Nominativo - Gonzaga Federico

Numero occorrenze: 2

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

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Discepolo di Giulio Romano, fioriva circa il 1520. Dell’antica e nobile famiglia de’ Primaticci, nacque in Bologna questo valente artefice, il quale nella fanciullezza fu da’ suoi maggiori applicato alla mercatura; ma perché tale applicazione non punto si confaceva con gli alti pensieri, che il nobil giovanetto raggirava per la sua mente, deliberò di darsi tutto all’acquisto della bell’arte del disegno, sottoponendosi in primo luogo alla disciplina di Innocenzio da Imola, pittore in quel tempo in Bologna, assai riputato: poscia tirato dalla bella maniera, che sotto i precetti del divino Raffaello, si era acquistato Bartolommeo, detto il Bagnacavallo, che in que’ tempi pure operava in essa città di Bologna, incominciò ad apprendere da lui i principj del colorire; tantoché andatosene a Mantova, dove il celebre Pittore Giulio Romano dipigneva pel Duca Federico il Palazzo del Te; anch’egli fu annoverato fra’ molti giovani, che gli ajutavano in quell’opera. Stettesi per lo spazio di sei anni, dopo i quali già si era acquistata fama del migliore di quanti in quella scuola maneggiassero pennello; e quel che è più, fecesi così valente nel modellare e lavorare di stucchi, che condusse nello stesso Palazzo per quel Principe, due bellissime fregiature di una gran camera, dove rappresentò le antiche milizie de’ Romani: e di pittura fece altre cose, con disegno del maestro, che gli diedero gran fama, non tanto in quella città, quanto in altre, dove tosto giunse il suo nome, e fecesi molto caro a quel Principe. Intanto arrivò in Parigi, al Re Francesco, la notizia de’ bellissimi ornamenti, fatti fare dal Duca in esso Palazzo del Te; onde volle lo stesso Re, che il Duca gli mandasse colà alcuno artefice eccellente in pittura, e nel lavoro di stucco, a cui potessero far fare opere degne dell’animo suo. Il Duca gli mandò il Primaticcio, e ciò fu l’anno 1531. Giunto che fu a quella Corte, misesi a fare opere belle; onde riportò la gloria di essere il primo che vi lavorasse bene di stucchi; ed anche vi acquistò credito di buon pittore a fresco, nonostanteché poco avanti fosse andato a’ servigi di quel Re, il Rosso, Pittor singolarissimo Fiorentino, che molte belle cose vi aveva fatte di sua mano. Dipinsevi il Primaticcio molte camere e logge, e fecevi altri lavori lodatissimi, de’ quali noi non possiamo dare una precisa contezza. Or qui non dee a chicchessia parere strana cosa, che nel proseguire, ch’io fo pur ora le notizie di questo artefice, sia per farlo parer geloso, oltre al bisogno, della grazia del suo Signore, e pur troppo soverchiamente appassionato verso sé stesso, in ciò che alla stima del proprio valore appartiene: cose tutte, che il Vasari, non seppe, o industriosamente tacque, per non perturbare l’animo di un tanto virtuoso, che ancora viveva in Bologna, quando egli scrisse di lui, e anzi si affaticò molto in lodare le qualità dell’animo suo; e’l Malvagia, che nella sua Felina Pittrice ha ricopiato appunto ciò che disse il Vasari, scusandosi di non potere e per la lontananza del tempo, nel quale visse, e del luogo ove dimorò il Primaticcio, dirne più, anche con aver veduto ciò che notò di lui il Felibien, l’ha lasciato nel posto stesso, che lo lasciò il Vasari; non dovrà, dico, parere strano quanto io son’ ora per iscrivere, col vivo testimonio della penna di un nostro cittadino, che stette in Francia ne’ tempi del Primaticcio, e parla di fatto proprio. Dell’anno dunque 1540 era arrivato alla Corte di Parigi, chiamato dal Re Francesco, per l’opera del Cardinale di Ferrara, Benvenuto Cellini Fiorentino, celebre sonatore di strumenti di fiato, singolarissimo nell’arte dell’orificeria, eccellente intagliatore di medaglie, e non ordinario scultore, e gettatore di metalli, discepolo del Buonarroto, uomo forte, animoso e robusto, altrettanto ardito nel parlare, quanto, per natura, eloquente, di parole abbondante, e secondo il bisogno alla difesa e all’offesa sempre preparato e pronto: il quale ancora ebbe per costume, con una troppo sregolata sincerità, di dire il suo parere a chi si fosse, anche di ogni più sublime grado e condizione, menando, come noi usiamo dire, la mazza tonda a tutti. A cagione di che, e di alcune sue smoderate bizzarrie, aveva sostenuta in Roma, sotto Paolo IV una tormentosa e lunghissima prigionia, dalla quale, a cagione di altre molte virtù, che per altro ei possedeva, era stato, per uficj dello stesso Cardinal di Ferrara, e dello stesso Re, poco avanti liberato. A questi dunque aveva il Re Francesco assegnata una provvisione di 700 scudi l’anno, quella appunto, colla quale era stato in quelle parti trattenuto il famosissimo Lionardo da Vinci, ed erangli state ordinate dal Re dodici statue d’argento, che dovevano servire di candelliere, per istare attorno alla sua mensa: e altre grandi figure di metallo, con molti altri orrevoli lavori.

