di Roma. Ma tornando a Martino, egli prese per moglie una bellissima fanciulletta, chiamata Maria Jacobs Coning Docater, che vuol dire, Maria di Jacopo figliuolo di Re: e per onorare questo matrimonio, i Rettori di quella patria, recitarono, nel giorno delle nozze, una bellissima commedia, ma dopo diciotto mesi questa giovane si morì. Tre o quattro anni dipoi l’Hemscherck dipinse gli sportelli della tavola, che era nella casa del Principe in Haerlem, dove rappresentò la strage degl’Innocenti. Dipoi prese un’altra moglie attempata, non bella, né d’assai, ma molto ricca di roba e danari, benché più abbondante di voglie, a cagion delle quali convenne a Martino far molte spese. Pervenne questo buono artefice all’età di sessantasei anni: e finalmente l’anno 1574 al primo di Ottobre lasciò la presente vita, dopo essere stato ventidue anni Operajo della Chiesa d’Haerlem: e nel tempo che la città fu assediata dagli Spagnuoli, erasi, con licenza del Consiglio, trattenuto in Amsterdam, in casa un tale Jacob Rawuaert. Fu il suo cadavero sepolto nella Chiesa Cattedrale in una Cappella dalla parte di Tramontana. Aveva egli in sua vita fatto buona ricchezza, per aver guadagnato assai, e non avere avuto figliuoli; onde prima di morire fece bellissime limosine, e lasciò alcuni terreni, le rendite de’ quali volle, che dovessero servire per annue doti di fanciulle da maritarsi, con che quelle dovessero andare a fare alcune nuziali cirimonie nella Chiesa, dov’egli fosse sepolto, il che fu eseguito. A Hemskerk, sul cimitero, sopra il luogo dov’era stato sotterrato il padre suo, morto in età di settant’anni, ordinò, che si ponesse una piramide, fatta a foggia di sepolcro, di pietra turchina, sopra la quale fosse il ritratto dello stesso suo padre, con una iscrizione in Latino e in Fiammingo idioma. Eravi un puttino ritto sopra alcune ossa di morto, in atto di appoggiare il sinistro piede ad una torcia accesa, ed il destro ad una testa di morto, con una iscrizione che diceva, COGITA MORI. Sopra questo era l’arme sua, cioè una mezz’Aquila da man destra, e dalla sinistra un Lione, e per di sotto a traverso, un Braccio nudo, con una penna o pennello nella mano. Nella parte superiore del braccio era un’alia, ed il gomito posava sopra ad una tartaruga; con che volle forse esprimere il pittore l’avviso d’Apelle, di non dovere l’artefice essere o troppo lento o troppo veloce nell’operare suo; e perché e’ volle che sempre vivesse questa memoria di suo padre, obbligò al mantenimento di essa il medesimo luogo, al quale egli aveva lasciati i terreni, sottopena di dovergli restituire ogni qualvolta e’ fosse mancato nella dovuta custodia di esso. Fu Martino, come abbiamo detto, uomo timorosissimo, e per paura di non perdere quanto aveva, o fosse per incendio o per furto o per altra cagione, usò di tener sempre cucito ne’ suoi vestiti gran quantità di doble. Dalla stessa causa addiveniva, che egli nel tempo della Festa maggiore della sua patria, per la quale usavansi fare grandissime sparate, per desiderio di vederle, e non esser colpito, se ne andava in cima alla torre. Fu anche valentissimo in disegnar di penna. Restarono due ritratti di lui medesimo, fatti a olio, che l’anno 1604 conservava Jaques Vanderherck suo nipote, ma grandissima quantità di sue belle opere, dopo la resa d’Haerlem, furono prese dagli Spagnuoli, con pretesto di volerle comprare, e mandare in Ispagna: ed altre in quella resa, furono del tutto rovinate e guaste, dimodoché può dirsi, che la Fiandra in poco tempo ne rimanesse del tutto spogliata.

