Nominativo - Medici (de') Lorenzo il Magnifico

Numero occorrenze: 13

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 1

1681

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Nel pubblico Archivio Fior. ne’ rogiti di ser Francesco di Pagno da Vespignano a’ 15. Settembre 1335. che al modo Fiorentino mesi 16. prima della sua morte esso Giotto presente al Contratto, accettò un’obbligazione a suo favore di Puccio di Pacio da S. Michele a Aglioni di Mugello; e per rogito del medesimo ser Francesco poi a’ 2 Febbraio 1337. Lucia sua figliuola eseguisce i legati di Bice sua sorella per l’anima di Giotto suo Padre defunto. Tale dunque fu la fine di questo grande Artefice. Dipoi per opera del Magnifico Lorenzo de’ Medici fu in essa Chiesa di S. Reparata posta in memoria di lui l’effigie sua scolpita per mano di Benedetto da Maiano Scultore allora molto celebrato, co’ seguenti versi composti dal grande Agnolo Poliziano. Ille ego sum IOCTUS per quem Pictura extinta revixit
Cui tam recta manus tam fuit, et facilis.
Naturæ deerat nostræ quod defuit arti
Plus licuit nulli pingere nec melius.
Miraris Turrim egregiam sacro ære sonantem
Hæc quoque de modulo crevit ad astra meo.
Denique sum Ioctus quid opus fuit illa referre
Hoc nomen longi Carminis instar erit.

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1681

Pagina 67

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L
S. Luca Vangelista nel giorno della sua festa si pone la prima pietra della Chiesa di S. Maria Novella 4.
S. Luca. Altare a lui dedicato nella Capp. de Gondi dipinta da Greci maestri di Cimabue 4.
S. Luca con alcune immagini di Cristo e di Maria da sé dipinte converte l’anime a Dio 29.
Lapo Antonio Architetto dicesi Tedesco 36.
Lastricare le strade in Firenze quando ebbe principio e da chi 36.
Loggia, e Piazza de’ Priori quando edificata 36.
Lorenzo de’ Medici nella Chiesa di S. Reparata fece scolpire in memoria di Giotto la sua effigie per mano di Benedetto da Maiano, con i versi composti del Poliziano 51. e 52.

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1686

Pagina 34

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Dipinse Stefano a fresco la Madonna del Campo santo di Pisa, nella qual’ opera si portò meglio del Maestro. Fece nel Chiostro di Santo Spirito di Firenze tre storie, che oggi più non si vedono, e le arricchì di prospettive, e architetture fatte con tanto gusto, che già si cominciò a scoprire in quelle qualche barlume della buona maniera moderna. Fra queste finse una capricciosa salita di scale, della quale è fama, che poi si servisse il Magnifico Lorenzo de’ Medici per fare le scale di fuora della real Villa del Poggio a Caiano. Fu bizzarro, e nuovo negli scorci, e il primo che uscisse dell’antico modo tenuto nelle figure da’ maestri suoi antecessori, tanto che disse di lui Cristofano Landini nell’Apologia. Stefano da tutti è nominato scimia della natura; tanto espresse qualunque cosa volle. Dipinse in Pistoia la Cappella di San Iacopo. Operò in Milano, Roma, Ascesi, Perugia, e in altre molte Città d’Italia, oltre a tutto cio, ch’egli fece per le principali Chiese di Firenze sua patria. Seguì la sua morte l’anno del Giubbileo 1350.

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1686

Pagina 62

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Or questo Don Silvestro, di cui ora siamo per parlare, che fu singolarissimo nel lavorar di minio, avendo avute in sorte di vivere ne’ tempi, e nello stesso Monastero di Don Iacopo, fu quegli, che con si maraviglioso artifizio, e diligenza abbellì con sue figure tutti i notati libri, che vedute, come dicemmo, da ottimi professori de’ buoni secoli, furono estremamente lodate; e sappiamo, che venendo alla nostra Città di Firenze la Santità di Papa Leone X egli volle vedere, e ben considerare ad uno per uno, confessando avergli molte volte sentiti lodare dal Magnifico Lorenzo de’ Medici suo padre; e dicono, che dopo avergli tutti ben veduti, ed ammirati, mentre stavansi aperti sopra le prospere del Coro, proroppe in queste, o simile parole: Se questi fossero secondo l’uso della Chiesa Romana, e non come sono, secondo l’ordine Monastico, e uso di Camaldoli, ne vorremmo alcuni pezzi per la Basilica di san Pietro, ove già se ne conservavano due altri, che tenevansi per di mano de’ medesimi Monaci, con dare a’ Monaci per essi un’adequata ricompensa. Giunse a tanto il concetto, che s’ebbe per ognuno della virtù di questo uomo, ma particolarmente da tutti i Monaci, che essendo venuto a morte, vollero che fosse a lui fatto lo stesso onore che fatto avevano a detto Iacopo; che fosse la mano sua destra stata operatrice di lavoro tanto insigne conservata in degna custodia ad eterna memoria.

