Nominativo - Buonarroti Michelangelo

Numero occorrenze: 32

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 1

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Perocché queste appena nate, non altrimenti che i favolosi denti di Cadmo, a mortal guerra si disfidarono; e sono poi a tale venute per il soverchio desìo di sovrastare l’una all’altra, che scordatesi d’esser sorelle, sonosi in mille guise azzuffate insieme: e per eternare i loro sdegni, fatta lega con le penne degli Scrittori più famosi, anno riempiute le carte e i volumi, non men di veleno che d’inchiostro. E pure se con purgato sguardo, all’una e l’altra si porrà mente, chi potrà a buona equità negare, che ambedue non sieno una cosa stessa, e che la lor divisione da altro non proceda, che dal capriccio di chi ne à scritto, o dall’affetto di chi le à con troppa parzialità professate? E di vero non ardirei io, che di quest’Arti così poco intendo, entrar per niuna condizione in sì fatto campo, e farmi Giudice di sì gran lite; né pur presumerei di poter liberamente affermare quel ch’io ne senta, se non mi affidasse l’autorità di tanti grand’uomini, e del divin Michelagnolo Buonarroti , il quale, e l’una e l’altra in eminente grado professò, e si sottoscrisse al parere di chi affermò, che siccome la Pittura e la Scultura dallo stesso principio procedono, cioè dal Disegno, di cui son figliuole, e tendono ad un fine medesimo, ch’è un’artifiziosa imitazione della Natura, così sieno amendue un’Arte sola, non ostante l’accidental differenza della materia, e di molt’altre circostanze che le fanno parere sostanzialmente diverse: alla qual sentenza, come più autorevole e più fondata accostandomi, crederei che posto una volta silenzio a tante dispute, che intorno all’antichità e nobiltà di quest’Arti sono state fatte e fannosi tuttavia, si dovesse mettere pace fra loro, e far sì che rimettendosi scambievolmente le passate ingiurie, si amassero per l’avvenire, e si abbracciassero cordialmente; perché nel vero sono elleno per le ragioni apportate, e per quelle che apportar si potrebbono, una stessa cosa, e per conseguenza non dee essere fra loro né competenza né gelosìa, sendo l’una e l’altra, egualmente antiche, egualmente nobili e gloriose.

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Venghiamo adesso a far nota d’alcuni pochi Autori fra’ molti, che sono stati NEL SUO PASSATO E PRESENTE SECOLO, cioè di alcuni di quegli che prima del Vasari, e doppo anno scritto; e veggiamo, se per ragione della propria autorità, e della propria professione, meritino appresso al mondo tanta fede, ch’e’ non si possa più dire che essi CAMMINANDO SU L’ALTRUI FEDE, ED ALLA CIECA, SIANSI LASCIATI PORTARE DA SÌ VANA CREDENZA, ED ERRONEA OPINIONE. XXX. 1503 Fra IACOPO FILIPPO da Bergamo, nel Supplimento alle Croniche , Libro 6. ove parla di Firenze, dice: Florentia autem, cum omnium Italiæ civitatum flos nuncupetur, et præter pulchritudimen et civium urbanitatem, viros quoque in omni genere virtutum præstantionres habuit: in primis quidem theologos, et philosophos, ac poetas, Franciscum Petrarcham, et Dantem, et Accursum Iurisconsultorum principem, qui ius civile primus explanavit, et IOCTUM Pictorem celeberrimum, qui antiquam pingendi Artem nobilissimam reddidit etc. Et libro 13. ad annum Christi 1342. ZOTUS denique Florentinus plæclarissimi in Pictura ingenij vir, qui superioribus diebus antiquam longo tempore pingendi Artem nobilissimam reddidit, hisdem temporibus eam ob rem in precio existens; cum à Benedicto Pontifice in Avenionem, ad pingendum Martyrum historias ingenti precio statutum fuisset, morte præventus, rem omisit. XXXI. 1530 Monsignor GIOVANNI della CASA, nel Galateo. Per la qual cosa si potrebbe per avventura dire, che GIOTTO non meritasse quelle commendazioni ch’alcun crede, per aver’ egli rifiutato d’esser chiamato Maestro, essendo egli non solo Maestro, ma senza alcun dubbio singular Maestro secondo quei tempi. XXXII. 1534 Il TRADUTTORE del Supplemento delle Croniche di F. IACOPO FILIPPO da Bergamo Lib. 6. dove parla di Firenze, e de’ Fiorentini più rinomati GIOTTO Dipintore nobilissimo, e singolare, el quale ritrovò l’Arte antica della Pittura. E Lib. 13. all’anno 1342. ZOTO Fiorentino nella Pittura celeberrimo, e singolare, non solo in questi tempi, ma per molti anni innanti: per la qual cosa, essendo per tutt’el Mondo famoso fu chiamato da Benedetto in questa età Papa, che andasse a Vignone, per dipingere l’Istorie de’ Martiri; e fu condotto con grandissimo prezzo, dove infermandosi, poich’ebbe principiato, morì, e lasciò tal’ opera totalmente imperfetta. XXXII. 1530 MICHELAGNOLO BUONARRUOTI, citato dal Vasari, parlando d’una Tavolina a tempera ch’era nel tramezzo della Chiesa d’Ognissanti, dipinta da Giotto con infinita diligenza (dove era la morte di Maria Vergine cogli Apostoli attorno, e con un Cristo, che in braccio l’anima di lei riceveva) era solito dire, che la proprietà di tale Storia dipinta non poteva esser più simile al vero di quel ch’ell’era. XXXIV. 1535 Messer FRANCESCO ALUNNO da Ferrara , nella Fabbrica del Mondo. Pittori celebrati da’ nostri Poeti, CIMABUE e GIOTTO Fiorentini etc. CIMABUE Fiorentino, che ne’ suoi tempi ottenne l’onore e primo luogo nella Pittura, tanto che GIOTTO venne tale, che’l vinse e superò. GIOTTO Latine Iochtus, ebbe un ingegno di tanta eccellenza, che niuna cosa della Natura, madre di tutte le cose, e operatrice col continuo girar de’ Cieli, fu, che egli, con lo stile, e con la penna, e col pennello, non dipignesse così simile a quella, che non simile, anzi più tosto dessa paresse.

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Ora se da quanto s’è portato fin quì, che pure è un bene scarso saggio di ciò che del molto, ch’è stato detto e scritto in quattro interi secoli, potrebbe addursi, si può cavar conseguenza, che L’IGNARA PLEBE NON SOLO, MA QUALCHE BUONO AUTORE DEL PASSATO, E DEL PRESENTE SECOLO, CAMMINANDO SU L’ALTRUI FEDE, ED ALLA CIECA, SIASI LASCIATO PORTARE DA SÌ VANA CREDENZA, ED ERRONEA OPINIONE, il lasciamo alla considerazione di chi legge; e se l’Autore soggiungerà che con le pochissime pitture da esso addotte a confermazione di sua sentenza, dico di quelle ch’egli stesso confessa che oggi più non si veggono, ma resta la fede di lor bontà appresso al Baldo, e’l Bumaldo, e con quelle che pur’ oggi si veggono tutte fatte, com’e’ dice, avanti gli anni di Cimabue, e ne’ suoi tempi, ABBIA IL TEMPO PADRE DELLA VERITÀ, ANZI DELLE BUGIE SEVERO FISCALE, LE FALLACIE FATTO PALESI; sovvengagli che nelle cose labilissime e frali, com’è la Pittura, il tempo non è Padre della verità, ma della menzogna, non iscopritore di chiarezza e di lume, ma apportatore di tenebre; il che senza ch’io adduca esempi (come ben potrei fare senza scostarmi dalla materia che si tratta) conoscerà molto bene la per altro buona erudizione dello stesso. Ma perché tali pitture non ognuno à visto, né può vedere, per chiarirsi sul fatto, dell’erroneità de’ suoi supposti, riduciamola al discorso, e diciamo così. Verissima cosa è, che per ogni pittura, che si è rimasta oggi di quelle ch’e’ dice anno scoperto questa verità col tempo, al certo al certo che quattrocento anni fa ne eran mille, che poi il tempo à distrutte; laonde, siccome stolta cosa sarebbe di chi volesse scrivere oggi, che i disegni del divino Michelagnolo Buonarroti, la vivacità del gran Raffaello, il colorito del Correggio, di Tiziano, e del Veronese, il rilievo del Bassano, la nobiltà e verità de’ mai a bastanza lodati Carracci, fussero meno stimabili di quelle del suo Gio. da Capognano, e del nostro Geppe da S. Gimignano, l’uno e l’altro Pittori ordinatissimi; così dee credere ogni persona, che Uomini così dotti e savi, anzi primi lumi della letteratura, e, o Dilettanti, o Professori, che peregrinarono per l’Italia, e pel Mondo, non avrebbero scritto cosa tanto contraria al senso, quanto fusse, che l’opere di Cimabue e di Giotto, fussero superiori a quelle d’ogn’altro Pittore di que’ Secoli, e d’alcuni altri avanti, mentre che pure tante e tant’altre pitture, erano per tutta Italia e fuori, di diversi Maestri più antichi, e di que’ medesimi tempi ancora che Cimabue e Giotto operavano; né tante nobilissime Città d’Italia, e Provincie, avrebbono a gara proccurato d’avere a sé prima Cimabue e’ suoi Discepoli, e molto più doppo di lui il celebratissimo Giotto, per ornare i lor Tempj, il lor Monasteri, i Palazzi Reali, i Fori, i Tribunali, e quanti suntuosi Edificj sapeva la magnificenza loro esporre all’ammirazione degli Uomini. Tali furono, per camminar coll’ordine della Storia, Firenze, Ascesi, Arezzo, Pisa, Roma ne’ tempi di Bonifazio VIII. Avignone, e molti luoghi della Francia in tempo di Clemente V. Padova, Verona, ed altri luoghi dello Stato Veneto, Ferrara, Ravenna, Urbino, Lucca, Napoli, Gaeta, Rimini, Milano, e tutta la Toscana, per nulla dire delle Terre, Castella, Monasteri, ed altri luoghi sparsi per quelli Stati. A tutto questo aggiungasi, che la nobiliss. e virtuosiss. Città di Bologna, dove, per quanto si à da più Autori, ma particolarmente da Cherubino Gherardacci Eremitano, Scrittor della Storia di essa Città, fu chiamato Buonamico Buffalmacco, dice egli, eccellente Pittore a dipigner le storie de’ voltoni nella Cappella de’ Bolognini nella Chiesa di S. Petronio, ebbe quelle sue pitture in sì gran conto, che soggiunge il medesimo Autore, che furono fatti ripari, e difensivi per quelle sottrarre a i pericoli, e danni delle piogge.

