Nominativo - Paolo Veronese (Paolo Caliari, detto)

Numero occorrenze: 5

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 1

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Ora se da quanto s’è portato fin quì, che pure è un bene scarso saggio di ciò che del molto, ch’è stato detto e scritto in quattro interi secoli, potrebbe addursi, si può cavar conseguenza, che L’IGNARA PLEBE NON SOLO, MA QUALCHE BUONO AUTORE DEL PASSATO, E DEL PRESENTE SECOLO, CAMMINANDO SU L’ALTRUI FEDE, ED ALLA CIECA, SIASI LASCIATO PORTARE DA SÌ VANA CREDENZA, ED ERRONEA OPINIONE, il lasciamo alla considerazione di chi legge; e se l’Autore soggiungerà che con le pochissime pitture da esso addotte a confermazione di sua sentenza, dico di quelle ch’egli stesso confessa che oggi più non si veggono, ma resta la fede di lor bontà appresso al Baldo, e’l Bumaldo, e con quelle che pur’ oggi si veggono tutte fatte, com’e’ dice, avanti gli anni di Cimabue, e ne’ suoi tempi, ABBIA IL TEMPO PADRE DELLA VERITÀ, ANZI DELLE BUGIE SEVERO FISCALE, LE FALLACIE FATTO PALESI; sovvengagli che nelle cose labilissime e frali, com’è la Pittura, il tempo non è Padre della verità, ma della menzogna, non iscopritore di chiarezza e di lume, ma apportatore di tenebre; il che senza ch’io adduca esempi (come ben potrei fare senza scostarmi dalla materia che si tratta) conoscerà molto bene la per altro buona erudizione dello stesso. Ma perché tali pitture non ognuno à visto, né può vedere, per chiarirsi sul fatto, dell’erroneità de’ suoi supposti, riduciamola al discorso, e diciamo così. Verissima cosa è, che per ogni pittura, che si è rimasta oggi di quelle ch’e’ dice anno scoperto questa verità col tempo, al certo al certo che quattrocento anni fa ne eran mille, che poi il tempo à distrutte; laonde, siccome stolta cosa sarebbe di chi volesse scrivere oggi, che i disegni del divino Michelagnolo Buonarroti, la vivacità del gran Raffaello, il colorito del Correggio, di Tiziano, e del Veronese, il rilievo del Bassano, la nobiltà e verità de’ mai a bastanza lodati Carracci, fussero meno stimabili di quelle del suo Gio. da Capognano, e del nostro Geppe da S. Gimignano, l’uno e l’altro Pittori ordinatissimi; così dee credere ogni persona, che Uomini così dotti e savi, anzi primi lumi della letteratura, e, o Dilettanti, o Professori, che peregrinarono per l’Italia, e pel Mondo, non avrebbero scritto cosa tanto contraria al senso, quanto fusse, che l’opere di Cimabue e di Giotto, fussero superiori a quelle d’ogn’altro Pittore di que’ Secoli, e d’alcuni altri avanti, mentre che pure tante e tant’altre pitture, erano per tutta Italia e fuori, di diversi Maestri più antichi, e di que’ medesimi tempi ancora che Cimabue e Giotto operavano; né tante nobilissime Città d’Italia, e Provincie, avrebbono a gara proccurato d’avere a sé prima Cimabue e’ suoi Discepoli, e molto più doppo di lui il celebratissimo Giotto, per ornare i lor Tempj, il lor Monasteri, i Palazzi Reali, i Fori, i Tribunali, e quanti suntuosi Edificj sapeva la magnificenza loro esporre all’ammirazione degli Uomini. Tali furono, per camminar coll’ordine della Storia, Firenze, Ascesi, Arezzo, Pisa, Roma ne’ tempi di Bonifazio VIII. Avignone, e molti luoghi della Francia in tempo di Clemente V. Padova, Verona, ed altri luoghi dello Stato Veneto, Ferrara, Ravenna, Urbino, Lucca, Napoli, Gaeta, Rimini, Milano, e tutta la Toscana, per nulla dire delle Terre, Castella, Monasteri, ed altri luoghi sparsi per quelli Stati. A tutto questo aggiungasi, che la nobiliss. e virtuosiss. Città di Bologna, dove, per quanto si à da più Autori, ma particolarmente da Cherubino Gherardacci Eremitano, Scrittor della Storia di essa Città, fu chiamato Buonamico Buffalmacco, dice egli, eccellente Pittore a dipigner le storie de’ voltoni nella Cappella de’ Bolognini nella Chiesa di S. Petronio, ebbe quelle sue pitture in sì gran conto, che soggiunge il medesimo Autore, che furono fatti ripari, e difensivi per quelle sottrarre a i pericoli, e danni delle piogge.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

