Nominativo - Massimiliano I (imperatore)

Numero occorrenze: 4

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

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Mosso dallo stesso affetto dell’arte e de’ professori, volle visitare i più celebri artefici de’ Paesi Bassi, e veder le opere loro, e particolarmente quelle di Luca d’Olanda , che fino del 1509 aveva cominciato a dare gran saggi di sé co’ suoi intagli, i quali per certo, quantunque in disegno non arrivassero alla bontà di quelli d’ Alberto , gli furono però alquanto superiori in diligenza e delicatezza. In tale occasione avvenne, che al primo vedere che fece Alberto l’aspetto di Luca , che era di persona piccolo e sparuto, forte si maravigliò, come da uno, per così dire, aborto della natura potessero uscire opere di tanta eccellenza, delle quali a lode si parlava pel mondo. Dipoi fattagli grande accoglienza, ed abbracciandolo cordialmente, stettesi con lui qualche giorno, con gran dimostrazione d’amore. Fecionsi il ritratto l’un l’altro, e strinsero fra di loro una inseparabile amicizia. Questo medesimo affetto che egli ebbe all’arte e a’ professori, aggiunto all’ottima sua natura, cagionò in lui una inarrivabile discretezza nel parlare dell’opere loro: e quando era domandato del suo parere, lodava tutto ciò che e’ poteva lodare; e quando non aveva che lodare, se la passava con dire. Veramente questo Pittore ha fatto tutto il possibile per far bene: e così lasciava le opere e i maestri nel posto e pregio loro, il perché era da ognuno, per così dire, adorato. E sia ciò detto a confusione di certi maestrelli, che essendo, come noi sogliamo dire, anzi infarinati nell’arte, che professori, ardiscono por la bocca nelle opere de’ grand’uomini, facendosi temerariamente giudici di tutto ciò ch’ e’ non conoscono, o non intendono; per non parlar di tanti altri, i quali col solo avere in puerizia sporcate quattro carte con iscarabocchi e fantocci, si usurpano il nome di dilettanti nell’arte, con cui presumono di tenere a sindacato del loro sconcertato gusto anche i professori di prima riga; altro finalmente non riportando di tal loro temerità, che nimicizia e vergogna. Alberto dunque, per tante sue virtù e ottime qualità, oltre alla reverenza e stima, in che fu sempre appresso all’universale e a’ professori, fu stimatissimo da’ Grandi, che facevano a gara a chi più poteva ricompensarlo ed onorarlo. Massimiliano , Avo di Carlo V , fecegli una volta in sua presenza disegnare sopra una muraglia alcune cose: e perché queste dovevano avanzarsi sul muro alquanto più di quello che egli potesse giugnere colla mano, non essendo allora in quel luogo altra miglior comodità, comandò lo’mperadore ad un Cavaliere pettoruto e di buone forze, che era quivi presente, di porsi per un poco piegato in terra a guisa di ponte, affinché Alberto , montato sopra di lui, potesse arrivar colla mano, ove faceva di bisogno. Il Cavaliere, parte per timore, parte per adulare a quel Monarca, subito ubbidì; ma però sopraffatto da insolita confusione, non lasciava di dare alcun segno colla turbazione dell’aspetto, di parergli strana cosa, che dovesse un Cavaliere servir di sgabello ad un pittore; di che avvedutosi Massimiliano , gli disse, che Alberto , a cagione di sua virtù, era assai più nobile di un Cavaliere: e che poteva bene un Imperadore di un vil contadino fare un Cavaliere, ma non già di un ignorante uno così virtuoso. E qui è da notarsi, che questo Cesare fu così amico dell’Arte, che diede alla Compagnia di Santo Luca, pe’ Pittori, un’Arme propria, che sono tre scudi d’arme d’argento in campo azzurro, la quale, oltre a quanto io trovo in alcuni Autori, vedesi espressa in faccia di un Frontespizio de’ Ritratti degl’illustri Pittori Fiamminghi, che diede alle stampe di suo intaglio Tommaso Galle circa il 1495. Fu ancora Alberto in grande stima appresso di Carlo V , e Ferdinando re d’Ungheria e di Boemia, oltre una grossa provvisione, con che era solito trattenerlo, faceva gli onori straordinarissimi; e in somma fu egli tanto in patria che fuori, e da ogni condizione di persone, sempre stimato e reverito a quel segno, che meritava un uomo di eccellente valore, qual egli fu. Della scuola di questo grand’Artefice uscirono uomini eccellenti, e particolarmente ALDOGRASSE da Norimbergo , che ancora esso fu celebre intagliatore, così abbiamo dal Lomazzo, e da Ricciardo Taurini , scultore di legname eccellente, il quale, ad istanza di san Carlo Borromeo, Arcivescovo di Milano, intagliò, con modello di Francesco Brambriella , scultore rinomato, le bellissime sedie del Coro nel Duomo di essa Città.