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Nella Chiesa d’Ognissanti di Firenze, che fu già de’ Frati Umiliati, era dipinta di mano di Giotto una Cappella, e quattro tavole, fra le quali una ve n’era dov’egli aveva rappresentato la Morte di Maria Vergine con gli Apostoli intorno, e Cristo suo Figliuolo in atto di ricever l’anima di lei, opera, che non solo era da tutti gli Artefici molto lodata, ma fino lo stesso Michelagnolo Buonarroti affermava la proprietà di questa storia dipinta non poter essere più simile al vero di quel ch’ella era.

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M
Moltiplicità di pareri offusca la chiarezza delle scienze 2.
Michelagnolo Buonarroti, suo parere sopra la pittura, e scultura 2.
Mela, e Micciade antichi Scultori 3.
Margaritone Pittore, Scultore e Archit. Aretino 5. il primo che incominci a coprire le tavole di tela per dipingervi sopra 5. sue opere 5.
Marino Boccanera Architetto Genovese sua vita, e opere 43.
Molo antico di Genova da chi, e quando edificato 43.
Monastero delle Donne di Faenza era dove oggi è la fortezza da basso 49.
Monaco dell’isole d’oro dell’antichissima, e nobilissima famiglia Cibo, sue opere 49.
Morte di Giotto in Firenze l’anno 1336. 51.
Moglie e figliuoli di Giotto a 53. e 54.
Maso del Saggio, e sua piacevole istoria circa Calandrino 66.

Vocabolario toscano dell'arte del disegno

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Attaccatura

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Attaccatura
f. Questa parola contiene in sè quasi tutta la perfezzione del disegno; e prima di parlare del suo significato, è necessario il dire, che la Natura gran Maestra delle cose, nella formazione di tutti i corpi umani, e di molti degli animali, à unita insieme gran copia di membri e di muscoli, fra di loro diversi, quelli abilitando e destinando ad una, per così dire, infinità di moti e d'azzioni; dando a essi una tal forma, o alla superficie di ciascuno una figura tutta dolcezza, senza che alcuna sia nè interamente piana, nè interamente tonda, nè ovata, nè quadra, nè triangolare, nè altra simile; ma à voluto che quasi ogni superficie in qualche veduta partecipi di molte figure, le quali poi in essa superficie veggonsi tanto variate, quanti sono gli infiniti moti che fanno essi muscoli: tantochè non è mai stato, non è, e non sarà mai, fino alla fine del Mondo, alcuno così perfetto Geometra, che possa ridurre a regola, o descrivere, nè meno intellettualmente, l'infinite figure ch'essi muscoli in tante loro movenze, o vedute, compressioni, stiramenti, e simili, posson fare. Di più è da sapere, che la stessa Madre Natura, nel passaggio che fa fare ad esse membra e muscoli, dall'uno all'altro nell'unirsi fra di loro, è proceduta con tanta grazia, e dolcezza, e morbidezza, che è veramente un miracolo; onde fra tanta diversità di parti, vedesi così bell'accordamento ed uniformità, che fa risultare dal tutto una mirabil vaghezza. Questi passaggi adunque, che si fanno da muscolo a muscolo, e da membra a membra, son quelli che i nostri Artefici chiamano attaccature, le quali ancor'esse mai, non si trovano in superficie, nè perfettamente rette, nè angolate, o quadrate, nè tonde, nè di qualsisia altra figura regolare; mà sì bene partecipano di molte figure, le quali ancora, tante e tante volte si mostrano all'occhio de' riguardanti diverse, quanti sono gli aspetti, ne' quali son vedute, o all'insù, o all'ingiù, o da' lati; e tante volte ancora, quante sono le movenze delle membra in universale ed in particulare; perchè alcuna volta per cagion d'esempio un moto della testa farà mutare quasi tutte le parti del corpo, ciò che ancora adiviene al moto d'un braccio, d'una gamba, e simili; e tanto basti per dichiarazione di questa voce attaccatura. Ora è da sapere, che questi passaggi, o legature, o intervalli, o altro che si vogliano chiamare, quali gli Artefici dicono attaccature, son quelli, ne' quali consiste la perfezzione del disegno, e pochi sono stati que' Maestri, che oltre al divino Michelagnolo Buonarruoti, le abbiano sapute imitare tutte in ogni veduta e moto di muscoli con perfezzione; massimamente negli scorci; e quegli, che ciò anno fatto, anno dato all'opere loro mirabile sveltezza, grazia, e verità, siccome per lo contrario etc.

Vocabolario toscano dell'arte del disegno

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Espressione d'affetti

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Espressione d'affetti
. Parte necessarissima dell'ottimo Pittore, o Scultore: ed è, quando egli ne' volti, moti, e gesti delle sue figure, sa fare apparire manifestamente gli affetti, d'ira, timore, dolore, mestizia, amore, allegrezza, vergogna, ed altri somiglianti. Maravigliosi in simili facultà, sono stati nella Pittura il gran Raffello da Urbino, e nella Scultura il divino Michelagnolo Buonarroti; mercè che in essi la forza dell'apprensione, la nobiltà de' concetti, e dell'idee, e la perizia della mano, camminarono sempre d'un medesimo passo.

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M Madonna in sul canto delle due vie, cioè il Chiassuolo che vien di via de’ Martelli, e la via che da S. Giovanni porta a S. Maria Nuova, ritrovatasi ultimamente 13. Madonna sul d. canto di Fra Filippo Lippi 12. Madonna del Campo Santo di Pisa da chi dipinta 34. Madonna de’ Denti di Bologna 35. Madonna de’ Tribolati in S. Petronio di Bologna da chi dipinta 83. Marco da Montepulciano pitt. 100. Marco di Guccio scult. 80. Mariotto Orcagna pitt. Fiorentino 73. Masolino da Panicale pit. sua vita 108. Maso del Saggio 25. 27. Matteo Iacopi dipintore 43. Michel Ruoti nobile Fiorentino 99. Michelagnolo Buonarroti loda una pittura a 83. Mino da Siena pitt. 74. Miracolo della neve nel luogo ov’è S. Maria Maggiore di Roma 9. Moccio scult. e archit. Sanese 74. Modello della Chiesa di S. Maria del Fiore rappresentato da Simon Memmi 4. Monaco dell’Isole d’Oro sua vita 88. interpetra più poetici scritti de’ Poeti Provenzali 89. nato della nobilissima famiglia Cibò 90. predice cose future 90. Monastero degli Angeli di Firenze 61. Monastero di Certosa 56. quando fabbricato 69. Monte Esquilino in Roma, luogo ove fu edificato il Tempio di S. M. Maggiore 9. Monte Giovi, Monsommano, Marti da che detti così 99. Mortalità dell’anno 1348. sua descrizione 66. Mulina di S. Gregorio in Firenze da chi architettate 37. Munistero delle Donne di Porta a Faenza 12. 26. Mura della Città del Borgo a San Sepolcro rovinate l’anno 1383. 107. Musaico di S. Maria Maggiore in Roma 9. Musaici della Tribuna del Tempio di san Giovanni restaurati 41.

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Il gradimento, e la stima grande, che per ogni dove hanno sempre meritamente incontrata presso gl’Intendenti le opere lodevolissime del Signor Filippo Baldinucci, o vivente esso di per sé date alla luce, o finito, ch’egli ebbe di vivere a questa vita mortale, per opera di più Cavalieri, amatori di sì belle arti, pubblicate, è stata a noi di possente stimolo per istampare il resto, che ci rimaneva de’ suoi scritti eruditissimi, sulla certa speranza, che anch’essi, come parto dello stesso perspicace ingegno, fossero per risquotere quel plauso, che ognun fa avere ottenuto i primi. Non istiamo qui ora a parlare né dello studio delle Lettere, alle quali fino dagli anni più teneri applicò l’animo suo; né di quello, che’l disegno, e pittura concerne, in cui, oltre ogni credere, cotanto s’avanzò la intelligenza di lui, che non di puro dilettante, ma d’intendentissimo al pari di chicchessia di sì bella, e nobile facoltà può con tutta giustizia attribuirsegli il nome; né finalmente di quell’autorevolissima protezione, ch’egli godè sempre, mentre ei visse, appresso la Gloriosa Memoria del Serenissimo Principe Cardinale Leopoldo di Toscana, amatore al sommo, e fautore della Pittura, Scultura, ed Architettura; e che gli diè comodo d’aggiugnere alle molte cognizioni, che e’ possedeva delle maniere, ed opere de’ più rinomati Professori, l’altre infinite, ch’egli acquistò per la Lombardia, a questo fine dal medesimo inviatovi; onde agevol cosa gli fu poi, tornato alla Patria, il dar cominciamento all’opera, ch’ei s’era prescritta, con quella felicità, eloquenza, e purità di lingua, che furono sempre sue proprie. Basta a noi solamente il ridire, che se morte invidiosa non avesse sul più bello troncato il filo al viver suo, ed in tempo appunto, in cui avea fra mano le belle vite del Brunelleschi, del Buonarruoti, e d’altri, primi lumi della Pittura, ed Architettura, a solo oggetto dal medesimo lasciate addietro, perché bisognoso in esse di maggior soddisfacimento, avrebbe egli ancor di più arricchito il mondo col disteso loro, e tolto via il rammarico, che provò sensibilissimo la dolente sua Patria per la perdita di sì buono, e virtuoso Cittadino; e per quella altresì, che si temeva di quest’opera, rimasa dopo sua morte non interamente ultimata per la mancanza d’alcune poche notizie, le quali, come che ricercavano un ben’ accurato, e diligente riscontro, non avea potuto registrare. Se non che volendo’l Cielo, che memorie sì pregevoli non restassero preda dell’oblivione, pose in cuore al Signor Avvocato Francesco Saverio Baldinucci, degnissimo Figliuolo d’un tanto Padre, ed intendente quanto altri di queste nobili arti, il dare ad essa l’ultima mano; perché ricordevole egli di quanto gli avea il medesimo, pria che trapassasse, intorno a ciò imposto, e premuroso al pari di eseguirlo, diedesi di buon proposito a finir di disporla, togliendola con somma, ed indicibile fatica da quella inordinanza, in che era per colpa di morte rimasa; talmente ché resa ella per così fatta cosa in istato da poterla vedere unita alle altre, portate già dalla fama in più parti del mondo, saggiamente operò, che col zelo, e possente favore del Sign. Cavalier Francesco Maria Niccolò Gabburri, ardentissimo fautore di queste belle arti, ne fosse promossa colla pubblica stampa la sicurezza. Quindi è, che essendo a noi toccato in sorte l’effettuarlo, e volendo, che in perfezione fosse simile alle altre, reputammo nostro dovere il commetter la cura della revisione di essa a’ Signori, eruditissimo Antonio Maria Salvini, le di cui lodi, per tema di dir poco dicendo anche molto, meglio è qui ora tacerle, al Dottore Anton Maria Biscioni, e Marco Antonio Mariti, de’ quali non si può mai a bastanza esprimere quanta, e quale sia stata l’applicazione, la diligenza, e la fatica, sì nel riscontrare, e nel porre a’ suoi luoghi le suddete tralasciate notizie, sì anche nel corredarla di alcune postille, necessarie per render di tutto pienamente informato il Lettore. Sicché è riuscito finalmente a noi il darla fuora, non che inferiore alle altre, che già uscirono alle stampe, talmente compiuta, da potersi sperare, che incontrar possa gradimento, e stima uguale alle precedenti, se non anche maggiore, atteso l’Indice ben copioso, di cui stata è arricchita dal mentovato Sig. Avvocato Francesco Saverio Baldinucci.