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C Caccini, Giovanni, decenn. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 49. Casa, Melchior, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 525. in fine. Calandrino, Nozzo di Perino, decen. 4. del sec. I. a c. 64. Calcagni, Antonio, decen. 3. della parte 2. del sec. 4. a c. 223. Caldara, Pulidoro, decenn. 3. del sec. 4. a c. 281. Vedi da Caravaggio. Calliari, Benedetto, dec. 2. della p. 2. del secolo 4. a c. 139. Calliari, Carletto, decenn. 5. del sec. 4. a c. 348. Calliari, Paolo, decenn. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 56. Callot, Jacopo, decenn. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 109. Calvart, Dionisio, decenn. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 97. Calvi, Lazzaro, decenn. 3. del sec. 4. a c. 247. Calvi, Pantafilco, decenn. 3. del sec. 4. a c. 248. Camassei, Andrea, decenn. 3. della parte I. del sec. 5. a c. 228. Cambioso, Giovanni, decenn. 3. del secolo 4. a c. 263. Campi, Antonio, decen. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 86. Campi, Bernardino, decenn. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 61. Campi, Galeazzo, decenn. 2. del sec. 4. a c. 230. Campi, Giulio, dec. 4. del sec. 4. a c. 296. Campi, Vincenzio Antonio, decen. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 87. Canneri, Anselmo, decenn. 4. del secolo 4. a c. 329. Cantagallina, Remigio, decenn. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 77. Canuper, Niccola, decenn. 3. della parte I. del sec. 5. a c. 197. Capellino, Giovambaista, decenn. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 161. Caporali, Giulio, dec. 4. del sec. 4. a c. 289. Capiro, Francesco, decenn. 5. della parte I. del sec. 5. a c. 539. Caracci, Agostino, decenn. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 69. Caracci, Annibale, decenn. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 72. Caracci, Lodovico, decen. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 57. Carboni, Giovanni, dec. 3. della p. I. del sec. 5. a c. 201. al vers. 28. Carcani, Filippo, decen. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 526. verso il mezzo. Cardi, Fra Lodovico Cigoli, che è lo stesso, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 15. Carducci, Bartolommeo, decen. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 155. Carducci, Vincenzio, decenn. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 313. Carlone, Gio., decenn. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 303. Caroselli, Agnolo, decenn. 2. della parte 3. del sec. 4. a c. 307. Caroti, Giovanni, decenn. 4. del sec. 4. a c. 286. Caroti, Gio. Francesco, decenn. I. del sec. 4. a c. 184. Casolani, Alessandro, decenn. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 214. Castello, Bernardo, decen. 2. della parte 3. del sec. 4. a c. 287. Castello, Castellino, decen. 3. della parte 3. del sec. 4. a c. 419. Castello, Valerio, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 535. Castiglione, Gio. Benedetto, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 534. Cateni, Gio. Cammillo, decenn. 5. della p. I. del sec. 5. a c. 528. al vers. 8. Cav. Fra Bartolommeo Preti, decen. 6. della par. 2. del sec. 6. a c. 633. Vedi il Pittor Calavrese. Cavallini, Pietro, dec. I. del sec. 2. a c. 6. Cecco Sanese, dec. 3. del sec. 4. a c. 247. al verso 18. Cennini, Cennino di Drea, decenn. 8. del sec. 2. a c. 90. Cerquozzi, decenn. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 189. Vedi Michelagnolo delle Battaglie.Cesi, Bartolommeo, decenn. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 54. Chellini, Artu, decenn. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 378. Chellini, Erasmo, decen. 4. della parte I. del sec. 5. a c. 378. Chiavistelli, Jacopo, dec. 3. della p. I. del sec. 5. a c. 278. al verso 30. Chiesa, Silvestro, decenn. 5. della parte I. del sec. 5. a c. 534. Chiodarolo, Gio. Maria, decenn. 3. del sec. 4. a c. 280. Ciamborlani, Gio. Grisostomo, dec. 3. della p. I. del sec. 4. a c. 231. al v. 27. Ciaminghi, Francesco, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 527. al vers. 19. Cigoli, Fra Lodovico, che è lo stesso, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 15. Cimabue, Giovanni, par. I. decenn. I. del sec. I. a c. 1. Cioli, Simone, decenn. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 267. Cioli, Valerio, decenn. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 173. Civitali, Matteo, decenn. 4. della parte I. del sec. 3. a c. 99. verso il mezzo Claesz, Cornelio, decenn. 3. della parte 3. del sec. 4. a c. 398. Claudio Gellee, o Claudio Lorenese, decenn. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 353. Cleayer, Gasparo, decenn. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 120. Cleef, Ivos, decenn. 2. del sec. 4. a c. 215. Vedi il Pazzo. Coccapani, Gio., decenn. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 123. Coccapani, Sigismondo, dec. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 132. Cocxie, Michel, dec. 4. del sec. 4. a c. 301. Coignet, Gillis, decenn. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 167. Colomboni, Don Angiol Maria, decenn. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 305. Comodi, Andrea, decen. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 260. Coninche, David, decenn. 7. della parte 2. del sec. 7. a c. 623. Corsiers, Gio. decenn. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 379. Contarino, Giovanni, decenn. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 201. Copè Fiammingo, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 196. al verso 35. Coques, Gonsalo, decen. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 416. Cornelisz, Jacob, dec. I. del sec. 4. a c. 190. Cornelisz, Pieter, decen. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 243. Corona, Lionardo, decen. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 209. Corso, Niccolò, dec. 2. sec. 4. a c. 232. Cort, Cornelio, decenn. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 222. Cortesi, Padre Jacopo, dec. 5. della p. I. del sec. 5. a c. 417. Vedi il Borgognone. Cosci, Gio. Balducci, det. Cosci, dec. 3. della p. 2. del sec. 4. a c. 218. Vedi Balducci. Cozzerelli, Jacopo, decenn. 4. della parte I. del sec. 3. a c. 106. Crebbe, Frans, dec. 4. del sec. 4. a c. 305. Cristofani, Fabio, decenn. 5. della parte I. del sec. 5. a c. 526. al verso 27. Cristofano da Modana, decen. 9. del secolo 2. a c. 101. Curradi, Raffaello, decenn. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 138. Curt, Girolamo, decenn. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 267. Vedi Dentone.