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Non lasciava intanto Luca di dipignere in tela e tavola, a olio e a guazzo, e talvolta in vetro: ed ebbe per suo costume, di non lasciarsi mai uscire opera dalle mani, in cui il suo purgato gusto avesse saputo conoscere minimo errore; modo tenuto poi anche dal Divino Michelangelo Buonarroti. Ed una figliuola dello stesso Luca affermava, che egli una volta diede fuoco a gran quantità di carte già stampate, per avervi scorto un non so qual difetto. Era poi tanto fisso negli esercizj e studj dell’arte, che essendosi accasato con una nobil fanciulla della famiglia Boshuysen, che in nostra lingua vuol dire della Selva, aveva nel suo sposalizio gran dispiacere, e non poteva darsi pace, di avere a perder tanto tempo ne’ ritrovati e conviti, che in quelle parti eran soliti fare i ricchi e nobili nel tempo delle nozze: e quanto prima gli poté riuscire, ritornò ai suoi virtuosi studj. Fra le molte carte, che egli intagliò, fu un Sansone: un Davide a cavallo: e’l martirio di San Pier Martire: un Saul, in atto di sedere, e David giovanetto, che intorno ad esso suona la sua arpa: un Vecchio ed una Vecchia, che accordano insieme alcuni strumenti musicali. Fece una gran carta di un Virgilio, appeso nel cestone alla finestra, con figure e arie di teste bellissime: un San Giorgio colla fanciulla, che dee esser divorata dal serpente: un Piramo e Tisbe: un Assuero, colla Reina Ester genuflessa: un Battesimo di Cristo: e un Salomone in atto di sacrificare agl’Idoli: i fatti di Gioseffo: i quattro Evangelisti: i tre Angeli, che apparvero ad Abramo nella Valle di Mambre: David orante: Lot imbriacato dalle figliuole: Susanna nel bagno: Mardocheo trionfante: la Creazione de’ nostri primi Padri, quando Dio comanda loro l’astenersi dal pomo: e Caino, che ammazza Abel. Intagliò ancora in piccoli rami molte immagini di Maria Vergine: i dodici Apostoli e Gesù Cristo. Ancora si vede di suo intaglio una bella carta di un Villano, che mentre smania pel dolore, nell'essergli cavato un dente, non si avvede, che una femmina gli ruba la borsa. Intagliò anche il proprio ritratto suo, che è un giovine sbarbato, con una gran berretta in capo, e molti pennacchi, che tiene una testa di morto in mano. Ma soprattutto è mirabile la carta del ritratto di Massimiliano Imperatore ch’ei fece nella di lui venuta a Leida. Altri bell’intagli si veggono di esso, come immagini di Santi e Sante, armi, cimieri e simili, che per brevità si tralasciano. Ma tempo è ormai di far menzione di alcune poche delle molte opere, fatte da lui in pittura, le quali veramente furono tante in numero, che e’ non par possibile a credere, che in un corso di vita, qual fu il suo, egli le avesse potute condurre tutte. A Leida, nel Palazzo del Consiglio, vedevasi l’anno 1604 un suo bel quadro del Giudizio Universale, dove aveva figurati molti ignudi maschi e femmine, ne’ quali, quantunque si scorgesse alquanto di quella secca maniera, che nell’ignudo particolarmente tenevano allora anche i grandi uomini in quelle parti, non si lasciava però di ammirare il grande studio, con che erano fatti, particolarmente le femmine, che erano colorite di miglior gusto. Negli sportelli della parte di fuori erano due belle figure, cioè San Pietro e San Paolo, in atto di sedere. Quest’opera fu in tanto pregio, che da molti Potentati fu domandata, con offerta di gran prezzo. In una Villa fuori di Leiden, appresso il nobil Francesco Hooghstraet, che in nostra lingua vuol dire, di Strada Alta, era pure un quadro da serrare, con i suoi sportelli, in cui Luca, dell’anno 1522 aveva dipinta una bellissima Madonna, mezza figura, fino sotto