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1686

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L Lando da Siena archit. sua vita 42. Leon X. Sommo Pontefice a Firenze visita il Monastero degli Angeli 61. Libro antico de’ morti del Convento di san Domenico in Siena 3. 5. Libro intitolato Martilogio esistente nell’Archivio di san Pietro in Roma 3. Libreria di san Lorenzo del Sereniss. Granduca 12. Libri di antichissimi Poeti Provenzali, che vi conservano 90. 92. Libro antico degli uomini della Compagnia de’ Pittori di Firenze 13. 33. 48. Libreria celebre de’ manoscritti originali, e spogli del Senat. Carlo Strozzi 64. 67. 79. Libreria insigne anticamente in Provenza, ridotta a ben’ essere dopo le guerre dal Monaco dell’Isole d’Oro 89. Lino pitt. scult. e archit. sua vita 8. Lionardo Aretino istorico 107. Lionardo della nobile famiglia de’ Buonarruoti Simoni 104. Lippo pitt. Fiorentino sua vita 84. Lippo Vanni pitt. Sanese 87. Lippo Memmi pitt. Sanese sua vita 34. Loggia de’ Signori in Piazza architettata dall’Orcagna 65. Loggia d’Or San Michele dipinta 43. Loggia de’ Mercanti d’Ancona da chi architettata 75. Lorenzo Ghiberti scult. Fior. fa le due porte di S. Giovanni 32. Lorenzo Bolognese pitt. sua vita 57. Magnif. Lorenzo de’ Medici padre, di Papa Leone X. 62. D. Lorenzo Monaco Camaldolese pitt. sua vita 94. Lorenzo di Bicci pitt. Fiorent. sua vita 96. Lorenzo Antonio Vite pittore 109. Lorenzo di Filippo archit. 103. Lorenzo di Gio: d’Ambrogio scult. 103. Luca di Giovanni da Siena scult. 80.

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1728

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Finito che ebbero questa grand’opera di Ghent, se ne tornò Giovanni ad abitare in Bruggia: e nella chiesa Parrocchiale di S. Martino, fece una tavola d’una Madonna, con un Santo Abate in ginocchioni, gli sportelli della quale restarono imperfetti: e in questa pure fece molti ritratti al naturale, e in lontananza un vago paese: e molte altre cose fece in quella Città, dove l’anno 1604. ancora si conservava, avanzata all’insolenza degli eretici, similmente una sua bella tavola. Altre molte sue pitture furon da que’ mercanti mandate in diverse parti: e quantunque ne fossero portate a diversi potentati; contuttociò per le cagioni accennate, rimase quella nuova invenzione per lungo tempo in Fiandra. Ma come è solito di chi con qualch’eccellente virtù si fa superiore a molti, insursero contro a Giovanni molte persecuzioni, per le quali ebbe non poco da sostenere. Fra i Potentati, che ebbero opere di lui in Italia, uno fu il Duca d’Urbino, a cui toccò un Bagno, fatto con gran diligenza. Lorenzo de’ Medici, il Magnifico, ebbe in Firenze un S. Girolamo, con altre molte cose: e Alfonso I. Re di Napoli, ebbe per mezzo di mercanti Fiorentini, che allora abitavano in Bruggia, un quadro, con assai figure, bellissimo. Erano le bozze di questo artefice, assai più finite di quello, ch’erano l’opere terminate degli altri Pittori suoi paesani. Vendevansi a prezzo: e dice il Vanmander, aver veduto a Ghent, in casa di Luca Depster, suo proprio maestro nell’arte, in una tavola due ritratti a olio, marito e moglie, presi per mano in segno di fedeltà, la qual opera era stata trovata in Bruggia, in casa d’un Barbiere: che veduta da Donna Maria, Zia di Filippo Re di Spagna, e Vedova del Re Lodovico d’Ungheria, che morì in guerra contro il Turco, ne ebbe tanto piacere, che per averla donò al Barbiere un uficio, di rendita ogni anno di cento testoni di quella moneta. I disegni di quest’artefice son maneggiati con franchezza, e diligenza insieme. Pervenuto finalmente Giovanni all’età decrepita, alcuni anni dopo Uberto suo fratello, passò da questa all’altra vita nella città di Bruggia, dove nella chiesa di S. Donato gli fu data sepoltura: e ad una colonna di quella fu accomodata una latina iscrizione in lode di lui. Uberto il fratello, già era morto l’anno 1426. nella Città di Ghent, e sepolto in S. Giovanni: e nella muraglia era stata effigiata una morte, che teneva in mano un rame, per entro il quale si leggeva un epitaffio, in antica lingua Fiamminga scritto. Furono poi, circa al fine del passato secolo, mandati fuori in istampa in rame, intagliati da Th. Galle, i ritratti de’ celebri Pittori Fiamminghi, tra’ quali a questi due fu dato il primo luogo, comecché fossero stati anche i primi, che per tale arte avessero fatta risplendere la patria loro in tutta la Fiandra. Furono anche essi ritratti abbelliti d’alcuni versi latini, parto dell’erudita penna di Domenico Lampsonio di Bruggia, Segretario del Vescovo di Liegi, che allo studio delle buone arti, congiunse ancora l’amore alla pittura. I discepoli di Giovanni potettero esser molti. Si ha cognizione d’un tal Ruggiero da Bruggia, e di Ugo de Goes, del quale parleremo a suo luogo. Moltissimi furono i Pittori, che dopo Gio: da Bruggia, e ne’ tempi d’Ugo de Goes, e di Ruggiero di lui discepolo, furono in quelle parti assai rinomati, de’ quali noi faremo a suo luogo esatta menzione; ma furono ancora molti, l’opere de’ quali, negli esterminj della Cristiana religione, ivi ancor esse perirono, né altro rimase, che il solo nome di que’ maestri.

