Nominativo - Lampsonio Domenico

Numero occorrenze: 9

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

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Fioriva del 1500. Nacque questo artefice nella Fiandra, di parenti, che pure erano Fiamminghi, e non si è potuto ritrovare chi fosse il di lui maestro nell’arte. Questo è ben certo, che egli per attestazione, che ne fa il buon Pittor Fiammingo Carlo Vanmander, è uno di coloro, a’ quali debbono molto quelle parti, per aver colle sue ingegnose invenzioni arricchiti que’ paesi, e l’arte medesima migliorata assai da quel ch’ella era nel principio dell’operar suo. Fattura delle sue mani in Bruselles furono quattro quadri, a’ quali fu dato luogo nel Palazzo del Consiglio grande. In essi aveva egli figurato quattro egregie azioni di Giustizia: in uno la storia di Zaleuco, Legislatore de’ Locresi nella Grecia magna, oggi Calabria, che volendo gastigare il proprio figliuolo, caduto in adulterio, colla pena destinata a tal misfatto dalla Legge, che era di doversegli cavare gli occhi, e trovando resistenza nel Senato, che a verun patto non voleva, che nella persona del giovane figliuolo di lui, si eseguisse tal rigore; finalmente per fare alla Giustizia il suo dovere, volle, che un occhio a sé, ed uno al figliuolo fosse cavato: nell’altro la storia di Erchenbaldo di Purban, uomo illustre e potente, da alcuni qualificato col titolo di Conte. Costui ebbe un tale amor di Giustizia, che senza riguardare a persona, gastigò sempre con ogni maggior severità i gran misfatti. Occorse una volta, che trovandosi egli infermo, con pericolo di morte, un de’ suoi nipoti di sorella, ardì di violare la castità di alcune dame; il che avendo egli saputo, fecelo di subito carcerare, e quindi fulminando contro di lui sentenza di morte, ne ordinò l’esecuzione. Coloro a cui fu un tale ordine imposto, compatendo alla gioventù del misero figliuolo, l’avvertirono di allontanarsi da quel paese, e lasciaronlo in libertà, facendo credere all’infermo, che i comandi suoi fossero stati eseguiti; ma l’incauto giovane, dopo cinque giorni, persuadendosi che lo sdegno dello zio fosse passato, si portò alla camera di lui per visitarlo. L’infermo, all’arrivo così inaspettato del giovane, a principio dissimulò; quindi stendendo verso di lui le braccia, con parole cortesi, l’invitò ad avvicinarsegli: e gettategliele al collo, in atto di abbracciarlo, con una di esse lo strinse con gran forza, e coll’altra, con mano armata di coltello, gli trapassò la gola, lasciandolo morto, eseguendo da per sé stesso quella giustizia, che altri, contra il suo ordine aveva omessa. Tale spettacolo fu veduto dal popolo con orrore; ma non andò molto, che’l cielo stesso, con istupendo prodigio, canonizzò l’azione di Erchenbaldo, e andò il fatto in questa maniera. Aumentossi talmente il suo male, che fu necessario, che il vescovo del luogo gli amministrasse i Sagramenti. Nell’atto della confessione accusossi il Conte con estremo dolore de’ suoi peccati; ma dell’omicidio di suo nipote non faceva parola. Ciò osservando il Vescovo, l’avvertì, con ricordarli, che si dovesse accusare dell’eccesso, commesso poco anzi nella persona del suo nipote. Rispose il Conte non avere in ciò commesso alcuno errore, avendo fatta quell’azione per solo timor di Dio, e zelo di giustizia. Ma non appagandosi il Vescovo di tal discolpa, gli negò l’assoluzione, e seco si riportò il Sacro Viatico. Ma appena fu egli uscito di quella casa, che l’infermo lo fece tornare, e lo pregò di vedere se nella Pisside fosse l’Ostia consagrata. Apersela il Vescovo, e non vi trovò cosa alcuna. Ecco, disse allora l’infermo, che quello, che voi mi avete negato, da per sé stesso si è dato a me: e aprendo la bocca, mostrò la Sacra Ostia sopra la sua lingua: di che il Prelato rimase così stupito, che non solo approvò il sentimento di Erchenbaldo; ma pubblicò per tutto il mondo sì gran