Nominativo - Polidoro da Caravaggio (Polidoro Caldara, detto)

Numero occorrenze: 7

Vocabolario toscano dell'arte del disegno

1681

Chiaroscuro

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Chiaroscuro
. Pittura d'un color solo, al quale si dà rilievo con chiari e con iscuri del color medesimo. Secondo quello che ne lasciò scritto l'erudito Carlo Dati nelle sue Vite, chiaroscuro è lo stesso che
Monocromato
, una sorta di pittura degli antichi, così detta, perchè era d'un sol colore
. Del Monocromato scrive Plinio nel Libro 35. cap. 3. ma però e da avvertire, che egli quì parla di quella sorta di Monocromato, che usarono i primi inventori dell'Arte, colorendo le figure d'un sol colore, col quale riempievano il dintorno di esse, senza alcun rilevo, per non v'esser, nè ombre, nè lumi. Il qual modo di dipignere viene attribuito a Igienonte, e Dina; perchè trovasi ancora che Zeusi ed Apelle attesero a' Monocromati; ma questi dobbiamo credere che fossero i nostri artificiosi chiariscuri, i quali veramente sono tutti d'un sol colore, o bianco, o giallo, o verde, o altro; perchè il chiaro, lo scuro, e la mezza tinta, o più chiari, o più scuri che sieno, non lasciano d'essere di quello stesso colore, del quale la pittura a chiaroscuro si fa. Lodovico Mongioioso(nel suo Gal. Romæ Hosp.) à tenuta opinione, che sotto nome di Monocromato s'intenda anche quella pittura, che contiene in sè varj colori, ma non mescolati fra di loro: come sono alcuni panni di Turchìa, parendogli che tale sia il sentimento delle parole dello stesso Plinio nel suddetto Lib. 35. cap. II. ove tratta d'alcuni simili panni d'Egitto, e come (diremmo oggi) sono i colori delle carte da giuocare, nelle quali ogni colore è schietto senza mescolanza dell'altro. A questo nome di Monocromato il citato Autore è di parere ancora, che possano ridursi i disegni fatti sopra carta, servendosi della stessa carta per chiaro o per iscuro; onde il soprannominato Carlo Dati stimò, potersi anche dire Monocromati, i disegni di matita nera, o rossa, o di gesso, sopra carta azzurra; i famosi cartoni di Michelagnolo, e d'altri eccellentissimi Pittori; quel ritratto che Apelle principiò col carbone sul muro alla presenza di Tolomeo, e tutte le stampe intagliate in legno o in rame; perchè dice egli (e così è veramente) che quello scuro e chiaro, che da il rilievo, non fa esser la pittura di colori diversi, ma d'un solo, ove più, ove meno profondo. Fra' più celebri Pittori che abbiano operato a chiaroscuro, si contano Andrea del Sarto, Fra Bartolommeo di S. Marco, Fiorentini; Polidoro da Caravaggio, ed altri di lui imitatori, usciti dalla squola di Raffaello.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

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C Caccini, Giovanni, decenn. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 49. Casa, Melchior, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 525. in fine. Calandrino, Nozzo di Perino, decen. 4. del sec. I. a c. 64. Calcagni, Antonio, decen. 3. della parte 2. del sec. 4. a c. 223. Caldara, Pulidoro, decenn. 3. del sec. 4. a c. 281. Vedi da Caravaggio. Calliari, Benedetto, dec. 2. della p. 2. del secolo 4. a c. 139. Calliari, Carletto, decenn. 5. del sec. 4. a c. 348. Calliari, Paolo, decenn. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 56. Callot, Jacopo, decenn. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 109. Calvart, Dionisio, decenn. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 97. Calvi, Lazzaro, decenn. 3. del sec. 4. a c. 247. Calvi, Pantafilco, decenn. 3. del sec. 4. a c. 248. Camassei, Andrea, decenn. 3. della parte I. del sec. 5. a c. 228. Cambioso, Giovanni, decenn. 3. del secolo 4. a c. 263. Campi, Antonio, decen. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 86. Campi, Bernardino, decenn. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 61. Campi, Galeazzo, decenn. 2. del sec. 4. a c. 230. Campi, Giulio, dec. 4. del sec. 4. a c. 296. Campi, Vincenzio Antonio, decen. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 87. Canneri, Anselmo, decenn. 4. del secolo 4. a c. 329. Cantagallina, Remigio, decenn. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 77. Canuper, Niccola, decenn. 3. della parte I. del sec. 5. a c. 197. Capellino, Giovambaista, decenn. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 161. Caporali, Giulio, dec. 4. del sec. 4. a c. 289. Capiro, Francesco, decenn. 5. della parte I. del sec. 5. a c. 539. Caracci, Agostino, decenn. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 69. Caracci, Annibale, decenn. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 72. Caracci, Lodovico, decen. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 57. Carboni, Giovanni, dec. 3. della p. I. del sec. 5. a c. 201. al vers. 28. Carcani, Filippo, decen. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 526. verso il mezzo. Cardi, Fra Lodovico Cigoli, che è lo stesso, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 15. Carducci, Bartolommeo, decen. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 155. Carducci, Vincenzio, decenn. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 313. Carlone, Gio., decenn. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 303. Caroselli, Agnolo, decenn. 2. della parte 3. del sec. 4. a c. 307. Caroti, Giovanni, decenn. 4. del sec. 4. a c. 286. Caroti, Gio. Francesco, decenn. I. del sec. 4. a c. 184. Casolani, Alessandro, decenn. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 214. Castello, Bernardo, decen. 2. della parte 3. del sec. 4. a c. 287. Castello, Castellino, decen. 3. della parte 3. del sec. 4. a c. 419. Castello, Valerio, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 535. Castiglione, Gio. Benedetto, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 534. Cateni, Gio. Cammillo, decenn. 5. della p. I. del sec. 5. a c. 528. al vers. 8. Cav. Fra Bartolommeo Preti, decen. 6. della par. 2. del sec. 6. a c. 633. Vedi il Pittor Calavrese. Cavallini, Pietro, dec. I. del sec. 2. a c. 6. Cecco Sanese, dec. 3. del sec. 4. a c. 247. al verso 18. Cennini, Cennino di Drea, decenn. 8. del sec. 2. a c. 90. Cerquozzi, decenn. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 189. Vedi Michelagnolo delle Battaglie.Cesi, Bartolommeo, decenn. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 54. Chellini, Artu, decenn. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 378. Chellini, Erasmo, decen. 4. della parte I. del sec. 5. a c. 378. Chiavistelli, Jacopo, dec. 3. della p. I. del sec. 5. a c. 278. al verso 30. Chiesa, Silvestro, decenn. 5. della parte I. del sec. 5. a c. 534. Chiodarolo, Gio. Maria, decenn. 3. del sec. 4. a c. 280. Ciamborlani, Gio. Grisostomo, dec. 3. della p. I. del sec. 4. a c. 231. al v. 27. Ciaminghi, Francesco, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 527. al vers. 19. Cigoli, Fra Lodovico, che è lo stesso, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 15. Cimabue, Giovanni, par. I. decenn. I. del sec. I. a c. 1. Cioli, Simone, decenn. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 267. Cioli, Valerio, decenn. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 173. Civitali, Matteo, decenn. 4. della parte I. del sec. 3. a c. 99. verso il mezzo Claesz, Cornelio, decenn. 3. della parte 3. del sec. 4. a c. 398. Claudio Gellee, o Claudio Lorenese, decenn. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 353. Cleayer, Gasparo, decenn. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 120. Cleef, Ivos, decenn. 2. del sec. 4. a c. 215. Vedi il Pazzo. Coccapani, Gio., decenn. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 123. Coccapani, Sigismondo, dec. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 132. Cocxie, Michel, dec. 4. del sec. 4. a c. 301. Coignet, Gillis, decenn. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 167. Colomboni, Don Angiol Maria, decenn. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 305. Comodi, Andrea, decen. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 260. Coninche, David, decenn. 7. della parte 2. del sec. 7. a c. 623. Corsiers, Gio. decenn. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 379. Contarino, Giovanni, decenn. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 201. Copè Fiammingo, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 196. al verso 35. Coques, Gonsalo, decen. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 416. Cornelisz, Jacob, dec. I. del sec. 4. a c. 190. Cornelisz, Pieter, decen. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 243. Corona, Lionardo, decen. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 209. Corso, Niccolò, dec. 2. sec. 4. a c. 232. Cort, Cornelio, decenn. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 222. Cortesi, Padre Jacopo, dec. 5. della p. I. del sec. 5. a c. 417. Vedi il Borgognone. Cosci, Gio. Balducci, det. Cosci, dec. 3. della p. 2. del sec. 4. a c. 218. Vedi Balducci. Cozzerelli, Jacopo, decenn. 4. della parte I. del sec. 3. a c. 106. Crebbe, Frans, dec. 4. del sec. 4. a c. 305. Cristofani, Fabio, decenn. 5. della parte I. del sec. 5. a c. 526. al verso 27. Cristofano da Modana, decen. 9. del secolo 2. a c. 101. Curradi, Raffaello, decenn. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 138. Curt, Girolamo, decenn. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 267. Vedi Dentone.