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Discepolo di Raffaello da Urbino, nato 1494, morto 1564. Giovanni Nani da Udine, nella sua puerizia, fu portato veementemente da due inclinazioni: una delle quali fu il piacere della caccia d’ogni sorta d’animali volatili e terrestri; e l’altra dell’arte del disegno. Laonde, accoppiando insieme l’uno e l’altro genio, fin da quella tenera età, ritraeva a meraviglia i quadrupedi e gli uccelli. La qual cosa osservata dal padre, promettendosi, siccome poi seguì, che’l figliuolo fosse per far gran profitto nella pittura, sentita la fama, che in Venezia e fuori correva di Giorgione, colà l’inviò, e trovò modo di porlo all’arte, sotto la sua disciplina: e statovi per breve tempo, per buoni uficj e protezione dell’eruditissimo Baldassarri Castiglione, Segretario del Duca di Mantova, e stretto amico di Raffaello da Urbino, fu levato da quella scuola, e condotto a Roma, fu messo in quella del medesimo Raffaello. Quivi in breve tempo acquistò tanto, che fra la gran comitiva d’altri giovani, che vi stavano apprendendo l’arte, niuno ve n’era, che gli fosse superiore; e fra le altre sue abilitadi, seguitando l’antico genio, dipingeva sì bene ogni sorta d’uccelli, che in poco tempo ne condusse un libro intero, così bello, e con tal varietà d’animali, che fu poi l’unico spasso e trattenimento del medesimo Raffaello suo maestro. Occorse in questo mentre, che nel cavarsi in Roma, fra le rovine del Palazzo di Tito, furono ritrovate alcune antichissime abitazioni rimaste sotto terra, tutte dipinte con diversi capricci di figure, animali, storiette, e campi, framezzate di vaghi ornamenti di stucchi bassi; e furon quelle, che da’ sotterranei o grotte, dove si ritrovarono, diedero il nome a quelle, che furon fatte dipoi a loro imitazione, di Grottesche. Videle Giovanni, insieme con Raffaello, e tanto se ne invaghì, che disegnatene molte volte, se ne fece pratichissimo maestro, e dipoi le colorì con sì bella e varia invenzione, che non ebbe pari; ed inoltre tanto s’adoperò coll’ingegno, che gli venne fatto di ritrovare il modo di comporre gli stucchi bianchi, per adornamento delle medesime, a similitudine degli antichi, scopertisi in quelle rovine, come detto avviamo. Di queste cose si servì Giovanni, per ordine di Raffaello, nelle volte delle Logge al Palazzo Papale: dove anche dipinse le stupende grottesche, con ogni sorta di animali, frutti, fiori, e d’altre bizzarrie, che vi si videro, con meraviglia di tutta Roma. Dalla vaghezza e novità di quest’opere, ebbe principio il dipignersi a grottesche, che per mezzo di coloro, che Giovanni allora tenne in suo ajuto, si sparse per tutto il mondo. Dipinse ancora in molti altri luoghi in essa città di Roma, e fece molti cartoni per arazzi e grottesche, tessuti poi in Fiandra, i quali servirono per le prime stanze del Concistoro. Lavorò di stucchi la facciata di Giovambatista dall’Aquila da Piazza San Pietro, e la Loggia della Vigna di Giulio, Cardinal de’ Medici, sotto Monte Mario. Mandato da Raffaello a Firenze, ad istanza dello stesso Giulio, allora Clemente VII, fece nella Sagrestia nuova di San Lorenzo, gli ornamenti della Tribuna, cioè alcuni quadri sfondati, che appoco appoco diminuiscono verso il punto di mezzo, dove si veggono maschere, fogliami, rosoni e altri ornamenti di stucco bellissimi. In Firenze abbiamo di sua mano lo stendardo, coll’immagine del glorioso Sant’Antonino Arcivescovo, che fino al presente si conserva nella Chiesa di San Marco de’ Frati Predicatori, mandatovi per la Canonizzazione di esso Santo. Fu Giovanni uomo di singolar bontà e molto timorato di Dio. Ebbe, come si è detto, grande inclinazione alla caccia de’ volatili, nella quale riusciva a meraviglia, per la sicurezza ch’egli aveva nel tirar colla balestra e coll’archibuso. Ed è fama ancora, che egli fosse l’inventore del bue di tela, dipinto, che serve di coperta a’ tiratori, per non essere, nel tirare che fanno, dalle fiere veduti. Molte altre opere fece Giovanni, che al nostro solito si tralasciano per brevità: e giunto finalmente all’età di settant’anni, l’anno 1564, se ne passò al cielo.

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