miracolo, che successe intorno all’anno 1220. Finalmente contenevano gli altri due quadri di Rogier due simili fatti, che ora io non istò a raccontare. Nel guardar che faceva talvolta quelle storie il dotto Lansonio, in tempo che egli in quella Sala stava scrivendo sopra la Pace di Gant, non poteva saziarsi di ammirarle e lodarle, e sovente prorompeva in queste parole: O maestro Rogier, che uomo sei stato tu? Di costui era in Lovanio, in una Chiesa, detta la Madonna di fuora, una Deposizione di Croce, dove egli aveva figurato due persone sopra due scale, in atto di calare il Corpo di Cristo, involto in un panno, fralle braccia di Giuseppe di Arimathia ed altri, che stavano abbasso, e cordialmente lo stringevano, mentre le Sante Donne scorgevansi in atto di gran dolore e di lagrime: e Maria Vergine svenuta, o rapita in estasi, era sostenuta da San Giovanni, che stava dopo di lei, in atto molto decoroso, dimostrando gran compassione. Questo quadro originale fu mandato al Re di Spagna: e nel viaggiare, sfondandosi la Nave, cadde nel mare; ma ritolto dalla furia dell’onde, fu portato a salvamento: e perch’egli era stato benissimo incassato, non ebbe da quel naufragio altra lesione, che qualche scollatura delle tavole, al che fu anche dato rimedio. In cambio dell’originale fu posta in quel luogo una bella copia, fattane per mano di Michel Coxiè. Fece anche questo Rogier un ritratto d’una Regina, del nome di cui non è restata notizia, la quale diedegli in ricompensa un’annua entrata di qualche considerazione; onde con questa e co’ gran premj, che e’ ricavava dalle sue pitture, diventò tanto ricco, che alla sua morte lasciò gran danari, i quali volle che servissero per sovvenimento de’ poveri. Morì questo artefice nell’Autunno dell’anno 1529. nel tempo, che tiranneggiava quelle parti una certa malattia, che si chiamava Morbo sudante, o male Inglese, il quale a gran migliaja di gente di ogni condizione e sesso tolse la vita. Il ritratto di Rogier fu dato alle stampe avanti al 1600. con intaglio di Th. Galle, sotto il quale furon notati i seguenti versi: Non tibi sit laudi, quod multa et pulcra, Rogere, Pinxisti, ut poterant tempora ferre tua: Digna tamen, nostro quicunque est tempore Pictor, Ad quæ, si sapiat, respicere usque velit. Testis picturæ, quæ Bruxellense Tribunal De recto Themidis cedere calle vetant. Quam tua, de partis pingendo, extrema voluntas Perpetua est inopum quod medicina fami. Illa reliquisti terris, jam proxima morti: Hæc monumenta polo non moritura micant.

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Fioriva nel 1515. Non è scarsa la comune Madre Natura in dispensar sovente le più belle doti dell’animo, anche a coloro, a cui toccò la misera sorte di nascere al mondo fra le oscurità de’ natali e fra le angustie della povertà; ma queste tali miserie per ordinario sono di troppo impedimento a’ loro fini: e quindi avviene, che tanti e tanti, che forniti di nobil genio, potrebbono avanzarsi nella perfezione di alcuna bella virtù, son forzati contuttociò a menar la vita loro fra le tenebre dell’ignoranza. Non è già questo in tutti mai sempre vero, perché trovasi alcuna volta taluno, che facendo gran forza a sé stesso, col molto faticare o soffrire, supera talmente tutte le difficultà, che gli oppone la miseria del suo natale, e la scarsezza del suo avere, che finalmente con grande onore si porta a quel segno, per cui la stessa fortuna l’abilitò. Questo appunto avvenne a Quintino Messis Pittore d’Anversa, il quale di un povero ferrajo, che egli era, arrivò ad essere uno de’ più celebri pittori, che avesse nel suo tempo la Fiandra. Nacque dunque Quintino nella città d’Anversa, di padre, come si crede, che faceva il mestiere del ferrajo, o vogliamo dire del fabbro. In questo stesso mestiere si esercitò egli fino all’età di venti, o come altri fu di parere, di trent’anni, alla quale tosto che fu pervenuto, fu