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M Macchietti, Girolamo, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 175. Maes, Eriest Krynsz, decen. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 398. Maganza, Alessandro, dec. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 207. Maggi, Girolamo, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 151. Maglia, Michele, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 526. verso 31. Magnano, Cristofano, dec. 2. della parte 2. del sec. 4. a c. 164. Magnasco, Stefano, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 539. Mainero, Gio. Batista, decen. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 533. Malombra, Pietro, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 211. Manetti, Rutilio, decen. 2. della p. I. a c. 92. del sec. 5. Mannozzi, Gio., decen. 2. del sec. 5. a c. I. Vedi Gio. da S. Gio.Mantovano, Gio. Batista, dec. 5. del sec. 4. a c. 333. Vedi Gio. Batista. Marcantonio Raimondi, dec. I. del secolo 4. a c. 187. Vedi Raimondi. Marco di Guccio, decenn. 7. del sec. 2. a c. 80. Mariani, Cammillo, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 245. Marinari, Onorio, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 577. al verso 20. Marcellini, Carlo, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 522. al verso 6. Marten, dec. 4. del sec. 4. a c. 302. Martini, Francesco, dec. 4. della par. I. del sec. 6. a c. 106. Marucelli, Gio. Stefano, dec. 2. della p. I. del secolo 5. a c. 122. Masaccio, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 70. Mascagni, Fra Arsenio, dec. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 79. Vedi Fra Arsenio.Masolino da Panicale, dec. 10. del secolo 2. a c. 108. Maturino, dec. 3. del sec. 4. a c. 281. Mazzaoli, Giuseppe, dec. 5. della parte I. del sec. 5. a c. 526. al verso 42. Mecherino, Domenico, dec. I. del secolo 4. a c. 196. Vedi Beccafumi. Meert, Pietro, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 377. Meyssens, Gio., dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 377. Melissi, Agostino, dec. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 77. al verso 31. Melzo, Francesco, dec. 10. della par. 2. del sec. 3. a c. 157. Memmi, Simone, decen. I. del sec. 2. a c. 3. Memmi, Lippo, dec. 3. del sec. 2. a c. 34. Merano, Francesco, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 532. Vedi il Paggio. Metelli, Agostino, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 286. Michelagnolo delle Battaglie, decen. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 189. Vedi Cerquozzi. Michel Agnolo Scultore, dec. 4. del secolo 4. a c. 307. Michele, Parrasio, dec. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 168. Miel, Cav. Gio, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 366. Milano, Giulio Cesare, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 338. verso il fine. Milone, Altobello, decen. I. del sec. 4. a c. 199. Minnerbroes, Frans, dec. 4. del sec. 4. a c. 304. Mino da Siena, decen. 6. del sec. 2. a c. 74. Mireveld, Michel Jansen, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 230. Myten, Atet, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 122. Moccio, dec. 6. del sec. 2. a c. 74. Mochi, Orazio, dec. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 137. Molenaer, Cornelis, dec. 5. del sec. 4. a c. 341. Molosso, dec. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 165. Vedi Trotto. Momo da Siena, decenn. 3. del sec. 4. a c. 247. al verso 12. Momper Giuseppe, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 238. al verso 23. Monaco Camaldolese, Don Lorenzo, dec. 8. del sec. 2. a c. 94. Monaco dell'Isole dell'Oro, dec. 8. del sec. 2. a c. 88. Monfoort, Antonis, o Blocklandt, decen. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 150. Monscher, Jaques, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 398. al verso 35. Monsu Giusto, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 167. Vedi Subtermans. Montanari, Gio. Agostino, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 419. Montfoort, Pieter Geritsz, dec. 3. della p. 3. del sec. 4. a c. 398. al vers. 36. Montemezzano, dec. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 240. Monti, Gio. Batista, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 534. Mostart, Frans, e Gillis fratelli, dec. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 166. Mostart, Jan, dec. 2. del sec. 4. a c. 305. Morandi, Gio. Maria, dec. 2. della parte I. del sec. 5. a c. 77. al verso 25. Morandini, Francesco di ser Francesco, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 188. Morecls, Pnuxels, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 398. Morenello, Andrea, dec. 2. del sec. 4. a c. 232. Moreno, Fra Lorenzo, dec. 2. del secolo 4. a c. 232. Moretto, Cristofano, dec. I. del sec. 4. a c. 198. in fine. Morigi, Michelagnolo, decen. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 274. Vedi da Caravaggio. Moro, Antonis, dec. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 59. Moroni, Pompeo, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 528. al verso 20. Morosini, detto Montepulciano, Francesco, dec. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 77. al verso 19. Musante, Gio. Luigi, dec. I. della parte I. del sec. 4. a c. 223.

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Venuto a Firenze Papa Eugenio IV, per causa del Concilio, in cui fu unita la Chiesa Greca colla Latina, ebbe a fare per esso Pontefice molte belle cose, delle quali fu riccamente ricompensato. Intanto essendo state date gran lodi, in Italia e fuori, alla città di Firenze per la bella opera ch’ella aveva esposto al pubblico della Porta di S. Giovanni, deliberarono quelli della stessa Arte de’ Mercatanti, che e’ gettasse la terza Porta. Questa fu da Lorenzo spartita in dieci quadri, cinque per parte, ne’ quali rappresentò Storie del Vecchio Testamento, la creazione d’Adamo ed Eva, la transgressione del precetto, la cacciata del Paradiso, con altre, che io lascio per brevità, per essere state da altri descritte. Ed in vero, che questo Artefice cresciuto e d’animo e di studj, si mostrò in quest’opera di gran lunga superiore non solo a sé stesso, ma a quanti mai avessero operato per molti secoli fino al suo tempo: e dove le figure della prima Porta, ed anche la statua del S. Gio: Batista dimostravano di ritenere un non so che dell’antico modo d’operare Giottesco, questa riuscì della più maravigliosa maniera, che mai immaginar si possa; onde gli uomini dell’Arte fecero tor via la porta di mezzo, fatta già da Andrea Pisano, ed in suo luogo porre quella di Lorenzo, e quella d’Andrea fecero situare rimpetto alla Misericordia. Le lodi, che furono date a Lorenzo per quest’opera veramente maravigliosa, non si possono rappresentare: basterà solo il dire, che fermatosi un giorno ad osservare queste belle porteMichelagnolo Buonarroti, richiesto del suo parere, ebbe a dire: elle son tanto belle, ch’elle starebbon bene alle porte del Paradiso. Impiegò il Ghiberti in tutte due queste porte lo spazio di 40. anni in circa: e fu ajutato a rinettarle e pulirle da molti allora giovani, che tutti poi fecero grandissima riuscita nell’arte di Pittura e Scultura. Tali furono il Brunellesco, Masolino, che poi sotto lo stesso Gherardo Starnina, stato maestro di Lorenzo, attese alla Pittura, Niccolò Lamberti, Parri Spinelli, Antonio Filareto, Paolo Uccello, e Antonio del Pollajuolo, allora fanciulletto. Circa il luogo, dove furono queste porte lavorate, dice queste parole: Dopo fatta e secca la forma con ogni diligenza in una stanza, che aveva compero dirimpetto a S. Maria Nuova, dove e oggi lo Spedale de’ Tessitori, che si chiama l’Aja, fece una fornace grandissima, la quale mi ricordo aver veduto, e gettò di metallo il detto telajo: fin qui. Ma io mi persuado, che non dispiacerà al Lettore l’avere dello stesso luogo e suoi annessi una più minuta descrizione, che trovo fatta in uno strumento, rogato da Ser Matteo di Domenico Zafferani alli 12. di Maggio 1445. cioè: Domina Maritana, filia olim Taldi Ricchi Taldi, et uxor Michælis Jacobi Vanni Cittadini Setaioli pp. S. Margherite vendidit ven. viro presbitero Andreæ de Simonis, Rectori et Hospitalario Hospitalis S. Marie Nove de Florentia, unam Domum cum volta, terreno, cucina, puteo, salis, cameris, et aliis edificis ad d. domum pertinent. posit. in pp. S. Michælis Vicedominorum in via de Santo Egidio. cui a p. dicta via, a 2. bona dicti Hospitalis, a 3. e 4. hortus et area, ubi fabbricantur Januæ S. Johannis Bapt. de Florentia, pro pretio flor. ducentorum sexaginta auri, quam Domum d. Venditrix asseruit emisse anno 1438. a Domina Piera Vidua filia q. Lapi Francisci Chursi, et uxore olim Bartoli Laurentii Cresci Tintoris, etc. È anche fatta menzione di questo luogo nell’originale strumento di Lodo fra Vettorio e i figli soprammentovato. Quedam Domus, seu apotheca, sive quædam Casolaria cum hortis, curiis, et portichis, et puteo, et sala, et chameris, et habitationibus, et edificiis, ad quæ habetur introitus, et aditus, et exitus in via, et per viam S. Mariæ Novæ de Florentia, sic vulganter denominata per ostium, et anditum ad dictam, et in dicta via respondentem, etc. cui, et quibus bonis prædictis, a primo dicta via, a 2. bona HospitalisS. Mariæ Novæ de Florentia, a 3. Societatis S. Zenobii, et seu della Compagnia delle laudi, a 4. bona dicti HospitalisS. Mariæ Novæ de Florentia, infra prædictos confines, vel alios si qui forent plures aut veriores, in quibus apotheca, et porticis, et habitationibus, et cippo bonorum predictorum fuerunt, ut vulgo dicitur olim in vita M. d. Laurentii patris dicti Victorii, lavorate le porte di S. Gio: di Firenze. Circa al tempo de i 40. anni, che impiegò il Ghiberti in far il lavoro delle porte, disse bene, che ne diede tal notizia; perché s’è trovato in un libro di Ser Noferi di Ser Paolo Nemi Notajo de’ Signori appo agli eredi del già Stefano Nemi, che in dì 7. di Gennaio 1407. fu concessa licenza a Lorenzo Ghiberti, maestro, ed a Bandino di Stefano, Bartolo di Michele, Antonio di Tommaso, Maso, Cristofano, Cola di Domenico di Gio: e Barnaba di Francesco tutti lavoranti nel lavoro delle porte di S. Gio: di potere andare per Firenze per tutte l’ore della notte, ma però con lume acceso e patente. E mostra l’altro citato strumento, che l’anno 1445. ancora si fabbricavano le porte.

