Nominativo - Coxcie Michel (Michele Fiammingo)

Numero occorrenze: 5

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

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C Caccini, Giovanni, decenn. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 49. Casa, Melchior, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 525. in fine. Calandrino, Nozzo di Perino, decen. 4. del sec. I. a c. 64. Calcagni, Antonio, decen. 3. della parte 2. del sec. 4. a c. 223. Caldara, Pulidoro, decenn. 3. del sec. 4. a c. 281. Vedi da Caravaggio. Calliari, Benedetto, dec. 2. della p. 2. del secolo 4. a c. 139. Calliari, Carletto, decenn. 5. del sec. 4. a c. 348. Calliari, Paolo, decenn. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 56. Callot, Jacopo, decenn. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 109. Calvart, Dionisio, decenn. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 97. Calvi, Lazzaro, decenn. 3. del sec. 4. a c. 247. Calvi, Pantafilco, decenn. 3. del sec. 4. a c. 248. Camassei, Andrea, decenn. 3. della parte I. del sec. 5. a c. 228. Cambioso, Giovanni, decenn. 3. del secolo 4. a c. 263. Campi, Antonio, decen. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 86. Campi, Bernardino, decenn. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 61. Campi, Galeazzo, decenn. 2. del sec. 4. a c. 230. Campi, Giulio, dec. 4. del sec. 4. a c. 296. Campi, Vincenzio Antonio, decen. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 87. Canneri, Anselmo, decenn. 4. del secolo 4. a c. 329. Cantagallina, Remigio, decenn. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 77. Canuper, Niccola, decenn. 3. della parte I. del sec. 5. a c. 197. Capellino, Giovambaista, decenn. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 161. Caporali, Giulio, dec. 4. del sec. 4. a c. 289. Capiro, Francesco, decenn. 5. della parte I. del sec. 5. a c. 539. Caracci, Agostino, decenn. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 69. Caracci, Annibale, decenn. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 72. Caracci, Lodovico, decen. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 57. Carboni, Giovanni, dec. 3. della p. I. del sec. 5. a c. 201. al vers. 28. Carcani, Filippo, decen. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 526. verso il mezzo. Cardi, Fra Lodovico Cigoli, che è lo stesso, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 15. Carducci, Bartolommeo, decen. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 155. Carducci, Vincenzio, decenn. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 313. Carlone, Gio., decenn. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 303. Caroselli, Agnolo, decenn. 2. della parte 3. del sec. 4. a c. 307. Caroti, Giovanni, decenn. 4. del sec. 4. a c. 286. Caroti, Gio. Francesco, decenn. I. del sec. 4. a c. 184. Casolani, Alessandro, decenn. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 214. Castello, Bernardo, decen. 2. della parte 3. del sec. 4. a c. 287. Castello, Castellino, decen. 3. della parte 3. del sec. 4. a c. 419. Castello, Valerio, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 535. Castiglione, Gio. Benedetto, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 534. Cateni, Gio. Cammillo, decenn. 5. della p. I. del sec. 5. a c. 528. al vers. 8. Cav. Fra Bartolommeo Preti, decen. 6. della par. 2. del sec. 6. a c. 633. Vedi il Pittor Calavrese. Cavallini, Pietro, dec. I. del sec. 2. a c. 6. Cecco Sanese, dec. 3. del sec. 4. a c. 247. al verso 18. Cennini, Cennino di Drea, decenn. 8. del sec. 2. a c. 90. Cerquozzi, decenn. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 189. Vedi Michelagnolo delle Battaglie.Cesi, Bartolommeo, decenn. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 54. Chellini, Artu, decenn. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 378. Chellini, Erasmo, decen. 4. della parte I. del sec. 5. a c. 378. Chiavistelli, Jacopo, dec. 3. della p. I. del sec. 5. a c. 278. al verso 30. Chiesa, Silvestro, decenn. 5. della parte I. del sec. 5. a c. 534. Chiodarolo, Gio. Maria, decenn. 3. del sec. 4. a c. 280. Ciamborlani, Gio. Grisostomo, dec. 3. della p. I. del sec. 4. a c. 231. al v. 27. Ciaminghi, Francesco, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 527. al vers. 19. Cigoli, Fra Lodovico, che è lo stesso, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 15. Cimabue, Giovanni, par. I. decenn. I. del sec. I. a c. 1. Cioli, Simone, decenn. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 267. Cioli, Valerio, decenn. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 173. Civitali, Matteo, decenn. 4. della parte I. del sec. 3. a c. 99. verso il mezzo Claesz, Cornelio, decenn. 3. della parte 3. del sec. 4. a c. 398. Claudio Gellee, o Claudio Lorenese, decenn. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 353. Cleayer, Gasparo, decenn. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 120. Cleef, Ivos, decenn. 2. del sec. 4. a c. 215. Vedi il Pazzo. Coccapani, Gio., decenn. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 123. Coccapani, Sigismondo, dec. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 132. Cocxie, Michel, dec. 4. del sec. 4. a c. 301. Coignet, Gillis, decenn. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 167. Colomboni, Don Angiol Maria, decenn. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 305. Comodi, Andrea, decen. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 260. Coninche, David, decenn. 7. della parte 2. del sec. 7. a c. 623. Corsiers, Gio. decenn. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 379. Contarino, Giovanni, decenn. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 201. Copè Fiammingo, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 196. al verso 35. Coques, Gonsalo, decen. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 416. Cornelisz, Jacob, dec. I. del sec. 4. a c. 190. Cornelisz, Pieter, decen. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 243. Corona, Lionardo, decen. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 209. Corso, Niccolò, dec. 2. sec. 4. a c. 232. Cort, Cornelio, decenn. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 222. Cortesi, Padre Jacopo, dec. 5. della p. I. del sec. 5. a c. 417. Vedi il Borgognone. Cosci, Gio. Balducci, det. Cosci, dec. 3. della p. 2. del sec. 4. a c. 218. Vedi Balducci. Cozzerelli, Jacopo, decenn. 4. della parte I. del sec. 3. a c. 106. Crebbe, Frans, dec. 4. del sec. 4. a c. 305. Cristofani, Fabio, decenn. 5. della parte I. del sec. 5. a c. 526. al verso 27. Cristofano da Modana, decen. 9. del secolo 2. a c. 101. Curradi, Raffaello, decenn. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 138. Curt, Girolamo, decenn. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 267. Vedi Dentone.

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Fioriva del 1500. Nacque questo artefice nella Fiandra, di parenti, che pure erano Fiamminghi, e non si è potuto ritrovare chi fosse il di lui maestro nell’arte. Questo è ben certo, che egli per attestazione, che ne fa il buon Pittor Fiammingo Carlo Vanmander, è uno di coloro, a’ quali debbono molto quelle parti, per aver colle sue ingegnose invenzioni arricchiti que’ paesi, e l’arte medesima migliorata assai da quel ch’ella era nel principio dell’operar suo. Fattura delle sue mani in Bruselles furono quattro quadri, a’ quali fu dato luogo nel Palazzo del Consiglio grande. In essi aveva egli figurato quattro egregie azioni di Giustizia: in uno la storia di Zaleuco, Legislatore de’ Locresi nella Grecia magna, oggi Calabria, che volendo gastigare il proprio figliuolo, caduto in adulterio, colla pena destinata a tal misfatto dalla Legge, che era di doversegli cavare gli occhi, e trovando resistenza nel Senato, che a verun patto non voleva, che nella persona del giovane figliuolo di lui, si eseguisse tal rigore; finalmente per fare alla Giustizia il suo dovere, volle, che un occhio a sé, ed uno al figliuolo fosse cavato: nell’altro la storia di Erchenbaldo di Purban, uomo illustre e potente, da alcuni qualificato col titolo di Conte. Costui ebbe un tale amor di Giustizia, che senza riguardare a persona, gastigò sempre con ogni maggior severità i gran misfatti. Occorse una volta, che trovandosi egli infermo, con pericolo di morte, un de’ suoi nipoti di sorella, ardì di violare la castità di alcune dame; il che avendo egli saputo, fecelo di subito carcerare, e quindi fulminando contro di lui sentenza di morte, ne ordinò l’esecuzione. Coloro a cui fu un tale ordine imposto, compatendo alla gioventù del misero figliuolo, l’avvertirono di allontanarsi da quel paese, e lasciaronlo in libertà, facendo credere all’infermo, che i comandi suoi fossero