assalito da una così grave infermità, che dopo avere in gran tempo e con grande stento, superato l’imminente pericolo della morte, rimase tanto consumato e debole di forze, ch’egli stimò non dovergli esser più possibile il ritornare alla gran fatica di maneggiare il ferro, che era la sua professione. Ma nientedimeno non potendo anche il suo spirito fermarsi a così grossi lavori, intraprese di coprire e di circondare di ferro un pozzo, che è vicino alla Chiesa maggiore d’Anversa, in cui fece apparire l’eccellenza del suo ingegno, per l’artificio e delicatezza della fattura; perché il ferro è così ben maneggiato, con una infinità di fogliami e d’ornamenti, che vi si veggono ancora, che fin da quel tempo giudicò il mondo avvantaggiosamente dell’Artefice, e conobbe, ch’egli era capace di altro impiego, che di quello, a cui egli s’applicava. Della stessa maniera fece un balaustro, che è a Lovanio: e forse avrebbe continovato in quel faticoso mestiero, se le proprie forze gliele avessero permesso. Il buon Quintino si affliggeva di ciò estremamente, non tanto pel danno proprio, quanto per la necessità e desiderio, ch’aveva d’alimentare co’ suoi sudori la propria madre, che era di cadente età, e molto si doleva con gli amici che lo visitavano: tra’ quali alcuno ve ne fu, che facendo reflessione, che appunto si avvicinava il Carnovale di quell’anno, nel quale era antica usanza in quella città, che coloro, che erano stati tocchi dalla lebbra, uscendo da uno spedale loro destinato, processionalmente se ne andassero con una candela di legno in mano, intagliata e ornata con varj ornamenti, dispensando a’ fanciulli per la strada alcune immaginette di Santi, stampate in legno, e miniate, sicché molte di queste immagini abbisognavano loro. Riflettendo, dico, a ciò uno de’ familiari di Quintino: e conoscendo il grande ingegno di lui, il consigliò, che dappoiché non poteva più faticar col martello, e’ si dovesse per l’avvenire applicare a quella sorta di lavoro di miniare que’ santini. Piacque a Quintino il consiglio: e non prima ebbe il suo male ceduto alquanto, ch’e’ si mise ad operare: e così bene gli riuscì, e con tanto suo genio, che in breve tempo s’accese di desiderio di passare alquanto più là: e datosi di proposito allo studio del disegno e della pittura, non andò molto, ch’egli cominciò ad operare bene, e poi meglio, e poi presto presto fecesi un valentuomo nell’arte. Che ciò fosse vero, l’attesta molto francamente Carlo Vanmander Pittor Fiammingo, che in suo idioma scrisse di lui: e vi aggiugne una bella circostanza, la quale, forse più che la necessità del guadagno, spinse Quintino a mettersi alle gran fatiche, che e’ fece poi, per divenir’ eccellente in quel mestiero. Dice egli, che’l giovane, uscito del male, e datosi a miniare que’ santini, forse non abbandonando pell’affetto il mestiere del Fabbro, cominciò a vagheggiare una bella fanciulla, con animo di pigliarla per moglie. Ma forte gli strigneva il cuore la concorrenza, che avevano i suoi amori d’un altro giovane, che esercitava l’arte della pittura: all’incontro, la fanciulla, che molto più amava Quintino, che il Pittore, avrebbe pur voluto, che’l Pittore fosse stato Fabbro, ed il Fabbro Pittore, come quella; che essendo per avventura civilmente nata, aveva molta antipatia con quel mestiere tanto vile e basso. Una volta per parlar ch’ella fece domesticamente con Quintino, si dichiarò con esso, che allora ella avrebbe voluto essere sua moglie, quando di fabbro, ch’egli era, e’ fosse diventato un pittor valoroso; onde il povero giovane, forte intimorito, subito lasciata l’incudine e’l martello, si mise a far fatiche sì grandi nel disegnare, e nel dipignere, studiando giorno e notte, che in breve fece il profitto, che detto abbiamo. Questo successo venuto in tempo a notizia del celebre Poeta Lansonio , fu da lui cantato con alcuni spiritosi e dotti versi in quell’idioma Fiammingo.