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Ebbe Donatello molti Discepoli nell’arte, che riuscirono eccellenti maestri, e tali furono: ANTONIO DI MATTEO DI DOMENICO GAMBERELLI, detto ANTONIO ROSSELLINO DAL PROCONSOLO Fiorentino, il quale molto nell’arte della Scultura si segnalò. Costuì fece in Firenze nella Chiesa di Santa Croce la sepoltura di Francesco Nori, e sopra a questa una Vergine di bassorilievo. In San Miniato al Monte, poco fuori della città di Firenze, è di sua mano la sepoltura del Cardinale di Portogallo, opera bellissima e di maravigliosa invenzione, finita l’anno 1459. ed io trovo in antiche scritture, essergli stata data a fare detta sepoltura per prezzo di Fiorini quattrocento venticinque, di lire quattro e soldi cinque il fiorino: e dalle medesime ho trovato il nome del padre e avo, ed il casato di esso Antonio. La parola dal Proconsolo, deriva dal posto ove egli teneva sua bottega, vicino ad un luogo così in Firenzenominato; perché in esso luogo era la Residenza del Magistrato de’ Giudici e Notai, ed altri Magistrati del Proconsolo, che è quegli, che nel detto Magistrato tiene il primo posto. Scolpì Antonio pel Duca Malfi una simil sepoltura per la sua Donna: e in Napoli una tavola della Natività di Cristo. E si vede ancora nella Pieve di Empoli in Toscana un San Bastiano di marmo, bellissimo di proporzione, di mezzo naturale. Furono le opere di questo maestro lodate dal Buonarroto: e fino al presente son tenute in gran pregio: e ciò non tanto per la vaghezza e grazia, che diede alle teste, ma per la delicatezza, con che si vede lavorato il marmo: per la morbidezza e leggiadria de’ panni, e per ogni altro più bel precetto dell’arte statuaria, che si vede così bene osservato nell’opere sue, che veramente arrecano stupore: e se alcuna fede prestare si deve essere al proverbio volgare, cioè: Che ogni Artefice sé stesso ritrae, non saprei dire in chi più avverato egli si fosse, che nel Rossellino, il quale fu da natura dotato di un animo così ben composto, e all’eccellenza nell’arte sua ebbe aggiunte qualitadi tanto singolari di modestia e di gentilezza, che fu da tutti, non che amato e riverito, in certo modo adorato. ANTONIO FILARETE, Scultore e Architetto Fiorentino, dicesi pure essere stato Discepolo di Donatello , insieme con Simone fratello di Donato medesimo; ma comunque si fosse la cosa, non pervenne quest’artefice di gran lunga a quel segno, a cui altri giunsero di quella scuola: anzi essendogli stata data a fare ne’ tempi di Eugenio IV. insieme con Simone soprannominato, il getto della Porta di San Pietro in Roma; egli in quella si portò così ordinariamente, che biasimo, anzi che lode guadagnò a sé stesso. Furono fattura d’Antonio alcune sepolture di marmo nella medesima Chiesa, dipoi state distrutte. Scrive il Vasari, che il Filarete, condotto a Milano dal Duca Francesco Sforza, vi desse il disegno del bello Spedale de’ Poveri, detto lo Spedale Maggiore, e di tutti gli edificj, che lo accompagnano, per servizio degl’Infermi e degl’Innocenti fanciulli, fondato, come egli dice, del 1457. e asserisce cavarlo da ciò, che ne scrisse lo stesso Filarete in un suo libro di materie di Architettura, che ei fece in tempo, che tale opera si conduceva, il qual libro poi l’anno 1464. dedicò al Magnifico Piero di Cosimo de’ Medici. E in vero parmi gran cosa, che in ciò abbia il Vasari preso errore: e contuttociò, il Canonico Carlo Torre nel suo ritratto di Milano, dato alle stampe nel 1674 attribuisce il disegno e invenzione di quella fabbrica a Bramante; sopra la quale contrarietà di pareri non sono ora io per dare giudizio. Fu anche la Chiesa maggiore di Bergamo fatta con disegno di Antonio, il quale finalmente portatosi a Roma, giunto che fu all’età di anni cinquantaquattro, in detta città pagò il debito alla Natura. BERTOLDO Fiorentino, pure suo Discepolo, imitò talmente la maniera del maestro, che dopo la morte di lui ebbe a finire tutti i lavori, che di mano di quel grand’uomo eran rimasi imperfetti in Firenze: e particolarmente finì e rinettò i due bellissimi Pergamidi metallo, che si veggono nell’Ambrosiana Basilica. DESIDERIO Scultore da Settignano, villa vicino a Firenze, ebbe nella sua prima età da Donato i principj dell’arte, e dopo la morte di lui, datosi, come era costume suo, a studiare a tutto suo potere le opere del defunto maestro, in breve si portò ad un altissimo grado di perfezione. Scolpì in marmo le belle figure di bassorilievo, ed altre di tondo rilievo della Cappella del Santissimo Sacramento nella Chiesa di San Lorenzo di Firenze, e fra queste fece un Gesù Bambino, il quale, come cosa rarissima, fu poi levato di luogo, per posarlo sopra all’Altare solamente nelle Feste della Natività di Cristo: e in cambio di quello fu posto sopra il Tabernacolo del Santissimo un simile bambino, fatto da Baccio da Montelupo. Lo stupendo lavoro del basamento, che regge la statua di bronzo di Donato, rappresentante il giovanetto David, la quale si conserva nella Real Galleria, fu delle prime opere della mano di Desiderio. Vedonsi in esso alcune arpie con certi viticci, così bizzarri e sì bene intesi, che sono cosa di maraviglia, anche a’ primi dell’arte. È di suo intaglio il bel sepolcro della Beata Villana in Santa Maria Novella. Per le Monache delle Murate intagliò una piccola Immagine di Maria Vergine sopra una Colonna. Fu opera del suo scarpello, nella Chiesa di Santa Croce, e similissima a quelle di Donato suo maestro, il maraviglioso sepolcro di Carlo Marsuppini: ed in terra appiè del detto sepolcro intagliò una gran lapida per Messer Giorgio, famoso Dottore Segretario della Signoria di Firenze, con un bellissimo bassorilievo, ove esso Messer Giorgio è ritratto al naturale: e fu opera sua un’Arme, che si vede nella facciata della casa de’ Gianfigliazzi, dove è intagliato un Lione, cosa che in quel genere non può essere più bella. Veggonsi di questo grande uomo molti bassirilievi per le case de’ nostri cittadini, e tutti di straordinaria bellezza. Morì finalmente di età di anni vent’otto, lasciando abbozzata una Santa Maria Maddalena Penitente, che poi fu finita da Benedetto da Majano, e oggi si vede nella Chiesa di Santa Trinita de’ Padri Vallombrosani. Ebbe questo Scultore un dono singolarissimo dal cielo di condurre le opere sue, e particolarmente le teste, con tanta grazia e leggiadria, che non solo non si riconosce in esse alcuno stento o difficoltà, ma veggonsi fatte con tanta tenerezza, che maggiore non potrebbe essere, s’elle non fossero non di marmo, ma di cera: e l’arie sono tanto vezzose, che rapiscono gli occhj de’ riguardanti: e certo, che se la morte non avesse reciso il filo della vita di lui in età così immatura, avrebbe egli senza dubbio, al pari di ogni altro grande uomo, arricchita la patria e il mondo di opere singularissime, e quasi dissi divine.

