Nominativo - Danti Ignazio

Numero occorrenze: 3

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

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Nato 1507, morto 1573. In questi tempi fu pienissimo, per così dire, il mondo tutto, dell’ottima fama del celebre prospettivo e architetto, Jacopo Barozzi da Vignola, terra nobile del Milanese. Questi, non solo per le opere sue egregie, ch’ei condusse, in ciò che all’architettura appartiene; ma eziandio per li suoi dotttissimi scritti di simili facultadi, meritò non solo, che il tanto celebre Mattematico Egnazio Danti, Religioso dell’Ordine de’ Predicatori, eletto Vescovo d’Alatri, dopo la morte di lui, volgesse ogni applicazione, non pure a pubblicare colle stampe a proprie spese, i suoi Trattati, con impiegare il proprio intelletto in ridurgli anche più godibili, coll’aggiunta di chiarissime dimostrazioni; ma eziandio, ch’egli medesimo obbligasse la propria penna a distendere una esattissima Narrazione della vita, dell’opere e dell’altre singolarissime qualitadi o doti, che l’animo di lui adornarono. Dovendo io adunque in questo luogo far menzione d’un uomo sì celebre, sono andato fra me stesso pensando, s’io dovessi contentarmi di compendiare, quanto dallo stesso Frate Egnazio fu scritto, il tutto riducendo al mio solito periodo, qualunque esso si sia, o oscuro o melenso. Ma considerando da una parte, non esser giusta cosa il privare, o punto o poco, la posterità della notizia di tante e assai nobili doti di sì gran virtuoso: e dall’altra riflettendo alla dignità del soggetto, che esse notizie scrisse e pubblicò; mi son risoluto a far cosa, che io non mai, o rarissime volte feci nel descrivere i fatti di molti celebri uomini: mi son risoluto, dico, di copiare distintamente di parola in parola, quanto lo stesso Danti nel 1583, dieci anni appunto dopo la morte del Barozzi, scrisse e pubblicò a principio dell’opera, che intitolò Le due Regole della Prospettiva Pratica di Mess. Jacomo Barozzi da Vignola, con i Commentarj del R. P. Egnazio Danti dell’Ordine de’ Predicatori, Mattematico dello studio di Bologna. Dice egli dunque così. Coloro, che sono ascesi a quei gradi d’eccellenza, che la scala degli onori di questo mondo s’ha in ogni maniera di virtù e di scienza prescritti per supremi, quasi sempre vi sono stati guidati dalla Natura per asprissime e faticosissime strade. E questo fa ella per avventura, per mostrare a quelli, che son nati negli agi e nutriti nelle delizie, che altri, che la virtù non ha parte alcuna di sublimare altrui a così fatti gradi, e che difficilissimo, e quasi impossibile sia il poterci altramente arrivare. Di che se ne sono in ogni tempo veduti infiniti esempi, tra i quali al presente è rarissimo questo del Barozzi; imperciocché avendosi ella proposto di sublimarlo nei primi gradi dell’eccellenza della nobilissima Arte dell’Architettura e della Prospettiva, ridusse Clemente suo padre a sì estrema necessità, che gli convenne, per le discordie civili, abbandonare Milano sua patria, dove egli era nato di sì nobile famiglia, ed eleggere per sua stanza Vignola, Terra, che per essere capo del Marchesato, e però convenevolmente nobile e di civili abitatori ripiena. Dove nel 1507 il dì primo d’Ottobre, gli nacque Jacomo suo primo figliuolo, di madre Tedesca, figliuola di un principal condottiere di fanterie. E perché in quello esilio della patria non pareva che potesse aver luogo tanta felicità, che Clemente lo vedesse indirizzato, come desiderava; appena vide gli anni dell’infanzia di lui, che passò di questa a miglior vita. Rimaso Jacomo senza padre, e fuor della patria, avendo in quella tenera età l’animo ardentissimo alla virtù, si trasferì subito a Bologna, per attendere alla pittura. Ma accorgendosi poi di non fare in essa molto profitto, così per non avere quella buona istituzione, che a così difficile arte fa di mestiere: come anco per aver occupato quasi tutto il tempo nel disegno delle linee, dove maggiormente si sentiva inclinato, si voltò quasi del tutto agli studj dell’Architettura e della Prospettiva. Nella quale, senza veruno