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Fioriva circa al 1500. Trovasi, che nell’anno 1511 entrò nella Compagnia de’ Pittori d’Anversa un certo Giusto di Cleef, una delle Sette Provincie unite, il quale fu poi detto Giuseppe Pazzo: il padre suo fu certo maestro Willem di Cleef pittore, che pure entrò in essa Compagnia l’anno 1518. Attesta il Vanmander, che questo Giusto, fu uno de’ migliori coloritori, che avessero quelle parti ne’ suoi tempi: e che le opere sue erano tenute universalmente in grandissima stima, perché le sue figure parevano di vera e viva carne: e anche aveva un bel modo nel dipignere altre cose; ma la troppo eccedente stima ch’egli aveva di sé stesso, talmente l’acciecò, che facendogli sempre credere, che le proprie pitture dovessero valere di gran lunga più di quelle di ogni altro artefice di sua età, e che non vi fosse prezzo, che adeguar le potesse, fermandolo tuttavia più in simile apprensione, fecelo talvolta quasi delirare; onde ne acquistò fra gli amici e professori, nome di pazzo. Avvenne una volta, in tempo che Filippo II Re di Spagna si maritò con Maria Regina d’Inghilterra, che Giusto si portò da quella Maestà, affine di darle alcune cose di sua mano: e perché ciò gli venisse meglio effettuato, si accostò prima ad un pittore del Re chiamato Antonis Moro, pregandolo di assistenza e d’ajuto. Questi gli promise di fare ogni opera, affinché le opere sue venissero ad avere adito alla persona del Re; ma portò il caso, che in quel medesimo tempo fossero d’Italia mandati in quelle parti molti quadri di diversi insignissimi maestri, e particolarmente di Tiziano, i quali, avendo conseguito da quel Monarca quel gradimento e stima, che loro si conveniva, fecero sì, che il Moro non pure poté fargli vedere le opere di Giusto, ma né meno poté passare alcuno ufficio a lui favorevole. Questo stravagantissimo cervello diede allora in grandi smanie; ma assai più dopo ch’egli ebbe vedute le pitture di Tiziano, parendogli, che queste, poste a confronto colle sue, nulla valessero. Presela col Moro, e molto con parole il maltrattò, dicendogli, che non meritava d’aver a fare ufficio di proporre a sua Maestà pitture di un sì gran maestro, quale era egli: e giunse tant’oltre con le invettive, e tanto uscì dai termini della civiltà e del dovere, che il Moro, fattosi vivo, e gettatosegli alla vita, gli mise addosso tanta paura, che il vile Giusto rifugiatosi sotto una tavola, non osò più far parole; tantoché il Moro, veduta tal sua vigliaccheria, si partì, lasciandolo in quel posto medesimo. Stato ch’egli fu così un poco, rodendoselo la rabbia, diede mano a fare sì fatti spropositi. Prese della vernice di trementina, e con quella invetriandosi il berettino e’l vestito, se n’andò per la città, facendosi vedere per le pubbliche strade. Inoltre, avendo fino a quel tempo fatte diverse pitture in tavola a particolari persone, procurò di riaverle in mano, con pretesto di volerle migliorare: e ritoccandole in ogni parte, in cambio di migliorarle, quasi del tutto le guastò, con dolore e danno de’ padroni. Andò poi crescendo talmente in lui la frenesia, che a’ parenti ed amici fu necessario il rinchiuderlo. Era di mano di costui l'anno 1604 appresso Melchior Wyntgis in Middelborgh, una immagine di Maria Vergine, e dietro era un bel paese dipinto da Joachim Patenier. In Amsterdam, appresso Sion Lus, era un Bacco assai bello, al quale aveva fatto i capelli canuti, discostandosi in ciò dalla comune de’ Poeti, che a Bacco, come donatore dell’allegria, danno una perpetua gioventù, e fra questi Tibullo: Solis aeterna est PhoeboBacchoque iuventus. ma, per mio avviso, volle il pittore con tale canizie significare, esser proprio delle cadenti età il molto bere: o forse ancora, che il soverchio, presto riduce l’uomo a suo fine. Non è noto il tempo della morte di Giusto, il quale, non ha dubbio, che non sia stato un valoroso artefice, e tale, che meritò, che il Lansonio facesse in lode di lui alcuni versi, da’ quali pare che si raccolga, che egli avesse un figliuolo della stessa professione; e sono i seguenti. JUSTO CLIVENSI ANTVERPIANO PICTORI Nostra nec Artifices inter, te Musa silebit, Belgas, Picturae non leve Juste decus. Quam propria, nati tam felix arte fuisses, Mansisset sanum si misero cerebrum.