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Fra le tavole, che Masaccio dipinse in Roma , una fu in Santa Maria Maggiore , per una Cappelletta vicino alla Sagrestia, nella quale figurò la storia di Santa Maria della Neve con quattro Santi. In questa ritrasse al naturale Papa Martino con una zappa in mano, colla quale disegna i fondamenti di quella Chiesa: ed appresso a lui Sigismondo Imperatore, secondo di questo nome. Attesta il mentovato Vasari, che Michelagnolo Buonarroti si fermasse un giorno a considerare questa tavola con attenzione, e che molto la lodasse. Afferma inoltre, aver avuta dallo stesso Michelagnolo questa notizia, cioè, che quel Pontefice, che regnava ne’ tempi di Masaccio , mentre che e’ faceva dipignere a Pisanello , e a Gentile da Fabbriano le facciate della Chiesa di San Giovanni, ne allogasse una parte ancora a lui; ma questi, prima di por mano all’opera, avendo avuto di Firenze la nuova, che Cosimo de’ Medici suo grande amico e protettore, era stato richiamato dall’esilio, qua se ne tornò: dove già era passato all’altra vita Masolino da Panicale suo maestro, che aveva dato principio a dipignere nella Chiesa del Carmine la Cappella de’ Brancacci: nella volta della quale aveva figurato i quattro Evangelisti, e da’ lati la vocazione di Santo Andrea e di San Pietro all’Apostolato: la Negazione e Predicazione del medesimo: e quando egli risana Petronilla sua figliuola: il Naufragio degli Apostoli: e quando lo stesso Pietro, insieme con San Giovanni, se ne va al Tempio, e vi libera l’Infermo, che gli chiede limosina. Rimasa dunque, per morte di quell’artefice, imperfetta quell’opera, fu essa subito allogata a Masaccio : il quale, prima di cominciare a dipignerla, volle dare alla sua patria alcun segno del suo miglioramento, ch’egli aveva fatto nell’arte, nel tempo, ch’egli aveva operato in Roma; onde in essa Chiesa del Carmine , in faccia ad un pilastro della gran Cappella, rimpetto alla già nominata de’ Brancacci, dipinse a fresco una figura di un San Paolo, la testa del quale ritrasse al vivo di un tale Bartolo d’Angiolino Angiolini , con tale spirito nel volto, che altro non gli mancava, che la favella. Questa figura, che (avuto riguardo al tempo) riuscì maravigliosa, insieme con un’altra di un San Pietro Apostolo, stata dipinta per avanti in faccia all’altro pilastro da Masolino , si è conservata molto bene fino all’anno 1675, in circa, nel qual tempo, tanto l’una che l’altra, furon mandate a terra, a cagione del nobile abbellimento di marmi, statue e pitture stato fatto ad essa Cappella da’ Marchesi Corsini , per dar luogo in essa al Corpo del glorioso Santo Andrea Carmelitano, di loro famiglia, Vescovo di Fiesole, trasportato in essa con maestosa pompa l’anno 1683. Questa figura adunque del San Paolo Apostolo fu quella, la quale fece conoscere apertamente, che Masaccio aveva scoperte e superate a benefizio di coloro, che dopo di lui dovevano operare, due grandissime difficultà, che poco o nulla erano state fino allora osservate, non che intense da chi aveva dipinto innanzi a lui. Tali furono lo scortare, che fanno le vedute di sotto in sù, e questo particolarmente mostrò ne’ piedi di quell’Apostolo: ed il modo di disegnare il piede in iscorto in atto di posare, a differenza de’ passati pittori, che facevano le figure ritte, tutte apparire in punta di piedi, senza che mai nessuno, per istudioso che fosse stato fino da’ tempi di Cimabue , avesse o saputo conoscer quell’errore, o saputovi rimediare: il che solo fece il nostro Masaccio . Ciò fatto, si pose a dipignere la detta Cappella de’ Brancacci, e vi condusse di sua mano la storia della Cattedra: la liberazione degl’infermi: il risuscitare de’ morti: l’andare al tempio con San Giovanni: il sanare gl’infermi coll’ombra: il cavare il danaro dal pesce, per pagare il tributo, e l’atto stesso del pagamento: dove in un Apostolo, che è l’ultimo in quella storia, vedesi il ritratto dello stesso Masaccio . Fecevi anche la storia, quando San Pietro e San Paolo risuscitano il figliuolo del Re; questa però alla morte di Tommaso restò non finita. Dipinse anche la storia del San Pietro, che battezza, nella quale fu sempre stimata per una bellissima figura un ignudo, che fra gli altri battezzati fa atto di tremare pel freddo. Nel tempo, che il nostro pittore conduceva quest’opera, si dice, che occorresse la Sagra della stessa Chiesa del Carmine , in memoria di che Masaccio si ponesse a dipignere di verde terra a chiaroscuro sopra la porta di dentro il Chiostro, che va in Convento, la tanto celebre storia di tutta quella funzione, figurando sul piano di quella piazza, a cinque o sei per fila, un gran numero di cittadini, in atto di camminare in ordinanza con maravigliosa distinzione, e così ben posati sul piano, e con un diminuire, secondo la veduta dell’occhio, così proporzionato, che fu cosa di maraviglia. Fra questi dipinse al naturale, in mantello e in cappuccio, dietro alle processioni, Filippo Brunelleschi , Donatello , Masolino , Antonio Brancacci , che gli fece fare la Cappella, Niccolò da Uzzaano , Giovanni di Bicci de’ Medici , Bartolommeo Valori , e Lorenzo Ridolfi , allora Ambasciadore di Firenze a Venezia. Ed io non penso mai a quest’opera, che io non mi dolga in estremo, non so se io dica del tempo, che’l tutto guasta e consuma, o dell’ignoranza e poco amore che hanno bene spesso gli uomini alle antiche memorie, che abbiano permesso, che ricordanza sì bella sia affatto perita, per qualsisia anche urgentissimo bisogno, che ne abbia dato occasione. Dissi affatto perita, perché non sarebbe quella stata la prima volta, né sarebbe stata per esser l’ultima, che dovendosi demolire mura per occasione di nuove fabbriche, o ne siano prima state tolte le pitture, e con inestimabile dispendio siano state collocate altrove: o pure almeno ne siano state fatte copie, ad effetto di lasciar sempre viva a’ secoli avvenire la memoria dell’effigie de’ grandi uomini, degli abiti, de’ siti delle fabbriche, de’ riti, e d’altre simili cose, che in un tempo son o di non poco diletto, ammaestramento e utilità eziandio agli uomini sensati, e che debbono gli altri uomini reggere e governare. Dopo tutto ciò fece Masaccio ritorno al lavoro della sua Cappella , nella quale trall’altre cose maravigliose, si veggono i ritratti di diversi cittadini, fatti al vivo, che più non si può dire. In quest’opera s’inoltrò egli tanto verso l’ottima maniera moderna, che da tali pitture studiarono poi coloro, che son diventati valenti uomini ne’ tempi a lui piu vicini: e quelli, che nel secolo passato ebbero fama de’ primi pittori del mondo. Tali furono il Beato Fra Giovanni Angelico Domenicano , Fra Filippo Lippi del Carmine , Andrea dal Castagno , Alesso Baldovinetti , Andrea del Verrocchio , Sandro Botticelli , Domenico del Grillandajo , Lionardo da Vinci , Mariotto Albertinelli , Pietro Perugino , Fra Bartolommeo di San Marco , Lorenzo di Credi , il Granaccio , Ridolfo del Grillandajo , il Rosso , il Franciabigio , Alfonso Spagnuolo , Baccio Bandinelli , Jacopo da Pontormo , Toto del Nunziata , Pierin del Vaga , e nel poco tempo, ch’e’ si trattenne in Firenze, anche Raffaello da Urbino , e finalmente il Divino Michelagnolo Buonarruoti , senza l’infinito numero di pittori Fiorentini, e forestieri, che in ogni tempo son venuti a studiare da tali pitture; talmenteché a gran ragione potè il dottissimo Annibal Caro , cento anni dopo il passaggio del nostro artefice, lodarlo co’ seguenti versi: Pinsi, e la mia pittura al ver fu pari: L’atteggiai, l’avvivai, le diedi il moto, Le diedi affetto: insegni il Buonarruoto A tutti gli altri, e da me solo impari.

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Era solito quest’artefice, ogni qual volta egli intagliava alcuna cosa in argento, per empiarla di Niello, l’improntarla con terra; e gettatovi sopra zolfo liquefatto, veniva in esso talmente improntato il suo lavoro, che datavi sopra una certa tinta a olio, ed aggravatovi con un rullo di legno piano carta umida, restava nella carta l’intaglio non meno espresso, di quel ch’e’ fosse prima nell’argento: e parevan le carte disegnate con penna. Osservata questa invenzione un tal Baccio Baldini, Orefice Fiorentino, cominciò ancora esso a fare il simile; ma perch’egli avea poco disegno, facevasi quasi in tutte le opere sue assistere a Sandro Botticelli. Viveva in quel tempo, ed operava in Firenze con gran fama in ogni cosa, che all’arte del disegno appartenesse, Antonio del Pollajolo, il quale avendo vedute le cose del Baldini, si pose ancor egli ad intagliare in rame: e perch’egli era il più singolar maestro, che avesse in quel tempo l’arte del disegno, e molto intelligente dell’ignudo, essendo stato il primo che andasse investigando, per mezzo dell’anatomia, l’agitazione e rigirar de’ muscoli del corpo umano. Fece intagli in rame di gran lunga migliori, che il Finiguerra e il Baldini fatto non avevano: e fra gli altri una bellissima Battaglia, ed altre sue proprie bizzarrie invenzioni; tantoché sparsosi questo nuovo modo di disegno, in tempo che era a Roma Andrea Mantegna, esso vi si applicò di proposito, e si pose ad intagliare i suoi Trionfi. Passò poi questo magistero in Fiandra: ed un Pittore d’Anversa, chiamato Martino, intagliò molte cose; onde assai carte vennero in Italia, intagliate di sua mano, le quali fu solito contrassegnare colle lettere M. C. Le prime che si vedessero furono le Vergini prudenti e le stolte: un Cristo in Croce, a piè della quale era Maria Vergine e San Giovanni: dipoi i quattro Evangelisti in alcuni tondi: e i dodici Apostoli con Gesù Cristo in piccole carte: una Veronica con sei Santi della medesima grandezza: alcune armi di Baroni Tedeschi, rette da diverse figure: un San Giorgio, che ammazza il serpente: un Cristo avanti a Pilato: e’l Transito di Maria Vergine, presenti gli Apostoli. In ultimo fece un S. Antonio, maltrattato da’ Demonj, figurati in aspetti tanto deformi, e con invenzioni e capricci sì bizzarri, che essendo venuta questa carta alle mani di Michelagnolo Buonarruoti, allora giovanetto, si messe a colorirla. Da questo Martino apprese il modo d’imparare il chiarissimo Pittore Alberto Duro, con altri in quelle parti. Dipoi in Italia fu esercitato da Marcantonio Raimondi, discepolo del Francia Bolognese, e da altri molti, che siamo per notare a’ luoghi loro; tantoché è giunta questa nobile invenzione, prima d’intaglio a bulino, poi in acqua forte, a quel segno che è noto. E tanto basti aver detto intorno alle qualità e opere di Maso Finiguerra , del quale non abbiam potuto fin qui avere altra notizia.