stati eseguiti; ma l’incauto giovane, dopo cinque giorni, persuadendosi che lo sdegno dello zio fosse passato, si portò alla camera di lui per visitarlo. L’infermo, all’arrivo così inaspettato del giovane, a principio dissimulò; quindi stendendo verso di lui le braccia, con parole cortesi, l’invitò ad avvicinarsegli: e gettategliele al collo, in atto di abbracciarlo, con una di esse lo strinse con gran forza, e coll’altra, con mano armata di coltello, gli trapassò la gola, lasciandolo morto, eseguendo da per sé stesso quella giustizia, che altri, contra il suo ordine aveva omessa. Tale spettacolo fu veduto dal popolo con orrore; ma non andò molto, che’l cielo stesso, con istupendo prodigio, canonizzò l’azione di Erchenbaldo, e andò il fatto in questa maniera. Aumentossi talmente il suo male, che fu necessario, che il vescovo del luogo gli amministrasse i Sagramenti. Nell’atto della confessione accusossi il Conte con estremo dolore de’ suoi peccati; ma dell’omicidio di suo nipote non faceva parola. Ciò osservando il Vescovo, l’avvertì, con ricordarli, che si dovesse accusare dell’eccesso, commesso poco anzi nella persona del suo nipote. Rispose il Conte non avere in ciò commesso alcuno errore, avendo fatta quell’azione per solo timor di Dio, e zelo di giustizia. Ma non appagandosi il Vescovo di tal discolpa, gli negò l’assoluzione, e seco si riportò il Sacro Viatico. Ma appena fu egli uscito di quella casa, che l’infermo lo fece tornare, e lo pregò di vedere se nella Pisside fosse l’Ostia consagrata. Apersela il Vescovo, e non vi trovò cosa alcuna. Ecco, disse allora l’infermo, che quello, che voi mi avete negato, da per sé stesso si è dato a me: e aprendo la bocca, mostrò la Sacra Ostia sopra la sua lingua: di che il Prelato rimase così stupito, che non solo approvò il sentimento di Erchenbaldo; ma pubblicò per tutto il mondo sì gran miracolo, che successe intorno all’anno 1220. Finalmente contenevano gli altri due quadri di Rogier due simili fatti, che ora io non istò a raccontare. Nel guardar che faceva talvolta quelle storie il dotto Lansonio, in tempo che egli in quella Sala stava scrivendo sopra la Pace di Gant, non poteva saziarsi di ammirarle e lodarle, e sovente prorompeva in queste parole: O maestro Rogier, che uomo sei stato tu? Di costui era in Lovanio, in una Chiesa, detta la Madonna di fuora, una Deposizione di Croce, dove egli aveva figurato due persone sopra due scale, in atto di calare il Corpo di Cristo, involto in un panno, fralle braccia di Giuseppe di Arimathia ed altri, che stavano abbasso, e cordialmente lo stringevano, mentre le Sante Donne scorgevansi in atto di gran dolore e di lagrime: e Maria Vergine svenuta, o rapita in estasi, era sostenuta da San Giovanni, che stava dopo di lei, in atto molto decoroso, dimostrando gran compassione. Questo quadro originale fu mandato al Re di Spagna: e nel viaggiare, sfondandosi la Nave, cadde nel mare; ma ritolto dalla furia dell’onde, fu portato a salvamento: e perch’egli era stato benissimo incassato, non ebbe da quel naufragio altra lesione, che qualche scollatura delle tavole, al che fu anche dato rimedio. In cambio dell’originale fu posta in quel luogo una bella copia, fattane per mano di Michel Coxiè. Fece anche questo Rogier un ritratto d’una Regina, del nome di cui non è restata notizia, la quale diedegli in ricompensa un’annua entrata di qualche considerazione; onde con questa e co’ gran premj, che e’ ricavava dalle sue pitture, diventò tanto ricco, che alla sua morte lasciò gran danari, i quali volle che servissero per sovvenimento de’ poveri. Morì questo artefice nell’Autunno dell’anno 1529. nel tempo, che tiranneggiava quelle parti una certa malattia, che si chiamava Morbo sudante, o male Inglese, il quale a gran migliaja di gente di ogni condizione e sesso tolse la vita. Il ritratto di Rogier fu dato alle stampe avanti al 1600. con intaglio di Th. Galle, sotto il quale furon notati i seguenti versi: Non tibi sit laudi, quod multa et pulcra, Rogere, Pinxisti, ut poterant tempora ferre tua: Digna tamen, nostro quicunque est tempore Pictor, Ad quæ, si sapiat, respicere usque velit. Testis picturæ, quæ Bruxellense Tribunal De recto Themidis cedere calle vetant. Quam tua, de partis pingendo, extrema voluntas Perpetua est inopum quod medicina fami. Illa reliquisti terris, jam proxima morti: Hæc monumenta polo non moritura micant.

