Nominativo - Engelbrechtsen Cornelis

Numero occorrenze: 7

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina VII

Vedi

E Ed Jerron, mathis, decen. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 72. Eych, Gio. e Uberto, dec. I. della parte I. del sec. 3. a c. 24. Elschamer, Adamo, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 228. Engelbrechtez, Cornelis, dec. 9. della par. 2. del sec. 3. a c. 142. Engheltams, Cornelis, decen. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 68. Ercolino di Guido, dec. 3. della p. 3. del sec. 4. a c. 332. al verso 22.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 143

Vedi

Nato 1468. ?1533. Sebbene ne’ Paesi Bassi la Pittura ne’ primi tempi esercitata con diligenza, tuttoché mancasse de’ veri precetti dell’arte, non è per questo, che alcun buono ingegno non arrivasse talvolta a qualche buon modo nel disporre le sue figure, col solo lume della natura e del genio; onde poi, anche ne’ nostri tempi sieno potute piacere agl’intendenti. Uno di costoro fu il nominato Pittore Cornelis Engelbretchsen, nato l’anno 1468 nella città di Leiden, che fu uno de’ primi maestri, che cominciasse a mettere in pratica l’invenzione del colorire a olio, che l’anno 1400. era stata trovata da Giovanni da Bruggia, e poi per più anni tenuta occulta. Non è a nostra notizia chi fosse il maestro di questo artefice, né tampoco se il suo padre fosse pittore; questo è ben certo, ch’egli fu maestro di Luca d’Olanda, di cui a suo luogo si parlerà. Disegnò assai bene le sue figure: e fu anche nel colorire a guazzo e a olio assai fiero e ardito. Colorì molti quadri, che nella quasi universale destruzione delle immagini, fatta dagli Eretici in quelle parti, perirono: ed altri, che rimasero intatti, perché il Magistrato di quella Città, non si sa come, per memoria di un tal cittadino, volle che fossero conservati nel Palazzo del Consiglio. Tali furono due tavole da Altare co’ loro sportelli, state fatte già per una Chiesa d’un Convento fuori di Leiden, detto il Marien Poel, che in nostra lingua vuol dire Luogo della Madonna. In una aveva figurata la Crocifissione del Signore co’ due Ladroni: la Vergine colle Marie, ed altre persone a piedi e a cavallo, appartenenti alla storia, ben disposte e lavorate: nello sportello destro era il Sagrifizio di Abramo, e nel sinistro la storia de’ Serpenti. Nell’altra tavola si vedeva figurata la Deposizione della Croce, dove aggiunse sei tondi, ne’ quali fece sei rappresentazioni de’ Dolori della Vergine. Nelli sportelli ritrasse alcune persone inginocchioni molto al naturale. Nella stessa casa del Consiglio, circa il 1600. si conservava una tela a guazzo, dov’egli aveva dipinto la storia de’ Re Magi con bellissimi panni, da’ quali chiaramente si comprende, quand’anche ciò d’altronde non si sapesse, ch’egli fu maestro del celebre Pittore e Intagliatore Luca d’Olanda, il quale, col molto studiare di questo e di altri suoi quadri, si fece valente nell’arte. Questo quadro, coll’andar del tempo, aveva patito molto, onde era ridotto a mal termine. Una delle più eccellenti opere, ch’ei facesse mai, fu una tavola con due sportelli, che doveva stare sopra un sepolcro nella Chiesa di S. Pietro di Leida, fattagli fare ad istanza de’ Signori di Lockhorst, per memoria di loro famiglia. Questa poi fu trasportata nella casa di essa famiglia, dipoi portata a Utrecht in casa Vanden Boogajert, che aveva presa per moglie una figliuola del nominato Lockhorst. In questo quadro espresse una storia dell’Apocalisse di San Giovanni, cioè quando l’Agnello apre d’avanti al trono d’Iddio il libro co’ sette Sigilli: e vi fece molti ritratti bellissimi; ond’egli è poi stato in pregio anche ne’ tempi, che l’arte è venuta al sommo della perfezione. Vedevansi in questa pittura, in atto d’orazione, rappresentati molto al vivo coloro, che gliele fecero fare. In somma fu questo pittore molto eccellente ne’ suoi tempi: ebbe belle avvertenze nell’operare, e buona espressione d’affetti. Pervenuto finalmente alla sua età di anni sessantacinque, passò da questa all’altra vita l’anno 1533. Ebbe due figliuoli, il maggiore si chiamò Pieter Cornelis kunst, che fu Pittore, o come dicono in quelle parti Scrittore in Vetri, avendo insieme coll’altro suo fratello imparata l’arte del Padre in compagnia di Luca d’Olanda, con cui ebbe gran comunicazione nel tirare avanti i suoi studj.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 179