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Fioriva del 1520. Ne’ tempi che la città d’Anversa fioriva per molte ricchezze pel gran negoziare, che vi facevano i mercanti di ogni nazione, che era circa al 1515 entrò in quella Compagnia de’ Pittori un tal Giovacchimo Patenier, che aveva una maniera di far paesi molto finita e bella. Conduceva gli alberi con certi tocchetti, come se fossero stati miniati, aggiugnendovi bellissime figurine; tantoché i suoi Paesi, non solo erano stimati molto in quella città, ma ancora erano trasportati in diverse provincie. Si racconta di un tale Hendrick Metdebles, che in nostra lingua vuol dire Enrigo colla macchia, ancora egli pittore di paesi, in sulla maniera dello stesso Giovacchimo, che fu solito in tutti i suoi paesi dipignere una civetta. Ma questo nostro Giovacchimo ebbe un certo suo sordido costume, quale io qui non racconterei, s’io non credessi, che’l saperlo, potesse apportar qualche facilità maggiore a conoscere le sue opere da quelle d’altri: e se ancora Carlo Vanmander, Pittor Fiammingo, che fa menzione di quest’artefice, nel suo libro scritto in quell’idioma, non avesse ciò raccontato. Dipigneva egli dunque in ogni suo paese, niuno eccettuato, un uomo, in atto di sodisfare a’ corporali bisogni della natura: e alcune volte situavalo in prima veduta, ed altre volte con più strano capriccio, lo faceva in luogo tanto riposto, ch’e’ bisognava lungamente cercarlo, e in fine sempre vi si trovava tal figura. Fu costui molto dedito al bere, ed era suo più ordinario trattenimento la taverna, dove prodigamente, e senz’alcun ritegno, spendeva i suoi gran guadagni, fino al rimanersi senza un quattrino: ed allora solamente, forzato da necessità, faceva ritorno a’ pennelli. Aveva un discepolo, che si chiamava Francesco Mostardo, Pittore d’incendi stimatissimo, al quale convenne aver con lui una gran pazienza, perché e’ non fu quasi mai volta, che Giovacchimo tornasse dall’osteria alterato dal vino, che non lo cacciasse fuor di bottega; ma egli, che desiderava di approfittarsi, tutto dissimulava. Alberto Duro fece così grande stima dei paesi di Giovacchimo, e del suo valore in quella sorte di lavoro, che una volta si mise a fare il suo ritratto sopra una lavagna, con uno stile di stagno, e riuscì tanto bello, che e’ fu poi da Cornelio Coort di Hoorn, città delle sette provincie, intagliato in rame, sotto il quale scrisse alcuni versi composti da Lansonio. Molte opere di Giovacchimo furon portate a Midelburgh, che poi l'anno 1604 si vedevano in casa di Melchior Wyntgis, Maestro della Zecca di Zeilanda. Fra queste era un quadro di una battaglia, tanto finito, che ogni più squisita miniatura ne perdeva. Fu anche il ritratto di Giovacchimo dato alle stampe poco avanti a detto anno, con intaglio di Tommaso Galle, e sotto co’ seguenti versi, composti dal nominato Lansonio: Has inter omnes nulla quod vivacius Joachime, imago cernitur Expressa, quam vultus tui: non hinc modo Factum est quod illam Curtii In aere dextra incidit, alteram sibi Quae nunc timet nunc aemulam. Sed quod tuam Durerus admirans manum, Dum rara pingis, et casas, Olim exaravit in palimpsesto tuos Vultus ahena cuspide: Quas aemulatus lineas se Curtius, Nedum praeivit caeteros.

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Discepolo di Cornelis, nato 1500, morto 1559. Nacque questo artefice in Beverwyck, non molto lontano da Haerlem, l’anno 1500. Il nome del padre suo fu Cornelis: appresso di lui imparò i principj dell’arte, e si fece così valente, che fu posto a’ servigi dello ‘mperador Carlo V, il quale sempre lo volle appresso di sé in tutti i suoi viaggi. Condusselo a Tunis in Barberia, dove, per esser’ egli buon Geometra ed Architetto, e sapere anche ben levare di pianta, si valse di lui nelle cose campali, facendogli, nell’occasione di porre assedj, misurare i terreni, e rappresentare in pittura tutte le proprie azioni di guerra, e fra queste l’assedio e’l sito della città di Tunis, delle quali invenzioni poi si servì quella Maestà per far vaghe e ricche tappezzerie. Si videro belle opere di costui in Atrecht in Fiandra nella Badia di San Vaes: in Bruxelles erano ancora alcuni bei quadri e ritratti al naturale, oltre a quelli che erano nella Chiesa di Santa Gudula, stati poi o guasti o portati via. Costui fece fare il proprio sepolcro nella Chiesa di San Goricks, pure in Bruxelles, e nella più alta parte era un Dio Padre. Questo fu poi trasportato in Praga appresso Hans Wermein suo