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1728

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Nell’anno poi 1454. fa il seguente ricordo, che siccome dà materia a noi di accompagnarlo con qualche considerazione profittevole agli studiosi di nostra antichità, così sarà da noi copiato in questo luogo da verbo a verbo, e come egli lo scrisse. Ricordo, come questo dì 15. Agosto: lo Neri di Bicci dipintore, tolsi a metter d’oro, e dipignere uno tabernacolo di legname fatto all’antica, colonne da lato, di sopra architrave, fregio, cornicione e frontone, di sotto uno imbasamento messo tutto d’oro fine: e nel quadro di detto tabernacolo, feci un Muisè e quattro animali de’ Vangelisti, e nel frontone Santo Giovanni Batista, e intorno al detto Muisè e animali fece gigli d’oro, e drento il quadro dipinto, il quale ha stare d’attorno a uno arnese, dove stanno le Pandette, e uno altro libro, il quale venne di Gostantinopoli, e certe altre solennissime cose di Firenze, il quale debbo fare a tutta mia ispesa, d’oro, d’azzurro, e ogn’altra cosa, accetto legname, e fatto, e posto in luogo dove ha stare, cioè nell’Udienza de’ Signori: e detti Signori, mi debbono dare per le sopraddette cose, cioèoro, azzurro, e mio maistero Fiorini cinquantasei d’accordo co’ detti Signori. Era Gonfaloniere Tommaso di Lorenzo Soderini, e per Artefice Marco di Cristofano Brucolo legnajuolo, e Antonio Torrigiani, e altri, i quali non conosco. Rendei il detto lavoro a dì 30. Agosto 1454. e a dì 31. di Agosto fu pagato, come a entrata di a 5. posta al libro di a 7. Voi notaste, o mio lettore, che il Bicci in questo suo ricordo, con brevità e schiettezza incidentemente ci lasciò scritti alcuni particolari, da’ quali facilmente s’induce un tal poco la cognizione della grande stima, in che furono appresso a i nostri padri quei venerabili volumi, chiamati le Pandette: e le altre cose ancora, che dovevano aver luogo in quel suo tabernacolo, o altro arnese, che noi dire vogliamo, fino a quei tempi. Ma perché poco fu qul ch’ei disse, non avendo egli preso per assunto il parlare di tali cose distintamente, e perché il fatto in sé stesso è degno di riflessione e di memoria, vuole ogni dovere, che io supplisca al difetto, illustrando in un tempo stesso il ricordo del pittore, e alcuna cosa dicendo del molto, che di così preziosi tesori può dirsi a gloria della patria nostra, e di qualunque, che già per un corso di più e più secoli a nostro pro e a benefizio del mondo tutto ce gli ha conservati. Doveva dunque il tabernacolo coll’arnese predetto, abbellito con fattura di Neri di Bicci, contenere in primo luogo il Libro delle Pandette. Questo Libro, che è di grandezza di foglio, e diviso in due Tomi, si chiama Pandette, che come voi sapete, propriamente vuol dire, che contiene tutto, e viene dalla voce Greca Pan, che significa Tutto, e da dechome, che vuol dire ricevo. Di questo nome di Pandette parla Angelo Poliziano nel suo Libro delle Miscellanee, Cap. 78., e dice così. In Pandectis istis, quas etiam archetypas opinamur: e più diffusamente nel Cap. 41. dicendo: Ch’egli è il Volume stesso de’ Digesti, ovvero Pandette di Giustiniano: e che egli è senza dubbio originale. Gli chiama Digesti, e in Latino diconsi Digesta, che vale cose digerite per ordine: e questo è il nome appunto, con cui chiama Vegezio i suoi libri de’ Re Militari. Di questo nome di Pandette s’era valso Plinio nella Lettera Dedicatoria a Vespasiano Imperatore della sua Storia Naturale; alloraché, volendosi in essa burlare de’ titoli speciosi e curiosi degli Autori Greci, messe fra gli altri quello di Pandette: e Aulo Gellio, che scrisse le Notti o le Veglie Attiche, in Latino disse: Sunt etiam qui Pandectas inscripserunt. Soggiugne poi il Poliziano, che questo Libro era allora nella Curia Fiorentina, che vuol dire nel Palagio de’ Priori: che dal Sommo Magistrato pubblicamente si conservava: e con gran venerazione (benché questo di rado, e ancora al lume di torce) si mostrava: e ch’è questo libro una inestimabile porzione delle spoglie e del bottino de’ Pisani, spesso citato da’ Giurisconsulti: ch’egli è scritto a lettere majuscole, senza spazj veruni tra parola e parola: e similmente senz’alcune abbreviature, e con certe parole, almeno nella Prefazione, come dall’Autore certamente, e che pensi e che generi, piuttosto che dallo scrittore o copista, fregate e cancellate, con iscrivervi sopra: che vi è una Epistola Greca, e ancora un bellissimo Greco Epigramma nel frontespizio. Confessa anche il Poliziano, che di leggere questo Volume, e di maneggiarlo comodamente, a lui solo era stata fatta copia, per opera e a cagione di Lorenzo de’ Medici, il quale (uomo principale della sua Repubblica) purché faccia, disse egli, cosa grata agli studiosi, fino a questi officj si abbassa. Le chiama il Poliziano, non più per gli aggiunti nomi loro antichi, che furono cioè, prima Amalphitanæ, perché a’ Pisani vennero di Amalfi nel Regno di Napoli, e poi Pisane; ma le chiama Fiorentine: e afferma, che in loro sono le parole pure e schiette, né come nell’altre piene di macchie e scabbiose. Fin qui dal Poliziano. Ed è da notarsi, come nel fine delle medesime Pandette si veggono scritte due fedi, una di Cristofano Landini, e l’altra del Poliziano medesimo, che attestano di reputarle originali. Questi veramente inestimabili Libri sono stati visitati da’ primi Letterati, che abbia pe’ tempi avuti il mondo. Lelio Torelli da Fano, Auditore di Ruota, ne’ tempi di Cosimo I. fece stampare in Firenze dal Torrentino esse Pandette, cavate dal proprio originale. Antonio Augustino, famoso Legista Spagnuolo, e Vescovo di Lerida, nel Libro delle Emendazioni e Opinioni, impetrò dallo stesso Cosimo I di poter servirsi dello stesso libro pel bisogno de’ suoi studj, ch’e’ fece qua: e vidde anche la famosa Libreria di San Lorenzo, e assai cose di propria mano notò. Questo dotto Autore chiama le Pandette Antichissimo Monumento della Ragione Civile. Dice ancora, che la stessa figura delle lettere apparisce per lo più vicina alla Romana e Greca antica scrittura: e soggiugne, che per fare questi suoi libri, adoperò le Pandette d’Angelo Poliziano, confrontate con queste Fiorentine. Sopra queste Pandette Teodoro Gronovio, quando fu agli anni passati a Firenze, fece alcuni confronti, e ne stampò un piccolo libro. Che poi questi Volumi, col rimanente di quello che accenna il soprannominato Neri di Bicci nel suo Ricordo, venissero di Costantinopoli, non è improprio, anzi necessario, col supposto, ch’elle siano originali, stante la residenza, che vi fece Giustiniano, e gli altri Imperadori Romani, dopo la traslazione della sede dell’Imperio, che fece Costantino, di Roma a Bizzanzio, detta Costantinopoli, o nuova Roma.E questo è quanto alle Pandette, le quali si conservano oggi, e fin da gran tempo, nella Guardaroba di Palazzo vecchio del Serenissimo Granduca, per entro uno degli Armadioni dell’argenteria e oreria, chiuse in una cassetta soppannata di velluto, ricchissimamente adornata al di fuori: né si lasciano vedere, per ordinario, se non a degnissime persone, e con assistenza continova de’ maggiori Ministri, fra i molti che sono deputati al governo della medesima Guardaroba.