Vedi

Discepolo di Cornelis Engelbrechtsen, nato 1494, morto 1533. Ne’ tempi, che nella città di Norimbergh e in tutta la Germania, già risplendeva il famoso Pittore, Scultore e Architetto Alberto Durer, e poco prima che egli incominciasse a dar fuori le maraviglie del suo artificioso bulino, nacque nella città di Leida l’eccellente pittore Luca: e ciò fu circa l’ultimo di Maggio o principio di Giugno del 1494. Suo padre si chiamò Huija Jacobsz, che in nostra lingua è lo stesso, che Ugo Jacobi, che fu anch’egli eccellente pittore. In questo fanciullo possiamo dire, che mostrasse la Natura il maggiore miracolo, che ella facesse giammai in alcun tempo vedere al mondo, in ciò che appartiene alla forza dell’inclinazione e del genio; perché avendo egli in puerizia atteso all’arte del disegno sotto gl’insegnamenti del padre, non prima fu giunto all’età di nove anni, che diede fuori graziosi intagli di sua mano, che andarono attorno senza la data del tempo, ma però fatti in quella sua tenera età: e come quegli, che non contento di quanto nell’arte apprese dal padre, desiderava di presto giugnere al più alto segno di eccellenza; si pose a studiare appresso di Cornelis Engelbrechtsen, del quale si è altrove parlato. Né è vero, per quanto ci avvisa Carlo Vanmander Fiammingo, quello, che disse il Vasari nelle poche righe, che egli scrisse di Luca, che egli per imparare bene l’arte, se ne uscisse della patria. Stavasi dunque il fanciullo in quella scuola, continuamente applicato a disegnare, consumando, non solo il giorno, ma le intere notti, senza mai pigliarsi altro trastullo o passatempo, che in cose di grande applicazione, appartenenti all’arte. Ma, come suole avvenire, che la Natura, benché troppo violentemente affaticata ne’ primi anni, talvolta pel vigore della gioventù, non dia in subito segni di molto risentirsene; ma coll’avanzarsi dell’età, e col crescere delle fatiche, in un tratto si dia per vinta; avvenne, che all’incauto Luca fossero brevi i giorni della vita, e che in que’ pochi non godesse egli sempre intera salute. Erano in quella sua tenera età le sue camerate mai sempre giovani di quel mestiere, Pittori, Intagliatori, Scrittori in vetro, e Orefici, co’ quali in altro non si tratteneva, che in istudiare e discorrere sopra le difficultà dell’arte. Di ciò era egli talvolta aspramente ripreso dalla madre, la quale per le soverchie fatiche, già lo vedeva correre a gran passi al totale disfacimento di sé stesso; ma non fu mai possibile il ritenerlo. Valevasi egli di ogni occasione, anche frivola, per mettersi a disegnare: e sempre faceva o mani o piedi, e quanto gli dava fra mano di più comodo, in ogni tempo e in ogni luogo. Or dipingeva a olio, ora a guazzo, ora in vetro, ora intagliava in rame, e in somma tutte l’ore del giorno, e bene spesso quelle della notte, erano a lui un’ora sola, destinata a una sola faccenda. Non fu prima arrivato all’età di dodici anni, che e’ dipinse in una tela a guazzo, una storia di Santo Uberto, che in quelle parti fu stimata cosa maravigliosa, e ne acquistò gran credito. Aveva egli fatto questo quadro pe’ Signori di Lochorst, i quali per rendere il fanciullo più animoso a operare, gli diedero tanti Fiorini d’oro, quanti anni egli aveva. A quattordici anni intagliò una storia, dove figurò Maometto, quando essendo ubriaco, ammazzò Sergio Monaco: e in essa pose la nota del tempo, che fu il 1508. Un anno dopo, cioè in età di 15 anni, intagliò molte cose; ma particolarmente per gli Scrittori, o vogliamo dire Pittori in vetro, fece otto pezzi della Passione di Gesù Cristo, cioè l’Orazione nell’Orto, la prigionia o cattura di esso nell’Orto, quando lo conducono ad Anna, la Flagellazione, la Coronazione, l'Ecce Homo, il Portar della Croce, la Crocifissione: e ancora una carta, dove figurò una tentazione di S. Antonio, al quale apparisce una bella donna: e tutti questi pezzi furono lodatissimi, perché erano bene ordinati con bizzarre invenzioni, prospettive, lontananze e paesi, e tanto delicatamente intagliati, che più non si può dire. Il medesimo anno intagliò la bella invenzione della Conversione di san Paolo, nella quale, come in ogni altra sua fattura, fece vedere gran diversità di ritratti, maestà di vestimenti e berretti, capelli, acconciature di femmine ed altri abbigliamenti all’antica, bellissimi, che son poi serviti di lume, anche agli stessi Pittori Italiani, per viepiù arricchire le opere loro: e molti colla dovuta cautela, ad effetto di coprire il virtuoso furto, se ne son serviti ne’ loro quadri. Nell’anno 1510 e della sua età il sedicesimo, intagliò la bella carta dell’Ecce Homo, con moltissime figure, nella quale superò sé stesso, particolarmente nella varietà delle arie delle teste e degli abiti, ne’ quali seppe far risplendere il suo bel concetto di far veder presenti a quello spettacolo diversi popoli e nazioni. Lo stesso anno intagliò il Contadino e la Contadina, la quale avendo munto le sue vacche, fa mostra di alzarsi, in che volle esprimere al vivo la stanchezza, che prova quella femmina nel rizzarsi da coccoloni, dopo essere stata lungamente a disagio in quel lavoro. Fece ancora l’Adamo ed Eva, i quali cacciati dal Terrestre Paradiso, malinconici e raminghi se ne vanno pel mondo. È Adamo coperto di una pelle, con una zappa in spalla, e porta il suo Caino sopra le braccia. Nello stesso tempo pure intagliò la femmina ignuda, che spulcia il cane, e molti altri bellissimi pezzi, de’ quali farò menzione a suo luogo, senza seguire l’ordine dei tempi, per non tediar il lettore; bastandomi l’averlo fatto fin qui, per mostrare, che Luca in età di sedici anni già aveva fatte opere meravigliose, e tali, che avevan messo in gran pensiero e gelosia lo stesso Alberto Duro, a cagione principalmente dell’aver Luca osservato ne’ propri intagli un certo modo di accordare così aggiustato, con un digradar di piani, e un tignere delle cose lontane, di tanta dolcezza, che a proporzione della lontananza, vanno dolcemente perdendosi di veduta, in quella guisa che fanno le cose naturali e vere; perfezione, alla quale Alberto stesso non era arrivato, benché per altro egli avesse miglior disegno di Luca. Onde il medesimo Alberto, a concorrenza di lui, si mise a dar fuori nuovi intagli, che furono i migliori, che e’ facesse mai: e perciò entrò fra di loro una tal virtuosa gara, che ogni volta che Alberto dava fuori intagliata una storia, subito Luca intagliava la medesima di altra propria invenzione.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 221