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D Da Bassano, Leandro da Ponte, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 202. Daddi, Bernardo, decenn. 6. del sec. 2. a c. 70. Daddi, Cosimo, decenn. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 162. Da Caravaggio, Michelagnolo, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 274. Vedi di Morigi. Da Caravaggio, Pulidoro, decenn. 3. del sec. 4. a c. 281. Vedi Caldara. Da Codignuola, Girolamo, decenn. 3. del sec. 4. a c. 280. Da Cornolo, Fra Simone, decen. 2. del sec. 4. a c. 232. Da Corte, Cesare, decenn. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 225. Da Empoli, Jacopo, decen. 3. della parte 2. del sec. 4. a c. 177. Da Fabbriano, Gentile, dec. 4. della p. I. del sec. 6. a c. 104. Da Ferrara, Antonio, decenn. 9. del sec. 2. a c. 103. Dal Castagno, Andrea, decenn. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 91. Dalmasi, Lippo, decenn. I. della par. I. del sec. 3. a c. 31. Damini, Piero, decenn. 3. della parte I. del sec. 3. a c. 293. Da Modana, Pellegrino, decen. I. del sec. 4. a c. 195. Vedi Pellegrino. Da Montelupo, Baccio, decennale 10. Par. 2. del sec. 3. a c. 146. Danckerse de Ry, Pietro, decenn. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 379. Dandini, Cesare, decen. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 210. Da Pesero, Simone, dec. 3. della p. 3. del sec. 4. a c. 333. nel mezzo. Da Sarzana, Domenico, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 537. Vedi Fiasella. Da Sarzana, Lionardo, decen. 2. della parte 3. del sec. 4. a c. 222. Da Savoja, Carlo, decen. 4. della parte I. del sec. 5. a c. 377. Da Sestri, Antonio, decenn. 5. della p. I. del sec. 5. a c. 536. Vedi Travi. Da Siena, Marco, decen. 4. del sec. 4. a c. 312. Da Siena, Matteo, decenn. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 238. Da Turrita, Fra Jacopo, decenn. 2. del sec. I. a c. 41. Da Udine, Giovanni, decenn. 3. del secolo 4. a c. 278. Vedi Nani. Da Urbino, Prete, decen. 3. del sec. 4. a c. 242. Da Urbino, Raffaello, decen. I. del secolo 4. a c. 171. Vedi Raffaello. Da Vignola, Jacopo, decenn. 4. del secolo 4. a c. 321. Vedi Barozzi, e vedi il Vignola. Da Voltri, Orazio, decen. 5. della parte I. del sec. 5. a c. 534. al verso 7. De Acken, Hans, dec. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 190. De Backer, Jaques, decenn. I. della par. I. del sec. 4. a c. 71. De Brevil, Toussaint, dec. 3. della parte 2. del sec. 4. a c. 274. De Bevervuyck, Jan Cornelisz Vermeyn, dec. 3. del sec. 4. a c. 248. De Bie, Adriano, dec. 3. della p. I. del sec. 5. a c. 198. De Bles, Hezzi, decen. 4. del sec. 4. a c. 224. De Brie, Gio., dec. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 272. De Ferrari, Gio. Andrea, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 538. De Goes, Ugo, dec. 10. Par. 2. del secolo 3. a c. 152. De Hagelstein, Jacopo Ernesto, dec. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 121. Vedi Toman. De Heere, Lucas, decen. 2. della parte 2. del sec. 4. a c. 412. De Jode, Pietro, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 378. De Kocck, Luca Cornelisz, dec. 2. del sec. 4. a c. 221. De Niculant, Guglielmo, dec. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 120. De Poindre, Jacques, decenn. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 69. De Riycke, Beraert, decenn. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 167. De Rogeri, Roger, dec. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 274. De’ Rossi, Vincenzio, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 168. De Secu, Martinus, decenn. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 65. De’ Servi, Fra Gio. Vincenzio, dec. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 238. Vedi Fra Gio. Vincenzio. De’ Servi, Gostantino, decen. I. della par. 3. del sec. 4. a c. I. Desiderio da Settignano, decen. I. della par. I. del sec. 3. a c. 41. De Werdt, Andriaen, decenn. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 67. De Winghen, Joos, dec. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 175. De Wit, Gaspero, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 377. De Witte, Pieter, dec. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 185. De Vos, Martino, decen. I. della parte 2. del sec. 4. a c. 83. Del Barbiere, Alessandro Fei, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 186. Del Bianco, Baccio, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 311. Del Bresciano, Andrea e suo Fratello, dec. 2. del sec. 4. a c. 227. Del Cav., Batista, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 172. Del Cerajuolo, Antonio, dec. 3. del secolo 4. a c. 264. Del Ghirlandajo, Domenico, dec. 8. par. 2. del sec. 3. a c. 134. Del Kozzo, Antonio, dec. 3. del sec. 4. a c. 247. al verso 4. Del Monte, Diodato, dec. 3. della parte 3. del sec. 4. a c. 413. Del Moro, Marco, d. 5 del s. 4. a c. 332. Del Pollajolo, Antonio, dec. 6. della par. 2. del sec. 3. a c. 116. Del Ponte, Paolo, decen. 4. della parte I. del sec. 5. a c. 377. Del Sarto, Andrea, dec. I. del sec. 4. a c. 201. Vedi Andrea del Sarto. Del Verrocchio, Andrea, dec. 6. della par. 2. del sec. 3. a c. 170. Dentone, Girollamo, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 267. Vedi Curti. Dell’Altissimo, Cristofano, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 170. Della Barba, Galeazzo Rivello, dec. I. del sec. 4. a c. 198. Vedi Rivello. verso il fine. Della Bella, Stefano, dec. 3. della parte I. del sec. 5. a c. 242. Della Grammatica, Antiveduto, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 246. Della Robbia, Andrea, dec. 8. par. 2. del sec. 3. a c. 130. Della Robbia, Luca, dec. 2. della par. I. del sec. 4. a c. 65. Della Vite, Timoteo, dec. 10. par. 2. del sec. 3. a c. 151. Dello Sciorina, Lorenzo, d. I. della p. 3. del s. 4. a c. 172. è lo stesso, che Vajani. Di Artese, Jacopo, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 379. Di Balench, Enrigo, dec. 2. della p. 3. del sec. 4. a c. 238. verso il fine. Di Banco, Nanni d’Antonio, dec. 2. della par. I. del sec. 4. a c. 49. Di Benedetto, Zanobi, decen. 4. della par. I. del sec. 6. a c. 96.