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1728

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Discepolo di Donatello. Nato 1432, ?1488. Dice il Vasari, che Andrea del Verrocchio si facesse valente in queste arti senza maestro alcuno; ma perché è impossibile a chi fa opere grandi e difficili (come fece il Vasari) l’aver di ogni cosa notizia intera, non è gran fatto, che non pervenisse a sua cognizione quello, che nel particolare di quest’uomo ha scoperto il corso di un secolo, quanto è, da che esso Vasari scrisse la sua storia, sino a questi tempi. Ho io dunque visto nell’altre volte nominata Libreria de’ Manoscritti originali degli Strozzi, un manoscritto antichissimo, contenente più vite di Pittori, Scultori, e Architetti, quasi de’ tempi dello scrittore di quelli. Fra’ discepoli di Donatello, del quale pure vi si legge la vita, dice, che uno de’ suoi primi, e non il minimo, fu Andrea del Verrocchio. Ed in un altro manoscritto, annesso a un libro minor del foglio, segn. num. 285. fra diverse memorie di Pittori, Scultori, e Architetti di quei tempi, si legge a c. 45. a tergo, fra altre cose, appartenenti alla vita di questo maestro Andrea del Verrocchio Fiorentino, ch’egli fu discepolo di Donatello: il che ancora tanto più si rende certo, quanto che afferma esso Vasari nella Vita di Donatello, che lo stesso Andrea lo ajutasse a lavorare il Lavamanedi marmo nella Sagrestia di S. Lorenzo. Fece dunque il Verrocchio la sepoltura della moglie di Francesco Tornabuoni nella Minerva di Roma: la maravigliosa sepoltura di Giovanni e di Piero di Cosimo de’ Medici, che in San Lorenzo di Firenze è, fra la Cappella del Sacramento, e la Sagrestia: ed in Pistoja quella del Cardinale Forteguerra, finita poi da Lorenzo Fiorentino, perché alla morte d’Andrea era rimasa imperfetta. Fece pure in Firenze le statue di bronzo del San Tommaso, che tocca la piaga al Signore, situate nella facciata principale di Orsanmichele, in una nicchia, che fu fatta con disegno di Donatello suo maestro. Pesò il metallo di queste statue, per quanto io trovo in antiche memorie, libbre 3981. e ad Andrea furon dati in pagamento 476. Fiorini d’oro. Fu sua fattura il fanciullo di bronzo, che strozza il pesce, che oggi si vede nella fonte di Palazzo Vecchio. Gettò la palla della Cupola del Duomo di Firenze, la quale con applauso e festa grande, trovo che fu messa a suo luogo il dì 28. di Maggio del 1472. anni dieci in circa, dopoché restò finita la pergamena della Lanterna di essa Cupola, alla quale con gran solennità era stata posta l’ultima pietra a’ 25. d’Aprile 1461. Pesò la stessa Palla libbre 4368. ed è tale di grandezza, che può capire in essa staja 300. di grano, a misura di questa città di Firenze. Il nodo della medesima, gettato fu da Giovanni di Bartolo, e pesò lib. 1000. e può capirvi staja 21. e mez. di grano. Pesò la Croce libbre 791. il palo libbre 770. come da’ Libri dell’Opera di essa Chiesa si riconosce. Operò anche il Verrocchio alcuna cosa in pittura: e fra l’altre una tavola per le Monache di San Domenico in Firenze, ed una pe’ Monaci di San Salvi, nella quale figurò il Battesimo di Cristo. In questa l’ajutò Lionardo da Vinci suo discepolo, allora giovanetto, che vi colorì di sua mano un Angelo così bene, che vistolo Andrea, si conobbe nella pittura tanto inferiore al suo proprio discepolo, che dato bando a’ pennelli, tutto alla statuaria ed al gettò si applicò. Chiamato in ultimo a Venezia, fecevi il Cavallo per la statua di Bartolommeo da Bergamo. Fu quest’opera l’occasione della sua morte, per un mal di petto preso in gettarlo l’anno 1488. e della sua età 56. non ostante ciò si trova scritto nella seconda impressione della storia del Vasari, assolutamente per errore dello Stampatore, cioè del 1388. Il corpo di questo eccellente artefice fu da Lorenzo di Credi, altro suo discepolo amatissimo, condotto a Firenze, e nella Chiesa di S. Ambrogio nella sepoltura di Ser Michele di Cione fatto seppellire. Fu Andrea il primo a mettere in uso il formar di getto le cose naturali, per poterle poi più facilmente studiare: e messe in pratica il far ritratti de’ defunti, formandogli di gesso, e poi gettandogli: e di quegli fatti a suo tempo se ne veggono fino in oggi moltissimi. Dee molto perciò il mondo a questo artefice; perché mediante tale suo ritrovamento si son conservate l’effigie di molti uomini Santi, ed altri Eroi: e con tale occasione si cominciarono ad esprimere in rilievo di stucchi, ed altra materia, figure quanto il naturale, in sembianza di coloro, che per qualche particolar grazia, ottenuta da Dio per mezzo della Santissima Nunziata di Firenze o altra Sacra Immagine, le offerivano in voto e per memoria della grazia; laddove anticamente usavansi alcune immagini di cera: ed erano in gran parte in Firenze, si può dire, a questo effetto, alcuni particolari mestieri, che per ordinario di altro non s’impacciavano, che di far di cera o ceri o boti, e coloro che gli esercitavano, chiamavansi Cerajuoli, citati dal Berni nel Sonetto. Chi vuol veder quantunque può natura. E dice così: Fugge da’ Cerajuoli, Acciocchè non lo vendin per un boto, Tant’è sottil, leggieri, giallo e voto, Comunche il Buonarroto Dipinge la Quaresima, o la Fame, Dicon, ch’e’ vuol ritrar questo carcame. E non è da tacere, che il primo, che offerì simili voti grandi di stucchi, fu la gloriosa memoria del Magnifico Lorenzo dell’augustissima Casa de’ Medici, che uno alla Santissima Nunziata, uno al miracoloso Crocifisso delle Monache di Chiarito in via San Gallo, ed uno alla Chiesa di Santa Maria degli Angeli ne mandò, in testimonio di una segnalata grazia ottenuta, e tutti rappresentanti la propria persona sua.