Vedi

Figliuolo e Discepolo di Cornelis Engelbrechtsen, nato 1493, morto 1544. Nacque Cornelis in Leiden l’anno 1493 di un tal Cornelis Engelbrechtsen, in quella città allora celebre Pittore; e pervenuto nell’età di potersi applicare ad alcuna professione, si diede allo studio del disegno e della pittura, sotto la disciplina del padre, appresso al quale stava ancora Luca d’Olanda, dipoi tanto rinomato. Dopo essersi alquanto approfondito nell’arte, ma conoscendo con quanta poca utilità e’ poteva esercitare nella sua patria, allora molto scarsa di ricchezze, usò talvolta portarsi a Bruges in Fiandra, dove pel concorso de’ mercanti e forestieri, correvano gran danari, ed era la sua pittura molto stimata. Qui trattenevasi per qualche anno, quando più, quando meno, secondo le congiunture, che se gli appresentavano di esercitare il suo mestiere, onde vi fece molte opere. Dipinse anche in Leiden sua patria: e l'anno 1604 vedevasi in casa di Dirck Van Sonneveldt, che in nostra lingua significa dal Campo del Sole, un portar della Croce, co’ due Ladroni, ne’ volti dei quali si scorgeva assai bene espressa la mestizia e’l dolore, che pure anche appariva in quelli delle Sante Donne: e fu questa stimata una delle migliori opere ch’e’ facesse mai. Era anche nella stessa casa una Deposizione di Croce, di colorito acceso e ben lavorato. Aechtgen Cornelis suo figliuolo, allora in età di settantadue anni, aveva di sua mano il ritratto di lui, e quello della sua seconda moglie, in atto di sedere in un loro bel giardino, fuori della Porta Vaccina; e in lontananza era fatta dal naturale, una veduta della città, dalla banda di quella porta. Per un Monastero fuori di Leiden, in un borgo, chiamato il Borgo di Leida, dipinse molte tavole, che furono poi disfatte, quando seguì la ribellione dalla Spagna. Per diversi cittadini di sua patria dipinse molti quadri, ed in particolare pel nobile Jacopo Vermy. Fece Cornelis da questa all’altra vita passaggio nel 1541 il cinquantesimo anno della sua età.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 222