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Discepolo di Jan Mandin, nato 1519, morto 1563. Pietro d’Arnoldo, che per la grande statura del suo corpo, tanto in Italia, che in Fiandra, fu detto Pietro Lungo. Nacque in Amsterdam l’anno 1519 i suoi parenti furono del paese di Purmer, luogo poco distante da quella gran città. Il padre suo, che abitò in Amsterdam, voleva tirarlo avanti pel suo mestiero, che era di fare le calze; ma la madre, che lo vedeva inclinato alla pittura, non volle mai acconsentire: e diceva al marito, che quando mai ella avesse creduto di condursi a vivere col filare, voleva ad ogni modo seguitare il genio del fanciullo, che era di fare il pittore; tantoché il marito, per aver pace con lei, si risolse a compiacerla. Il primo maestro di Pietro fu un certo Alart Claesser, che in quel tempo era de’ migliori pittori di Amsterdam, il quale anche ritraeva al naturale. Il giovanetto, fin dal principio de’ suoi studj, fu assai ardito nell’operare, e aveva la mano molto franca, il perché presto cominciò ad acquistare credito. Dicesi, che di diciassette o diciotto anni egli se n’andasse a Bossic in Annonia, per veder pitture di varj maestri, accompagnatovi con lettere del Governatore di Amsterdam. Di lì si portò ad Anversa, dove si mise a stare con un certo Jan Mandin di nazione Vallone. In questa città prese moglie, e entrò nella Compagnia de’ Pittori. Ebbe un genio particolare a dipignere cucine, e con ogni sorte d’arnesi e robe, appartenenti all’imbandire de’ banchetti: le quali cose, per la gran pratica, ch’egli aveva fatto fin da fanciullo nel maneggiare i colori, faceva parer vere. Ma fu anche assai valente in rappresentare in pittura ogni altro suo concetto. Per l’Altar maggiore nella Chiesa vecchia, o vogliamo dire della Madonna d’Amsterdam, fece una tavola ordinatagli dal Maestro de’ Cittadini, che era allora Jons Buyxt, uomo assai reputato, il quale, per la parte della Città, s’era trovato a dare il giuramento al Re Filippo. Nel mezzo di questa gran tavola aveva figurato il Transito di Maria Vergine, e gli sportelli seguitavano la storia; nella parte di fuori dipinse la Visita de’ Magi, con alcuni putti ben coloriti: e fu il costo di tutta quest’opera duemila scudi. Prese poi a fare la tavola dell’Altar maggiore della Chiesa nuova, per la quale era stato prima chiamato Michel Cocxie di Malines, che avendo veduta la bella tavola di Pietro, e sentito il prezzo della medesima, che a lui pareva poco, s’era licenziato, con dire, che chi aveva fatta quella, avrebbe fatta anche quest’altra. In essa dipinse la Natività del Signore, e ne’ quattro sportelli l’Annunciazione di Maria Vergine, la Circoncisione, i tre Magi, ed un’altra storia, e nel di fuori era la Decollazione di Santa Caterina. Questo bellissimo quadro fu poi insieme con altri rovinalo e guasto, quando distrutte furono le Sacre Immagini: e fino del 1604 si vedeva in Amsterdam il cartone grande quanto l’opera, maneggiato con tanta franchezza, che ben faceva conoscere di qual perfezione fosse stata la pittura. Pel Convento de’ Certosini a Delft, fece un Crocifisso, e negli sportelli la Natività del Signore, colla Visita de’ Magi, e di fuora i quattro Evangelisti. Un’altra simil tavola fece per la Chiesa nuova di Delft, e sopra gli sportelli la storia de’ Magi, l’Ecce Homo ed altri sacri misterj. Per Lovanio ed altri luoghi colorì molte belle tavole, delle quali in detto anno 1604 come attesta il Vanmander, rimanevano più di venticinque cartoni in casa di un certo Jaques Walraven. In Amsterdam erano anche più