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Discepolo di Alesso Baldovinetti. Nato 1451. ?1495. Fu Domenico del Ghirlandajo, siccome io trovo in antiche scritture, figliuolo di un tal Tommaso di Currado di Gordi, che si esercitava nella Professione dell’orafo, che oltre all’aver fatto di sua mano tutti i voti d’argento, che si conservano nell’armadio della Santissima Nunziata, e le lampane della Cappella della medesima, le quali tutte cose per l’assedio di Firenze l’anno 1529 furon disfatte; fu anche il primo, che trovasse l’invenzione di certi ornamenti del capo per le fanciulle Fiorentine, che si chiamavano ghirlande, dal che acquistò il nome del Ghirlandajo. Questo Tommaso dunque, riconoscendo in Domenico uno spirito molto vivace; e parendogli perciò doverne trarre grande ajuto, lo pose nella propria sua stanza ad imparar l’arte sua. Diedesi il fanciullo con tale occasione allo studio del disegno, e fin da quella prima età eravisi così bene approfittato, che ritraeva coloro, che passavano dalla sua bottega, dando loro in un subito, con pochi segni somiglianza. Lasciata poi la professione dell’orafo, si diede in tutto e per tutto, nella scuola di Alesso Baldovinetti, allo studio della Pittura, e in poco tempo divenne ottimo pittore. Vedesi di sua mano a’ nostri tempi in Firenze la Cappella a fresco di Francesco Sassetti in Santa Trinita, con istorie di San Francesco: ove in quella, che rappresenta il fanciullo risuscitato dal Santo, ritrasse Maso degli Albizzi, Mess. Agnolo Acciajuoli, e Mess. Palla Strozzi, cittadini molto celebrati nelle storie di que’ tempi. In quella, dove rappresentò San Francesco davanti a Papa Onorio, dipinse il Magnifico Lorenzo, il Vecchio, de’ Medici: e dalle parti laterali della tavola, fece i ritratti di Francesco Sassetti, e di Mona Nera sua donna. Nella volta colorì alcune Sibille: e nella fronte, oggi mezza imbiancata, esteriore di essa Cappella, figurò la Sibilla Tiburtina, e Ottaviano Imperadore. Fu poi chiamato a Roma da Sisto IV e per lui dipinse nella sua Cappella due storie, cioè, quando Cristo chiama all’Apostolato Pietro e Andrea; e la Resurrezione del Signore. Tornato a Firenze, fece nella Chiesa degl’Innocenti la tavola de’ Magi: e in Ognissanti, a concorrenza di Sandro, detto il Botticello, colorì a fresco un San Girolamo, che già nel tramezzo di quella Chiesa era allato alla porta del Coro: levato poi il tramezzo, fu questa figura trasportata alla parete nel mezzo di essa Chiesa, da quella parte, che entrando in Chiesa, torna a mano sinistra: e nella medesima Chiesa dipinse ancora la Cappella de’ Vespucci. È di sua mano la Vergine a fresco, che si vede oggi sopra la porta di Santa Maria degli Ughi, a cui è stato ne’ moderni tempi, dato di bianco; onde questa pittura più non si vede: e la Cappella maggiore di Santa Maria Novella della famiglia de’ Ricci, che fino da 100. anni avanti al tempo del Ghirlandajo era stata dipinta da Andrea Orgagna; ma a cagione di un fulmine caduto in quel luogo, e della poca cura, che n’era stata avuta dipoi, eransi quelle pitture ridotte in cattivo stato, come altrove s’è detto. Dipinse il Ghirlandajo questa Cappella ad istanza di Giovanni Tornabuoni: e vi rappresentò storie della vita di Maria Vergine, di San Domenico, e di San Pietro Martire: e diedela finita in quattro anni, cioè del 1485.