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Discepolo di Piero Pollajuolo suo fratello, nato 1426. ? 1498. Ne’ tempi, che Bartoluccio Ghiberti, patrigno di Lorenzo Ghiberti, esercitava in Firenze, con fama di ottimo artefice la professione dell’orafo, era lo stesso mestiere in mano di persone così esercitate nel disegno e nel modellare, che per lo più le medesime, tirate dal piacere, che ne cagionano sì belle facoltadi, abbandonavano quell’arte, e in breve tempo Pittori e Scultori eccellentissimi addivenivano. In questi tempi adunque fu accomodato in bottega del nominato Bartoluccio Ghiberti, Antonio del Pollajuolo, giovanetto, di poveri natali bensì, ma dotato di tanto spirito e inclinazione al disegno, che in breve tempo nell’orificeria fece miracoli; il perché lo stesso Lorenzo Ghiberti (che allora faceva le porte di San Giovanni) lo volle appresso di sé, ed insieme con molti altri giovanetti, poselo attorno al suo proprio lavoro. E primieramente lo fece operare intorno ad un festone, sopra il quale Antonio lavorò una quaglia, che si vede tanto ben fatta, che è veramente cosa maravigliosa. Giunsero poi in poco tempo a tal segno i progressi del giovanetto, che gli guadagnarono fama di gran lunga superiore a quella di tutti gli altri giovanetti del suo tempo; che però si risolvè a lasciare Bartoluccio e Lorenzo; e far da per sé, dandosi tuttavia più che mai al disegnare e al modellare. Era allora nella città di Firenze un altro orefice, chiamato Maso Finiguerra, accreditatissimo in lavorar di bulino e di niello; e che fino a’ suoi tempi non aveva avuto eguale nel disporre in piccoli spazj grandissima quantità di figure: uomo, che per quanto io ho riconosciuto da’ moltissimi disegni di sua mano, che ancora si trovano fra gli altri nella bellissima raccolta, fattane dalla gloriosa memoria del Cardinal Leopoldo di Toscana, aveva fatto grandi studj sopra le opere di Masaccio, e sopra il naturale; che però era divenuto buon disegnatore. Ad esso avevano i Consoli dell’Arte de’ Mercatanti date a fare le storie dell’Altar d’argento pel Tempio di San Giovanni; ma avendo poi questi riconoscito il Pollajuolo in disegno e diligenza a lui molto superiore, vollero, che ancora esso, a concorrenza del Finiguerra, molte ne lavorasse. Tali furono la Cena di Erode, il Ballo di Erodiade, ed il San Giovanni, che è nello spazio di mezzo dell’Altare: le quali opere riuscirono assai migliori di quelle del Finiguerra; onde gli furon dati a fare per la stessa Chiesa i Candellieri d’argento di tre braccia l’uno: la Croce proporzionatamente maggiore di quelli: e le Paci, le quali colorì a fuoco tanto bene, quanto mai dir si possa. Fece poi lo stesso Antonio ancora infiniti altri lavoro d’oro e d’argento per diversi luoghi e persone. In proposito di che non voglio lasciar di dar notizia in questo luogo di uno di essi, che io ho trovato in una Deliberazione nel Libro de’ Venti di Balia per l’impresa di Volterra del 1472. colle seguenti parole: A dì 18. giugno 1472. s’ebbe la Vittoria di Volterra, essendo Capitano della Lega il Conte d’Urbino; e però si delibera di donare una Casa in Firenze a detto Conte: e se gli doni ancora boccali e bacili d'argento, ed un elmetto d’argento, che si fece lavorare da Antonio del Pollajuolo. Si trattenne dunque il nostro artefice in simil sorta di lavori molto tempo, e fecevi allievi, che riuscirono di valore; ma invaghitosi poi della pittura, si fece da Piero suo fratello, stato discepolo d’Andrea dal Castagno, insegnare il modo del colorire, e in pochi mesi, non solo l’agguagliò, ma molto lo superò. Dipinse insieme con lui assai cose, delle quali si è parlato abbastanza nelle notizie della vita del medesimo Piero. Fece poi il ritratto di M. Poggio Bracciolini Fiorentino, Segretario della Signoria di Firenze, che dopo Lionardo Bruni Aretino, detto M. Lionardo d’Arezzo, scrisse la storia Fiorentina: e quello di M. Giannozzo Manetti, pure Fiorentino, uomini tutti e tre di gran letteratura: il qual Manetti, oltre ad altre opere scrisse la Vita latina di Papa Niccolò V. la quale si conserva nella Libreria di San Lorenzo. L’uno e l’altro ritratto fece in luogo, dove già faceva Residenza per far ragione sopra gli affari de’ Giudici e Notai, il Proconsolo: il qual luogo, vicino alla Badia di Firenze, fu dipoi la Residenza del Magistrato di Sanità, ed ora della Nunziatura Apostolica, come si è detto altrove. Fece ancora molti altri ritratti, che si veggiono a’ nostri tempi per le case e gallerie de’ Cittadini, molto ben conservati, e lavorati con tanta diligenza, e tanto al vivo, quanto mai in quella età si fosse potuto desiderare. Fra le belle pitture, che di tutta sua mano si veggiono pubblicamente in Firenze, una è la tavola del San Sebastiano della Cappella de’ Pucci, contigua alla Chiesa della Santissima Nunziata, la qual tavola fece l’anno 1475. per Antonio Pucci, che gliele pagò 300. scudi, onorario, per quei tempi, straordinarissimo; ma contuttociò fece di quell’opera il Pucci, e con esso tutta la città, sì grande stima, che si dichiarò non avergli pagati né meno i colori. In questa tavola ritrasse Antonio, nella persona del Santo, Gino di Lodovico Capponi. Fino ne’ nostri tempi si vede di sua mano la maravigliosa figura del San Cristofano, a fresco, alta dieci braccia, che esso dipinse nella facciata della Chiesa di San Miniato fra le Torri, figura, che ebbe lode della più proporzionata, che fosse stata fatta fino a quel tempo. Sta una gamba del Santo in atto di posare; e l’altra di levare; e sono così ben disegnate, proporzionate, e svelte, che è fama, che lo stesso Michelagnolo Buonarroti in sua gioventù, per suo studio, molte volte le disegnasse. Altre pitture in gran numero fece Antonio, al quale veramente è molto obbligata l’arte del disegno, per esser esso stato il primo, che mostrasse il modo di cercare i muscoli, che avessero forma e ordine nelle figure: il che fece scorticando di sua mano moltissimi cadaveri di uomini morti, per istudio dell’Anatomia. E perché migliorò ancora alquanto il modo d’intagliare in rame, da quello che per avanti era stato tenuto da altri maestri; gli si dee ancora la lode di quest’arte. Fu ottimo Scultore ne’ suoi tempi; che però fu da Innocenzio VIII chiamato a Roma, dove a sua istanza fece di metallo la sua sepoltura colla statua: e quella ancora di Sisto IV suo antecessore. È fama, che lo stesso Antonio desse il disegno pel Palazzo di Belvedere, e che poi fosse da altri tirato a fine. Nel Bassorilievo valse non poco: e di sua mano veggionsi molte medaglie di Pontefici e d’altri. Finalmente pervenuto all’età di 72. anni, nella stessa città di Roma l’anno 1498. finì la vita, e nella Chiesa di San Pietro in Vincola, coll’onore dovuto al suo merito, ebbe sepoltura il suo cadavero.

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Discepolo di Donatello. Nato 1432, ?1488. Dice il Vasari, che Andrea del Verrocchio si facesse valente in queste arti senza maestro alcuno; ma perché è impossibile a chi fa opere grandi e difficili (come fece il Vasari) l’aver di ogni cosa notizia intera, non è gran fatto, che non pervenisse a sua cognizione quello, che nel particolare di quest’uomo ha scoperto il corso di un secolo, quanto è, da che esso Vasari scrisse la sua storia, sino a questi tempi. Ho io dunque visto nell’altre volte nominata Libreria de’ Manoscritti originali degli Strozzi, un manoscritto antichissimo, contenente più vite di Pittori, Scultori, e Architetti, quasi de’ tempi dello scrittore di quelli. Fra’ discepoli di Donatello, del quale pure vi si legge la vita, dice, che uno de’ suoi primi, e non il minimo, fu Andrea del Verrocchio. Ed in un altro manoscritto, annesso a un libro minor del foglio, segn. num. 285. fra diverse memorie di Pittori, Scultori, e Architetti di quei tempi, si legge a c. 45. a tergo, fra altre cose, appartenenti alla vita di questo maestro Andrea del Verrocchio Fiorentino, ch’egli fu discepolo di Donatello: il che ancora tanto più si rende certo, quanto che afferma esso Vasari nella Vita di Donatello, che lo stesso Andrea lo ajutasse a lavorare il Lavamanedi marmo nella Sagrestia di S. Lorenzo. Fece dunque il Verrocchio la sepoltura della moglie di Francesco Tornabuoni nella Minerva di Roma: la maravigliosa sepoltura di Giovanni e di Piero di Cosimo de’ Medici, che in San Lorenzo di Firenze è, fra la Cappella del Sacramento, e la Sagrestia: ed in Pistoja quella del Cardinale Forteguerra, finita poi da Lorenzo Fiorentino, perché alla morte d’Andrea era rimasa imperfetta. Fece pure in Firenze le statue di bronzo del San Tommaso, che tocca la piaga al Signore, situate nella facciata principale di Orsanmichele, in una nicchia, che fu fatta con disegno di Donatello suo maestro. Pesò il metallo di queste statue, per quanto io trovo in antiche memorie, libbre 3981. e ad Andrea furon dati in pagamento 476. Fiorini d’oro. Fu sua fattura il fanciullo di bronzo, che strozza il pesce, che oggi si vede nella fonte di Palazzo Vecchio. Gettò la palla della Cupola del Duomo di Firenze, la quale con applauso e festa grande, trovo che fu messa a suo luogo il dì 28. di Maggio del 1472. anni dieci in circa, dopoché restò finita la pergamena della Lanterna di essa Cupola, alla quale con gran solennità era stata posta l’ultima pietra a’ 25. d’Aprile 1461. Pesò la stessa Palla libbre 4368. ed è tale di grandezza, che può capire in essa staja 300. di grano, a misura di questa città di Firenze. Il nodo della medesima, gettato fu da Giovanni di Bartolo, e pesò lib. 1000. e può capirvi staja 21. e mez. di grano. Pesò la Croce libbre 791. il palo libbre 770. come da’ Libri dell’Opera di essa Chiesa si riconosce. Operò anche il Verrocchio alcuna cosa in pittura: e fra l’altre una tavola per le Monache di San Domenico in Firenze, ed una pe’ Monaci di San Salvi, nella quale figurò il Battesimo di Cristo. In questa l’ajutò Lionardo da Vinci suo discepolo, allora giovanetto, che vi colorì di sua mano un Angelo così bene, che vistolo Andrea, si conobbe nella pittura tanto inferiore al suo proprio discepolo, che dato bando a’ pennelli, tutto alla statuaria ed al gettò si applicò. Chiamato in ultimo a Venezia, fecevi il Cavallo per la statua di Bartolommeo da Bergamo. Fu quest’opera l’occasione della sua morte, per un mal di petto preso in gettarlo l’anno 1488. e della sua età 56. non ostante ciò si trova scritto nella seconda impressione della storia del Vasari, assolutamente per errore dello Stampatore, cioè del 1388. Il corpo di questo eccellente artefice fu da Lorenzo di Credi, altro suo discepolo amatissimo, condotto a Firenze, e nella Chiesa di S. Ambrogio nella sepoltura di Ser Michele di Cione fatto seppellire. Fu Andrea il primo a mettere in uso il formar di getto le cose naturali, per poterle poi più facilmente studiare: e messe in pratica il far ritratti de’ defunti, formandogli di gesso, e poi gettandogli: e di quegli fatti a suo tempo se ne veggono fino in oggi moltissimi. Dee molto perciò il mondo a questo artefice; perché mediante tale suo ritrovamento si son conservate l’effigie di molti uomini Santi, ed altri Eroi: e con tale occasione si cominciarono ad esprimere in rilievo di stucchi, ed altra materia, figure quanto il naturale, in sembianza di coloro, che per qualche particolar grazia, ottenuta da Dio per mezzo della Santissima Nunziata di Firenze o altra Sacra Immagine, le offerivano in voto e per memoria della grazia; laddove anticamente usavansi alcune immagini di cera: ed erano in gran parte in Firenze, si può dire, a questo effetto, alcuni particolari mestieri, che per ordinario di altro non s’impacciavano, che di far di cera o ceri o boti, e coloro che gli esercitavano, chiamavansi Cerajuoli, citati dal Berni nel Sonetto. Chi vuol veder quantunque può natura. E dice così: Fugge da’ Cerajuoli, Acciocchè non lo vendin per un boto, Tant’è sottil, leggieri, giallo e voto, Comunche il Buonarroto Dipinge la Quaresima, o la Fame, Dicon, ch’e’ vuol ritrar questo carcame. E non è da tacere, che il primo, che offerì simili voti grandi di stucchi, fu la gloriosa memoria del Magnifico Lorenzo dell’augustissima Casa de’ Medici, che uno alla Santissima Nunziata, uno al miracoloso Crocifisso delle Monache di Chiarito in via San Gallo, ed uno alla Chiesa di Santa Maria degli Angeli ne mandò, in testimonio di una segnalata grazia ottenuta, e tutti rappresentanti la propria persona sua.