pezzi di quadri di figure quanto il naturale. Nella Corte d’Olanda, appresso un certo Claes, era la storia de’ Discepoli, che vanno in Emaus. In casa Jan Pietersz Reael, erano alcuni quadri di storie di Gioseffo. Cornelis Cornelisz pittore in Haerlem, aveva un quadro della storia di Marta. Era ancora in Noort nella parte d’Olanda verso Tramontana a Warmenhvysen una tavola da Altare, con un Crocifisso, dove fra le altre figure era molto lodata quella d’un Carnefice, il quale con un ferro rompeva le gambe ai Ladroni, e negli sportelli erano cose appartenenti alla storia. Questa bella opera, nel tempo della sollevazione del 1566 contuttoché dalla Donna di Sonne­veldt in Alckmaer ne fossero offerti 200 scudi, mentre il Popolo arrabbiato la conduceva fuori di Chiesa, per farla in pezzi, fu da’ contadini calpestata e infranta co’ piedi, finché si ridusse in minute parti: ed invero fu una gran disgrazia del povero Pietro il condursi a vedere quasi tutte le più bell’opere sue rovinate da quella gente. Di queste egli spesso si doleva amaramente, vedendo d’aver quasi perduto insieme con esse nel mondo la memoria del proprio nome: e nel trovarsi, ch’e’ faceva spesso con quella mala brigata, ne fece talora così gran rammarico, che si vide più volte in pericolo di farsi ammazzare. Pervenuto finalmente questo valentuomo all’età di sessanta sei anni, nel giorno de’ due di Giugno del 1563 pagò il comune debito della Natura. Fu quest’artefice uomo rozzo di tratto e d’aspetto; onde è, che se non fosse stata la sua virtù, sarebbe egli stato poco stimato. Tenne un modo di vestire tanto abbietto, che si trovò alcune volte chi, coll’occasione dell’ordinargli alcun lavoro andava alla sua bottega, credendolo un macinatore di colori, o altra vile persona, gli domandò dove fosse il maestro. Per ordinario si fece pagar poco le sue opere. Non ebbe gran pratica in far figure piccole, ma bensì nelle molto grandi, ove consistono le maggiori difficoltà dell’arte. Fu buon prospettivo, ornò benissimo le sue figure, fece bene i panni e gli animali. Gran parte de’ suoi quadri furono comprati da Jacob Raeuwaert: ed una bellissima cucina, dov’egli aveva ritratto al naturale il suo secondo figliuolo, in età di piccolo bambino, ebbe un tal Ravert in Amsterdam. Di Pietro Lungo trovo aver fatta una breve menzione il Vasari nella seconda e terza parte, per notizia avuta di lui, com’egli scrisse, da Gio. Bologna da Dovai, e da Gio. Strada, con queste precise parole. Pietro Aersen, detto Pietro Lungo, fece una tavola con sue ale nella sua patria d’Amsterdam, dentrovi la nostra Donna, ed altri Santi, la quale tutt’opera costò 2000 scudi. Di questo Pietro ne rimasero tre figliuoli: il primo de’ quali fu Pieter Pietersz, il quale fu gran pittore, e imitò assai la maniera di suo padre e maestro, e fu solito far molto dal naturale, come quegli, a cui poche occasioni si presentarono di far quadri grandi. Morì in Amsterdam d’età di anni sessantadue l’anno 1603 lasciando di sé gran fama, non tanto pel valore nell’arte della pittura, quanto per l’eloquenza e dottrina sua, avendo atteso anche alle lettere. Il secondo fu Aert Pietersz, uomo, che fino dalla sua gioventù operò bene in pittura, e fu molto pratico in far ritratti al naturale, sebbene ebbe ancora buonissima abilità nelle istorie. Dirick Pietersz, più giovane otto anni d’Aert, fu anch’egli discepolo del padre, e operò a Fontanablò in Francia. Questi nell’ultima guerra avanti al 1610 fu ammazzato. Pieter il primo lasciò un figliuolo, che fu ancora egli pittore, e seguì la maniera del padre.