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M Macchietti, Girolamo, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 175. Maes, Eriest Krynsz, decen. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 398. Maganza, Alessandro, dec. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 207. Maggi, Girolamo, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 151. Maglia, Michele, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 526. verso 31. Magnano, Cristofano, dec. 2. della parte 2. del sec. 4. a c. 164. Magnasco, Stefano, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 539. Mainero, Gio. Batista, decen. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 533. Malombra, Pietro, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 211. Manetti, Rutilio, decen. 2. della p. I. a c. 92. del sec. 5. Mannozzi, Gio., decen. 2. del sec. 5. a c. I. Vedi Gio. da S. Gio.Mantovano, Gio. Batista, dec. 5. del sec. 4. a c. 333. Vedi Gio. Batista. Marcantonio Raimondi, dec. I. del secolo 4. a c. 187. Vedi Raimondi. Marco di Guccio, decenn. 7. del sec. 2. a c. 80. Mariani, Cammillo, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 245. Marinari, Onorio, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 577. al verso 20. Marcellini, Carlo, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 522. al verso 6. Marten, dec. 4. del sec. 4. a c. 302. Martini, Francesco, dec. 4. della par. I. del sec. 6. a c. 106. Marucelli, Gio. Stefano, dec. 2. della p. I. del secolo 5. a c. 122. Masaccio, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 70. Mascagni, Fra Arsenio, dec. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 79. Vedi Fra Arsenio.Masolino da Panicale, dec. 10. del secolo 2. a c. 108. Maturino, dec. 3. del sec. 4. a c. 281. Mazzaoli, Giuseppe, dec. 5. della parte I. del sec. 5. a c. 526. al verso 42. Mecherino, Domenico, dec. I. del secolo 4. a c. 196. Vedi Beccafumi. Meert, Pietro, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 377. Meyssens, Gio., dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 377. Melissi, Agostino, dec. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 77. al verso 31. Melzo, Francesco, dec. 10. della par. 2. del sec. 3. a c. 157. Memmi, Simone, decen. I. del sec. 2. a c. 3. Memmi, Lippo, dec. 3. del sec. 2. a c. 34. Merano, Francesco, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 532. Vedi il Paggio. Metelli, Agostino, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 286. Michelagnolo delle Battaglie, decen. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 189. Vedi Cerquozzi. Michel Agnolo Scultore, dec. 4. del secolo 4. a c. 307. Michele, Parrasio, dec. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 168. Miel, Cav. Gio, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 366. Milano, Giulio Cesare, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 338. verso il fine. Milone, Altobello, decen. I. del sec. 4. a c. 199. Minnerbroes, Frans, dec. 4. del sec. 4. a c. 304. Mino da Siena, decen. 6. del sec. 2. a c. 74. Mireveld, Michel Jansen, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 230. Myten, Atet, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 122. Moccio, dec. 6. del sec. 2. a c. 74. Mochi, Orazio, dec. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 137. Molenaer, Cornelis, dec. 5. del sec. 4. a c. 341. Molosso, dec. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 165. Vedi Trotto. Momo da Siena, decenn. 3. del sec. 4. a c. 247. al verso 12. Momper Giuseppe, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 238. al verso 23. Monaco Camaldolese, Don Lorenzo, dec. 8. del sec. 2. a c. 94. Monaco dell'Isole dell'Oro, dec. 8. del sec. 2. a c. 88. Monfoort, Antonis, o Blocklandt, decen. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 150. Monscher, Jaques, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 398. al verso 35. Monsu Giusto, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 167. Vedi Subtermans. Montanari, Gio. Agostino, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 419. Montfoort, Pieter Geritsz, dec. 3. della p. 3. del sec. 4. a c. 398. al vers. 36. Montemezzano, dec. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 240. Monti, Gio. Batista, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 534. Mostart, Frans, e Gillis fratelli, dec. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 166. Mostart, Jan, dec. 2. del sec. 4. a c. 305. Morandi, Gio. Maria, dec. 2. della parte I. del sec. 5. a c. 77. al verso 25. Morandini, Francesco di ser Francesco, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 188. Morecls, Pnuxels, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 398. Morenello, Andrea, dec. 2. del sec. 4. a c. 232. Moreno, Fra Lorenzo, dec. 2. del secolo 4. a c. 232. Moretto, Cristofano, dec. I. del sec. 4. a c. 198. in fine. Morigi, Michelagnolo, decen. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 274. Vedi da Caravaggio. Moro, Antonis, dec. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 59. Moroni, Pompeo, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 528. al verso 20. Morosini, detto Montepulciano, Francesco, dec. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 77. al verso 19. Musante, Gio. Luigi, dec. I. della parte I. del sec. 4. a c. 223.