fratello, che fu gran valent’uomo nell’arte dell’orefice, ed eccellente modellatore, di cui lo stesso Carlo V si serviva e avevalo in grande stima. Nella stessa Chiesa era una Natività del Signore, e un Cristo ignudo in piedi, con una mano sul petto, opere assai lodate. Il ritratto di questo artefice, fatto da lui medesimo, si trovava l’anno 1604 a Midelborgh in Zeelandt, appresso Maria sua figliuola, vedova di Pieter Cappoen, in nostra lingua Pietro de’ Capponi, ottimamente lavorato. Nel medesimo quadro del ritratto, dalla parte di dietro, era una lontananza con una veduta della città di Tunis, fatta dal naturale, colle guardie de’ soldati, ed esso a sedere, in atto di dipignere: appresso a lui era una donna grassa ignuda, con un taglio in un braccio. Vi era ancora il ritratto di Maria, sua seconda moglie, assai ben fatto. Questa donna aveva per ciascheduna mano sei dita; ma o forse subito nata, o dipoi, le erano state levate le due dita minori, e benissimo si scorgeva nella pittura il luogo della congiunzione di esse dita tagliate. La medesima Maria fu dipinta al naturale dal padre in sua gioventù in abito Turchesco, perché godeva di vederla spesse volte in quel modo vestita: e con tal veste la conduceva ogni anno alla solita processione della principal festa di Bruxelles, chiamata Emgangh. Era ancora appresso essa Vedova, fatto dal naturale, un ritratto di un bambino, che aveva bellissimi capelli: e un trionfo di mare, fatto da suo padre, con molte figure ignude assai belle. Fu questo Giovanni Cornelisz strettissimo amico e compagno di Giovanni Schooreel: e l’uno e l’altro comprarono gran beni nella Noortolandia. L’Imperadore spesse volte si pigliava gusto di far veder costui ad alcune Dame e Signori, perché era di grandissima statura e benissimo composto, ed aveva una barba sì lunga, che stando ritto, poteva pestarla col piede: ed era cosa gustosa il vedere alcune volte, quando e’ viaggiava a cavallo appresso a Principi e Cavalieri, che il vento gliela sollevava e balzava loro nel viso. Tenevane Giovanni gran conto, e ogni mattina impiegava alcun tempo in pettinarla, e a cagione di questa, era chiamato Ans della barba. Morì quest’artefice in Bruxelles l’anno 1559, della sua età cinquantanove o sessanta: e nella Chiesa di San Goricks, fu sepolto. Il ritratto di lui, intagliato da Tommaso Galle, fra’ ritratti degli altri celebri pittori Fiamminghi, fu dato alle stampe poco avanti al 1600 co’ seguenti versi, composti da Domenico Lamsonio: Quos homines, quæ non majus loca pinxit et urbes, Visendum late quicquid et Orbis habet; Dum terra sequiturque mari te Carole Cæsar, Pingeret ut dextræ fortia facta tuæ; Quæ mox attalicis fulgerent aurea textis, Materiem artifici sed superante manu. Nec minus ille sua spectacula præbuit arte Celso conspicuus vertice grata tibi. Jussus prolixæ detecta volumina barbæ Ostentare suos pendula ad usque pedes.

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Discepolo di Luca d’Olanda, fioriva nel 1524. Fu Giovanni della città di Mabuse: ed essendo stato ricevuto nella scuola da Luca di Leida, diedesi appresso di lui a studiar l’arte del disegno, con accuratezza e diligenza, quanta mai se ne adoprasse alcun altro giovane in questo tempo. Questi, nella sua gioventù fu persona allegra, ma contuttociò non lasciò mai di affaticarsi, per avanzarsi nell’arte, per giugner poi là, dove tendevano i suoi pensieri. A tal fine, dopo qualche tempo volle peregrinare per l’Italia, ed altre Provincie e Regni, con che acquistò tanto di sapere, che ebbe il vanto di essere il primo, che riportasse in quelle parti di Fiandra il vero modo di ordinare le storie, e fare gl’ignudi e putti, col buon gusto Italiano, i quali avanti a lui non vi erano ancora in molto uso. Fra le opere ch’ei fece, la principale e più stimata, fu una gran tavola, che fu posta sopra l'altar maggiore di una chiesa di Midelburgh, co’ suoi sportelli, che per la loro grandezza, nell’aprirsi, eran fatti posare sopra certi ferri adattati a quell’effetto nel suolo. Viveva in quei suoi tempi in Anversa il celebre Alberto Duro, il quale venne apposta a Midelburgh a veder quella tavola, il che ridondò in non poca gloria del Mabuse. L’Abate, che la fece fare, fu Massimiliano di Bourgoignen, che morì l’anno 1524. Aveva il Mabuse rappresentato in questa tavola una Deposizione di Croce, e spesovi gran tempo, e lavoratala con indicibile artificio; ma portò il caso, che essendo caduto un fulmine, non solo incendiò e rovinò essa