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Nella storia di Giovacchino, cacciato dal Tempio, nella persona di un vecchio raso in cappuccio rosso, ritrasse dal naturale Alesso Baldovinetti suo maestro: in un altro, con mantello rosso, e con una mano al fianco, che ha sotto una veste azzurra, figurò sé medesimo. Vi è ancora Bastiano da San Gimignano, suo cognato e discepolo, rappresentatovi in persona d’uomo con labbra grosse: un altro che volta le spalle, e ha in testa un berrettino, è Davit Ghirlandajo suo fratello; in altra storia, dov’è l’Angelo, che apparisce a Zaccheria, ritrasse molti cittadini, e fra essi tutti i giovani e vecchj di casa Tornabuoni: e vi son quattro mezze figure fate al naturale, de’ quattro maggiori letterati, che avesse in quel tempo la nostra città, cioè Marsilio Ficino, in abito Canonicale: Cristofano Landino, con un mantello rosso, con una becca nera al collo: Demetrio Calcocondile o Calcondile Ateniese, allora detto Demetrio Greco, in alto di voltarsi a lui: e quegli, che in mezzo a questi tre alza una mano, è l’eruditissimo Angelo Poliziano. Nell’altra storia della Visitazione di Maria Vergine e Santa Elisabetta, fra alcune donne, che essa Vergine accompagnano, ritrasse Ginevra Benci, bellissima fanciulla Fiorentina. Dipinse ancora sopra l’Altar maggiore la tavola isolata, ed altre figure, che sono ne’ sei quadri tutti a tempera, benché dalla parte di dietro, dov’è la Resurrezione di Cristo, restassero imperfette alla morte di lui alcune figure, che furon poi finite da Davit e Benedetto suoi fratelli. Era stato deliberato in Firenze ne’ tempi di questo artefice, che si dovesse fare nel Palazzo de’ Signoridue stanze nobili, una che dovesse servire per l’Audienza, e l’altra per Sala: ed essendone stata data la cura a Benedetto da Majano, aveva egli già effettuato un suo ingegnoso pensiero di cavarle tutte e due nello spazio, che rispondeva sopra la Sala de’ dugento, facendo, che il muro, che la Sala dall’Audienza divide, tuttoché posto in falso, quasi in sé medesimo, e con poco appoggio, a maraviglia si reggesse; onde eran rimase finite l’Audienza, che è quella stanza, che poi fu dipinta da Francesco Salviati con storie del Trionfo di Cammillo: e la Sala, che avanti di giugnere a questa s’incontra, la quale da un maraviglioso orivolo, che vi fu posto, fatto dal celebre Lorenzo dalla Golpaja, fu detta la Sala dell’orivolo, benché ne’ nostri tempi abbia perduto tal nome, e sia chiamata la Sala de’ Gigli. Doveasi dunque dipignere questa Sala, onde al nostro Domenico, riconosciuto allora de’ migliori maestri che maneggiasse pennello, ne fu data l’incumbenza; il quale nella medesima dipinse le figure de’ Santi Fiorentini, e gli altri belli adornamenti, che fino ad oggi vi si veggono, che in riguardo di loro antichità, possiamo dire assai ben conservati. È di mano di Domenico una bellissima tavola nella denominata Sala di Palazzo Vecchio, detta de’ Dugento, dov’è Maria Vergine col Bambino Gesù, e più Santi Fiorentini: e sono sue opere una tavola di San Pietro e San Paolo in San Martino di Lucca: e altre in Pisa, Rimini, e diverse altre città d’Italia. E nella stessa nostra città di Firenze sono di sua mano molti tondi dipinti sopra legname, rappresentanti immagini del Signore, di Maria Vergine, e d’altri Santi. Fu questo pittore molto eccellente nel lavorare di Musaico, arte, che egli imparò da Alesso Baldovinetti: e di sua mano è quella, che si vede nell’archetto sopra la porta di Santa Maria del Fiore, che va verso i Servi. In ultimo, sotto’l patrocinio del Magnifico Lorenzo de’ Medici, prese a dipignere tutta la facciata del Duomo di Siena; e la Cappella di San Zanobi in Firenze, e questa in compagnia di Gherardo Miniatore: ed avendo all’una e all’altra dato principio, fu nel 1495. e nella sua età d’anni 44. sopraggiunto dalla morte. Deve molto a Domenico l’arte della Pittura, e il mondo tutto, non tanto per aver egli assai arricchito e facilitato il modo di operare di Musaico, da quello che avanti a lui si teneva; quanto per esser’ egli stato il primo, che incominciasse a lasciar l’antica e goffa usanza di dipigner panni guarniti di fregiature d’oro a mordente; cominciando in quel cambio ad imitar le guarnizioni ed altri loro abbellimenti co’ colori: ed ancora per aver lavorato così bene a fresco, che molte opere sue, esposte a tutte l’ingiurie de’ tempi, si son conservate intatte i secoli interi. E molto più gli sono obbligati l’arte e gli artefici, per esser egli stato quel maestro, che al Divino Michelagnolo Buonarroti insegnò i principj del disegno. Trovo esser stata moglie di Domenico una tale Antonia di Ser Paolo di Simon Paoli: e non essendo a mia notizia, che egli avesse altre mogli, mi persuado che di lei nascesse il suo figliuolo Ridolfo, che riuscì anch’egli pittore eccellentissimo.