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Fu Raffaello anche nell’opere di Architettura eccellentissimo; e fra’ molti disegni e modelli, ch’e’ fece per dimolte fabbriche, si annovera quello delle scale Papali e delle logge, cominciate da Bramante, e degli ornamenti di stucchi; e fece dipignere esse logge da Giulio Romano, da Gio. Francesco Penni, da Perin del Vaga, Pellegrin da Modana, Vincenzio da San Gimignano e Polidoro da Caravaggio, facendo capo dell’opera degli stucchi e delle grottesche Giovanni da Udine. Diede il disegno per la Vigna del Papa, di più case in Borgo, e di Santa Maria del Popolo; e con suo modello fu fabbricato, nella città di Firenze, in via di San Gallo, il bel palazzo di Giannozzo Pandolfini Vescovo di Troja. E perché era, mercé della sua virtù, divenuto molto ricco, fece per sé medesimo fabbricare, coll’assistenza di Bramante, in Roma, un bel palazzo in Borgo Nuovo. Pel Monastero di Santa Maria dello Spasimo di Salerno, fece la gran tavola del Cristo portante la Croce, altra volta nominata, la quale ben coperta e incassata, già si conduceva per mare al luogo suo, quando rottasi ad uno scoglio la nave, periti gli uomini e le mercanzie, quella sola si salvò; conciossiacosaché fosse portata nel mare di Genova, e quivi tirata a terra, senz’alcuna macchia o lesione fosse ritrovata: e parve in un certo modo, che’l mare, avvezzo a spogliare la terra de’ suoi più ricchi tesori, non osasse imbrattarsi di furto sì detestabile, col rapire una delle più ricche gioje, che’l mondo avesse. Finalmente dipinse Raffaello, di tutta sua mano, per Giulio Cardinal de’ Medici, che fu poi Clemente VII la stupenda tavola della Trasfigurazione di Cristo, per mandare in Francia, lasciando a finire per l’ultima cosa la faccia del Salvatore. Volle egli in quel Sacro Volto unire insieme ogni sua abilità, e fare, siccome fece, gli ultimi sforzi dell’arte. Non ebbe appena quella finita, che sopraggiunto dall’ultima infermità, non toccò più pennelli; ed invero non poté la mano di Raffaello assuefatta ad esprimere maraviglie, collocare altrove, che in simile oggetto, il non plus ultra delle divine opere sue. Ed io voglio qui raccontare la fine di quest'uomo degnissimo, colle stesse parole appunto, colle quali il Vasari la descrisse; acciocché con tal racconto abbia notizia il lettore di alcune circostanze, che, a mio credere, non pajono da tralasciarsi da noi in questo racconto. Dice egli adunque così: Avendo egli stretta amicizia con Bernardo Divizio, Cardinale di Bibbiena, il Cardinale l’aveva molti anni infestato per dargli moglie; e Raffaello non aveva espressamente ricusato di far la voglia del Cardinale; ma aveva ben trattenuto la cosa, con dire, di volere aspettare, che passassero tre o quattro anni; il qual termine venuto, quando Raffaello non se l’aspettava, gli fu dal Cardinale ricordata la promessa: ed egli vedendosi obbligato, come cortese, non volle mancare della parola sua: e così accettò per donna una nipote di esso Cardinale; e perché sempre fu malissimo contento di questo laccio, andò in modo mettendo tempo in mezzo, che molti mesi passarono, che’l matrimonio non consumò: e ciò faceva egli, non senza onorato proposito; perché avendo tanti anni servita la Corte, ed essendo creditore di Leone di buona somma, gli era stato dato indizio, che alla fine della Sala, che per lui si faceva, in ricompensa delle fatiche e delle virtù sue, il Papa gli avrebbe dato un Cappello rosso, avendo già deliberato di farne un buon numero, e fra essi qualcuno di manco merito, che Raffaello non era: il qual Raffaello attendendo intanto a’ suoi amori, così di nascosto, continuò fuor di modo i piaceri amorosi; onde avvenne, che una volta, fra l’altre, disordinò fuor del solito, perché tornato a casa con una grandissima febbre, fu creduto da’ Medici, che e’ fosse riscaldato; onde non confessando egli il disordine, che aveva fatto, per poca prudenza loro gli cavarono sangue, dimanieraché indebolito si sentiva mancare, laddove egli aveva bisogno di ristoro, perché fece testamento. E prima, come Cristiano, mandò l’amata sua fuor di casa, e le lasciò modo di vivere onestamente. Dopo divise le cose fra’ discepoli suoi, Giulio Romano, il quale sempre amò molto: Gio. Francesco Fiorentino, detto il Fattore; e non so chi Prete da Urbino, suo parente. Ordinò poi, che delle sue facultà in Santa Maria Rotonda si restaurasse un tabernacolo di quegli antichi di pietre nuove: e un Altare si facesse, con una statua di nostra Donna, di marmo, la quale per sua sepoltura e riposo dopo la morte sua si elesse; e lasciò ogni suo avere a Giulio Romano e Gio. Francesco Fiorentino, facendo Esecutore del Testamento M. Baldassarri di Pescia, allora Datario del Papa. Poi, confesso e contrito, finì il corso della sua vita, il giorno medesimo che nacque, che fu il Venerdì Santo, d’anni 37, l’anima del quale è da credere, che come di sue virtù ha abbellito il mondo, così abbia di sé medesima adorno il cielo. Gli misero alla morte al capo nella sala, ove lavorava, la tavola della Trasfigurazione, che aveva finita pel Cardinal de’ Medici; la quale opera, nel vedere il corpo morto, e quella viva, faceva scoppiar l’anima di dolore a ognuno, che quivi guardava; la qual tavola, per la perdita di Raffaello, fu messa dal Cardinale a San Pietro a Montorio all’Altar maggiore, e fu poi sempre, per la rarità di ogni suo gesto, in gran pregio tenuta. Fu data al corpo suo quell’onorata sepoltura, che tanto nobile spirito aveva meritato, perché non fu nessuno artefice, che dolendosi, non piangesse, e insieme alla sepoltura non l’accompagnasse. Fin qui il Vasari.