indirizzo, riuscì da sé stesso di tanta eccellenza, che con la vivacità dell’ingegno suo ritrovò queste bellissime e facilissime regole, che ora vengono in luce, colle quali si può con molta facilità, e con usarvi pochissima, o niente di pratica, ridurre in disegno qualsivoglia difficil cosa: invenzione nel vero degna dell’ingegno suo, ed alla quale nessuno arrivò mai nel pensiero prima di lui. Avendosi dunque in quest’arte acquistato nome di valent’uomo, ebbe occasione in Bologna di mostrare il valor suo, e di farvi molte cose di pregio: tra le quali furono grandemente stimati i disegni che fece per Mess. Francesco Guicciardini, il quale essendo allora Governatore di quella città, gli mandò a Firenze per fargli lavorare di tarsia da eccellenti maestri. E sapendo il Barozzi, che non bastava il leggere solamente quei precetti, che lasciò scritti Vitruvio Pollione, intorno all’Architettura; ma che oltre a ciò, bisognava vederli osservati in atto nelle vive reliquie degli antichi edificj; si trasferì a Roma, come in luogo particolarmente per qualità e numero di essi chiarissimo e famosissimo. Ma perchè bisognava pure procurare intanto il vivere per sé e per la famiglia; esercitava talvolta la pittura, non levando però mai l’animo dall’osservazioni dell’anticaglie. In quel mentre essendo stata instituita da molti nobili spiriti un’Accademia d’Architettura, della quale erano principali, il Signor Marcello Cervini, che poi fu Papa, Monsignor Majfei, ed il Signore Alessandro Manzuoli. Lasciò di nuovo la pittura, ed ogni altra cosa: e rivolgendosi in tutto a quella nobile esercitazione, misurò e ritrasse per servizio di quei Signori tutte l’antichità di Roma: donde si partì l’anno 1537 essendo stato condotto in Francia dall’Abate Primaticcio, eccellentissimo Pittor Bolognese, a i servizi del Re Francesco I; il qual volendo fare un palazzo e luogo di delizia di tal eccellenza, che agguagliasse la grandezza del generoso animo suo, e di superare con quella fabbrica tutti gli altri edificj, che per l’addietro fossero stati fatti da qualsivoglia Principe del mondo; Volle, ch’egli gli facesse i disegni e modelli di essa, i quali poi non furono del tutto messi in esecuzione per cagione delle guerre più che civili. Contuttociò fece a quel Re molti altri disegni di fabbriche, che furono messi in opera, e particolarmente i disegni e cartoni di prospettiva, dove andavano istorie del Primaticcio, che nel Palazzo di Fontanablò furono dipinti; facendo nel medesimo tempo gettare di metallo molte statue antiche, le quali erano state formate in Roma, la più parte d’ordine suo. Ma non avendo potuto effettuare il tutto compiutamente, per essere stato costretto quel Re a rivolger l’animo a cose maggiori, se ne ritornò a Bologna, chiamato e pregato strettamente dal Conte Filippo de’ Peppoli, Presidente di San Petronio, per farlo attendere a quella fabbrica, intorno a i disegni della quale si occupò fino all’anno 1550, non avendo quasi potuto farvi altro per le molte competenze, che si trovò di persone, le quali non sapevano cercar fama, se non con opporsi, affinché l’opera non camminasse avanti: vizio naturale d’alcuni, che conoscendo l’imperfezione loro, non possono vedere, se non con gli occhi pregni d’invidia, arrivar altri dove essi possono solamente col temerario ardir loro avvicinarsi; ma non poté però operar tanto questa sciocca emulazione, che finalmente non si conoscesse il valor suo, e l’altrui malignità. Perciocchè essendo stati chiamati Giulio Romano, nobilissimo Pittore e Architetto, e Cristefano Lombardi, Architetto del Duomo di Milano, a dar giudicio sopra quei disegni: vedutili e consideratili maturamente, approvarono quei del Vignola, con pubblica scrittura, per eccellentissimi sopra tutti gli altri. In quel medesimo tempo, oltre a molt’altre cose, fece un Palazzo a Minerbro, pel Conte Alamanno Isolano, con ordine e disegno molto notabile e maraviglioso. Fece la casa del Bocchio, seguitando l’umore del padrone di essa: e condusse con incredibil fatica, il Canale del Navilio dentro Bologna, dove prima non arrivava se non tre miglia appresso.

