Nominativo - Perugino (Pietro Vannucci, detto il)

Numero occorrenze: 16

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

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P Pace da Faenza, dec. I. del sec. 2. a c. 5. Pacchierotti, Jacopo, dec. 2. del sec. 4. a c. 227. Padre Fra Gio. Batista Stefaneschi, decen. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 163. Vedi Stefaneschi. Pagani, Francesco, dec. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 75. Pagani Gregorio, dec. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 192. Paggi, Gio. Batista, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 216. Palma, Jacopo, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 203. Palloni, Cosimo, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 414. al verso 35. Pampurino, Giacomo, dec. I. del sec. 4. a c. 200. Paolini, Pietro, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 364. Pappagallo, Maso, dec. I. del sec. 4. a c. 187. Parigi, Alfonso di Santi, dec. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 184. Parigi, Alfonso, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 332. Parigi, Giulio, dec. 3. della p. 3. del secolo 4. a c. 379. Passerotti, Bartolommeo, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 101. Pasinelli, Lorenzo, dec. 3. della p. 3. del sec. 4. a c. 338. verso il fine. Passignani, Cav. Domenico, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 130. Pastorino, dec. 5. del sec. 4. a c. 347. Vedi il Pastorino. Patenier, Giovacchino, dec. 2. del secolo 4. a c. 222. Pellegrino da Modana, dec. I. del sec. 4. a c. 195. Vedi da Modana. Peloro, Gio. Batista, dec. 3. del sec. 4. a c. 247. al verso 5. Penni, Gio. Francesco, dec. 3. del sec. 4. a c. 240. Vedi il Fattore. Peranda, Santo, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 208. Perugino, Pietro, dec. 7. par. 2. del secolo 3. a c. 125. Peruzzi, Baldassarre, d. 3. del s. 4. a c. 244. Pesello, Francesco, dec. 6. della par. 2. del sec. 3. a c. 120. Peters, Gio., decen. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 417. Petrazzi, Astolfo, dec. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 85. Piaggia, Terano, decenn. 2. del sec. 4. a c. 231. verso il fine. Piamontini, Giuseppe, dec. 5. del secolo 5. a c. 527. al verso 24 Piazza Fra Cosimo, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 214. Pieratti, Domenico, e Gio. Batista, dec. I. della p. 3. del sec. 4. a c. 193. al v. 22. Pieri, Stefano, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 171. Piero Francecsco, o Franchoys, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 375. Pier Giovanni Tedesco, dec. 7. del secolo 2. a c. 80. Pietersz, Gerit, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 396. Pintoricchio, Bernardo, dec. 2. del secolo 4. a c. 217. Piola, Pellegrino, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 338. Piola, Pier Francesco, decenn. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 215. Pisenti, Galeazzo, decen. 2. del sec. 4. a c. 231. Vedi il Sabioneta. Poccetti, Bernardino, dec. 3. della p. 2. del sec. 4. a c. 241. Vedi Barbatelli. Polito di Clemente di Polito, dec. I. del sec. 2. a c. 105. Pomarelli, Tommaso, dec. 3. del sec. 4. a c. 247. al verso 6. Possino, Niccolò, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 297. Poulembourg, Cornelio, decen. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 378. Poussin, Gasparo, decen. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 473. Vedi Dughet. Primaticcio, Ab. Francesco, dec. 3. del sec. 4. a c. 266. Procaccini, Cammillo, Giulio Cesare, e Carlo Antonio, decennale I. della par. 3. del secolo 4. a c. 102. Puccio Capanna, dec. 4. del sec. 2. a c. 45. Purbus, Pieter, e Frans, dec. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 84.