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Discepolo di Liberale Veronese, fioriva circa il 1532. Seguitò la maniera di Gio. Francesco Caroti suo fratello. Dipinse nella Chiesa di San Bartolommeo di Verona alcune Sante; in San Giovanni, presso al Duomo, in una tavola piccola un San Martino. Fece il ritratto di Marc’Antonio della Torre Pittore, ed altri ritratti di naturale. Disegnò le piante dell’anticaglie di Verona, gli Archi trionfali e il Colosseo, che furon riposte nel libro dell’Antichità di Verona, dato alle stampe da Torello Saraina, e fu uno de’ maestri del famosissimo Paol Veronese.

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Discepolo del Carotto, nato 1494, morto 1567. Circa a questi tempi fiorì Domenico Riccio Pittore Veronese. Fu il padre suo professore d’intaglio in legname: e perché egli fu inventore di quell’ordingo, che noi diciamo, Trappola di legno, con cui vivi si prendono i topi, fu cognominato il Brusasorci. Volle costui, che Domenico, ne’ primi anni suoi, attendesse al proprio mestiero d’intagliare legname; ma scortolo poi molto inclinato alla pittura, lo pose ad imparare tal arte dal Carotto, col quale essendosi egli molto approfittato, si risolvè di portarsi a Venezia, dove studiò di tal proposito le opere de’ gran maestri, che potè far ritorno alla patria in stato di buon pittore. Quivi ebbe a dipignere nel Palazzo de’ Murari una storia delle Nozze del Benaco, detto il Lago di Garda, con Caride Ninfa, figurata per Garda, onde trae origine il Mincio, descritta da Catullo, che fu di quella patria: la quale opera (scherzando sopra i pensieri del Poeta) arricchì, ed accompagnò con vaghe invenzioni. Fece dalla parte della pubblica via un fregio di serpi e d’altri animali avviticchiati insieme fra di loro, in atto di combattere: e questa parte ancora adornò con vaghe rappresentazioni di favole. Dalle parti laterali fece vedere un intreccio d’uomini e di donne, e i Centauri, in atto di rapirle; cos tutte, che aggiunte alla bell’opera del trionfo di Pompeo, che egli colorì nella Sala della stessa casa, partorirono a Domenico non ordinaria fama e credito. Dice il Cavalier Ridolfi, che rimaneva a dar fine alla parte del fianco della casa stessa verso la strada; ma quella fu poi dall’India vecchio dipinta; perché avendo Domenico operato di vantaggio dell’accordo, né traendo da quell’avaro mercante piccolo segno di gratitudine; anzi durando egli non poca fatica a cavargli di mano la somma pattuita di quaranta ducati, non volle in modo alcuno proseguire il lavoro, anzi voleva al tutto cassar ciò, che già aveva operato; ma si ritenne poscia, persuaso dagli amici a non privare il mondo di opera così bella. Passatosene a Mantova, dipinse al Cavaliere Ercole Gonzaga, per lo Duomo, la tavola di Santa Margherita, a concorrenza d’opere di Paolo Caliari, del Farinato, e di Batista del Moro; ed una ne fece per la Chiesa del Castello, ove fece vedere la Decollazione di San Giovanni Battista. In Verona poi dipinse nel Palazzo di Pellegrino Ridolfi nella Sala, la Cavalcata di Clemente VII con Carlo V per la città di Bologna, colle naturali effigie di questi, e d’altri personaggi di quei tempi. Dipinse più facciate di case, e più tavole e quadri colorì per diverse chiese e private persone: e finalmente all’età pervenuto di settantatre anni, nel 1567 finì la sua vita.