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Discepolo di Fra Filippo Lippi, nato 1437, ?1515.* Fu Sandro Botticelli, fin da’ primi anni della sua puerizia, d’ingegno molto elevato: e mostrò sempre una più che ordinaria facilità in apprendere tutte le cose, che il padre suo, cittadin Fiorentino, desiderosissimo del profitto di lui, procurava fargli insegnare; ma il figliuolo aveva altresì un cervello così stravagante ed inquieto, che in nessuna cosa trovava fermezza; tantoché annoiatosi Mariano, che così chiamavasi suo padre, di tanta instabilità, levollo da ogni altro studio, e messelo a bottega dell’orefice. E perché pel grande affaticarsi, che in que’ tempi facevano gli uomini di quel mestiere, nelle cose appartenenti al disegno, prima di mettersi all’arte, era una gran famigliarità, e pratica fra’ Pittori, Scultori e Orefici; coll’occasione della conversazione di costoro, cominciò il giovanetto a darsi tutto al disegno e alla pittura, talché avendo in quella interamente fermato suo genio volubile, fu dal padre accomodato con Fra Filippo Lippi, il quale così bene l’istruì ne’ precetti dell’arte, che in breve tempo reselo bonissimo pittore. Dal che in somma si riconosce esser verissimo, che non mai si adatta l’ingegno dell’uomo, tuttoché perspicace ed elevato si manifesti, a cosa, che buona sia, ogni qualvolta questa alla di lui inclinazione anche confacevole non sia. Onde scrisse una dotta penna, essere il genio una calamita fedele, che può bene violentata volgersi all’opposto della sua tramontana, ma non può giammai acquietarvisi tanto, che ella non senta il forte stimolo della contraria inclinazione, finché gli venga fatto finalmente il condur l’uomo per quella via, alla quale lo destinò la natura. Quindi è, che dovrebbe essere il primo pensiero de’ padri, che desiderano mettere i proprj figliuoli nella strada della virtù (ciocché degli Ateniesi raccontano gli antichi Scrittori) il porre ogni studio, prima di ogni altra cosa, nel riconoscere il genio: e poi, secondo esso, quegli incamminare. La prima opera, che partorisse il pennello di Alessandro, fu una figura della Fortezza, dipinta da lui fra le tavole di altre Virtù, che colorirono Antonio e Piero del Pollajuolo, nella Residenza del magistrato della mercanzia di Firenze, nelle spalliere del tribunale. Dipinse poi una tavola in Santo Spirito per la Cappella de’ Bardi, dove con grande amore e diligenza colorì alcune olive e palme: un’altra tavola per le Monache di San Barnaba: e una altresì per le Convertite. Dipoi nella Chiesa d’Ognissanti dipinse un S. Agostino, a concorrenza di Domenico del Ghirlandajo, che nell’altra parte aveva dipinto un San Girolamo: le quali pitture erano già situate nel tramezzo di quella Chiesa, allato alla porta del Coro; ma volle il Granduca Cosimo l’anno 1566. affinch’ella fosse più luminosa capace, si levasse il tramezzo; il che anche fu fatto alle Chiese di Santa Croce, e di Santa Maria Novella, di San Remigio, ed altre, dentro e fuori di città, stando allora il Clero nel Coro avanti all’Altare; onde fu necessario, con ordinghi ed instrumenti adatti al bisogno, levar’ esse pitture dell’antico luogo, ed in altro luogo di quella Chiesa collocarle, ove fino al presente tempo si veggono ben conservate. Lavorò molto per diverse altre Chiese delle città, e pel Magnifico Lorenzo de’ Medici, e per molte case di cittadini condusse gran quantità di quadri, e molti tondi; uno de’ quali, e de’ maggiori, con Maria Vergine e Gesù ed alcuni Angeli, si vede oggi nella casa del Cavaliere Alessandro Valori. Ebbe particolar talento in dipignere piccole figure, e vaghe storiette, fra le quali bellissime furono reputate alcune, ch’egli condusse per la casa de’ Pucci in quattro quadri, ne’ quali egli rappresentò la Novella del Boccaccio di Anastasio degli Onesti.

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In su quel gusto medesimo fece anche per la Chiesa di San Pier Maggiore, una già bellissima tavola, che fu posta sopra un Altare dalla porta del fianco, fatta per Matteo Palmieri, in cui fece vedere l’Assunzione di Maria Vergine sopra de’ Cieli, ove rappresentò i Patriarchi, i Profeti, gli Apostoli, e le Gerarchie degli Angeli: e ho già detto bellissima tavola; perché essendo ella stata alcuni anni sono assai trascuratamente lavata, poco ha ella ritenuto di quel bello, che prima aveva. In questa dipinse egli esso Matteo, quello stesso, che la fece fare, che fu gran letterato, siccome è noto: e fecevi anche la sua moglie, l’uno e l’altra inginocchioni. Per la Chiesa di Santa Maria Novella, colorì una tavola dell’Adorazione de’ Magi, dove nella persona del Re Vecchio, in atto di baciare i piedi al Signore, ritrasse al naturale Cosimo il Vecchio de’ Medici: nell’altro Re espresse l’effigie di Giuliano, Padre di Clemente VII. e nell’ultimo quella di Giovanni, figliuolo di Cosimo. Da quest’opera riportò egli tanto onore e stima, che fu da Papa Sisto IV. chiamato a Roma, e fatto capo di tutte le pitture della Cappella da esso fatta fabbricare in Palazzo, dove Sandro dipinse alcune storie di sua mano, e ne riportò gran premio; ma ne fece poco frutto, perché (come uomo, che viveva a caso, e che per non dar troppo da fare alla tasca, per ordinario, con una mano tirava a sé il danaro de’ suoi guadagni, e coll’altra profusamente il diffondeva) nulla portò alla patria di quanto in Roma egli aveva acquistato. Infinite furono le opere sue, che troppo lunga cosa sarebbe il raccontarle. Fu egli de’ primi, che trovasse il modo di lavorare gli Stendardi, come si suol dire, di commesso, perché i colori non istingano, e dall’una e dall’altra banda mostrino il colore del drappo. In tal modo dipinse il Baldacchino di Orsanmichele di variate immagini di Maria Vergine. Fu buonissimo e pratico disegnatore, e nelle sue storie assai copioso di figure. Attese all’intaglio, e con questo diede fuori molte carte di sue invenzioni, le quali in tempo son rimase oppresse a cagione del gran migliorare, che ha fatto quell’arte dopo l’operar suo. Quello, che è venuto sotto l’occhio mio, non è altro, che un intaglio in numero di docici Carte, dove in figure assai piccole son rappresentate storiette della Vita di Nostro Signor Gesù Cristo. Si dilettò costui di fare molte burle a’ suoi discepoli e garzoni, e seppe talvolta, con ingegnose strattagemme, liberarsi dall’indiscretezza di chi con lui medesimo ne avesse voluta più del dovere. Per una certa sua capricciosa inclinazione, applicò molto alla Commedia di Dante, la quale, ancorché senza lettere, pretendeva di commentare: e persevi tanto tempo, che molto gli tolse per la necessaria applicazione all’arte; onde fra questo, e l’aver sempre voluto vivere astrattamente, spendendo, come detto abbiamo, d’ora in ora, quanto e’ guadagnava; fatto vecchio di 78. anni, e infermo in modo, che appena coll’ajuto di due mazze poteasi portare per la città, si condusse in così estrema mendicità, che egli si sarebbe, senza dubbio, morto di fame, se la pietà del soprannominato Lorenzo de’ Medici, finché e’ visse, e dopo di lui diversi caritativi Gentiluomini, non l’avessero del continovo sovvenuto: e in tale stato lo trovò la morte l’anno 1515. e nella Chiesa di Ognissanti fu sepolto.