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Fra le tavole, che Masaccio dipinse in Roma , una fu in Santa Maria Maggiore , per una Cappelletta vicino alla Sagrestia, nella quale figurò la storia di Santa Maria della Neve con quattro Santi. In questa ritrasse al naturale Papa Martino con una zappa in mano, colla quale disegna i fondamenti di quella Chiesa: ed appresso a lui Sigismondo Imperatore, secondo di questo nome. Attesta il mentovato Vasari, che Michelagnolo Buonarroti si fermasse un giorno a considerare questa tavola con attenzione, e che molto la lodasse. Afferma inoltre, aver avuta dallo stesso Michelagnolo questa notizia, cioè, che quel Pontefice, che regnava ne’ tempi di Masaccio , mentre che e’ faceva dipignere a Pisanello , e a Gentile da Fabbriano le facciate della Chiesa di San Giovanni, ne allogasse una parte ancora a lui; ma questi, prima di por mano all’opera, avendo avuto di Firenze la nuova, che Cosimo de’ Medici suo grande amico e protettore, era stato richiamato dall’esilio, qua se ne tornò: dove già era passato all’altra vita Masolino da Panicale suo maestro, che aveva dato principio a dipignere nella Chiesa del Carmine la Cappella de’ Brancacci: nella volta della quale aveva figurato i quattro Evangelisti, e da’ lati la vocazione di Santo Andrea e di San Pietro all’Apostolato: la Negazione e Predicazione del medesimo: e quando egli risana Petronilla sua figliuola: il Naufragio degli Apostoli: e quando lo stesso Pietro, insieme con San Giovanni, se ne va al Tempio, e vi libera l’Infermo, che gli chiede limosina. Rimasa dunque, per morte di quell’artefice, imperfetta quell’opera, fu essa subito allogata a Masaccio : il quale, prima di cominciare a dipignerla, volle dare alla sua patria alcun segno del suo miglioramento, ch’egli aveva fatto nell’arte, nel tempo, ch’egli aveva operato in Roma; onde in essa Chiesa del Carmine , in faccia ad un pilastro della gran Cappella, rimpetto alla già nominata de’ Brancacci, dipinse a fresco una figura di un San Paolo, la testa del quale ritrasse al vivo di un tale Bartolo d’Angiolino Angiolini , con tale spirito nel volto, che altro non gli mancava, che la favella. Questa figura, che (avuto riguardo al tempo) riuscì maravigliosa, insieme con un’altra di un San Pietro Apostolo, stata dipinta per avanti in faccia all’altro pilastro da Masolino , si è conservata molto bene fino all’anno 1675, in circa, nel qual tempo, tanto l’una che l’altra, furon mandate a terra, a cagione del nobile abbellimento di marmi, statue e pitture stato fatto ad essa Cappella da’ Marchesi Corsini , per dar luogo in essa al Corpo del glorioso Santo Andrea Carmelitano, di loro famiglia, Vescovo di Fiesole, trasportato in essa con maestosa pompa l’anno 1683. Questa figura adunque del San Paolo Apostolo fu quella, la quale fece conoscere apertamente, che Masaccio aveva scoperte e superate a benefizio di coloro, che dopo di lui dovevano operare, due grandissime difficultà, che poco o nulla erano state fino allora osservate, non che intense da chi aveva dipinto innanzi a lui. Tali furono lo scortare, che fanno le vedute di sotto in sù, e questo particolarmente mostrò ne’ piedi di quell’Apostolo: ed il modo di disegnare il piede in iscorto in atto di posare, a differenza de’ passati pittori, che facevano le figure ritte, tutte apparire in punta di piedi, senza che mai nessuno, per istudioso che fosse stato fino da’ tempi di Cimabue , avesse o saputo conoscer quell’errore, o saputovi rimediare: il che solo fece il nostro Masaccio . Ciò fatto, si pose a dipignere la detta Cappella de’ Brancacci, e vi condusse di sua mano la storia della Cattedra: la liberazione degl’infermi: il risuscitare de’ morti: l’andare al tempio con San Giovanni: il sanare gl’infermi coll’ombra: il cavare il danaro dal pesce, per pagare il tributo, e l’atto stesso del pagamento: dove in un Apostolo, che è l’ultimo in quella storia, vedesi il ritratto dello stesso Masaccio . Fecevi anche la storia, quando San Pietro e San Paolo risuscitano il figliuolo del Re; questa però alla morte di Tommaso restò non finita. Dipinse anche la storia del San Pietro, che battezza, nella quale fu sempre stimata per una bellissima figura un ignudo, che fra gli altri battezzati fa atto di tremare pel freddo. Nel tempo, che il nostro pittore conduceva quest’opera, si dice, che occorresse la Sagra della stessa Chiesa del Carmine , in memoria di che Masaccio si ponesse a dipignere di verde terra a chiaroscuro sopra la porta di dentro il Chiostro, che va in Convento, la tanto celebre storia di tutta quella funzione, figurando sul piano di quella piazza, a cinque o sei per fila, un gran numero di cittadini, in atto di camminare in ordinanza con maravigliosa distinzione, e così ben posati sul piano, e con un diminuire, secondo la veduta dell’occhio, così proporzionato, che fu cosa di maraviglia. Fra questi dipinse al naturale, in mantello e in cappuccio, dietro alle processioni, Filippo Brunelleschi , Donatello , Masolino , Antonio Brancacci , che gli fece fare la Cappella, Niccolò da Uzzaano , Giovanni di Bicci de’ Medici , Bartolommeo Valori , e Lorenzo Ridolfi , allora Ambasciadore di Firenze a Venezia. Ed io non penso mai a quest’opera, che io non mi dolga in estremo, non so se io dica del tempo, che’l tutto guasta e consuma, o dell’ignoranza e poco amore che hanno bene spesso gli uomini alle antiche memorie, che abbiano permesso, che ricordanza sì bella sia affatto perita, per qualsisia anche urgentissimo bisogno, che ne abbia dato occasione. Dissi affatto perita, perché non sarebbe quella stata la prima volta, né sarebbe stata per esser l’ultima, che dovendosi demolire mura per occasione di nuove fabbriche, o ne siano prima state tolte le pitture, e con inestimabile dispendio siano state collocate altrove: o pure almeno ne siano state fatte copie, ad effetto di lasciar sempre viva a’ secoli avvenire la memoria dell’effigie de’ grandi uomini, degli abiti, de’ siti delle fabbriche, de’ riti, e d’altre simili cose, che in un tempo son o di non poco diletto, ammaestramento e utilità eziandio agli uomini sensati, e che debbono gli altri uomini reggere e governare. Dopo tutto ciò fece Masaccio ritorno al lavoro della sua Cappella , nella quale trall’altre cose maravigliose, si veggono i ritratti di diversi cittadini, fatti al vivo, che più non si può dire. In quest’opera s’inoltrò egli tanto verso l’ottima maniera moderna, che da tali pitture studiarono poi coloro, che son diventati valenti uomini ne’ tempi a lui piu vicini: e quelli, che nel secolo passato ebbero fama de’ primi pittori del mondo. Tali furono il Beato Fra Giovanni Angelico Domenicano , Fra Filippo Lippi del Carmine , Andrea dal Castagno , Alesso Baldovinetti , Andrea del Verrocchio , Sandro Botticelli , Domenico del Grillandajo , Lionardo da Vinci , Mariotto Albertinelli , Pietro Perugino , Fra Bartolommeo di San Marco , Lorenzo di Credi , il Granaccio , Ridolfo del Grillandajo , il Rosso , il Franciabigio , Alfonso Spagnuolo , Baccio Bandinelli , Jacopo da Pontormo , Toto del Nunziata , Pierin del Vaga , e nel poco tempo, ch’e’ si trattenne in Firenze, anche Raffaello da Urbino , e finalmente il Divino Michelagnolo Buonarruoti , senza l’infinito numero di pittori Fiorentini, e forestieri, che in ogni tempo son venuti a studiare da tali pitture; talmenteché a gran ragione potè il dottissimo Annibal Caro , cento anni dopo il passaggio del nostro artefice, lodarlo co’ seguenti versi: Pinsi, e la mia pittura al ver fu pari: L’atteggiai, l’avvivai, le diedi il moto, Le diedi affetto: insegni il Buonarruoto A tutti gli altri, e da me solo impari.

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Nato 1416. ?1484. Fu maestro ragionevole, ed operò molto a fresco e a olio. Nella città di Firenze vedesi di sua mano nel Chiostro piccolo della Santissima Nunziata, la storia di San Filippo Benizj, in atto di pigliar l’abito della Religione: la qual opera non fu da esso interamente finita, come si dirà appresso. In S. Ambrogio dipinse tutta la Cappella del Miracolo, con ritratto di cittadini di que’ tempi, fra i quali Poliziano, e il Ficino, che mettono in mezzo Pico della Mirandola. Chiamato a Roma sotto Sisto IV. insieme con Sandro Botticelli, e Domenico Grillandai Fiorentini, Luca da Cortona, l’Abate di San Clemente, e Pietro Perugino, per dipignere nella Cappella del Palazzo, vi fece tre storie, cioè la sommersione di Faraone: la Predica di Cristo intorno al mare di Tiberiade: e l’ultima Cena, ove per supplire alla mancanza del suo talento, in confronto degli altri maestri, e rendersi degno di un bel premio, che aveva destinato il Papa a chi di loro meglio avesse operato, con ingegnosa astuzia sforzandosi di arricchire le sue opere con vivezze di colori, e tocchi d’oro in gran copia; sortì, per la poca intelligenza in cose di quell’arte, che aveva quel Pontefice, l’essere esso solo premiato in faccia di quei maestri, per altro migliori di lui, che di quel suo nuovo modo di operare di erano fino allora molto burlati. Tenne quest’artefice in tutte le opere sue la maniera di Alesso Baldovinetti; onde riconosciuti i tempi, ne’ quali l’uno e l’altro fiorì, e la gran diversità della sua da tutte l’altre maniere de’ maestri, che allora in Firenze operavano, pare che non possa dubitarsi, che egli non ne fosse stato scolare. Fece esso Cosimo molti allievi, e fra questi Mariotto Albertinelli, Fra Bartolommeo di San Marco, e Piero, detto Pier di Cosimo, che fu maestro del famoso Andrea del Sarto, dal quale derivarono molti valentissimi pittori. Trovasi esser’ egli figliuolo di Lorenzo di Filippo Rosselli del Popolo di San Michele Visdomini; e che venuto l’anno 1483. facesse testamento nella Sagrestia di San Marco, per rogito di Ser Benedetto da Romena, in cui confessata la Dote di Caterina di Domenico di Papi sua moglie, in somma di Fiorini 400. di suggello, lascia la medesima usufruttuaria di tutti i suoi beni. Dice il Vasari, che essendosi quest’artefice molto dilettato dell’Alchimia, a cagione di essa egli spendesse vanamente tanto, che di agiato ch’egli era, si condusse alla morte in istato di estrema povertà. Questo non pare, che punto si accordi con ciò, che nel nominato testamento si riconosce; perché trovansi fatti da esso assai legati di grosse somme di danari, a favore di suoi congiunti. Né par verisimile quanto lo stesso Vasari asserisce, che dopo di lui restasse un suo figliuolo; perché in questo tempo Cosimo non aveva figliuoli, che però instituì suoi eredi, dopo i figliuoli postumi e nascituri, Lorenzo e Francesco suoi fratelli, ed i figliuoli delli già defunti altri suoi fratelli Clemente, e Jacopo. Soggiunge poi lo stesso Vasari, che del 1484. seguì la morte di Cosimo: nel che piglia un gravissimo errore, perché io trovo, che lo stesso Cosimo di Lorenzo di Filippo Rosselli pittore, insieme con Antonio di Luigi Covoni, l’anno 1496. a’ 5. d’Ottobre, cioè dodici anni dopo il tempo, che il Vasari assegna alla sua morte, diede un lodo fra Vittorio di Lorenzo di Cione Ghiberti da una, e Buonaccorso, Francesco e Cione, figliuoli di esso Vittorio dall’altra, per rogo di Ser Agnolo di Ser Alessandro d’Agnolo da Cascese: e questo in autentica forma sopra carta pecorina si conserva appresso a Cristofano Berardi, Gentiluomo Fiorentino, Avvocato del Collegio de’ Nobili. Dice poi il Vasari, che la morte di Cosimo seguisse in tempo appunto, che egli nel Chiostro della Santissima Nonziata lavorava la storia a fresco del San Filippo Benizi, che riceve l’abito della Religione, come sopra si è detto, quale lasciò imperfetta. Fu il suo cadavero sepolto nella Compagnia del Bernardino in Santa Croce.