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Figlio di Paolo Caliari, nato... morto 1596. Questo virtuosissimo giovane operò assai insieme con Benedetto Caliari suo zio, e fratello di Paolo, e con Gabriello Caliari suo proprio fratello: e tutti e tre furono allo stesso Paolo d’ajuto in molte opere: e diedero fine ad alcune delle sue pitture, restate imperfette per la morte di esso, che seguì l’anno 1598 e particolarmente al bel quadro della Manna, che è in Venezia nella Cappella del Sagramento nella Chiesa de’ Santi Apostoli. Fra le prime opere, che facesse Carlo, essendo ancora in età di diciassette anni, fu un Adone morto, e Venere in atto di piangerlo: e similmente un’Angelica e Medoro, che ne’ tronchi degli alberi imprimono i nomi loro: e questa fu poi intagliata in rame da Raffael Sadeler. È però da sapersi, che avendo Paol Veronese insegnata l’arte a questo giovanetto, per la grande stima che e’ faceva del Bassano vecchio, per quanto alla forza ed al rilievo appartiene, volle, ch’egli stesse alcun tempo appresso del medesimo, affinché egli quella bella maniera apprendesse. Dipoi dipinse insieme con Gabriello suo fratello, la gran tavola pel Refettorio del Convento di S. Jacopo della Giudecca, dove figurò Cristo nostro Signore sedente alla mensa, con Levì banchiere, con molti degli Scribi e Farisei: e nella Sala del maggior Consiglio due storie d’Alessandro III. In quella degli Antipregadi fece storie d’Ambascerie de’ Persiani alla Repubblica. In San Niccolò de’ Frari, e in altre Chiese e Conventi fece co’ medesimi altre opere. Per la Chiesa di Santa Giustina di Padova, dipinse pure insieme con esso alcune istorie de’ fatti di San Paolo e San Matteo Apostoli. Veggionsi lor pitture in Venezia per molte case di private persone, in Trevigi, in Vicenza e in Brescia. Visse Carlo, insieme con Gabrielle suo fratello, in continua pace e senz’alcuna emulazione: e dipigneva l’uno sopra l’opere dell’altro, con che accrescevano a sé stessi tuttavia maggiore onore e ricchezza; ma perché non è capace l’umana condizione di goder molto a lungo vera felicità, appena fu Carlo all’età pervenuto d’anni ventisei, che soverchiamente affaticato negli studj dell’arte, sopraggiunto da etica febbre, se ne morì, lasciando di sé fama immortale. Di questo valente giovane, nella Galleria si vede un quadro da Altare alto cinque braccia in circa, rappresentante il miracolo di San Fridiano Vescovo di Lucca, quando raffrena il fiume Serchio, che avea inondate le campagne circonvicine, e lo fa tornare nel suo letto: V’è il Santo Vescovo in abiti Pontificali con in mano il Rastrello da muover terra, col quale va riunendo le rotture degli argini per cui sgorgavano impetuosamente l’acque: e dietro a lui una mezza figura, che tiene il Pastorale, le quali due figure potrebbero dirsi di Paolo medesimo, se il nome di Carlo figliuolo di Paolo Caliari, non si leggesse in un angolo del quadro. La Madonna pure graziosamente vestita col suo vaso di balsamo a’ piedi, e posta nel mezzo della tavola, sembra totalmente di Paolo, potendosi ragionevolmente credere essersi introdotta nel quadro, questa gran santa, per devozione di chi ne fece la spesa. Nella parte superiore v’è la gran Vergine Madre sostenuta da nuvole e Angeli, quasi dir si voglia, che per la di lei intercessione seguisse il miracolo. Questo bel quadro, a cui, per la sua mole può darsi il nome di singolare, stette lungo tempo come nascoso nella Terra di Castelfranco di sotto, lontano venti miglia in circa da Firenze, di dove, per attenzione del Serenissimo Gran Principe Ferdinando di gloriosa memoria, trasportato nell’appartamento da esso abitato, e adornato da numerosa e famosissima Quadreria, com’è noto, oggi nella Galleria della Real Casa si conserva.

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