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Ma perché niuna cosa venga a mancare, in quanto appartiene alla notizia della bella Opera delle due regole di Prospettiva, lasciata dal Vignola alla sua morte, ci è paruto bene il notare, in questo luogo pure, copia della Lettera, che a Frate Egnazio dell’anno 1580 fu scritta da Jacinto Barozzi, figliuolo di Jacopo, la quale aggiunta all’alto concetto, ch’egli ebbe di lui, fu al Danti impulso bastante per far quanto ei fece intorno all’opera medesima, e poi di consegnarla, per comun benefizio, alle pubbliche stampe: ed è quella, che segue. Molto Reverendo Padre, Mess. Ottaviano Marchesini, Architetto di Nostro Signore, compatriotto, e d’amicizia derivata fin da’ padri nostri, e per conseguenza molto informato della maggior parte de’ miei affari, mi scrive, che al desiderio, ch’io ho, che camminino in luce quelle fatiche, già fatte da mio padre mentre visse, in materia della Prospettiva pratica, ora s’apparecchia comodissima occasione; poiché V. S. Molto Reverenda, per servigio pubblico, non si sdegnerà di mettervi quella spesa, che a me di presente sarebbe di qualche scomodo: e di più darle quella chiarezza, che a me, senza dubbio conosco che sarebbe impossibile, per trovarmi occupatissimo nella servitù di questi miei Signori, e m’ha accennato tanto oltre della cortesia di V. S. Molto Reverenda, che senza pensarvi più (reputando questa per vocazione del Signore Iddio) mi risolvo fra poche settimane venire a Roma: e quivi le dirò tutto il parer mio con ogni chiarezza, dandole il Libro di mio padre di b. m. il quale vedrà molto differente da quella copia, che il Signor Cavalier Gaddi dette a V.S. avendolo io trascritto di mia mano in compagnia di mio padre, poco avanti ch’e’ passasse a miglior vita: ed in somma verrò poi risolutissimo di fare quanto piacerà a V.S. Molto Reverenda, alla quale reverentemente bacio la mano, pregandole sanità e contento. Di Sermoneta, il dì 11 gennaio 1580. Di V.S. Molto Reverenda Affezionatissimo Servitore Jacinto Barozzi.

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I Jacob Corneliz Pittore 190. Jacomone da Faenza 241. Jacopo Barozzi da Vignuola, detto il Vignuola 321. Nasce nel Milanese, nella Terra chiamata Vignuola. Suoi viaggi in Francia 322. Sue opere in Bologna e altrove 323. Sua morte. Lasciò un figliuolo, chiamato Giacinto, anch’egli grande Architetto. Lettera scritta dal figliuolo Giacinto al Padre Ignazio Danti 326. Jacopo Cozzerelli 106. Jacopo Pachierotti 227. Jacopo Razzet 242. Jacopo Tagliacarne 263. Frate Jacopo da Turrita Francescano, e sue opere 88. Jacques Grimmaer Pittore 340. Jan Cornelisz Vermein Pittore 248. Jan di Mabuse Pittore 250. Fu uomo stravagante nel suo trattamento, e accidente seguito ad esso 251. Jan Mostaert Pittore 305. Fu valoroso Ritrattista. Sue buone qualità e opere 306. Jan Scorel Pittore 253. Viaggi suoi curiosi, e opere e disegni fatti nello stesso tempo. Dipinse in Gerusalemme molti luoghi santi, e lasciò ivi molti quadri suoi 255. Altre sue opere 256. Fu regalato da Gustavo Re di Svezia, a cui aveva mandato un bel quadro. Ebbe molte doti e ornamenti virtuosi, e fu letterato 257. Jan Svvart pittore di Frisia. Suoi discepoli 252. Jeronimo Bos e Compagni 242. Intagli in rame oscenissimi, fatti da Giulio Romano, e da Marc’Antonio Raimondi, proibiti 188. Invenzione del colorire a olio chi la trovasse 142. Ivos di Cleef, detto il Pazzo. Perché fosse detto Pazzo 215. Vanità e pazzia sua 216.

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