tavola, ma la Chiesa medesima, restandone con gran dolore tutta la città, per la grande stima in che era appresso di ognuno quella bell’opera. Dopo la morte di questo artefice, rimasero in essa città alcuni pezzi di tavole con immagini della Vergine, ed altre; ma principalmente nella strada di Langhendepht, in casa del Sig. Magrius, era una rappresentazione di Cristo deposto di Croce, con figure grandi, tanto bene ordinate, e così pulitamente finite, e con abiti di drappi sì belli e naturali, che era una meraviglia. Similmente la tovaglia, colla quale calavano il S. corpo, e tanto questa, che i panni e vestimenti, facevano pieghe bellissime. Vedevansi ancora grandi affetti di dolore nelle figure. Appresso un amator dell’arte, chiamato Melchior Wintgis, era una bella Lucrezia. In Amsterdam, in via Warmoes, in casa di Marten Papembroeck, era una tavola di Adamo ed Eva, alta e grande, ma più alta, che lunga, con figure quasi al naturale, assai belle e ben finite, della quale opera furono al padrone offerti gran danari. In casa Joan Nicker, pure in Amsterdam, era una gran tavola de’ fatti di un Apostolo, dipinta a chiaroscuro, che pareva fatta senza colore: e a quella tela dov’ella era dipinta, aveva il Mabuse data una certa sorta d’imprimitura, che pel molto piegare che si faceva, non mai punto si guastava. Stette quest’artefice al servizio del Marchese di Veren, al quale dipinse Maria sua moglie, per una Vergine, che teneva in braccio il Bambino, ritratto d’un proprio figliuolo del Marchese e della stessa Maria. Quest'opera fu stimata tanto bella, che a comparazione di essa ne perdevano tutte l’altre sue pitture: e fino all’anno 1604 si vedeva sì ben conservata, che pareva fatta allora. Andò poi questo quadro in mano del Signore di Froimont in Goude, siccome altri ritratti di sua mano furon portati a Londra. In Withal, in Galleria, era un quadro con due ritratti di fanciulli, lavorati con grande artificio. Avvenne una volta, che mentre il Mabuse stava in servizio del Marchese, per non so quale occasione di viaggio, convenne al medesimo ricevere nella propria casa Carlo V onde per segno di ossequio e di allegrezza, volle vestire tutta la sua gente di Dommasco bianco. Mabuse ebbe il suo dommasco prima degli altri; ma perch’egli era un uomo, che poco stimava sé stesso, e tanto meno la roba, lo vendé subito, e diedene il prezzo agli amici. Quando poi fu per venire lo ‘mperadore, il povero Mabuse, non avendo più né l’abito, né i danari da provvedersene un altro, fecesi una toga di foglio bianco, e la dipinse sopra di fiori a modo di dommasco, tanto bene e al naturale, che era una maraviglia il vederla, di che il Marchese prese grande ammirazione. Aveva egli allora in sua Corte, oltre al Mabuse, un altro dotto Filosofo, ancora esso pittore; e uno, che operava bene in poesia. Questi tre passarono un giorno rimpetto al Palazzo, in tempo che lo ‘mperadore era alla finestra: e vedendogli il Marchese, che stava dopo di lui, domandò a Sua Maestà, qual de’ tre le pareva il più bel dommasco; lo ‘mperadore allora pose l’occhio nel vestito del pittore, quale appariva molto bianco e bello, e fiorito con maggior vaghezza degli altri, e già voleva dare a quello la prima lode, quando il Marchese gli scoperse l’accidente e l’industria del pittore, che tanto gli piacque, che volle averlo attorno alla tavola quando mangiava: e più volte in tale occasione volle toccar quell’abito colle proprie mani, quasiché non finisse di credere al testimonio degli occhi proprj, che gliele facevan parere di dommasco vero. Fu il Mabuse uomo pio, paziente, ed in ogni sua opera diligentissimo; ma tanto a caso, e disprezzato di sua persona, che piuttosto pendeva nel sordido: a cagione di che, e anche dall’avere un aspetto burbero e tristo, nel passar ch’ei faceva una volta da Midelburgh, fu per sospetto fatto prigione: e nel tempo di sua prigionia fece alcuni disegni di matita, o altra materia nera, bellissimi. Seguì finalmente la sua morte nella città di Anversa, il primo dì di ottobre del 1532 e nella Chiesa Cattedrale della Madonna fu onorevolmente sepolto. Il ritratto di lui fu poco avanti al 1600 dato alle stampe, con intaglio di Tommaso Galle, con aggiunta de’ seguenti versi, composti dal Lamsonio: Tuque adeo nostris sæclum dicere Mabusi Versibus ad graphicen erudiisse tuum. Nam quis ad aspectum pigmenta politius alter Florida Apelleis illineret tabulis? Arte aliis, esto, tua tempora cede secutis: Peniculi ductor par tibi rarus erit.