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Discepolo di Jan Mandin, nato 1519, morto 1563. Pietro d’Arnoldo, che per la grande statura del suo corpo, tanto in Italia, che in Fiandra, fu detto Pietro Lungo. Nacque in Amsterdam l’anno 1519 i suoi parenti furono del paese di Purmer, luogo poco distante da quella gran città. Il padre suo, che abitò in Amsterdam, voleva tirarlo avanti pel suo mestiero, che era di fare le calze; ma la madre, che lo vedeva inclinato alla pittura, non volle mai acconsentire: e diceva al marito, che quando mai ella avesse creduto di condursi a vivere col filare, voleva ad ogni modo seguitare il genio del fanciullo, che era di fare il pittore; tantoché il marito, per aver pace con lei, si risolse a compiacerla. Il primo maestro di Pietro fu un certo Alart Claesser, che in quel tempo era de’ migliori pittori di Amsterdam, il quale anche ritraeva al naturale. Il giovanetto, fin dal principio de’ suoi studj, fu assai ardito nell’operare, e aveva la mano molto franca, il perché presto cominciò ad acquistare credito. Dicesi, che di diciassette o diciotto anni egli se n’andasse a Bossic in Annonia, per veder pitture di varj maestri, accompagnatovi con lettere del Governatore di Amsterdam. Di lì si portò ad Anversa, dove si mise a stare con un certo Jan Mandin di nazione Vallone. In questa città prese moglie, e entrò nella Compagnia de’ Pittori. Ebbe un genio particolare a dipignere cucine, e con ogni sorte d’arnesi e robe, appartenenti all’imbandire de’ banchetti: le quali cose, per la gran pratica, ch’egli aveva fatto fin da fanciullo nel maneggiare i colori, faceva parer vere. Ma fu anche assai valente in rappresentare in pittura ogni altro suo concetto. Per l’Altar maggiore nella Chiesa vecchia, o vogliamo dire della Madonna d’Amsterdam, fece una tavola ordinatagli dal Maestro de’ Cittadini, che era allora Jons Buyxt, uomo assai reputato, il quale, per la parte della Città, s’era trovato a dare il giuramento al Re Filippo. Nel mezzo di questa gran tavola aveva figurato il Transito di Maria Vergine, e gli sportelli seguitavano la storia; nella parte di fuori dipinse la Visita de’ Magi, con alcuni putti ben coloriti: e fu il costo di tutta quest’opera duemila scudi. Prese poi a fare la tavola dell’Altar maggiore della Chiesa nuova, per la quale era stato prima chiamato Michel Cocxie di Malines, che avendo veduta la bella tavola di Pietro, e sentito il prezzo della medesima, che a lui pareva poco, s’era licenziato, con dire, che chi aveva fatta quella, avrebbe fatta anche quest’altra. In essa dipinse la Natività del Signore, e ne’ quattro sportelli l’Annunciazione di Maria Vergine, la Circoncisione, i tre Magi, ed un’altra storia, e nel di fuori era la Decollazione di Santa Caterina. Questo bellissimo quadro fu poi insieme con altri rovinalo e guasto, quando distrutte furono le Sacre Immagini: e fino del 1604 si vedeva in Amsterdam il cartone grande quanto l’opera, maneggiato con tanta franchezza, che ben faceva conoscere di qual perfezione fosse stata la pittura. Pel Convento de’ Certosini a Delft, fece un Crocifisso, e negli sportelli la Natività del Signore, colla Visita de’ Magi, e di fuora i quattro Evangelisti. Un’altra simil tavola fece per la Chiesa nuova di Delft, e sopra gli sportelli la storia de’ Magi, l’Ecce Homo ed altri sacri misterj. Per Lovanio ed altri luoghi colorì molte belle tavole, delle quali in detto anno 1604 come attesta il Vanmander, rimanevano più di venticinque cartoni in casa di un certo Jaques Walraven. In Amsterdam erano anche più