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Discepoli di Raffaello da Urbino, fiorivano nel 1525. Non mandò mai la Natura al mondo alcun lume di prima grandezza in qualsifosse arte o scienza, che essa non intendesse, per mezzo di quello, partorire altri splendori, in gran numero, per isgombrare da’ secoli presenti e da’ futuri ancora, le caligini dell’ignoranza, e farli godere della luce, che seco portano le operazioni lodevoli degli uomini virtuosi; onde non è maraviglia, che al risplender che fece in Roma, in tutta Italia e fuori, il valore nell’arte della Pittura del gran Raffaello da Urbino, ben presto si vedessero sorgere tanti e così eccellenti artefici, che ben si potea dire avventurato, non solo quel secolo e questo presente, ma altri ancora, a’ quali, per l’avvenire, la spietata tirannia del tempo, non toglierà così presto l’esser partecipi delle singolarissime opere loro. Uno di questi per certo fu il celebratissimo Pulidoro da Caravaggio di Lombardia , che si può dire, che fino dal ventre della madre portasse col genio l’abilità e, stetti per dire, in quest’arte la maestria medesima. Questi, nato di umilissimi parenti, astretto da povertà, fu necessitato ad esercitare fino all’età di diciotto anni il mestiere del manovale, in quel tempo appunto, che in Roma la sempre gloriosa memoria di Leon X faceva fabbricare le Logge. Nel cominciarsi poi quelle a dipignere da Giovanni da Udine e dagli altri, sotto la scorta di Raffaello, il giovanetto forte portato da natura, non poté contener-si di non dar fuori il gran genio, ch’egli aveva a quell’arte; e fatta amicizia con tutti que’ pittori, e più che ogni altro, con Maturino Fiorentino, tanto s’avanzò nell’intelligenza degli ottimi precetti di quella, che in pochi mesi diede di sé stesso non ordinario stupore, e in disegno e in invenzione avanzò tutti gli altri giovani di quella scuola. Era però il colorito, tanto del Caravaggio, quanto dell’inseparabile suo compagno e imitatore Maturino, non tanto vivace ed allegro, quanto quello degli altri loro condiscepoli: alla qual cosa avendo l’uno e l’altro fatta riflessione, e osservato, che Baldassarri da Siena aveva dipinte alcune facciate di case a chiaroscuro, deliberarono (pigliando strada più corta) lasciar le difficultà del colorito, e attenersi con grande studio a tutte l’altre parti della pittura, col rappresentar sempre l’opere loro solamente in chiaroscuri. Fatta questa deliberazione, fecero questi due una così stretta comunione e di volontà e d’opere e d’avere, che se non fosse stato poi il sacco di Roma, non avrebbe avuto forza per dividerla, altri che la stessa morte. La prima opera che facessero, fu una facciata, in essa città di Roma, a Monte Cavallo, rimpetto a San Silvestro, nella quale furono ajutati da Pellegrin da Modana, che era assai avanzato nella pratica, e diede loro grande animo. Un’altra ne fecero rimpetto alla porta del fianco di San Salvatore in Lauro. Dipinse una storia dalla porta del fianco della Minerva, e una facciata a Ripetta sopra Santo Rocco, dove fecero vedere una quantità di mostri marini, lavorati con grande artificio. Dieronsi poi a studiare l’antichità di Roma, che non restò cosa o sana o rotta ch’essa si fosse, che e’ non disegnassero; donde cavarono l’ottima maniera ed invenzione de’ chiaroscuri, che fecero poi, come può ciascuno riconoscere dall’opere medesime. Fecero sulla Piazza di Capranica una facciata colle Virtù Teologali, e un bel fregio sotto le finestre, con altri vaghi componimenti. In Borgo nuovo dipinsero una facciata a sgraffio: un’altra sul canto della Pace; una nella casa degli Spinoli verso Parione; una del trionfo di Cammillo, con un antico sacrificio vicino a Torre di Nona. Verso Sant’Angelo una bellissima facciata con la storia di Perillo, messo nel Toro di bronzo, da sé inventato; fecero in una casa della strada, che va all’immagine di Ponte; un’altra alla Piazza della Dogana, allato a Santo Eustachio, con bellissime battaglie: e in somma tante e tante ne dipinsero, che troppo lungo sarebbe il descriverle. Lavorarono nel giardino di Stefano del Bufalo, storie del Fonte di Parnaso: ed in altre case di nobili persone, fecero infinite pitture di camere, e fregi a fresco e a tempera; tantoché si può dire, in un certo modo, che non rimanesse in Roma casa, vigna, o giardino, dove questi due gran maestri non facessero opere. Occorse intanto lo strano caso del Sacco di Roma l’anno 1527 onde rifuggitosi ognuno, chi qua e chi là, Maturino