Vedi

Fioriva del 1520. Siccome si poteva dire con verità, che Cornelis di Cornelis Kunst, figliuolo di Cornelio Engelbrechtsen, eccellente pittore, fosse veramente nell’arte della pittura erede della paterna virtù; così non sarebbe contro al vero l’affermare, che Luca Cornelisz, del quale ora si parla, non punto si mostrasse inferiore al fratello nel suo operare. Nacque egli dello stesso Cornelio Engelbrechtsen l’anno 1495 e da esso apprese i precetti dell’arte: e perché la sua patria non gli somministrava tante occasioni, quante gli abbisognavano per poter co’ pennelli onestamente alimentarsi, fu costretto talvolta (ciò che è vergogna di queste belle arti il raccontare) ad esercitarsi nel mestiere del cuoco, dal che prese il soprannome di Kocck. Fu questo pittore, ne’ suoi tempi, molto stimato, tanto nel lavorare a olio, che a guazzo: e in Leida sua patria fece molte cose; ma particolarmente si vedevano in casa un tal’ Aus Adriansz Knottr, che per suo diletto attendeva ancora egli alla pittura, alcune tele fatte a guazzo assai ben finite, con buona invenzione, ed espressione d’affetti, appropriata all’azione delle figure. Fra queste era molto lodata una storia dell’Adultera Evangelica. In casa di Jacomo Vermy erano pure alcuni suoi quadri a guazzo. Vedendo poi Luca di non potersi, per iscarsezza d’occasioni, mantenere in Leiden: e sentito, che l’arte della pittura era grandemente stimata in Inghilterra, sotto la protezione di Enrico VIII che molto se ne dilettava, deliberò d’abbandonar la patria, e così insieme colla moglie e sette o otto figliuoli ch’egli aveva allora, colà si portò. Dopo tal sua partita, dice il Vanmander, non essersi avuta di lui altra notizia, se non che a Leiden venne un suo bel quadro in mano di un mercante, chiamato per suo nome Hans de Hartoogh, che in nostra lingua significa Giovanni del Duca: e che quando capitò ne’ Paesi Bassi il Duca di Leycester per Governatore, condusse seco alcuni Signori Inglesi, i quali, per la cognizione dell’operar suo in Inghilterra, compravano quanti quadri fatti da lui, davano loro alle mani.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 351