pezzi di quadri di figure quanto il naturale. Nella Corte d’Olanda, appresso un certo Claes, era la storia de’ Discepoli, che vanno in Emaus. In casa Jan Pietersz Reael, erano alcuni quadri di storie di Gioseffo. Cornelis Cornelisz pittore in Haerlem, aveva un quadro della storia di Marta. Era ancora in Noort nella parte d’Olanda verso Tramontana a Warmenhvysen una tavola da Altare, con un Crocifisso, dove fra le altre figure era molto lodata quella d’un Carnefice, il quale con un ferro rompeva le gambe ai Ladroni, e negli sportelli erano cose appartenenti alla storia. Questa bella opera, nel tempo della sollevazione del 1566 contuttoché dalla Donna di Sonne­veldt in Alckmaer ne fossero offerti 200 scudi, mentre il Popolo arrabbiato la conduceva fuori di Chiesa, per farla in pezzi, fu da’ contadini calpestata e infranta co’ piedi, finché si ridusse in minute parti: ed invero fu una gran disgrazia del povero Pietro il condursi a vedere quasi tutte le più bell’opere sue rovinate da quella gente. Di queste egli spesso si doleva amaramente, vedendo d’aver quasi perduto insieme con esse nel mondo la memoria del proprio nome: e nel trovarsi, ch’e’ faceva spesso con quella mala brigata, ne fece talora così gran rammarico, che si vide più volte in pericolo di farsi ammazzare. Pervenuto finalmente questo valentuomo all’età di sessanta sei anni, nel giorno de’ due di Giugno del 1563 pagò il comune debito della Natura. Fu quest’artefice uomo rozzo di tratto e d’aspetto; onde è, che se non fosse stata la sua virtù, sarebbe egli stato poco stimato. Tenne un modo di vestire tanto abbietto, che si trovò alcune volte chi, coll’occasione dell’ordinargli alcun lavoro andava alla sua bottega, credendolo un macinatore di colori, o altra vile persona, gli domandò dove fosse il maestro. Per ordinario si fece pagar poco le sue opere. Non ebbe gran pratica in far figure piccole, ma bensì nelle molto grandi, ove consistono le maggiori difficoltà dell’arte. Fu buon prospettivo, ornò benissimo le sue figure, fece bene i panni e gli animali. Gran parte de’ suoi quadri furono comprati da Jacob Raeuwaert: ed una bellissima cucina, dov’egli aveva ritratto al naturale il suo secondo figliuolo, in età di piccolo bambino, ebbe un tal Ravert in Amsterdam. Di Pietro Lungo trovo aver fatta una breve menzione il Vasari nella seconda e terza parte, per notizia avuta di lui, com’egli scrisse, da Gio. Bologna da Dovai, e da Gio. Strada, con queste precise parole. Pietro Aersen, detto Pietro Lungo, fece una tavola con sue ale nella sua patria d’Amsterdam, dentrovi la nostra Donna, ed altri Santi, la quale tutt’opera costò 2000 scudi. Di questo Pietro ne rimasero tre figliuoli: il primo de’ quali fu Pieter Pietersz, il quale fu gran pittore, e imitò assai la maniera di suo padre e maestro, e fu solito far molto dal naturale, come quegli, a cui poche occasioni si presentarono di far quadri grandi. Morì in Amsterdam d’età di anni sessantadue l’anno 1603 lasciando di sé gran fama, non tanto pel valore nell’arte della pittura, quanto per l’eloquenza e dottrina sua, avendo atteso anche alle lettere. Il secondo fu Aert Pietersz, uomo, che fino dalla sua gioventù operò bene in pittura, e fu molto pratico in far ritratti al naturale, sebbene ebbe ancora buonissima abilità nelle istorie. Dirick Pietersz, più giovane otto anni d’Aert, fu anch’egli discepolo del padre, e operò a Fontanablò in Francia. Questi nell’ultima guerra avanti al 1610 fu ammazzato. Pieter il primo lasciò un figliuolo, che fu ancora egli pittore, e seguì la maniera del padre.