ancor egli si fuggì, e poco dopo, a cagione, come si crede, de’ gran disagi patiti in quelle comuni miserie, sopraggiunto da morbo pestilenziale, nella stessa città di Roma finì i giorni suoi, ed in Santo Eustachio fu sepolto. Polidoro si portò a Napoli, dove pel poco gusto, ch’ei trovò in quella gente, delle cose di disegno e di pittura, a principio, poco ne mancò, che non si morisse di fame, essendosi fino condotto a lavorare a giornate con certi pittori: pe’ quali fece di sua mano, in Santa Maria della Grazia, nella Cappella maggiore, un San Pietro; e per un Conte dipinse una volta a tempera, una facciata, un cortile e logge, che tutte riuscirono opere meravigliose. In Sant’Angelo, allato alla Pescheria, fece alcuni quadri ed una tavola a olio. Ma vedendo finalmente non esser egli, e la propria virtù in quella città più che tanto ricevuta e stimata, se n’andò a Messina, dove gli fu dato molto da operare a olio, e fece gli archi trionfali, coll’occasione della passata di Carlo V dall’impresa di Tunis, e molte altre pitture. Desiderava egli vivamente di tornarsene a Roma, ritenuto da tal resoluzione solamente da una donna, che egli troppo teneramente amava. Ma in fine prevalendo in lui l’amor di Roma all’amor dell’amata, rotto ogni laccio, deliberò di colà portarsi; ma non già gli riuscì il veder Roma, perché fu sopraggiunto da una morte miserabile, se crediamo a quanto ne scrisse il Vasari con le seguenti parole: Levò dal Banco una buona quantità di danari, ch’egli aveva, e risoluto al tutto si partì. Aveva Pulidoro tenuto molto tempo un garzone di quel paese, il quale portava maggiore amore a’ danari di Pulidoro, che a lui; ma per avergli così sul Banco, non poté mai porvi su le mani, e con essi partirsi; per lo che caduto in un pensiero malvagio e crudele, deliberò la notte seguente, mentre che dormiva, con alcuni suoi congiurati amici dargli la morte, e poi partire i danari fra loro. E così sul primo sonno assalitolo, mentre dormiva forte, ajutato da coloro, con una fascia lo strangolò, e poi datogli alcune ferite, lo lasciarono morto: e per mostrar che essi non l’avessero fatto, lo portarono su la porta della donna da Polidoro amata, fingendo, che o i parenti o altri, in casa l’avessero ammazzato. Diede dunque il garzone buona parte di danari a que’ ribaldi, che sì brutto eccesso avevan commesso, e quindi fattigli partire, la mattina piangendo, andò a casa un Conte, amico del maestro morto; ma per diligenza, che si facesse in cercar molti dì chi avesse cotal tradimento commesso, non venne alcuna cosa alla luce. Ma pure, come Dio volle, avendo la natura e la virtù a sdegno d’esser per mano della fortuna percosse, fecero a uno, che interesse non ci aveva, dire, che impossibile era, che altri, che tal garzone l’avesse assassinato. Per lo che il Conte gli fece porre le mani addosso: e alla tortura messolo, senza che altro martirio gli dessero, confessò il delitto, e fu dalla giustizia condannato alle forche, ma prima con tanaglie infocate, per la strada, tormentato, e ultimamente squartato. Ma non per questo tornò la vita a Pulidoro, né alla Pittura si rese quell’ingegno pellegrino e veloce, che per tanti secoli non era più stato al mondo; per lo che, se allora che morì, avesse potuto morire con lui, sarebbe morta l’invenzione, la grazia e la bravura nelle figure, dell’arte, felicità della natura e della virtù, nel formare in un corpo così nobile spirito, e invidia ed odio crudele di così strana morte nel fato e nella fortuna sua: la quale, sebbene gli tolse la vita, non gli torrà per alcun tempo il nome. Furono fatte l’esequie sue solennissime, e con doglia infinita di tutta Messina, e nella Chiesa Cattedrale datogli sepoltura l’anno 1543. Tale dunque fu l’infelice fine di questi due grandi artefici, i quali, per la gran virtù loro, meritano di rimaner per sempre nella memoria degli uomini. Furono Pulidoro e Maturino bravissimi nell’operare, come ben mostrano le loro pitture: e quantunque Maturino non fosse così efficacemente portato dal genio e dalla natura alle cose dell’arte, quanto Pulidoro; contuttociò, e colla pazienza e col lungo studio, e coll’imitazione dell’opere del compagno, si portò sì bene, che l’uno e l’altro insieme, condussero sempre le cose loro, senza che apparisse fra esse differenza alcuna. Furono i primi, che pel grande studio fatto sopra tutto l’antico, arrivassero ad esprimere eccellentemente gli abiti, le fisionomie, i sacrificj, i vasi, l’armi, ed ogni altro strumento