il ginocchio: e’l rimanente fingevasi coperto da un piccolo parapetto di pietra: il fanciullo Gesù, che era in grembo alla madre, teneva in mano un grappolo di uva, che arrivava fino al fine del quadro, con che volle figurare il pittore, che Cristo fu la vera vite. Da una parte era una donna, che faceva orazione, mentre Santa Maria Maddalena (la quale aveva ella dopo di sé) le additava Gesù in grembo alla Vergine, e in lontananza si vedeva un paese con alberi bellissimi. Nella parte di fuori era una Nunziata in figura intera, con una vaga acconciatura di panni sopra il capo, e con un nobile panneggiamento: e vi era la data del tempo, con la lettera L, solito segno di Luca. Questa bella opera venne poi nelle mani di Ridolfo Imperatore, che forse fu il maggiore amico e protettore di queste arti, che fosse nel suo tempo. Un simile quadro era in Amsterdam, nella strada detta del Vitello, dove si vedeva la storia de’ fanciulli d’Israel, che ballano intorno alla statua del Vitello d’oro, dove Luca aveva rappresentati i conviti del popolo, di che parla la Sacra Scrittura: ed espresse al vivo quel loro lussurioso danzare. Questo quadro da alcune goffe persone fu dipoi con una sporca vernice ridotto a mal termine. In Leida, in casa d’un nobile de Sonnesvveldt, che in nostra lingua vuol dire Campo del Sole, era un altro quadro colla storia di Rebecca e’l servo di Abramo, al quale ella dà bere al pozzo, ed altre cose entro un paese, tocco mirabilmente, con digradazione di piani in lontananza di campagna.

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Fioriva circa il 1520. Nel tempo, che operava in Roma il Divino Raffaello, visse ancora ed operò in essa città un valente Pittore di Bruselles, per nome Bernardo Van-Orlai. Questi, essendosi a principio fatta una maniera, che pendeva verso il secco, modo di dipignere antico: col darsi poi a vedere e studiare le pitture dello stesso Raffaello e de’ suoi buoni discepoli, come Giulio Romano ed altri simili, quella manchevole maniera, mutò in altra molto nobile e vaga. A questo artefice, tornato ch’e’ fu alla patria, fu data la cura di far condurre tutte le bellissime tappezzerie, che i Papi, Imperatori e Re facevano fare in Fiandra, con disegni di pittori Italiani: e non è mancato chi affermi, che alcune tappezzerie, in cui sono rappresentate storie di San Paolo, che si vedono nella Guardaroba della Maestà del Re di Francia, le quali furono sempremai stimate, fatte con disegno di Raffaello, fossero disegnate da Bernardo sopra alcune piccole invenzioni dello stesso Raffaello. È stata anche opinione, che alcune altre bellissime tappezzerie, in cui si vedevano le cacce dell’Imperatore Massimiliano, tessute con gran quantità d’oro, le quali furono già di Monsù di Ghisa, e sono state credute fatte con disegno d’Alberto Duro, ancor’esse siano state inventate da Bernardo, forse nel tempo ch’e’ egli cominciava a migliorare la prima maniera. Ma comunque si sia la cosa, giacché io non avendo veduto quest’opere, non ne so dare giudizio, egli è certo, che a questo Bernardo, per la sua virtù, toccò a sostenere il carico di soprintendere a tutte le opere di pittura e di tappezzerie, che dall’Imperatore Carlo V si facevan fare in quelle parti, siccome a tutti i vetri, che si fecero per le chiese di Bruselles. Ebbe costui un discepolo, che fu anche suo ajuto nel dipignere, che si chiamò per nome JONS, gran pittore di paesi, che dicono anche aver lavorato in dette cacce dell’Imperatore Massimiliano. Fu similmente suo scolaro PIETRO KOECK, nativo d’Alost, buonissimo pittore ed architetto, il quale poi, come si è narrato nelle notizie della sua vita, se ne passò in Turchia.