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Discepolo d’Andrea del Verrocchio. Nato 1466, ? Dipinse questo maestro nella città di Firenze, e per molte città e luoghi d’Italia e fuora, e sempre eccellentemente, e di così buon gusto, e maniera, che meritò di aver per discepolo il gran Raffaello da Urbino, che preso il suo modo di operare, lo ritenne per qualche tempo. Veggonsi in Firenze di mano di Pietro molte belle opere: e fra queste, due tavole nella Chiesa delle Monache di Santa Chiara: due nella Chiesa vicino alla Porta a San Pier Gattolini, che fu de’ Padri Gesuati, Religione a’ tempi nostri rimasa soppressa. Per quelli fece anche bellissime pitture a fresco pel Convento di San Giusto fuori della porta a Pinti, che insieme con esso Convento furono disfatte l’anno 1529 per l’assedio di Firenze. Vedesi anche di sua mano una Pietà a fresco nella facciata del muro della Cappella della nobil famiglia degli Albizzi, dietro alla Chiesa di San Pier Maggiore, sopra una scala che porta in essa Chiesa, opera tanto bella, che nulla di più si può dire. Operò in Roma nel Palazzo Pontificio cose bellissime, che poi furon mandate a terra a tempo di Papa Paolo III, per far la facciata, dove il Divin Michelagnolo dipinse l’universal Giudizio. Colorì una gran volta in Torre Borgia: e nella Chiesa di San Marco una storia di due Martiri, che fu avuta in gran pregio. Fece per diversi mercanti moltissimi quadri, quali con molta propria utilità, e gloria di quest’artefice, mandarono in diverse parti del mondo. Dipinse una tavola per la Chiesa di San Francesco, ed una per quella di S. Agostino, ed altre per la città di Firenze. Né restò Perugia sua patria senza gran numero di bellissime sue opere, che per brevità si tralasciano. Scoperse il Perugino una sì vaga e nobile maniera, che essendo da tutti desiderata, furono moltissimi coloro, che di Francia, Spagna, Alemagna, ed altre Provincie d’Europa si portarono in Italia per apprenderla; onde fu, che ebbe discepoli infiniti: e fra questi, come si è detto, il gran Raffaello da Urbino. Pervenuto finalmente all’età di anni 78. finì la vita l’anno 1524. nel Castello della Pieve, dove fu onorevolmente sepolto. Fu Pietro molto avido del danaro, nel quale aveva gran fiducia; onde non è maraviglia, s’egli è vero quanto ne scrisse il Vasari, che egli fosse uomo di poca pietà, ed in materia di Religione, di opinione a modo suo.