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Discepolo d’Andrea dal Castagno, fioriva circa il 1450. Stette Francesco nella scuola d’Andrea dal Castagno fino all’età di trent’anni: e fra gli ottimi insegnamenti del maestro, e il grande studio ch’e’ fece intorno alla maniera di Fra Filippo Lippi, molto si approfittò nell’arte della pittura. Delle prime opere, ch’e’ mettesse in pubblico, fu una tavola a tempera per la Signoria di Firenze, in cui rappresentò la Visita de’ tre Magi al nato Messia, che fu collocata a mezza scala del Palazzo. Per la Cappella de’ Cavalcanti in Santa Croce, sotto la Nunziata di Donato, dipinse una predella, con figure piccole di storie di San Niccolò. In processo di tempo, questa predella d’Altare si era di mala maniera scommessa; onde un Sagrestano di quella Chiesa ebbe per bene il farla rifare di nuovo in forma di grado di Altare: ed a quello, che fece la spesa, che fu Michelagnolo di Lodovico Buonarroti, pronipote del gran Michelagnolo Buonarroti, donò la tavola, dove erano dette storiette rappresentate, che da quel Gentiluomo, singolarissimo amatore, e non ordinariamente pratico di queste arti, fu adornata con ornamento d’oro, e posta nella sua bella Galleria, dove al presente si vede.

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Nella storia di Giovacchino, cacciato dal Tempio, nella persona di un vecchio raso in cappuccio rosso, ritrasse dal naturale Alesso Baldovinetti suo maestro: in un altro, con mantello rosso, e con una mano al fianco, che ha sotto una veste azzurra, figurò sé medesimo. Vi è ancora Bastiano da San Gimignano, suo cognato e discepolo, rappresentatovi in persona d’uomo con labbra grosse: un altro che volta le spalle, e ha in testa un berrettino, è Davit Ghirlandajo suo fratello; in altra storia, dov’è l’Angelo, che apparisce a Zaccheria, ritrasse molti cittadini, e fra essi tutti i giovani e vecchj di casa Tornabuoni: e vi son quattro mezze figure fate al naturale, de’ quattro maggiori letterati, che avesse in quel tempo la nostra città, cioè Marsilio Ficino, in abito Canonicale: Cristofano Landino, con un mantello rosso, con una becca nera al collo: Demetrio Calcocondile o Calcondile Ateniese, allora detto Demetrio Greco, in alto di voltarsi a lui: e quegli, che in mezzo a questi tre alza una mano, è l’eruditissimo Angelo Poliziano. Nell’altra storia della Visitazione di Maria Vergine e Santa Elisabetta, fra alcune donne, che essa Vergine accompagnano, ritrasse Ginevra Benci, bellissima fanciulla Fiorentina. Dipinse ancora sopra l’Altar maggiore la tavola isolata, ed altre figure, che sono ne’ sei quadri tutti a tempera, benché dalla parte di dietro, dov’è la Resurrezione di Cristo, restassero imperfette alla morte di lui alcune figure, che furon poi finite da Davit e Benedetto suoi fratelli. Era stato deliberato in Firenze ne’ tempi di questo artefice, che si dovesse fare nel Palazzo de’ Signoridue stanze nobili, una che dovesse servire per l’Audienza, e l’altra per Sala: ed essendone stata data la cura a Benedetto da Majano, aveva egli già effettuato un suo ingegnoso pensiero di cavarle tutte e due nello spazio, che rispondeva sopra la Sala de’ dugento, facendo, che il muro, che la Sala dall’Audienza divide, tuttoché posto in falso, quasi in sé medesimo, e con poco appoggio, a maraviglia si reggesse; onde eran rimase finite l’Audienza, che è quella stanza, che poi fu dipinta da Francesco Salviati con storie del Trionfo di Cammillo: e la Sala, che avanti di giugnere a questa s’incontra, la quale da un maraviglioso orivolo, che vi fu posto, fatto dal celebre Lorenzo dalla Golpaja, fu detta la Sala dell’orivolo, benché ne’ nostri tempi abbia perduto tal nome, e sia chiamata la Sala de’ Gigli. Doveasi dunque dipignere questa Sala, onde al nostro Domenico, riconosciuto allora de’ migliori maestri che maneggiasse pennello, ne fu data l’incumbenza; il quale nella medesima dipinse le figure de’ Santi Fiorentini, e gli altri belli adornamenti, che fino ad oggi vi si veggono, che in riguardo di loro antichità, possiamo dire assai ben conservati. È di mano di Domenico una bellissima tavola nella denominata Sala di Palazzo Vecchio, detta de’ Dugento, dov’è Maria Vergine col Bambino Gesù, e più Santi Fiorentini: e sono sue opere una tavola di San Pietro e San Paolo in San Martino di Lucca: e altre in Pisa, Rimini, e diverse altre città d’Italia. E nella stessa nostra città di Firenze sono di sua mano molti tondi dipinti sopra legname, rappresentanti immagini del Signore, di Maria Vergine, e d’altri Santi. Fu questo pittore molto eccellente nel lavorare di Musaico, arte, che egli imparò da Alesso Baldovinetti: e di sua mano è quella, che si vede nell’archetto sopra la porta di Santa Maria del Fiore, che va verso i Servi. In ultimo, sotto’l patrocinio del Magnifico Lorenzo de’ Medici, prese a dipignere tutta la facciata del Duomo di Siena; e la Cappella di San Zanobi in Firenze, e questa in compagnia di Gherardo Miniatore: ed avendo all’una e all’altra dato principio, fu nel 1495. e nella sua età d’anni 44. sopraggiunto dalla morte. Deve molto a Domenico l’arte della Pittura, e il mondo tutto, non tanto per aver egli assai arricchito e facilitato il modo di operare di Musaico, da quello che avanti a lui si teneva; quanto per esser’ egli stato il primo, che incominciasse a lasciar l’antica e goffa usanza di dipigner panni guarniti di fregiature d’oro a mordente; cominciando in quel cambio ad imitar le guarnizioni ed altri loro abbellimenti co’ colori: ed ancora per aver lavorato così bene a fresco, che molte opere sue, esposte a tutte l’ingiurie de’ tempi, si son conservate intatte i secoli interi. E molto più gli sono obbligati l’arte e gli artefici, per esser egli stato quel maestro, che al Divino Michelagnolo Buonarroti insegnò i principj del disegno. Trovo esser stata moglie di Domenico una tale Antonia di Ser Paolo di Simon Paoli: e non essendo a mia notizia, che egli avesse altre mogli, mi persuado che di lei nascesse il suo figliuolo Ridolfo, che riuscì anch’egli pittore eccellentissimo.

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Discepolo di Lionardo da Vinci, fioriva circa il 1470. Nacque quest’Artefice di nobil famiglia, e più per suo diletto e desiderio d’onore, che per avidità del guadagno, o per bisogno che avesse, si sottopose alle fatiche dell’arte. Veggonsi di sua mano in Firenze, in un tondo di marmo, una Vergine con Gesù e San Giovanni, di bassorilievo, nel Magistrato dell’Arte di Porsantamaria: ed il Cristo orante, fatto di terracotta, nella Chiesa delle Monache di Santa Lucia, che poi da Giovanni della Robbia fu invecchiato. Fece con suo modello le tre statue di bronzo, che furon poste sopra la porta del Tempio di San Giovanni, cioè il Santo Precursore predicante, in mezzo di una Fariseo e d’un Levita, che furono stimate, siccome sono bellissime: ed è da sapersi, che nel condurle a fine, per satisfare all’arte ed a sé stesso, e meno infastidire i Consoli dell’Arte de’ Mercatanti, alla cui istanza prese a fare tal’ opera, egli spese il valsente di un suo podere; avendole dipoi finite, e dovendone esser remunerato, vennesi alla stima: ed egli chiamò per la sua parte Michelagnolo Buonarroti: ed allo ’ncontro, a cagione della poca intelligenza, e molta passione di uno di quel Magistrato, che anche ch’era il principale, fu per l’altra parte chiamato Baccio d’Agnolo legnajuolo, che anche era architetto. Del che dolendosi anche egli molto, non solo non ebbero luogo appresso i Consoli le sue querele; ma quel che è più, ne fu ancora strapazzato, e gli fu assegnata ricompensa appena per la quinta parte di quel che importava l’opera e la spesa: e quella ancora non gli fu interamente finita di pagare; tanto può alcuna volta contro la povera virtù la passione, il livore, e l’ignoranza. Operò molto il Rustici nella Villa di Jacopo Salviati il vecchio, poco distante da Firenze, sopra il Ponte alla Badia: ed altre cose fece, che per brevità si tralasciano. Fu uomo religioso e buono, e tanto innamorato dell’arte sua, che viveva scordatissimo de’ proprj interessi e facultà, non volendo punto di pensiero di quelle, ed il tutto faceva maneggiare a un confidente suo, chiamato Niccolò Buoni. Questi ogni settimana somministravagli il danaro pe’ suoi bisogni, il quale era solito riporre in un paniere, e anche, per lo più, nella cassetta del calamajo, senz’alcuna serratura; onde chiunque ne voleva, ne poteva pigliare a suo talento. Fu amicissimo de’ poveri, alcuno de’ quali non lasciò mai partire da sé sconsolato. Occorse una volta, che uno di que’ poveri, che gli andavano a chieder limosina, nel vederlo andare a pigliare il danaro dal paniere, disse fra sé stesso, credendo non essere dal Rustici sentito: O Dio! se avessi quello che è in quel paniere, quanto bene accomoderei io le cose mie. Sentillo il Rustici, e guardatolo alquanto in viso, sì gli disse: Or vien qua, che io ti voglio fare contento: e prese il paniere, quello nel lembo del ferrajuolo gli votò, dicendo: Va, che tu sia benedetto: e al Buoni mandò per altri danari pe’ proprj bisogni. Non mancò al Rustici la ricompensa della sua carità, perché partitosi poi l’anno 1528. di Firenze, e andatosene in Francia dal Re Francesco (dal quale fu impiegato in fare un gran Cavallo di bronzo, sopra cui doveva esser posta la sua statua, ed in molti altri lavori) gli fu dalla liberalità di quel Re dato a godere un bel Palazzo, con cinquecento scudi d’entrata l’anno, i quali perduti per morte di esso Re, e restato col solo palazzo, del cui affitto solamente si manteneva: e quello poi anche perduto, non mancò chi la sua oramai cadente età non custodisse e sovvenisse agiatamente fino alla sua morte, che seguì l’ottantesimo anno, da che era venuto a questa luce.