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Discepolo di Luca d’Olanda, fioriva nel 1524. Fu Giovanni della città di Mabuse: ed essendo stato ricevuto nella scuola da Luca di Leida, diedesi appresso di lui a studiar l’arte del disegno, con accuratezza e diligenza, quanta mai se ne adoprasse alcun altro giovane in questo tempo. Questi, nella sua gioventù fu persona allegra, ma contuttociò non lasciò mai di affaticarsi, per avanzarsi nell’arte, per giugner poi là, dove tendevano i suoi pensieri. A tal fine, dopo qualche tempo volle peregrinare per l’Italia, ed altre Provincie e Regni, con che acquistò tanto di sapere, che ebbe il vanto di essere il primo, che riportasse in quelle parti di Fiandra il vero modo di ordinare le storie, e fare gl’ignudi e putti, col buon gusto Italiano, i quali avanti a lui non vi erano ancora in molto uso. Fra le opere ch’ei fece, la principale e più stimata, fu una gran tavola, che fu posta sopra l'altar maggiore di una chiesa di Midelburgh, co’ suoi sportelli, che per la loro grandezza, nell’aprirsi, eran fatti posare sopra certi ferri adattati a quell’effetto nel suolo. Viveva in quei suoi tempi in Anversa il celebre Alberto Duro, il quale venne apposta a Midelburgh a veder quella tavola, il che ridondò in non poca gloria del Mabuse. L’Abate, che la fece fare, fu Massimiliano di Bourgoignen, che morì l’anno 1524. Aveva il Mabuse rappresentato in questa tavola una Deposizione di Croce, e spesovi gran tempo, e lavoratala con indicibile artificio; ma portò il caso, che essendo caduto un fulmine, non solo incendiò e rovinò essa tavola, ma la Chiesa medesima, restandone con gran dolore tutta la città, per la grande stima in che era appresso di ognuno quella bell’opera. Dopo la morte di questo artefice, rimasero in essa città alcuni pezzi di tavole con immagini della Vergine, ed altre; ma principalmente nella strada di Langhendepht, in casa del Sig. Magrius, era una rappresentazione di Cristo deposto di Croce, con figure grandi, tanto bene ordinate, e così pulitamente finite, e con abiti di drappi sì belli e naturali, che era una meraviglia. Similmente la tovaglia, colla quale calavano il S. corpo, e tanto questa, che i panni e vestimenti, facevano pieghe bellissime. Vedevansi ancora grandi affetti di dolore nelle figure. Appresso un amator dell’arte, chiamato Melchior Wintgis, era una bella Lucrezia. In Amsterdam, in via Warmoes, in casa di Marten Papembroeck, era una tavola di Adamo ed Eva, alta e grande, ma più alta, che lunga, con figure quasi al naturale, assai belle e ben finite, della quale opera furono al padrone offerti gran danari. In casa Joan Nicker, pure in Amsterdam, era una gran tavola de’ fatti di un Apostolo, dipinta a chiaroscuro, che pareva fatta senza colore: e a quella tela dov’ella era dipinta, aveva il Mabuse data una certa sorta d’imprimitura, che pel molto piegare che si faceva, non mai punto si guastava. Stette quest’artefice al servizio del Marchese di Veren, al quale dipinse Maria sua moglie, per una Vergine, che teneva in braccio il Bambino, ritratto