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Discepolo di Domenico Ghirlandaio, nato 1477, morto 1544. Fra’ molti giovanetti di buono spirito e genio alle belle arti, scelti dal Magnifico Lorenzo de’ Medici, e messi per impararle nel suo Giardino da San Marco, uno fu Francesco Granacci, il quale in tale occasione avendo osservato i maravigliosi progressi, che andava facendo a momenti Michelangelo Buonarroti, e che fu uno de’ suoi compagni in quel luogo; e avendo da ciò conghiettura, ch’egli fosse per essere, come poi fu, un prodigio nell’arte, gli pose tanto affetto, che non potendosi mai discostar da lui, tanto l’ossequiava, e tante amorevoli dimostrazioni gli faceva, che lo stesso Michelagnolo, che per altro era giovane molto serio, ritirato, e tutto dedito a’ suoi studi, fu necessitato corrispondere a lui con un amore altrettanto sincero, e comunicar con esso tutto quello, che fino allora egli era arrivato a sapere: al che, aggiunto l’essere stati insieme questi due giovanetti nella scuola del Grillandajo, fece sì, che Francesco in breve tempo arrivò ad essere stimato uno de’ migliori giovani di quella scuola: e perch’egli aveva buon disegno, e molto graziosamente coloriva a tempera, fu messo in ajuto di Davit e Benedetto Grillandai a finire la bella tavola, cominciata da Domenico, per l’Altare maggiore di Santa Maria Novella, dopo che fu seguita la sua morte. Fece poi il Granacci molti quadri e tondi per le case di privati cittadini, e per mandare in diverse provincie; tantoché lo stesso Lorenzo de’ Medici, dopo aver trovata la nuova invenzione di quella sorta di Mascherate, che e’ chiamavano Canti, nelle quali alcuna cosa singolare si rappresentava in tempo di Carnovale, di esso si valse assai, e particolarmente nella Mascherata, che rappresentò il trionfo di Paolo Emilio. Fece il Granacci, pe’ sontuosi apparati, che si preparavano in Firenze l’anno 1513 per la venuta di Leone X, bellissime invenzioni, e furongli date a fare bellissime prospettive per commedie. Datosi poi a studiare il cartone di Michelagnolo, molto crebbe in pratica, e nella intelligenza dell’arte; donde avvenne, che lo stesso Michelagnolo lo chiamasse prima di ogni altro a Roma, in ajuto del colorire la volta della Cappella di Palazzo per Papa Giulio II, benché poi né di lui né d’altri volle quel grand’uomo continuare a servirsi, come si dirà altrove. Tornato a Firenze, dipinse a Pierfrancesco Borgherini in Borgo Santo Apostolo, nella stessa camera, dove il Pontormo, Andrea e’l Bacchiacca avevan dipinto, storie della vita di Gioseffo: e sopra un lettuccio altre storie della vita del medesimo in piccole figure, con una bellissima prospettiva. Per lo stesso dipinse in un tondo la Trinità. Per la Chiesa di San Pier Maggiore fece la tavola dell’Assunta, con varj Santi, che fu stimata da’ professori tanto bella, quanto che se l’avesse fatta lo stesso Michelagnolo: ed è cosa, che assai dispiace agl’intendenti, che di questa nobile pittura sia stato tenuto sì poco conto, che annerita in molte parti dal fumo delle candele, pare che omai si vada accostando al suo fine. Per la Chiesa di San Gallo, già fuori di porta, per la Cappella de’ Girolami, fece una Vergine, con due putti, con San Zanobi, e San Francesco; e questa poi, stante la demolizione di quella Chiesa e Convento, fu portata nella Chiesa de’ Frati Eremitani di S. Jacopo fra’ Fossi. Poi, con occasione, che il Buonarroto aveva una nipote Monaca in S. Appollonia, e aveva fatto l’ornamento e’l disegno di una tavola per l’Altare maggiore, dipinse lo stesso Francesco alcune storie di grandi e piccole figure a olio: e un’altra tavola assai bella, pure colorì per quella lor Chiesa, la quale tavola poi bruciò. Fece anche per le Monache di San Giorgio, dette dello Spirito Santo, una tavola per l’Altar maggiore, dove dipinse Maria Vergine, S. Caterina, S. Gio. Gualberto, San Bernardo Uberti Cardinale, e S. Fedele. Dipinse ancora il Granacci stendardi di galere, bandiere, insegne e drappelloni: e fece molti cartoni per far finestre di vetro colorite, particolarmente pe’ Padri Ingesuati, detti della Calza. Fu il Granacci uomo piacevole, e nell’operare diligente: tenne conto del suo, e non volle molte brighe, lavorando più per piacere, che per necessità: e quando lavorava, voleva ogni suo comodo. Visse sessantasette anni, e seguì la sua morte in Firenze l’anno 1544. Al suo corpo fu data sepoltura nella Chiesa di Santo Ambrogio.

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