Vedi

Discepolo di Cornelis Engelhechtsz, fioriva nel 1540. Aertgen di Leiden, cioè Arnoldo di Leida, venne alla luce in detta città di Leida in Fiandra l’anno 1498. Il padre suo esercitò l’arte della lana, alla quale tenne il figliuolo fino all’età di diciotto anni, a cagion di che acquistò il nome di Arnoldo lanajuolo; ma perché da molti chiari segni si conosceva, che non a quell’arte, ma al disegno l’aveva la natura destinato, fu l’anno 1516 tolto a quell’esercizio, e posto ad imparar la Pittura appresso di Cornelis Engelbrechtsz, sotto la disciplina del quale, ajutato dal genio e dall’essere ormai fuor di fanciullo, in brevissimo tempo cominciò a dipignere a olio e a tempera assai ragionevolmente, e a fare opere da sé medesimo. Da principio prese una maniera simile a quella di Cornelisz Engelbreehtsoon, che fu maestro del suo maestro; ma avendo poi veduto il modo di fare di Schoorel, cercò di mutarla, e seguitare la sua, come anche quella di Hemskercken, per quello che apparteneva all’architettura. Delle migliori opere ch’ei facesse, furono tre quadri fatti in Leida per Jan Geritz Buytewega, i quali colorì maravigliosamente. In uno era figurato un Crocifisso, co’ due Ladroni, la Vergine coll’altre Donne e San Giovanni, e sotto la Croce la Maddalena. Nell’altro un Cristo portante la Croce, con gran quantità di figure, in atto di seguitare quella funesta processione, e Maria Vergine, con San Giovanni e l’altre devote donne. Nel terzo rappresentò Abramo quando conduce fuori il figliuolo col fascio delle legne per fare a Dio il gran Sacrificio. Era l’anno 1604 in casa la vedova di Gio. Wassenaer, già maestro de’ Cittadini, prima carica del Magistrato, e Tesoriere dello Stato di Leida, un quadro della Natività del Signore. In casa un tale Joan Adriaensz Knotter erano alcune tele dipinte a guazzo, dov’egli aveva figurata Maria Vergine, con alcuni Angeli, in atto di cantare: e in casa di Jan Dirichsz di Monfort una tavola del Giudizio universale, co’ portelli, sopra i quali aveva il Goltzio fatto dipignere un quadro a olio, benché assai guasto dal tempo, in cui egli aveva dipinta la sommersione di Faraone nel Mar Rosso, ed eranvi molte cose degne d’esser vedute; ma particolarmente faceva bella mostra la gran varietà d’abiti, berrette e turbanti di quella gente. Disegnò questo pittore assai per un certo Scrittore in vetri, o vogliamo dire Pittore in vetri, chiamato Claes Chryvers, che noi diremmo in nostra lingua Niccolò Scrittore, e per altri di simil mestiere: e per varie provincie, e per varj luoghi di quelle parti fece molte opere. Fu suo costume, fin da’ primi anni, di non voler mai più far paesi, né cose morali, né favole, ma solamente quadri e tavole di devozione, e storie del vecchio e nuovo Testamento: e in questo suo modo di fare tirò avanti i suoi allievi. Fu stimatissimo dagli artefici del suo tempo, particolarmente pel buon modo, ch’egli aveva d’ordinar le figure: e per la grand’invenzione: a cagione di che il celebre Pittore Francesco Floris, coll’occasione d’essere chiamato a Delft a fare un Crocifisso, partendosi d’Anversa si portò a Leida per visitarlo, e veder le opere sue. Arrivato in Leida, domandò dell’abitazione di lui, che era una piccola casuccia, in luogo abiettissimo, vicino alle mura della città, e mezza rovinata. Giuntovi non vel trovò; onde per non perder la gita, pregò i suoi giovani scolari, che dappoiché egli, per veder l’opere del loro maestro era venuto tanto di lontano, si contentassero d’introdurlo nella stanza dov’egli lavorava. Quelli lo condussero in una stanza di sopra a tetto molto bassa e male in essere, che era quella appunto dove Arnoldo stava a dipignere. Il Floris vide le pitture: e poi preso un pezzo di carbone da que’ giovani, disegnò sopra il muro, per quanto teneva la grandezza del medesimo, un Santo Luca colla testa del bue, e l’arme della Compagnia de’ Pittori: e si partì, andandosene al suo albergo. Tornato, che fu Arnoldo, e sentito quanto era occorso, senza saper chi fosse stato il forestiero, salì sopra, e al primo vedere del bel disegno, disse: Colui, che ha fatto sì bella cosa, non può essere altri, che Francesco Floris. Sentito poi, ch’egli era venuto apposta per visitarlo, come quello ch’era d’animo assai composto, ed aveva sé stesso in poca o in niuna stima, restò forte confuso, che un maestro di quell’essere fosse venuto a trovarlo per vedere l’opere sue. Per la medesima cagione non aveva né meno ardire d’andare a cercar del Floris; onde fu necessario, ch’egli medesimo lo mandasse a chiamare: ed avutolo a sé, gli fece grande istanza, che se ne venisse con esso lui in Anversa, promettendogli grandi occasioni, e che non gli sarebbono state pagate le belle opere sue a prezzi tanto miserabili, quanto egli, con vergogna dell’arte e gran danno di sé stesso, se le faceva pagare in Leida. E non diceva cosa lontana dal vero; perché oltre al non essere Arnoldo punto avido del guadagno, occorreva per lo più, che quando alcuno gli veniva a ordinare un lavoro, prima di cominciarne il trattato, lo conduceva alla taverna: e nel più bello della tavola ne moveva il discorso, e si stabiliva uno scarso prezzo alla pittura da farsi. Non volle Arnoldo a verun patto lasciarsi persuadere dal Floris: e ringraziatolo della cortese offerta, gli diede per risposta, che più stimava egli la sua povertà, che la grandezza d’ogni altro: e così il Floris se ne tornò in Anversa, e Arnoldo se ne rimase in Leida, con gran disgusto del Floris, che avendo adocchiato in quest’artefice una gran facilità nell’inventare, con altre buone parti, aveva disegnato valersene, con utile, nelle sue grandi occasioni. Fu usanza di questo pittore, di non lavorar giammai il giorno di Lunedì: e in quel cambio andavasene all’osteria con tutti i suoi giovani, benché per altro e’ non fosse punto disordinato nel bere. Vi si trovava bene spesso anche fra settimana, e dopo cena con un certo suo strumento di fiato, chiamato la traversa, che egli si dilettava di sonare, fosse pure qual’ora si volesse, e l’aria scura quanto mai potesse essere, senza punto tornare a casa, dove anche in quell’ore era cattiva tornata, se ne andava suonando per la città: la quale usanza gli partorì molte disgrazie, ed in ultimo gli costò la vita. Due volte cadde nell’acqua, con pericolo d’annegarsi: e una notte da un briaco, che era anche suo amico e pittore, fu sfregiato nel viso. Occorse finalmente, che un giorno dopo desinare Arnoldo uscì di casa con un ricco cittadino di Leida, chiamato Quirinck Claesz, per andare a riscuotere certi danari di un bel quadro, in cui egli aveva rappresentato la sentenza di Salomone: e fece tanto tardi, che gli convenne tornarsene assai di notte. Nel camminare a quel grande scuro, fu sopraggiunto da stimolo di corporali necessità; onde egli cavatasi la giubba, la posò sopra un muro d’un fosso, chiamato Vollers Graft, e poco da lungi soddisfece al bisogno. Volle poi, per quanto si comprese, andare a ripigliar la sua giubba, ma per la grande oscurità, prese la strada verso una certa apertura di un muro, che faceva sponda al fosso: e volendo andar più avanti, cadde nell’acqua, dove miseramente morì affogato: e ciò fu l’anno 1564 della sua età sessantasesimosesto. Il nominato quadro del Giudizio di Salomone, per quanto ne lasciò scritto il Vanmander, ancora si ritrovava in Delft l’anno 1604.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