d’un proprio figliuolo del Marchese e della stessa Maria. Quest'opera fu stimata tanto bella, che a comparazione di essa ne perdevano tutte l’altre sue pitture: e fino all’anno 1604 si vedeva sì ben conservata, che pareva fatta allora. Andò poi questo quadro in mano del Signore di Froimont in Goude, siccome altri ritratti di sua mano furon portati a Londra. In Withal, in Galleria, era un quadro con due ritratti di fanciulli, lavorati con grande artificio. Avvenne una volta, che mentre il Mabuse stava in servizio del Marchese, per non so quale occasione di viaggio, convenne al medesimo ricevere nella propria casa Carlo V onde per segno di ossequio e di allegrezza, volle vestire tutta la sua gente di Dommasco bianco. Mabuse ebbe il suo dommasco prima degli altri; ma perch’egli era un uomo, che poco stimava sé stesso, e tanto meno la roba, lo vendé subito, e diedene il prezzo agli amici. Quando poi fu per venire lo ‘mperadore, il povero Mabuse, non avendo più né l’abito, né i danari da provvedersene un altro, fecesi una toga di foglio bianco, e la dipinse sopra di fiori a modo di dommasco, tanto bene e al naturale, che era una maraviglia il vederla, di che il Marchese prese grande ammirazione. Aveva egli allora in sua Corte, oltre al Mabuse, un altro dotto Filosofo, ancora esso pittore; e uno, che operava bene in poesia. Questi tre passarono un giorno rimpetto al Palazzo, in tempo che lo ‘mperadore era alla finestra: e vedendogli il Marchese, che stava dopo di lui, domandò a Sua Maestà, qual de’ tre le pareva il più bel dommasco; lo ‘mperadore allora pose l’occhio nel vestito del pittore, quale appariva molto bianco e bello, e fiorito con maggior vaghezza degli altri, e già voleva dare a quello la prima lode, quando il Marchese gli scoperse l’accidente e l’industria del pittore, che tanto gli piacque, che volle averlo attorno alla tavola quando mangiava: e più volte in tale occasione volle toccar quell’abito colle proprie mani, quasiché non finisse di credere al testimonio degli occhi proprj, che gliele facevan parere di dommasco vero. Fu il Mabuse uomo pio, paziente, ed in ogni sua opera diligentissimo; ma tanto a caso, e disprezzato di sua persona, che piuttosto pendeva nel sordido: a cagione di che, e anche dall’avere un aspetto burbero e tristo, nel passar ch’ei faceva una volta da Midelburgh, fu per sospetto fatto prigione: e nel tempo di sua prigionia fece alcuni disegni di matita, o altra materia nera, bellissimi. Seguì finalmente la sua morte nella città di Anversa, il primo dì di ottobre del 1532 e nella Chiesa Cattedrale della Madonna fu onorevolmente sepolto. Il ritratto di lui fu poco avanti al 1600 dato alle stampe, con intaglio di Tommaso Galle, con aggiunta de’ seguenti versi, composti dal Lamsonio: Tuque adeo nostris sæclum dicere Mabusi Versibus ad graphicen erudiisse tuum. Nam quis ad aspectum pigmenta politius alter Florida Apelleis illineret tabulis? Arte aliis, esto, tua tempora cede secutis: Peniculi ductor par tibi rarus erit.

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