sacro o profano, servendosi di essi con sì esatta osservanza degli antichi costumi, che hanno dato gran gusto, ed anche qualche lume agli eruditi. Il tutto poi si vede accompagnato con invenzione, varietà, nobiltà e disegno tanto eccellente, che già quasi in due secoli trascorsi, non si sono vedute pitture in Roma, che sieno state e sieno tuttavia tanto studiate da ogni nazione, quanto quelle di costoro, che veramente hanno mostrato agli amatori dell’arte, il modo di farsi universali in ogni sorte di lavoro: e ne vanno attorno infinite copie in istampa. Questa loro eccellenza però fu intorno a’ chiaroscuri, bronzi e terretta; perché nel colorito valsero tanto poco, che, quel che si vede in Roma di loro mano, che sono alcune poche cose, non punto gli distingue da ogni altro pittore. Ben è vero, che Pulidoro, nel tempo, ch’ei visse in Messina, ebbe tante occasioni di dipignere a olio figure colorite, che nell’ultimo della vita sua, avendovi già acquistata buona pratica, vi fece opere lodevoli: e fra l’altre fu stimata bellissima e di vago colorito, una tavola di un Cristo portante la Croce, con un gran numero di figure, appropriate alla storia, che fu l’ultima opera, che vi facesse; perché poco dopo egli, per giusto e occulto giudizio d’Iddio, fece l’infelice morte, che sopra abbiamo raccontato.

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P Palazzo di Caprarola di casa Farnese, opera del Vignuola 323. Palazzo de’ Pandolfini in via di San Gallo 175. Palla della Cupola del Duomo gettata dal Verrocchio. Peso e misura di detta Palla, nodo, croce, e polo di ferro di essa 119. Volumi delle Pandette Fiorentine, e sua storia 54. Pantasileo Calvi 248. Paolo Uccello e sue notizie. Fu il primo, che megliorasse l’antica maniera 57. Pitture sue in Duomo 58. Sue diverse opere. Donde si chiami Paolo Uccello. Dipinse nel Chiostro di Santa Maria Novella 62. Fu il primo pittore di paesi 63. Fu miniatore di molte cose di prospettive. A cagione di queste trascurò la pittura. Fu inventore degli svolazzi de’ panni nelle figure. Morte di Paolo. Fu molto semplice, e senza letteratura. Pittura della volta de’ Peruzzi, con un grande errore di erudizione 64. Porta della Sagrestia del Duomodi bronzo 65. Parri Spinelli e sua vita 34. Fu buon coloritore a tempera e a fresco. Dipinse molto in Arezzo. Il Pastorino da Siena pittore in vetro 346. Pellegrino da Modena 195. Pergamo di Prato, ove si mostra la Sacra Cintola 38. Pestilenze varie di Milano 331. Piero di Cosimo pittore 126. Fu eccellente in fare stravaganti figure d’animali e uomini. Era malinconichissimo e strano in ogni sua azione 127. Era stravagantissimo nel proprio trattamento. Il suo familiare maneggiamento quale fosse. In tutte le cose era contrario al costume degli altri uomini. Aveva grande invidia a coloro, che muojono per mano della giustizia, e perché. Stimava molto, e desiderava morire di morte subitanea, e perché. Altre sue stravaganze. Aveva gusto grandissimo nel veder piovere dirottamente, purché non venissero tuoni, de’ quali aveva una grandissima paura. Essendo ottagenario come dipingesse 128. Morì miseramente solo, e di caduta da una scala appiè della quale fu ritrovato 129. Pieter Aerfen, detto Pietro Lungo 298. Ebbe molto genio e abilità nel dipignere cucine con tutti i loro arnesi. Sue opere spezzate e rotte, e perché 299. Ebbe tre figliuoli, che furono anch’essi pittori 300. Pieter Brueghel Pittore 335. Disegnava tutte le vedute, che in viaggiando se gli presentavano davanti, donde ne derivò un proverbio sopra di lui. Si dilettava di cose allegre, e particolarmente de’ balli e feste contadinesche. Lasciò di pigliare per moglie una serva sua, non ostante averglielo promesso, e perché 336. Sue opere d’innumerabili figurine 337. Pietro Perugino Pittore, e sue opere 125. Pietro Riccio 129. Pietro Koeck pittore 310. Pittori, che operarono nella gran chiesa di S. Petronio, nella Cappella della Madonna della Pace 328. Pittori Genovesi 231. La Pittura posta in gran pregio, e poi molto decaduta, e suo racconto 72. Andrea del Sarto Pitture della Compagnia dello Scalzo. Pitture del chiostro piccolo della Chiesa della Santissima Nunziata 202. Pittura a fresco della Vergine, posta sopra la porta del chiostro, che entra in Chiesa 205. Polvere d’archibuso, da chi e quando sia stata inventata 27. Porte della Sagrestia del Duomo 37. Prete da Urbino 242. Il Primaticcio 266. Pulidoro da Caravaggio 281.

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