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Discepolo di Cosimo Rosselli, nato 1469, ?1517. In questi tempi nacque Fra Bartolommeo, che per corrottela del nome, fu chiamato Baccio, nella Villa di Savignano, vicino a Prato di Toscana: e pervenuto a competente età, essendo stato da’ parenti conosciuto assai inclinato alla Pittura, fu condotto a Firenze, dove vicino alla Porta a San Pier Gattolini gli fu data sua abitazione; che però per tutto il tempo ch’e’ visse al secolo, fu sempre chiamato Baccio dalla Porta. Accomodatosi all’arte appresso a Cosimo Rosselli, fece insieme con Mariotto Albertinelli, suo condiscepolo ed amicissimo, grande profitto; ma datosi poi a studiar le opere di Lionardo da Vinci, si formò quella bellissima maniera di dar rilievo e vivacità alle pitture, che non solo al più perfetto dell’arte esso medesimo condusse, ma che fu poi al Divino Raffaello da Urbino di gran lume, per migliorar l’antico modo appreso dal Perugino, ed arrivare al segno, al quale ei giunse. Quindi è, che lo stesso Raffaello fece poi di lui sì grande stima, che nel tempo ch’e’ si trattenne nella città di Firenze, parve che da esso non mai separar si potesse; anzi non isdegnò di essergli maestro ne’ buoni termini della Prospettiva, e intanto ricercarne i più apprezzabili precetti della grande ed ottima maniera di condurre le opere sue con grazia e morbidezza, fino allora non più riconosciuta in altro pittore: e diede gran testimonianza di questa grande stima lo stesso Raffaello, quando, dopo alcun tempo, impiegò il proprio pennello in Roma nel dar fine ad un’opera, cominciata da Fra Bartolommeo in quella città, e lasciata imperfetta. Onde, se a gran cagione ascrivesi a gloria d’Apelle il non essersi trovato Artefice, che raccomodasse la tanto celebrata sua Venere di Coo, detta Anadiome, cioè Emergente o Sorgente dal mare, dedicata poi da Augusto nel Tempio di Giulio Cesare, guasta nelle inferiori parti, onde fu poi da’ tarli corrosa ed in tutto disfatta; gloria maggiore può dirsi del nostro Fra Bartolommeo, l’essersi trovato un Raffaello, che non solo desse fine alla di lui opera, ma quella con la sua ingegnosa mano consegnasse all’eternità. Tornando ora al nostro Pittore, egli per qualche tempo si trattenne a dipignere in compagnia dell’Albertinelli, e talora da sé solo, Immagini di Maria Vergine con Gesù e d’altri Santi, delle quali fece moltissime a diversi cittadini. Poi dipinse a fresco la tanto celebrata storia del Giudizio Universale nell’antico Cimitero dello Spedale di Santa Maria Nuova, detto fra l’Ossa, che rimase imperfetta, e poi fu finita dall’Albertinelli, come alle notizie della Vita di lui si è detto. Erasi Baccio acquistato fama in Firenze, non solo di giovane valorosissimo nell’arte, ma di persona quieta e buona, e di grande applicazione al lavoro; ma quello che è molto più, di assai timorato di Dio, e di assiduo all’opere di pietà; onde per questa e per ogni altra simile cagione, beato si chiamava colui, che poteva aver dell’opere sue. Ma perché egli rivolgeva nell’animo suo più pensieri del cielo, che del mondo, poco incentivo gli abbisognò per risolversi a lasciare il secolo, e vestire abito religioso: e ciò, secondoché racconta il Vasari, del quale son proprie parole quelle che seguono, seguì nel modo, che appresso. Perchè trovandosi in questi tempi in S. MarcoFra Girolamo Savonarola da Ferrara, dell’Ordine de’ Predicatori, Teologo famosissimo: e continuando Baccio la udienza delle prediche sue, per la devozione, che in esso aveva, prese strettissima pratica con lui, e dimorava quasi continuamente in convento, avendo anche con gli altri Frati fatta amicizia. Avvenne, che continovando Fra Jeronimo le sue predicazioni, e gridando ogni giorno in pergamo, che le pitture lascive, e le musiche, e i libri amorosi, spesso inducono gli animi a cose mal fatte; fu persuaso, che non era bene tenere in casa, dove son fanciulle, figure dipinte di uomini e donne ignude: per il che riscaldati i popoli dal dir suo, il carnevale seguente, che era costume della Città far sopra le piazze alcuni capannucci di stipa, e altre legne, e la sera del martedì, per antico costume, arderle queste con balli amorosi, dove presi per mano un uomo e una donna, giravano cantando intorno certe ballate; fe’ sì Fra Jeronimo, che quel giorno si condusse a quel luogo tante pitture e sculture ignude, molte di mano di maestri eccellenti, e parimente libri, liuti e canzonieri, che fu danno grandissimo, ma particolare della pittura: dove Baccio portò tutto lo studio de’ disegni, che egli aveva fatto degl’ignudi, e lo imitò anche Lorenzo di Credi, e molti altri, che avevano nome di piagnoni; là dove non andò molto, per l’affezione, che Baccio aveva a Fra Jeronimo, che fece in un quadro il suo ritratto, che fu bellissimo, il quale fu portato allora a Ferrara, e di lì, non è molto, che egli è tornato a Fiorenza nella casa di Filippo d’Alamanno Salviati, il quale, per esser di mano di Baccio, l’ha carissimo. Levatesi poi contro al Padre le Parti contrarie, e’ seguitò nella presa di lui l’abbattimento del Convento di San Marco, che è noto al mondo, descritto da diversi Storici, e particolarmente dal Nardi nella sua storia. E questo, in tempo appunto, che Baccio si trovava per sua devozione in esso Convento; sentito il rumore, e appresso la morte seguita di alcuni dell’una e dell’altra parte, pel timore che ebbe di sé stesso, fece voto a Dio, se egli scampava da quel pericolo, di farsi Religioso di quell’Ordine: il che poi effettuò, vestendo l’abito del Patriarca San Domenico, nel Convento di Prato a’ 16. di Luglio l’anno 1500. E qui noti il Lettore, come Gio. Paolo Lomazzo nel suo Teatro della Pittura a 366 ver. 10. erra, dicendo, che Fra Bartolommeo fosse dell’Ordine di Santo Agostino. Vestito dunque che ebbe Baccio l’abito, per quattro anni interi, tutto dedito agli esercizj di religiosa perfezione, nulla volle mai operare in pittura, risoluto di perseverare in tal sua determinazione fino alla morte; se per altro la volontà di coloro, a’ quali era egli tenuto ubbidire, non l’avessero necessitato a dar qualche luogo all’antiche applicazioni. La prima opera, ch’egli facesse in istato di Religioso, fu la bella tavola di San Bernardo, in atto di scrivere, appresso alla Beatissima Vergine, col Bambino Gesù, e molti Angeli, per la Cappella di Bernardo del Bianco, nella Chiesa di Badia di Firenze. Dipinse poi le tre maravigliose tavole, che fino a’ presenti tempi si son venute e godute nel Convento di San Marco, che fu quasi continova abitazione di Fra Bartolommeo, in una delle quali è Maria Vergine, con San Gregorio, ed altri Santi, con più Angeletti, di così rara bontà, che fu parere di alcuni gran maestri, e fra questi, di Pietro da Cortona, che fra le più stupende opere di pittura, di che è piena la nostra città di Firenze, sia la più bella. In altra tavola, che fu posta rincontro a questa, colorì un’altra Vergine, con Gesù, e due Santi: e nell’altra finalmente la non mai abbastanza lodata, anzi impareggiabile figura del San Marco Evangelista, di cui è fama per tutta l’Italia e fuori. Di queste tre stupende opere del Frate, nel tempo che io queste cose scrivo, son rimase in essa Chiesa di San Marco le copie della prima, e dell’ultima, e il proprio originale della seconda, giacché gli originali dell’altre due sono venuti in potere del Serenissimo Principe Ferdinando di Toscana, che le conserva fra l’altre pitture di primo pregio, che l’Altezza Sua in gran numero possiede. Fece anche il Frate pel Re di Francia un’altra tavola con moltissime figure. Inventò egli il bel modo di fumeggiar le figure, col diminuir l’ombre e gli scuri in guisa, che ad una maravigliosa unione e accordamento tengono congiunto un gran rilievo: e di questa maniera, a cagione di esser dagl’invidiosi stato imputato di non saper fare le figure ignude, fece egli per la sua Chiesa di San Marco un bel San Bastiano, che riuscì di così dolce colorito, e tanto simile al naturale, che per iscandalo preso da alcuno in rimirarlo, se pure non fu un pretesto per farne esito con gran vantaggio, fu levato di luogo, e mandato in Francia. In Roma fece Fra Bartolommeo opere maravigliose: e colorì molti quadri per la città di Prato, di Lucca, e per altri luoghi, ed un’infinità di altri ne fece per nobili e civili persone. Volle sempre nel suo dipignere avere appresso di sé il naturale: e a tale effetto però erasi fatta fare una figura di legno quanto il vivo, la quale in ogni sua congiuntura egli snodava e volgeva a proprio piacimento: e quella copriva di panni per potergli a sua comodità imitare: costume stato poi usato dopo di lui (che di tale istrumento fu primo inventore) da moltissimi altri ottimi artefici. Ultimamente essendogli stato ordinato da Pier Soderini di far una tavola per la Sala del Consiglio, posevi le mani, disegnolla tutta, e colorilla in chiaroscuro, rappresentando in essa que’ Santi, nella solennità de’ quali aveva la città di Firenze avute Vittorie, e Protettori di essa città: in uno de’ quali, quasi presago di sua vicina morte, volendo, che restasse, oltre alla memoria gloriosa che avevangli guadagnata i proprj pennelli, anche quella di sua effigie, fece il ritratto al vivo del proprio volto. Quest’opera però, che diede segni di voler riuscire una delle più belle, che avessero mai partorite i suoi pennelli, diede non poca occasione a quella infermità, che fu l’ultima per lui, e quella, che lo privò di vita; perché avendola egli lavorata al lume di una finestra, per cui infondevasi nella stanza di suo lavoro un’aria grave e penetrante, fu assalito da un gran flussione catarrale, che a termine il ridusse di non potersi quasi muovere. Non giovarono, per suo scampo, rimedj di sorte alcuna; onde non andò molto, che avendoci aggiunto a’ suoi l’effetto di un poco di disordine, fatto in caricarsi alquanto lo stomaco di certe appetitose frutte, delle quali era amicissimo, dopo una febbre di quattro giorni, con gran dolore de’ suoi Frati, ma con dimostrazioni però da buono e santo Religioso, se ne morì in esso Convento di San Marco agli 8 d’Ottobre l’anno 1517. e in quella loro Chiesa aspetta il suo cadavero l’ultimo giorno. La nominata tavola così imperfetta, dipinta a chiaroscuro, fu posta dipoi nella Chiesa di San Lorenzo nella Cappella del Magnifico Ottaviano de’ Medici, dove ella è stata anch’essa fino al tempo, che io ne scrivo, sempre ammirata dagl’intendenti dell’arte: ed è pure anch’essa poi pervenuta in mano del già nominato Serenissimo Principe di Toscana, e nel regio appartamento di quell’Altezza, fra l’altre bellissime pitture, fa pompa di sua bellezza. Il Vasari in fine della Vita di Fra Bartolommeo della Porta dice, che alla di lui morte lasciò tutti i suoi Disegni a una sua scolara Monaca in Santa Caterina di Firenze. E quest’istessi sono presentemente nelle mani del Cav. Gabburri in Firenze al numero di 500. in circa, avuti dal medesimo Monastero, dopo averne ricavato questo lume dalla lettura del medesimo Vasari. Molti e molti però de’ detti Disegni si sono perduti.

