Nominativo - Moro Antonis

Numero occorrenze: 3

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

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M Macchietti, Girolamo, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 175. Maes, Eriest Krynsz, decen. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 398. Maganza, Alessandro, dec. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 207. Maggi, Girolamo, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 151. Maglia, Michele, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 526. verso 31. Magnano, Cristofano, dec. 2. della parte 2. del sec. 4. a c. 164. Magnasco, Stefano, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 539. Mainero, Gio. Batista, decen. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 533. Malombra, Pietro, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 211. Manetti, Rutilio, decen. 2. della p. I. a c. 92. del sec. 5. Mannozzi, Gio., decen. 2. del sec. 5. a c. I. Vedi Gio. da S. Gio.Mantovano, Gio. Batista, dec. 5. del sec. 4. a c. 333. Vedi Gio. Batista. Marcantonio Raimondi, dec. I. del secolo 4. a c. 187. Vedi Raimondi. Marco di Guccio, decenn. 7. del sec. 2. a c. 80. Mariani, Cammillo, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 245. Marinari, Onorio, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 577. al verso 20. Marcellini, Carlo, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 522. al verso 6. Marten, dec. 4. del sec. 4. a c. 302. Martini, Francesco, dec. 4. della par. I. del sec. 6. a c. 106. Marucelli, Gio. Stefano, dec. 2. della p. I. del secolo 5. a c. 122. Masaccio, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 70. Mascagni, Fra Arsenio, dec. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 79. Vedi Fra Arsenio.Masolino da Panicale, dec. 10. del secolo 2. a c. 108. Maturino, dec. 3. del sec. 4. a c. 281. Mazzaoli, Giuseppe, dec. 5. della parte I. del sec. 5. a c. 526. al verso 42. Mecherino, Domenico, dec. I. del secolo 4. a c. 196. Vedi Beccafumi. Meert, Pietro, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 377. Meyssens, Gio., dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 377. Melissi, Agostino, dec. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 77. al verso 31. Melzo, Francesco, dec. 10. della par. 2. del sec. 3. a c. 157. Memmi, Simone, decen. I. del sec. 2. a c. 3. Memmi, Lippo, dec. 3. del sec. 2. a c. 34. Merano, Francesco, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 532. Vedi il Paggio. Metelli, Agostino, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 286. Michelagnolo delle Battaglie, decen. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 189. Vedi Cerquozzi. Michel Agnolo Scultore, dec. 4. del secolo 4. a c. 307. Michele, Parrasio, dec. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 168. Miel, Cav. Gio, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 366. Milano, Giulio Cesare, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 338. verso il fine. Milone, Altobello, decen. I. del sec. 4. a c. 199. Minnerbroes, Frans, dec. 4. del sec. 4. a c. 304. Mino da Siena, decen. 6. del sec. 2. a c. 74. Mireveld, Michel Jansen, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 230. Myten, Atet, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 122. Moccio, dec. 6. del sec. 2. a c. 74. Mochi, Orazio, dec. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 137. Molenaer, Cornelis, dec. 5. del sec. 4. a c. 341. Molosso, dec. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 165. Vedi Trotto. Momo da Siena, decenn. 3. del sec. 4. a c. 247. al verso 12. Momper Giuseppe, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 238. al verso 23. Monaco Camaldolese, Don Lorenzo, dec. 8. del sec. 2. a c. 94. Monaco dell'Isole dell'Oro, dec. 8. del sec. 2. a c. 88. Monfoort, Antonis, o Blocklandt, decen. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 150. Monscher, Jaques, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 398. al verso 35. Monsu Giusto, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 167. Vedi Subtermans. Montanari, Gio. Agostino, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 419. Montfoort, Pieter Geritsz, dec. 3. della p. 3. del sec. 4. a c. 398. al vers. 36. Montemezzano, dec. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 240. Monti, Gio. Batista, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 534. Mostart, Frans, e Gillis fratelli, dec. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 166. Mostart, Jan, dec. 2. del sec. 4. a c. 305. Morandi, Gio. Maria, dec. 2. della parte I. del sec. 5. a c. 77. al verso 25. Morandini, Francesco di ser Francesco, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 188. Morecls, Pnuxels, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 398. Morenello, Andrea, dec. 2. del sec. 4. a c. 232. Moreno, Fra Lorenzo, dec. 2. del secolo 4. a c. 232. Moretto, Cristofano, dec. I. del sec. 4. a c. 198. in fine. Morigi, Michelagnolo, decen. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 274. Vedi da Caravaggio. Moro, Antonis, dec. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 59. Moroni, Pompeo, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 528. al verso 20. Morosini, detto Montepulciano, Francesco, dec. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 77. al verso 19. Musante, Gio. Luigi, dec. I. della parte I. del sec. 4. a c. 223.