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Fioriva nel 1540. Fra’ Pittori più degni di memoria, che partorì circa il principio del passato secolo la Fiandra, merita il suo luogo Lambert Lombardus, nativo di Luych, città non molto lontana da Mastricht; perché non solamente fu pittore assai ingegnoso, buono architetto, intelligente prospettivo e buon filosofo; ma perché fu maestro di molti eccellenti pittori, fra’ quali furono FRANCESCO FLORIS, WILLENKCYC, che in nostra lingua vuol dire Guglielmo Sasso, e HUBERT GOLTXIUS, che significa Uberto d’oro, e molti altri. Pellegrinò per varie Provincie de’ Paesi Bassi; scorse l’Alemagna e la Francia; e ovunque trovava antiche sculture, vi faceva sopra molto studio; anzi scrivono, che egli in simili antichità arrivasse a tanta pratica, che distingueva in qual parte del mondo, e in qual tempo esse sculture erano state fatte. Di che sia la fede appresso l’autore, che tal cosa scrisse, che fu l’altra volta nominato Vanmander Pittore Fiammingo. Venne in Italia, e stette in Roma, donde, pel grande studiar che vi fece, si partì assai migliorato: e tornatosene in Fiandra, levò quasi del tutto quella barbara maniera, che usavano già fino dagli antichi tempi in quelle parti gli architetti. Di mano di quest’uomo si veggono molte cose in istampa, e fra l’altre una Cena di Cristo di bella invenzione e componimento. Finì il suo vivere in Liegi l’anno 1560. La vita di questo pittore fu latinamente scritta da Domenico Lampsonio, e data alle stampe in Bruges da Uberto Goltzio del 1565 ma a me non è stato possibile il rintracciarla; onde poche notizie potrò dare di lui. Fu poco avanti al 1600 dato alla luce il suo ritratto, stampato con intaglio di Tommaso Galle, sotto il quale si leggono i seguenti versi. Elogium ex merito quod te, Lombarde, decebat, Non libet hic paucis texere versiculis. Continet hoc ea charta (legi si nostra merentur) De te, quam fecit Lampsoniana graphis.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

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Fioriva circa il 1540. Osserva il Vanmander, Pittor Fiammingo, che i pittori de’ Paesi Bassi, fino al suo tempo, si guadagnarono più rinomanza in Italia, per l’inclinazione, e pel genio particolare, che ebbero, non tanto in far Paesi, che per dipignere figure grandi: il che non si può negare, perché molti di loro furon fatti operare in Italia, e furon ricevuti con lode, molto più per i loro paesi, che loro figure. Un di coloro, che si portarono molto bene, fu Luca Gassel d’Helmon, che abitò in Bruselles, dove anche morì: e lavorò a olio e a guazzo, ma poche furono le opere sue. Fu particolare amico del Lansonio, dal quale meritò di esser celebrato con eruditi versi. Fu il ritratto di questo artefice intagliato poco avanti al 1600 e dato alle stampe fra quelli degli eccellenti Pittori Fiamminghi, che aveva intagliato Tommaso Galle.

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Morì nel 1540. Giovanni, detto l’Olandese, nacque in Anversa, e si crede, che l’opere di lui cominciassero ad aver nome circa’l 1500. Ne’ Paesi Bassi fu stimato singolare in dipignere a guazzo e a olio, e particolarmente Paesi, sopra i quali fece grandi studj, ritraendogli al naturale. Era solito starsene presso ad una finestra di casa sua, e quivi coloriva cielo e campagne. Fu il suo dipignere, tanto alla prima, che bene spesso si valeva, per iscuro o mezza tinta, della mestica delle sue tele: imitato poi dal Brughel, che in alcuni luoghi dava il colore tanto tenero, che vi appariva bene spesso il colore della stessa mestica. Ebbe moglie, la quale continuamente viaggiava a’ mercati di Brabanza e di Fiandra, incettando quadri in diverse città, quelli poi rivendendo con gran guadagno; che però il marito si stava a casa, e godendo dell’industria di lei, non solo aveva gran comodità d’applicare alle sue pitture, ma anche di pigliarsi i suoi riposi, perché ebbe pochissima voglia di fatigare: e per ordinario dipingeva poco. I suoi paesi però non punto cedono in bontà a tutti gli altri de’ maestri de’ suoi tempi: e si trova, che fra alcuni ritratti di celebri Pittori Fiamminghi, che furon dati alle stampe, con intaglio di Tommaso Galle, poco avanti al 1600 fu dato luogo anche a quello dell’Olandese, che morì in Anversa sua patria l’anno 1540, e Domenico Lamsonio compose sopra di lui i seguenti versi. Propria Belgarum laus est bene pingere rura: Ausoniorum homines pingere, sive Deos. Nec mirum: in capite Ausonius, sed Belga cerebrum Non temere ignava fertur habere manu. Maluit ergo manus Jani bene pingere rura Quam caput, aut homines, aut male scire Deos.

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