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Discepolo di Pietro Perugino, nato 1481, morto 1520. Nell'anno di nostra salute 1484 nacque al mondo questo grande Artefice, che per ispecial privilegio, fu di tutte quelle eccellenze dotato, che appena in molti secoli, e fra molte persone, è solito di compartire il cielo. Il padre suo fu Giovanni de' Santi Urbinese, pur anch'esso pittore, che quantunque non arrivasse nell'arte sua a segno di molta eccellenza, avendo tenuta una maniera alquanto secca, merita contuttociò, che di lui si faccia alcuna memoria, giacché per la sua bontà, per l'ottima educazione, che sappiamo aver data al figliuolo, e per la sollecitudine, colla quale procurò, che il bel genio di lui fosse ajutato nell'acquisto di nobili arti, fu non piccola cagione che potesse il mondo possedere uomo sì degno. A tale effetto ho io procurata notizia di alcune opere, fatte da esso Giovanni nello Stato di Urbino sua patria, le quali, secondo quello, che da persone molto perite di que’ luoghi e dello stesso mestiere è stato riferito, sono le seguenti. Nell'entrare della Chiesa di San Francesco, al terzo Altare da man sinistra, è una tavola a olio, dov'è figurata Maria Vergine sedente in Trono, con alcuni Santi, nella prima e seconda veduta, e di sopra il Padre Eterno. Nella Chiesa del Corpus Domini, è di sua mano la tavola del primo Altare, che pure è a man sinistra, entrando per la porta principale, e vi sono molte figure. Nella Chiesa di San Bastiano è la storia del Martirio del Santo, che tra le opere che fece Giovanni, è fra le migliori annoverata. A Cagli dipinse a fresco nella Chiesa di S. Giovanni una Pietà di assai ragionevole maniera; e nel medesimo luogo, pure a fresco, fece un S. Bastiano ed una Vergine sedente in Trono, con alcuni Angeli e Santi. Non ebbe questo pittore altri figliuoli che Raffaello: e sapendo, quanto ciò importi per ben nutrirgli, e quel che è più, per bene educargli, volle che dalla propria Madre, e non da altra donna, e nella propria casa, fosse allattato. Cresciuto poi in età, vedendolo maravigliosamente inclinato all'arte del Disegno e della Pittura, cominciò egli medesimo ad istruirlo: e in breve tempo a tal segno lo condusse, che così fanciullo, com'era, diedegli grand'aiuto nell'opere che fece per quello Stato; ma come discretissimo ch'egli era, conoscendo i gran progressi del figliuolo venir ritardati pur troppo dalla poca sufficienza sua, tanto si adoperò con Pietro Perugino, eccellentissimo Pittore, che gli venne fatto, che egli sotto la sua disciplina lo ricevesse. Non ebbe appena Pietro scoperta la bravura del fanciullo, che postogli amore non ordinario, cominciò a farlo studiare, con suoi precetti, dalle proprie opere sue; onde non andò molto, che gli studj di Raffaello né punto né poco si distinguevano dagli originali del maestro; anziché aveva egli così bene appresa quella maniera, che fra le opere, che fece egli nel primo tempo, e le migliori del Perugino, non fu chi sapesse conoscere differenza. Tali furono in Perugia una tavola a olio, che fece Raffaello, ancor giovanetto, per Madonna Maddalena degli Oddi, nella Chiesa di San Francesco, dove figurò un'Assunzione al cielo di Maria Vergine, e di sotto gli Apostoli, con alcune storielle di piccole figure nella predella della medesima tavola; un'altra in S. Agostino di Città di Castello; una di un Crocifisso in San Domenico, nella quale egli scrisse il proprio nome; ed una in San Francesco, fatta d'alquanto miglior maniera e gusto, dove rappresentò lo Sposalizio di Maria Vergine; e in questi tempi ancora fece al Pinturicchio più disegni e cartoni, per le opere della Libreria di Siena.