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Fioriva circa al 1500. Trovasi, che nell’anno 1511 entrò nella Compagnia de’ Pittori d’Anversa un certo Giusto di Cleef, una delle Sette Provincie unite, il quale fu poi detto Giuseppe Pazzo: il padre suo fu certo maestro Willem di Cleef pittore, che pure entrò in essa Compagnia l’anno 1518. Attesta il Vanmander, che questo Giusto, fu uno de’ migliori coloritori, che avessero quelle parti ne’ suoi tempi: e che le opere sue erano tenute universalmente in grandissima stima, perché le sue figure parevano di vera e viva carne: e anche aveva un bel modo nel dipignere altre cose; ma la troppo eccedente stima ch’egli aveva di sé stesso, talmente l’acciecò, che facendogli sempre credere, che le proprie pitture dovessero valere di gran lunga più di quelle di ogni altro artefice di sua età, e che non vi fosse prezzo, che adeguar le potesse, fermandolo tuttavia più in simile apprensione, fecelo talvolta quasi delirare; onde ne acquistò fra gli amici e professori, nome di pazzo. Avvenne una volta, in tempo che Filippo II Re di Spagna si maritò con Maria Regina d’Inghilterra, che Giusto si portò da quella Maestà, affine di darle alcune cose di sua mano: e perché ciò gli venisse meglio effettuato, si accostò prima ad un pittore del Re chiamato Antonis Moro, pregandolo di assistenza e d’ajuto. Questi gli promise di fare ogni opera, affinché le opere sue venissero ad avere adito alla persona del Re; ma portò il caso, che in quel medesimo tempo fossero d’Italia mandati in quelle parti molti quadri di diversi insignissimi maestri, e particolarmente di Tiziano, i quali, avendo conseguito da quel Monarca quel gradimento e stima, che loro si conveniva, fecero sì, che il Moro non pure poté fargli vedere le opere di Giusto, ma né meno poté passare alcuno ufficio a lui favorevole. Questo stravagantissimo cervello diede allora in grandi smanie; ma assai più dopo ch’egli ebbe vedute le pitture di Tiziano, parendogli, che queste, poste a confronto colle sue, nulla valessero. Presela col Moro, e molto con parole il maltrattò, dicendogli, che non meritava d’aver a fare ufficio di proporre a sua Maestà pitture di un sì gran maestro, quale era egli: e giunse tant’oltre con le invettive, e tanto uscì dai termini della civiltà e del dovere, che il Moro, fattosi vivo, e gettatosegli alla vita, gli mise addosso tanta paura, che il vile Giusto rifugiatosi sotto una tavola, non osò più far parole; tantoché il Moro, veduta tal sua vigliaccheria, si partì, lasciandolo in quel posto medesimo. Stato ch’egli fu così un poco, rodendoselo la rabbia, diede mano a fare sì fatti spropositi. Prese della vernice di trementina, e con quella invetriandosi il berettino e’l vestito, se n’andò per la città, facendosi vedere per le pubbliche strade. Inoltre, avendo fino a quel tempo fatte diverse pitture in tavola a particolari persone, procurò di riaverle in mano, con pretesto di volerle migliorare: e ritoccandole in ogni parte, in cambio di migliorarle, quasi del tutto le guastò, con dolore e danno de’ padroni. Andò poi crescendo talmente in lui la frenesia, che a’ parenti ed amici fu necessario il rinchiuderlo. Era di mano di costui l'anno 1604 appresso Melchior Wyntgis in Middelborgh, una immagine di Maria Vergine, e dietro era un bel paese dipinto da Joachim Patenier. In Amsterdam, appresso Sion Lus, era un Bacco assai bello, al quale aveva fatto i capelli canuti, discostandosi in ciò dalla comune de’ Poeti, che a Bacco, come donatore dell’allegria, danno una perpetua gioventù, e fra questi Tibullo: Solis aeterna est PhoeboBacchoque iuventus. ma, per mio avviso, volle il pittore con tale canizie significare, esser proprio delle cadenti età il molto bere: o forse ancora, che il soverchio, presto riduce l’uomo a suo fine. Non è noto il tempo della morte di Giusto, il quale, non ha dubbio, che non sia stato un valoroso artefice, e tale, che meritò, che il Lansonio facesse in lode di lui alcuni versi, da’ quali pare che si raccolga, che egli avesse un figliuolo della stessa professione; e sono i seguenti. JUSTO CLIVENSI ANTVERPIANO PICTORI Nostra nec Artifices inter, te Musa silebit, Belgas, Picturae non leve Juste decus. Quam propria, nati tam felix arte fuisses, Mansisset sanum si misero cerebrum.