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Fioriva nel 1540. Siccome in Italia le città di Firenze, di Venezia, e di Roma, furono sempre in gran pregio, per gli eccellenti uomini, che esse diedero alle nostre arti, così in Olanda fu sempre in grande stima la città di Haerlem, pe’ molti, che di essa riuscirono eccellenti in tali professioni. Fra questi fu Jan Mostart, nobile di quella città, il quale, fino dalla sua fanciullezza, tirato da una grande inclinazione al disegno, si pose sotto la disciplina di Jacob di Haerlem valente pittore. Aveva Giovanni avuto un suo antenato, di cui riteneva il cognome di Mostart, il quale egli aveva acquisito per sé, coll’occasione di essersi trovato coll’Imperador Federigo, e il Conte di Clovis, nel tempo ch’egli andò in Terra Santa; perché nella presa di Damiaten, da altri detta Pelusia in Egitto, mostrò sì gran valore nel combattere coll’arme bianca, che la plebe ignorante, per ischerzo gli diede il nome di uomo forte quanto la mostarda, d’onde poi Mostart. Checché si sia di questo, verissima cosa è, che egli per la sua bravura fu dall’Imperadore dichiarato nobile, e gli furono date per armi tre Spade in campo rosso, che fu poi la sua ordinaria insegna e de’ suoi. Giovanni dunque, del quale parliamo, non solamente fu un gran pittore, ma fu uomo discreto, benigno e manieroso: e perciò fu amato assai, dalla plebe non solo, ma anche dalla nobiltà; e finalmente fu dichiarato Pittore di Madama Margherita, la Sorella dell’Arciduca Filippo, primo di questo nome, Re di Spagna, e Padre di Carlo V. Essendo in questo servizio, studiò tanto in farsi ben volere da ognuno, che oltre all’essere stato sempre da tutti ben visto, giunse a tal segno di grazia colla Padrona sua, che ovunque ell’andava, doveva esser sempre ancora egli. In diciott’anni, ch’egli stette in quella Corte, fece molte opere; e perché era singolarissimo in far ritratti al naturale, i quali faceva parer vivi, ritrasse molte Dame e Cavalieri. Tornatosene poi in Haerlem, fu sempre la sua stanza frequentata da persone d’alto affare. In questa città in casa un certo Jacopynen erano l’anno 1604 alcune tavole, e fra queste una tavola da Altare, con sua predella, dov’era rappresentato il Natale di Cristo, opera assai celebrata da’ professori. In casa di un suo nipote, figliuolo di un suo figliuolo, si vedevano molte cose di sua mano. Niclaes Suycker, che è quanto dire in nostra lingua Niccolò Zucchero, aveva un pezzo di quadro d’un Ecce Homo, grande quanto il naturale, e più che mezza figura, dove erano alcuni ritratti fatti al vivo; e per uno di que’ soldati, che teneva legata la persona di Cristo, aveva ritratto un tal Pier Muys, cioè Pietro Topo, birro di quella città, che per esser calvo di testa e di brutto aspetto, stimò molto appropriato a rappresentare tal figura. Eravi ancora un quadro di un banchetto degli Dei: e un paese, che rappresentava l’Indie, con molte figure ignude e abitazioni, fatte all’uso di quelle parti. Questo però non era interamente finito. Vi era ancora il ritratto della Contessa Jacoba e del Signor di Borsele suo marito, con abito all’usanza antica. Vi era pur di sua mano il ritratto di sé stesso, che fu quasi l’ultima opera, ch’ei facesse. Erasi egli figurato ignudo, in atto umile, genuflesso, colle mani giunte, dalle quali pendeva una corona. In lontananza era un paese, fatto al naturale, e nell’aria si vedeva Cristo sedente, in atto di giudicare: da una parte aveva figurato il demonio, che l’accusava avanti al Tribunale d’Iddio: dal’altra parte aveva fatto vedere un Angelo, in atto di chieder per lui misericordia. In casa di Jacob Ravart in Amsterdam, era pur di sua mano una bella figura di Sant’Anna. Appresso di Floris Lehoterbosch, Consigliere nell’Haja, luogo della Corte d’Olanda, era un Abramo con Sarra, Agar ed Ismaele, di grandezza di più che mezza figura, con belli abiti, e acconciature al modo antico. In casa di Jan Claesz Pittore, discepolo di Cornelis Cornelisz, tra l’altre cose era un San Cristofano, con un paese assai grande. Nella Corte del Principe era un Santo Uberto, fatto con grande osservazione del naturale. Assai grandi e belle opere di Mostart arsero in Haerlem, insieme colla sua casa, in un grand’incendio, che s’appiccò in quella città. Fu questo pittore uomo di giudizio, spiritoso, e valente nell’operar suo, tantoché Marten Hemsckerck, Pittore celebre, era solito dire asseverantemente, che Mostart aveva superato tutti gli altri maestri, ch’egli aveva conosciuto: e si racconta, che Jan di Mabuse, pure anch’egli ottimo pittore, il pregasse una volta d’andare ad ajutargli nell’opere della Badia di Midelburgh; ma il Mostart, per non lasciare il servizio di quella gran Dama e Principessa, della quale egli anche, secondo alcune scritture, che furon trovate in essa casa, era stato dichiarato Gentiluomo, recusò di farlo. Seguì la morte di lui fra il 1555 e il 1556 essendo egli d’assai buona età.

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