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Molto potrebbesi dire contro a tali sentimenti, e massime in quella parte, nella quale, dopo aver conceduto, che fosse Raffaello molto ajutato nell’arte dal nostro Fra Bartolommeo di San Marco, di che pure non resta la fede, se non appresso gli autori ed alle tradizioni; poi per non so qual privato affetto nega esser lo stesso potuto seguire per l’osservazione dell’opere del Divino Michelagnolo; il che non solo si ha per attestazione di antichi Autori, e per le più ricevute tradizioni, ma è patente al senso per l’immediata mutazione, che dopo aver vedute le opere di tant’uomo, come s’è detto, in Raffaello si riconobbe; né io saprei mai intendere da qual fantastica immaginazione si muovano alcuna volta quegli uomini, che non possono indursi a credere, che un nobilissimo ingegno non sia capace nell’eccellenza di un’arte di dipendere da altri, che da sé stesso. Dunque di un solo Omero, che io sappia, e forse piuttosto poeticamente, che altrimenti scrisse Vellejo, non aver’egli prima di sé avuto chi imitare, né dopo di sé, chi imitato l’avesso. Io per me ammiro in Raffaello, per così dire, un altr’uomo, di gran lunga maggiore di sé medesimo, ogni qualvolta ch’io considero, come potesse mai egli far sì, che la mano tanto più all’intelletto obbedisse, quanto più sublimi erano l’idee, che di tempo in tempo, col vedere le belle opere altrui, a quello si rappresentavano. Appena vidde egli la maniera del Perugino, che lasciata quella del Padre, in essa in tutto e per tutto la sua trasmutò. Veduto il modo di colorire del Frate, in un subito crebbe in lui tanto di perfezione nel colorito, quanto ognun sa; e finalmente coll’osservare la gran maniera, e i maravigliosi ignudi di Michelagnolo, il disfare e rifare in tutto sé medesimo, fu in lui una cosa stessa. Questo, pare a me, un modo di proceder coll’ingegno, per così dire, in infinito; e operar più che da uomo, proprio non d’altra mente, che di quella di Raffaello. E questo è quello, che io diceva, che attese le gran difficultadi, che prova ognuno, che abbia principio d’arte, in lasciar l’abito antico e la vecchia consuetudine, ed appigliarsi ad altra, tuttoché migliore, mi fa parer più grande Raffaello, che se egli fosse stato di sé stesso in tutte le cose e discepolo e maestro. E tanto basti aver detto contra tale asserzione, e per gloria maggiore di questo sublimissimo artefice. La prima opera ch’egli facesse, o per meglio dire, rifacesse di quella grande maniera, fu la mirabile figura dell’Isaia Profeta nella Chiesa di S. Agostino, sopra la Santa Anna, la qual opera aveva egli di prima d’altra maniera dipinta. Colorì dipoi per Agostino Chigi Sanese, al quale per avanti nella loggia del suo palazzo in Trastevere, aveva egli dipinta la famosa Galatea, una Cappella in Santa Maria della Pace, della nuova maniera, che forse riuscì opera delle migliori, che e’ facesse giammai. Dipoi seguitò il lavoro delle camere di Palazzo, dove rappresentò il miracolo del Sagramento del Corporale di Bolsena, la prigionia di San Pietro, con altre storie; e fece diverse tavole e quadri pel Re di Francia, per più Cardinali, e per altri Principi e Signori. Dipinse poi la tavola del Cristo portante la Croce, di che più avanti si parlerà; e lo stupendo quadro, col ritratto di Leon X e de’ Cardinali Giulio de’ Medici e Luigi de’ Rossi, che oggi si trova nella stanza, nominata la Tribuna, nella Real Galleria del Serenissimo di Toscana. Appresso dipinse la camera di Torre Borgia, e la tanto nominata Loggia di Agostino Chigi, dove sono molte figure di tutta sua mano, siccome furono tutti i disegni e cartoni fatti per la medesima. Cominciò per Leon X la Sala grande di sopra, dove sono le Vittorie di Costantino: e per lo stesso fece tutti i cartoni pe’ panni di Arazzo, che con ispesa di settantamila scudi furon poi in Fiandra lavorati.

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Discepolo di Pietro Perugino, fioriva circa al 1500. Questo artefice, nella sua prima età diede segni di tanta bravura nell’operare, e tanto si approfittò nella scuola di Pietro, che concorse quasi di pari con Raffaello da Urbino ; che però il maestro si servì di lui in ajuto delle opere più segnalate, ch’ei facesse, e particolarmente nell’Audienza del Cambio di Perugia, dove fece di sua mano molte figure. Gli ajutò similmente in Ascesi, e nella Cappella di Sisto in Roma. Volle poi la mala sorte sua, che in età immatura fosse sopra¬ggiunto da una così terribile flussione, che in breve tempo, a cagione di quella, restò del tutto cieco. Ma dalla pietà di quel Pontefice, che la molta virtù di lui aveva riconosciuta, fu provvisto di una così onorata provvisione nella città di Ascesi, che poté molto ben mantenersi sino alla sua età di anni ottantasei: e finalmente passò all’altra vita.

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Fu questo Pittore, in età di dieci anni in circa, posto dal padre all’arte della lana; ma in quella sua prima età diede segni così grandi d’inclinazione all’arte della pittura, che dallo stesso suo padre, levato da quel mestiere, fu posto ad imparare a disegnare, prima da alcuni maestri di poco nome, e poi da Luca Signorelli da Cortona, uno de’ più celebri che vivessero in quel secolo in quelle parti: e stette con esso molti anni, seguitandolo in tutti i luoghi, dove egli era chiamato a operare, ajutandolo nell’opere: e ciò fece particolarmente nel Duomo d’Orvieto nella Cappella di Maria Vergine. Ma perché il giovane s’andava tuttavia più avanzando nella pratica e nell’ottimo gusto del colorire, avendo sentita la gran fama, che correva della bella maniera di Pietro Perugino, lasciato Luca Signorelli, s’acconciò con esso Pietro: e nel tempo stesso ch’egli aveva sotto sua disciplina il gran Raffaello suo paesano, e amico del Perugino, guadagnò il Genga la grande abilità ch’egli ebbe poi sempre nelle materie attenenti alla prospettiva; e con questo pure e colla pratica della persona di Raffaello, e col molto che egli studiò poi nella città di Firenze, dove venne apposta per tale effetto, si fece così ben pratico, e prese sì buona maniera di dipignere, che poté poi, come si dirà, operare assai con Timoteo delle Vite, che seguitava la maniera dello stesso Raffaello. Dipinse nella città di Siena molte stanze della casa di Pandolfo Petrucci. Servì Guidobaldo Duca d’Urbino in varie pitture di scene per commedie e apparati insieme, col mentovato Timoteo: e con questo fece la Cappella di San Martino nel Vescovado. In Roma nella Chiesa di Santa Caterina in strada Giulia, dipinse la Resurrezione di Cristo. Essendo egli già buon prospettivo, e bene incamminato nell’architettura, diedesi in essa città di Roma a fare studj grandi da quell’anticaglie; onde divenne ottimo Architetto; che però furon fatte con suo disegno moltissime fabbriche, e fra queste la Torre del Palazzo Imperiale sopra Pesaro, che fu stimata opera bellissima: e si può dire, che con suo modello e consiglio si fortificasse quella città. Edificò il Palazzo vicino all’altro soprannominato, ed il Corridojo sopra la corte d’Urbino verso il giardino. Diede il disegno del Convento degli Zoccolanti al Monte Baroccio, e di Santa Maria delle Grazie e del Vescovado di Sinigaglia. Portatosi a Mantova, restaurò e rimodernò il Vescovado, e fece il modello della facciata del Duomo, nel quale superò sé stesso. E finalmente tornato alla patria, fatto già vecchio, in una sua villa chiamata le Valle, in età di settantacinque anni agli 11 di Luglio 1551, cristianamente morì. Fu il Genga uomo universalissimo, e fece molte opere di pittura e d’architettura per altre città e luoghi, che per brevità si sono tralasciate. Fu ottimo inventore di mascherate e d’abiti: né gli mancò una singolar maestria in far modelli di terra e di cera. Fu buon musico, ottimo parlatore, e nella conversazione dolcissimo, e tanto cortese ed amorevole verso i parenti ed amici, quanto mai desiderar si possa: ed è lode singolare, dovuta alla bontà di quest’uomo, il non essersi mai di lui sentita cosa mal fatta.