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Arrivato a Venezia, poco vi si trattenne, perché volle scorrere a vedere molte altre provincie d’Italia. Fermossi per qualche tempo in Roma, dove cominciò a disegnare tutto l’antico, tanto di figure, che di rovine, e l’opere di Michelagnolo e di Raffaello; onde fin d’allora crebbe il suo nome appresso di molti. Occorse intanto, che fu creato Papa il Cardinale d’Utrecht, che fu Adriano VI in tempo ch’egli era in Ispagna; ed essendosi porta occasione allo Schoorel di farsegli conoscere, acquistò tal grazia appresso di lui, che gli fu subito dato il maneggio di Belvedere. Quivi fece alcuni quadri per lo stesso Papa, ed il ritratto di lui al naturale, che fu portato a Lovanio, nel Collegio eretto dal medesimo Papa. Questo buon Pontefice, dopo aver regnato un anno e otto mesi in circa, si morì: onde Schoorel, dopo aver finite alcune pitture in Roma, se ne tornò alla patria. Arrivato a Utrecht, fu preso da gran dolore, perché gli fu data la nuova, che la figliuola del suo maestro d’Amsterdam era stata maritata ad un orefice; onde il povero giovane vide in un punto fallito ogni suo disegno, e perduta quasi ogni fatica, che a poco altro aveva egli indirizzata, che al fine di abilitarsi all’affettuazione delle tanto desiderate nozze. Stettesi in Utrecht con un certo Proposto di Oudemunster, chiamato Lochorst, uomo di corte e grande amatore dell’arte. Questi dipigneva a olio e a guazzo. Quivi lo Schoorel dipinse l’entrata di Cristo in Gerusalemme, colla città al naturale, e vi fece molte figure de’ fanciulli Ebrei ed altri, che stendono i rami e le vestimenta a’ piedi del trionfante Signore. Fu questa tavola, che aveva i suoi sportelli, collocata nella Chiesa Cattedrale, alla quale fu donata da’ parenti del Proposto di essa. In quel tempo seguì una sollevazione nella città, fra alcuni partigiani del Vescovo, e quelli del Duca di Gueldria; onde lo Schoorel, per fuggire il tumulto, se ne venne in Haarlem, dove dal Comandante dell’Ordine di San Giovanni, che si chiamava Simon Saen, grande amico de’ pittori, fu ben ricevuto e ben trattato. Per questi fece alcune opere, che fino dell’anno 1604 si trovavano in quel luogo: particolarmente una storia di San Giovanni che battezza, dove si vedevano bellissime figure di vaghi aspetti, un bel paese e molti ignudi per battezzarsi. Aveva egli già acquistata gran fama in quel luogo, quando si risolvè a pigliarvi casa; che però gli furono date a fare poi molte tavole per altari di quelle Chiese: ed una, che doveva servire per l’Altare maggiore della Chiesa vecchia di Amsterdam, in cui rappresentò un Crocifisso: dell’invenzione della quale tavola se ne vedeva un’altra, pure in Amsterdam, detto anno 1604. Fu poi chiamato a Utrecht da’ Signori del Collegio di Santa Maria, Chiesa fondata da Enrico V Imperatore, dove fece una tavola per la maggior Cappella, con quattro sportelli, il primo de’ quali doveva egli, come gli fu ordinato, dipignere per una prova. Ritrasse alcune persone al naturale: ne’ primi due sportelli figurò Maria Vergine, col Bambino e S. Giuseppe, lo ‘mperatore inginocchioni, in abito Imperiale, col Vescovo Conradus, pontificalmente vestito; ed altre persone vi ritrasse, che per comandamento dello ‘mperatore avevan fatto abbellire quella Chiesa; e vi era anche un bellissimo paese. I due altri sportelli tenne alcuni anni; intanto