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Discepolo di Bernaert di Bruselles, nato 1497, morto 1592. Nacque questo rinomato artefice nella città di Malines l’anno 1497. Cresciuto in età, fece sotto la disciplina di Bernaert di Bruselles, diligentissimi studj, per giugnere alla perfezione dell’arte del dipignere. Se ne venne poi in Italia; e in Roma studiò le opere di Raffaello, e nella Chiesa vecchia di San Pietro dipinse una Resurrezione. Operò in Santa Maria della Pace, ed in altri luoghi della stessa città. Tornossene poi alla patria, accasato con una donna di tanto suo genio, che godendo con essa una tranquillissima vita, poté, senz’alcun disturbo, attendere, a tutto suo piacere, alle cose dell’arte. Quella poi mancatagli, prese altra moglie, della quale non ebbe figliuoli. Fra le opere principalissime di questo artefice, fu una tavola da Altare nella Chiesa della Madonna di Halsembergh, tre leghe lontano da Bruselles, in cui aveva rappresentato un Crocifisso, con tanto artifizio e maestria, che molti amatori dell’arte concorrevano bene spesso a quella Chiesa, per vedere tale opera. Questa tavola fu poi, a tempo de’ tumulti di Fiandra, da un tal Thomas Werzy Mercante di Bruselles, portata in Ispagna (dove anche aveva portate molte altre belle cose di tal genere) e venduta pel Re Filippo al Cardinal Granvela. Era in Bruselles ancora di mano del Cocxie, nella Chiesa Cattedrale di Santa Giulia, una bellissima tavola, in cui era figurato il Transito di Maria Vergine, che pure fu venduta in Ispagna a gran prezzo. Ad un Altare di Santo Luca, attorno ad una tavola fatta da Bernardo suo maestro, aveva egli dipinto due sportelli, i quali, nel partir che fece di Fiandra il Duca Mattias, volle portar con sé come cose rarissime. Dipinse per la Chiesa Cattedrale d’Anversa la tavola di San Sebastiano. Similmente per la nominata Chiesa di S. Giulia in Bruselles una stupenda tavola della Cena di Cristo Signor nostro, e altre moltissime opere fece nel lungo corso di sua vita, colle quali divenne ricco: e fra gli altri beni, ch’egli acquistò nella città di Malines sua patria, furono tre bellissime case, anzi piuttosto tre gran palazzi. Ebbe questo artefice aveva una bella maniera di colorire, ed alle sue figure dava gran naturalezza, particolarmente quando erano immagini di Maria Vergine e de’ Santi. Nell’inventario non fu molto ricco. Erasi egli ajutato assai coll’opere Italiane, avendo anche posto in opera molte cose di Raffaello, sopra le pitture del quale egli aveva fatto tutti i suoi grandi studj. Onde quando Girolamo Cock messe alla stampa le stesse opere di Raffaello, il Cocxie si trovò in grandi angustie, vedendosi scoperte per non sue alcune maravigliose figure, delle quali egli s’era servito nella nominata tavola del Transito di Maria Vergine in S. Giulia a Bruselles. Giunto che fu Michele al novantesimoquinto anno della sua età, avendo poco avanti fatte alcune opere nella casa o palazzo della città, cadde da una scala, o da un ponte di tavole, dove forse egli s’era messo a fare alcuna cosa in pittura, e di tal caduta morì l’anno 1592.

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M Marc’Antonio Francia Bigi, detto Franciabigio 235. Marc’Antonio Raimondi, detto de Franzi 187. Contraffece le stampe di Alberto Duro colla di lui cifra, e gli fu proibito 188. È fatto prigione per cagione di alcune carte sporchissime, intagliate da lui. Sua morte 189. Marco del Moro 332. Marco da Siena 312. Marco Uglon o Uggioni 186. Marten di Cleef 302. Marten Hemskerck pittore 258. Fu vile di nascita, e per non seguitare l’arte vile del padre, trovato un presto ingegnoso, se la batte per attendere al disegno. Sue opere in varj luoghi 259. Fu intagliatore in rame. Fu grandissimo limosiniere 261. Descrizione del sepolcro ordinato da lui. Fu uomo di grandissimo timore 262. Masaccio e sua vita 70. Fu restauratore della pittura, dopo il naufragio di essa, e dopo Cimabue e Giotto 71. Nascite del medesimo. Suo maestro 77. Sbaglio circa al natale di Masaccio 78. Sue opere 79. Fu autore dello scorcio delle figure, e del posare in faccia, e in iscorcio de’ piedi di esse 81. Opera di Masaccio, fatta nel chiostro del Carmine, bellissima, fatta perire villanamente 82. Dalle sue opere hanno studiato i primi professori del mondo. Sua morte improvvisa e immatura. Fu sepolto nel Carmine 83. Sua descendenza 84. Epigramma in sua lode 85. Nota dell’Autore circa alla sua Famiglia 86. Maso Finiguerra Scultore 107. Maso Pappacello 187. Matteo Civitali scultore 99. Melozzo da Forlì pittore. Vedi nella vita di Benozzo 89. Michel’Angiolo Scultore Schiavone 307. Michel Cocxie 301.

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