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Discepolo di Pietro Perugino, fioriva intorno al 1510. Bernardo Pinturicchio fu uno di que’ discepoli del Perugino, che al pari, e forse più di ogni altro, imitò la sua maniera. Ebbe grande abilità in disporre e ordinare opere grandi; onde tenne sempre appresso di sé molti maestri in ajuto dell’opere. Dipinse ad istanza di Francesco Cardinal Piccolomini, la Libreria di Siena, fatta da papa Pio II nel Duomo di essa città. Tennesi però per cosa certa, che i disegni e cartoni di tutta quest’opera, fossero fatti da Raffaello da Urbino, suo condiscepolo, e di tenera età, che fino a quel tempo sotto la disciplina di Pietro aveva fatto profitto singolare e maraviglioso. In questa dipinse dieci storie di fatti d’Enea Silvio Piccolomini, che fu poi esso Pio II e similmente una grande storia sopra la parte di essa Libreria, che corrisponde in Duomo, nella quale rappresentò la Coronazione di Pio III pure della stessa famiglia de’ Piccolomini. Fece molte opere in Roma nel Palazzo Pontificio, che furon poi disfatte nella demolizione di quegli edificj: ed operò anche molto per tutta Italia. L’ultimo lavoro, ch’ei fece, o pure che cominciò, fu una tavola della Natività di Maria Vergine per la Chiesa de’ Frati di San Francesco di Siena; e acciocché dipigner la potesse a suo grand’agio e senz’altri divertimenti, gli assegnarono que’ Frati una camera vota di ogni arnese, eccettuato che di un antico cassone, che per la sua grandezza non si poteva muover di luogo, senza pericolo di farlo in pezzi. Il Pinturicchio, a cui dava gran noia quell’impaccio, nella stanza destinata al suo riposo e a’ suoi studi, fece di ciò sì grande schiamazzo: e perché era di stranissimo cervello, tanto si sbatté, e tanto que’ poveri Frati inquietò, che fu loro forza, quasi dissi disperazione, il fare quell’arnese in ogni maniera cavare di luogo: e mentre ciò si faceva, occorse che rompendosi da una parte un pezzo di legno, accomodato per occultare un certo antico segreto, che era dentro al medesimo cassone, furon trovati cinquecento scudi d’oro di Camera: e ciò seguì a vista de’ Frati, che ne rimasero allegrissimi; e quel che fu più, a vista pure dello stesso Pinturicchio; per la qual cosa, per usar le parole dell’Autore, che la racconta, prese il Pinturicchio tanto dispiacere, pel bene, che aveva l’importunità sua cagionato a que’ poveri Frati, e tanto se ne accorò, che gravemente ammalatosi, in breve tempo si morì.

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GALEAZZO CAMPI, fu buon pittore, e operò di quella maniera, che noi dichiamo, antica moderna: dico di quella de’ primi tempi del Perugino, Giovanni Bellino e simili, che tenne alquanto del secco. Vedesi però di propria mano di quest’artefice il suo proprio ritratto, nella tanto rinomata Stanza de’ Ritratti de’ Pittori, nella Real Galleria del Serenissimo Granduca: il qual ritratto è condotto di assai buona maniera, e quasi in sul gusto, tanto rispetto all’attitudine, quanto rispetto al vestire del nostro Andrea del Sarto, il quale, nel tempo stesso, che fu fatta questa tal pittura, già si era reso celebre per tutta Italia e fuori. Nella deretana parte della tela si leggono in lettere antiche romane scritte le seguenti parole. Ego Galeazius Campi Annorum 53, si non me ipsum, quia homo dare, saltem imaginem meam a me elaboratam Julio Antonio, et Vincentio Antonio filiis meis reliqui pridie Idus Aprilis MDXXVIII. Dipinse egli per la Chiesa di San Sepolcro di Ferrara una tavola: e per quella di San Domenico di Cremona ne colorì un’altra, della quale fa menzione Francesco Scannelli da Forlì nel suo Microcosmo della Pittura. Il Vasari afferma, che egli dipignesse pure nella sua patria la facciata di dietro di San Francesco. Altre pitture condusse quest’artefice in essa città, le quali ne’ suoi tempi furono molto lodate; ma in processo di tempo sono state tolte di luogo, per collocarvene altre moderne. I tre figliuoli di lui già nominati, seguitarono la pittura, Antonio e Vincenzio Antonio riuscirono uomini di valore, e Antonio aggiunse alla pittura le umane lettere, come a suo luogo diremo.

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Discepolo di Pietro Perugino, si crede fiorisse nel 1520. Fece Gio. Niccola in San Francesco di Perugia sua patria una tavola di un Cristo nell’Orto: e in San Domenico la tavola di tutti i Santi per la Cappella de’ Baglioni: e colorì a fresco alcune storie di San Giovambatista nella Cappella del Cambio.

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Discepolo di Pietro Perugino, fioriva fino al 1524. Seppe così bene quest’artefice approfittarsi de’ precetti di Pietro suo maestro, che fra’ discepoli, che egli lasciò vivi alla sua morte, egli riuscì senza fallo il migliore, massimamente in ciò, che al colorito appartiene. Stette in Perugia qualche tempo: e poi vinto dalle persecuzioni de’ malevoli ed invidiosi artefici che a grand’onta si recavano la virtù d’un uomo forestiero, come egli era, deliberò quindi partirsi, e portarsi a Spoleto: e accasatovisi onoratamente, fu anche aggregato alla cittadinanza di quella città: e non tanto in essa, quanto in molte altre dell’Umbria, lasciò memorie della virtù sua. Per la Chiesa di sotto di San Francesco in Ascesi, dipinse la tavola di Santa Caterina, ad istanza del Cardinale Egidio Spagnuolo: ed una pure ne colorì in San Damiano. Nella Chiesa di Santa Maria degli Angeli, nella Cappella piccola, in luogo, dove seguì la preziosa morte del Patriarca San Francesco, dipinse alcuni Compagni di esso Santo, con altri Santi in mezza figura, attorno ad un’immagine di rilievo di esso San Francesco, i quali colorì con buon gusto.

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Discepolo di Benedetto Caporali suo Padre, fioriva nel 1540. La prima applicazione di Giulio Caporali fu nell’esercizio della pittura; ma essendosi il padre suo, che nella scuola di Pietro Perugino si era molto avanzato in quell’arte, dato in tutto e per tutto all’architettura, a segno di aver dato alle stampe un suo Comento di Vitruvio: o fosse volontà del padre, o particolare inclinazione del figliuolo, diedesi anch’esso a simili studj.