Pagina 359

Vedi

C Il Capanna 227. Capitani a caballo dipinti in Duomo, e da chi 43. Cappella de’ Brancacci del Carmine 81. Carel d’Ypeyr Pittore 338. Fu molto iracondo. Prende molta malinconia per alcune parole dettegli per ischerzo. Si ferisce nel petto da sé 339. E in pochi giorni se ne muore 340. Carletto Caliari Pittore 347. Carri per la festa di San Giovanni di Firenze, dipinti da Andrea del Sarto 204. Carte sporchissime intagliate e pubblicate 188. Cassoni dipinti per arredi di spose 64. Santa Caterina de’ Vigri, detta da Bologna, e sua vita 114. Nacque di genitori ferraresi. Sua nascita prevenuta da visioni e segni mirabili. Attese alla pittura appresso Lippo Dalmasi 112. Fece molte belle Miniature. Operò per essa il Signore molti prodigi in vita e in morte 113. Cavalli e loro moto, come stà 60. Cavallo di bronzo di Gattamelata in Padova 38. Cenacolo d’Andrea del Sarto nel Convento delle Monache di S. Salvi 203. Cefare Sesto Pittore 330. Sue opere 331. Chiesa di San Michele in Palchetto, o delle Trombe, detta S. Elisabetta 3. Chiesa e Coro di San Marco di Firenze variata dal primo essere. Vedi la Nota 47. Chiesa della Santa Casa di Loreto restaurata e come 292. Claes Rogier 305. Colonna del Tempio di S. Giovanni 37. Colonna di Mercato vecchio 37. Colorire a olio chi l’inventasse, e chi lo portasse in Italia 26 e 27. Colossi di mattone e stucco, posti intorno alla Cupola del Duomo di Firenze, di Donatello 38. Conventi e Monasterj distrutti per l’assedio di Firenze 202 e 205. Cornelis Engelbrecktez Pittore di Leida, e sue opere. Ritrovò l’invenzione di colorire a olio già perduta 142. Fu maestro di Luca d’Olanda 143. Cornelis di Cornelis Kunst 220. Cornelis Molenar Pittore 340. Cosimo Rosselli e sue opere 109. Suoi discepoli 100. Cristofano, detto il Moretto 198. Il Crocchia Pittore 235. Crocifisso della Cappella della Santissima Nunziata 43.

Con il contributo di