dipinse alcune tele a guazzo, grandi quanto erano i due sportelli: in una rappresentò il Sagrifizio d’Abramo, con un bel paese. Queste tele fece poi comprare, insieme con altre opere di Schoorel, il Re Filippo l’anno 1549 coll’occasione di trovarsi nella Fiandra, e di passaggio in Utrecht, e se le portò in Ispagna. Era di mano di costui, in Amsterdam, un Crocifisso con bellissimi sportelli, fatto nel miglior tempo. Gli sportelli fatti in Utrecht, e ancora una bella tavola in Goude, insieme con molte altre belle opere sue, furono l’anno 1566 rotte e abbruciate dalla plebe. A Marchien, bellissima Badia in Artesia, era una sua bella tavola, con San Lorenzo sopra la graticola: una dell’undicimila Vergini, con due sportelli; ed una con sei, dove aveva rappresentato il martirio di Santo Stefano. In Utrecht, nella Badia di S. Vaes, dietro all’Altar maggiore, era una tavola con un Crocifisso, con due sportelli. In Haarlem, appresso Geert Willemsz Scoterbosch, era un pezzo di quadro piccolo, dov’egli aveva rappresentato quando la Vergine offerse il Figliuolo nel Tempio nelle braccia di Simeone, con molte figure. Nella Frigia, in una Badia, chiamata Grootouwer, era una tavola della Cena del Signore, con figure al naturale, e le facce ancora degli sportelli dipinte. In Malines, tra Bruselles ed Anversa, era un Mercante, che avea corrispondenza a Roma, chiamato Willem Pieters, il quale collo Schoorel aveva contratta grande amicizia: fece egli per costui alcuni be’ pezzi di quadri. In Breda, pel Conte Enrico di Nassau, e Rene de Chalon, Principe d’Oranges, fece alcune opere. Fu poi chiamato dal Re di Francia Francesco I per andare al suo servizio, con gran promesse: ed ei ricusò, perché non volle mai obbligarsi nelle Corti; anzi una volta, che gli piacque raccomandare un certo architetto al Re di Svezia Gustavo, gli mandò col medesimo a donare una bella immagine della Madonna, di sua mano, la quale fu da quel Re tanto gradita, che non isdegnò lo scrivergli una lettera di proprio pugno in ringraziamento, inviandogliela accompagnata con un ricchissimo regalo, che fu un anello di gran valore, con altre simili cose e una slitta, con tutti i suoi arnesi pel cavallo: quella appunto, colla quale soleva sua Maestà andar sopra il diaccio, con un formaggio di Svezia di dugento libbre di quel peso, del nostro dugentosessantasei. Lo Schoorel ricevette la lettera; ma bensì aperta, per essere stata intercetta, e preso il regalo. Fu quest’artefice assai famigliare a tutti i Cavalieri della Fiandra, perché all’arte della pittura, aveva congiunto la musica e la poesia. Era buon rettorico, e componeva ben le commedie e canzoni. Tirò bene d’arco, e parlò molte lingue francamente, cioè la Latina, l’Italiana, Franzese e Tedesca, oltre alla sua nativa. Fu liberale del suo, di spirito allegro e vivace; ma giunto a una certa età, fu così tormentato dalla podagra, che divenne vecchio avanti il tempo. Finalmente pervenuto all’età di sessantasette anni, se ne andò a vita migliore l’anno 1560 a’ sei di Dicembre. Rimase di suoi discepoli il pittore di Filippo Re di SpagnaAntonio Moro, il quale, pel grande affetto, che gli portava, volle due anni avanti ch’egli morisse, cioè l’anno 1558 farne il ritratto, sotto il quale scrisse i seguenti versi: Addidit hic arti decus, huic ars ipsa decorem, Quo moriente mori est hæc quoque visa sibi.

Con il contributo di