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Discepolo di Pietro Perugino, morì nel 1557. Dopo l’essersi questo Pittore bene approfittato nella scuola di Pietro Perugino, nell’arte della pittura, fu in Firenze molto adoperato in ogni sorta di lavoro, mercé dell’esser egli universalissimo, ed oltre ogni credere, diligente, e nelle figure piccole, fra i migliori, che ne’ suoi tempi operassero. Fu amicissimo di Bastiano da San Gallo, Pittore e Architetto, detto Aristotile; e ancora di Jacone, eccellente Pittore de’ suoi tempi, e con essi molte cose dipinse. La conversazione di questo Jacone, conciossiacosachè fosse alquanto scostumata e plebea, non ebbe però forza tale di punto fregolare il buono e costumato vivere di Francesco, il quale tenne sempre vita molto lodevole. Conversò con Andrea del Sarto, e ne riportò ajuti validissimi nelle cose dell’arte. Opera de’ suoi pennelli sono le storiette, che tuttavia si veggiono nella predella della tavola de’ Martiri, fatta da Giovanni Sogliani già per la Chiesa di Camaldoli di Firenze, che oggi è nella Chiesa di San Lorenzo: e similmente le storiette della predella dell’Altare del Crocifisso nella stessa Chiesa. Si trovò il Bacchiacca con gli altri eccellenti Pittori del suo tempo, a dipignere nella bella camera di Pier Francesco Borgherini, spalliere e cassoni: e nella casa di Gio. Maria Benintendi. Fece anche molti quadri di piccole figure a diversi cittadini, i quali poi, come cose preziosissime, gli mandarono in Francia e in Inghilterra. Volle la gloriosa memoria del Granduca Cosimo I che molto lo stimava, averlo a’ suoi servizj, in riguardo massimamente di un singolar talento, che egli aveva di ritrarre al vivo ogni sorte di animali. Per questo Principe dipinse egli uno Scrittojo, dove fece gran quantità di uccelli ed erbe di rara qualità, condotte a olio maravigliosamente. Per le tappezzerie, che quell’Altezza fece fabbricare di seta e d’oro, compose l’invenzione di tutti i mesi dell’anno, in proporzione di piccole figure, nelle quali si portò così bene, che fu creduto, che in quel secolo, nessun altro potesse operar meglio. Queste furono messe in opera dall’eccellente maestro Giovanni Rosto Fiammingo. Dipinse a grottesche una grotta di una fontana d’acqua nel Palazzo de’ Pitti. Fece i disegni di un letto Reale, che ordinò quel Signore doversi condurre di ricamo e perle, con tutte storie di piccole figure e d’animali, da Antonio Bacchiacca, fratello del nostro Francesco, uomo insigne in simil facoltà: il qual letto poi servì per lo Sposalizio del Serenissimo Granduca Francesco, e della Serenissima Giovanna d’Austria. Questo Antonio fu così eccellente in quell’arte del ricamare, che non temé la dottissima penna di Messer Benedetto Varchi, comporre in lode di lui un bel Sonetto, cui mi piace recare in questo luogo, ed è il seguente: Antonio, i tanti, così bei lavori, Che Vostra dotta mano, ordisce e tesse, Lodi v’arrecan sì chiare e sì spesse, Che piccoli appo voi sieno i maggiori: Chi è, non dico, tra i più bassi cori, Ma fra i più alti ingegni, il qual credesse, Che poca seta, e piccolo ferro avesse Agguagliato il martel, vinto i colori? Onde superbo, e pien di gioja parmi L’Arno veder, che se felice chiami, E dica: i figli miei m’han fatto bello. I Bronzi al gran Cellini deono: i marmi Al Buonarruoto: al Bacchiacca i ricami: Le pietre al Tasso: al Bronzino il pennello. Vedesi il ritratto al naturale del Bacchiacca, insieme con quello di Jacopo da Pontormo, celebre pittore, e di Giovambatista Gello, famoso Accademico Fiorentino, fatto per mano di Agnolo Bronzino, nella bella tavola de’ Zanchini, dove esso Bronzino rappresentò la scesa di Cristo al Limbo. Molte altre opere, che per brevità si tralasciano, fece il Bacchiacca fino alla sua morte, che occorse l’anno 1557.

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P Palazzo di Caprarola di casa Farnese, opera del Vignuola 323. Palazzo de’ Pandolfini in via di San Gallo 175. Palla della Cupola del Duomo gettata dal Verrocchio. Peso e misura di detta Palla, nodo, croce, e polo di ferro di essa 119. Volumi delle Pandette Fiorentine, e sua storia 54. Pantasileo Calvi 248. Paolo Uccello e sue notizie. Fu il primo, che megliorasse l’antica maniera 57. Pitture sue in Duomo 58. Sue diverse opere. Donde si chiami Paolo Uccello. Dipinse nel Chiostro di Santa Maria Novella 62. Fu il primo pittore di paesi 63. Fu miniatore di molte cose di prospettive. A cagione di queste trascurò la pittura. Fu inventore degli svolazzi de’ panni nelle figure. Morte di Paolo. Fu molto semplice, e senza letteratura. Pittura della volta de’ Peruzzi, con un grande errore di erudizione 64. Porta della Sagrestia del Duomodi bronzo 65. Parri Spinelli e sua vita 34. Fu buon coloritore a tempera e a fresco. Dipinse molto in Arezzo. Il Pastorino da Siena pittore in vetro 346. Pellegrino da Modena 195. Pergamo di Prato, ove si mostra la Sacra Cintola 38. Pestilenze varie di Milano 331. Piero di Cosimo pittore 126. Fu eccellente in fare stravaganti figure d’animali e uomini. Era malinconichissimo e strano in ogni sua azione 127. Era stravagantissimo nel proprio trattamento. Il suo familiare maneggiamento quale fosse. In tutte le cose era contrario al costume degli altri uomini. Aveva grande invidia a coloro, che muojono per mano della giustizia, e perché. Stimava molto, e desiderava morire di morte subitanea, e perché. Altre sue stravaganze. Aveva gusto grandissimo nel veder piovere dirottamente, purché non venissero tuoni, de’ quali aveva una grandissima paura. Essendo ottagenario come dipingesse 128. Morì miseramente solo, e di caduta da una scala appiè della quale fu ritrovato 129. Pieter Aerfen, detto Pietro Lungo 298. Ebbe molto genio e abilità nel dipignere cucine con tutti i loro arnesi. Sue opere spezzate e rotte, e perché 299. Ebbe tre figliuoli, che furono anch’essi pittori 300. Pieter Brueghel Pittore 335. Disegnava tutte le vedute, che in viaggiando se gli presentavano davanti, donde ne derivò un proverbio sopra di lui. Si dilettava di cose allegre, e particolarmente de’ balli e feste contadinesche. Lasciò di pigliare per moglie una serva sua, non ostante averglielo promesso, e perché 336. Sue opere d’innumerabili figurine 337. Pietro Perugino Pittore, e sue opere 125. Pietro Riccio 129. Pietro Koeck pittore 310. Pittori, che operarono nella gran chiesa di S. Petronio, nella Cappella della Madonna della Pace 328. Pittori Genovesi 231. La Pittura posta in gran pregio, e poi molto decaduta, e suo racconto 72. Andrea del Sarto Pitture della Compagnia dello Scalzo. Pitture del chiostro piccolo della Chiesa della Santissima Nunziata 202. Pittura a fresco della Vergine, posta sopra la porta del chiostro, che entra in Chiesa 205. Polvere d’archibuso, da chi e quando sia stata inventata 27. Porte della Sagrestia del Duomo 37. Prete da Urbino 242. Il Primaticcio 266. Pulidoro da Caravaggio 281.

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