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Della scuola di Lorenzo Ghiberti, fioriva circa il 1490. Da un memoriale, che lasciò scritto Messer Francesco Albertini Prete Fiorentino, del quale si veggono copie in diverse librerie di questa città, si cava essere stato il vero nome e casato di quest’Artefice Bartolommeo Lupi; ma ch’egli fosse detto da Montelupo, per corruttela del cognome, altra notizia non si ha, che l’asserzione del Vasari. Diedesi questi, fino dagli anni più verdi, all’arte della Scultura; ma datosi più che d’uopo non era alle conversazioni degli amici, e da’ medesimi intorno a’ trastulli, che son proprj di quella età, fatto applicare, nulla profittò; finché cresciuti gli anni, e con quegli il giudizio, se non fu piuttosto il bisogno, si pose daddovero a studiar tanto, che avendo in breve recuperato il perduto tempo, fecesi in quell’arte assai pratico e spedito, onde si guadagnò il nome di valentuomo. Il Vasari non ci lasciò scritto da qual maestro il Montelupo avesse i precetti; ma ben lo dimostrano le opere sue, che egli fu della scuola di Lorenzo Ghiberti; e dopo avere io fatto un particolare studio sopra di esse, e da per me stesso, e coll’assistenza de’ primi professori di questi nostri tempi, mi pare di esserne venuto in assai chiara cognizione. È però vero, che essendo vissuto quest’artefice fino all’età di ottantotto anni, e di questi circa a cinquanta dopo la morte del maestro, e in tempo, che già erasi scoperta in Firenze, dal gran Michelagnolo Buonarroti, l’ottima maniera del panneggiare; non è gran fatto, che i panneggiamenti di Baccio si veggano alquanto più riquadrati, e per usare il termine, che comunemente si usa fra’ professori, alquanto più occhiuti, e meno appiccati alle carni, di quello che si riconoscono quelli di molti altri grand’uomini di quel secolo. Fra le prime cose, che egli operasse in Firenze, fu un’arme di Papa Leon X. in mezzo a due putti, che si vede in sulla cantonata del muro del Giardino delle case de’ Pucci sul canto di via de’ Servi. Dipoi fece per l’Arte di Por Santa Maria, la figura di San Giovanni Evangelista, di metallo, posta nella facciata dell’Oratorio di Orsanmichele, che fu stimata molto bella: ed io trovo, che furon dati a Baccio, per questo lavoro, fiorini 340. Si diede ad intagliare in legno, e fece molti Crocifissi, alcuni quanto il naturale, e alcuni più. Uno di questi vedesi sopra la porta del Coro di San Marco de’ Frati Predicatori: uno nella Chiesa di San Pier Maggiore: ed uno nel Monastero delle Murate. Un altro ne scolpì pe’ Monaci di Santa Fiora e Santa Lucilla, il quale posero sopra l’Altar maggiore della Chiesa della loro Badia d’Arezzo: e fecene poi altri in gran numero. Andatosene a Lucca, molto vi operò: e assai disegni diede per diverse fabbriche, e particolarmente per quella del Tempio di San Paolino, Avvocato di quella città, il quale poi fu anche con modello di lui edificato: ed altre cose fece il Montelupo. Finalmente, essendo nella stessa città di Lucca venuto a morte, nella medesima Chiesa di San Paolino fu data al suo cadavero sepoltura. Avendo lasciato un figliolo per nome Raffaello professore anch’egli di Scultura, e che superò molto nell’arte il genitore.

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Il nostro Alberto adunque, avendo assai miglior disegno di quel che aveva Buonmartino suo maestro, apprese così bene quest’arte, che in pochi passi di gran lunga l’avanzò, perché le prime opere sue tosto cominciarono ad esser più belle. Queste furono una stampa, che si chiama l'Uomo Salvatico, con una testa di morto in un'arme, fatta l’anno 1503, e una Nostra Donna piccola, fatta pure lo stesso anno, nella quale si scorge quanto egli già eragli passato avanti. Diede fuori l’anno 1504 le belle figure di Adamo ed Eva; l’anno 1505 i Cavalli; del 1507, 1508 e 1512 fece le belle carte della Passione, in rame; intagliò la carta del Figliuol Prodigo, il San Bastiano piccolo, la Vergine, in atto di sedere col Figliuolo in braccio; e anche la Femmina a cavallo, con un uomo a piede; la Ninfa rapita dal mostro marino, mentre altre Ninfe stanno bagnandosi. Fece in diverse piccolissime carte molti Villani e Villane, con abiti alla Fiamminga, in atto di sonar la cornamusa, di ballare, altri di vender polli, ed in altre belle azioni; e similmente il Tentato da Venere all’impudicizia, dove è il Diavolo ed Amore, opera ingegnosissima; e i due Santi Cristofani portanti il Bambino Gesù. Scopertesi poi le stampe di Luca d’Olanda, intagliò a concorrenza di lui un uomo armato a cavallo, lavorato con estrema diligenza, il quale figurò per la Fortezza dell’uomo, dov’è un Demonio, la Morte e un Cane peloso, che par vero. Ancora fece una Femmina ignuda sopra certe nuvole, e una figura alata per la Temperanza, che si vede dentro a un bellissimo paese, con una tazza d’oro in mano ed una briglia. Un Santo Eustachio inginocchioni dinanzi al Cervio, che tiene fra le corna il Crocifisso, carta bellissima, dove sono certi cani, in diverse positure naturali, che non possono esser meglio imitati. Veggonsi anche intagliati da lui molti putti, alcuni de’ quali tengono in mano uno scudo, dov’è una morte con un gallo. Similmente un San Girolamo, vestito in abito Cardinalizio, in atto di scrivere, con un leone a’ piedi che dorme. Figurò egli il Santo in una stanza, ove sono le finestre invetriate, nelle quali battendo i raggi del Sole, tramandano lo splendore nel luogo, ove il Santo scrive, e in quella stanza contraffece orivoli, libri, scritture, e infinite altre cose, con tanta finezza e verità, che più non si può desiderare. Intagliò anche un Cristo coi dodici Apostoli, piccole carte; ancora molti ritratti, fra’ quali Alberto di Brandemburgh Cardinale, Erasmo Roterodamo, e fece anche pure in rame il ritratto di sé stesso. Ma bellissima è una Diana, che percuote con un bastone una Ninfa, che per suo scampo si ricovera in grembo a un Satiro. Dicesi, che Alberto in questa carta volesse far conoscere al mondo quanto egli intendeva l’ignudo; ma per dire il vero, per molto ch'ei facesse, poté bene in questa parte piacere a’ suoi paesani, a’ quali ancora non era arrivato il buon gusto e l’ottima maniera di muscoleggiare; ma non già agli ottimi maestri d’Italia. Né poteva egli far meglio gl’ignudi di quel ch’e’ fece, poiché, seguendo il modo di fare di tutti coloro, che prima di lui dipinsero in quelle parti, ebbe sempre per sua cura principale di osservare il vero bensì; ma insieme di fermarvisi, senza eleggere il più bello della Natura, come fecero negli antichi tempi i Greci e i Romani: il che poi il Divino Michelangelo Buonarroti tornò a mettere in pratica, come a tutti è noto. Non fu anche di poco danno ad Alberto nel far gl’ignudi in quel luogo, che non aveva ancora avuta la più chiara luce dell’arte, il doversi per necessità servire per naturali de’ suoi proprj garzoni, che probabilmente avevano, come anco per lo più i Tedeschi, cattivo ignudo, benché vestiti appariscano i più belli uomini del mondo. E da tutto questo avvenne, che i suoi intagli, nella nostra Italia, avessero allora, siccome anche hanno avuto dipoi più a cagione dell’estrema diligenza con che erano lavorati, della varietà e nobiltà delle teste e degli abiti, della bizzarria di concetti e dell’invenzione, più rinomanza e stima, che per l’intelligenza dei muscoli e dolcezza della maniera. Ma perché Alberto aveva veduto, fino dal bel principio, le opere sue tanto applaudite, aveva preso grand’animo: e come quegli, che si trovava molte belle idee disegnate per dare alla luce, si risolvé, come cosa ben faticosa e più breve, di applicarsi all’intagliare in legno, che gli riuscì con non minore felicità di quella, che aveva provata nell’intagliare il rame. In data del 1510 si veggono di suo intaglio in legno una Decollazione di San Giovanni, e quando la testa del Santo è presentata ad Erode, che sono due piccole carte. Un San Sisto Papa, Santo Stefano, e San Lorenzo, e un San Gregorio, in atto di celebrare. Lo stesso anno 1510 intagliò in foglio reale le quattro prime storie della Passione del Signore, cioè la Cena, la presa nell'Orto, l'andata al Limbo e la Resurrezione. Restavano ad intagliarsi le altre otto parti della Passione, le quali si crede che egli volesse pure intagliare da sé stesso, ma che poi non lo facesse; e che restandone i disegni, dopo la sua morte, fossero sotto suo nome, e col solito contrassegno suo, intagliate e date fuori, perché son diverse assai in bontà, dalla sua maniera, né hanno in sé arie di teste, nobiltà di panneggiare, o altra qualità, che si possa dir sua; massimamente se consideriamo le venti carte della Vita di Maria Vergine, che egli intagliò poi l’anno 1511 nella stessa grandezza di foglio, nelle quali appariscono tutte le eccellenze maggiori del saper suo, tanto per arie di teste, quanto di Prospettive, invenzioni, azioni, lumi ed ogni altra cosa desiderabile. Fece anche in legno un Cristo nudo, co’ misterj della Passione attorno, in piccola carta; lo stesso anno pure intagliò la celebre Apocalisse di San Giovanni evangelista in quindici pezzi, che pure riuscì opera maravigliosa; come anche i trentasei pezzi di storie della Vita, Morte, e Resurrezione del Salvatore, cominciando dal peccar di Adamo, e sua cacciata dal Paradiso Terrestre, fino alla venuta dello Spirito Santo; finalmente intagliò il proprio ritratto quanto mezzo naturale. Tornò poi a fare altre cose in rame, cioè a dire, tre piccole immagini di Maria Vergine, e una carta, dove con bella invenzione figurò la Malinconia, con tutti quelli strumenti, che ajutano l’uomo a farsi malinconico. Molte altre carte intagliò in rame, tra le quali si annovera il ritratto del Duca di Sassonia, fatto del 1524 e di Filippo Schuvartzerd (a), detto comunemente il Melantone, del 1526, che fu l’ultimo tempo, del quale si veggono suoi intagli in rame.

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Pervenuto finalmente Alberto all’età di anni cinquantasette, avendo acquistato molte facultà e fama grandissima per tutto il mondo, nel più bello dell’operar suo fu rapito dalla morte, l’anno di nostra salute 1528 agli 8 di Aprile nella Settimana Santa. Fu al suo corpo data sepoltura nel cimitero di San Giovanni fuori di Norimbergh, e sopra essa fu posta una lapida grande con la seguente iscrizione: (a) ME. AL. DV. Quicquid ALBERTI DURERI mortale fuit sub hoc conditur tumulo emigravit VIII. Aprilis 1528 Il già nominato Bilibaldo Pirkaeymherus , stato suo grande amico, del quale egli aveva anche fatto un ritratto in rame, compose ad onor suo un bello Epigramma Latino. Diede la natura ad Alberto un sì bel corpo, che per la statura e composizione delle parti fu maraviglioso, e in tutto e per tutto proporzionato alle belle doti dell’animo suo. Aveva il capo acuto, gli occhi risplendenti, il naso onesto e di quella forma, che i Greci chiamano tet?a?????, il collo alquanto lungo, il petto largo, il ventre moderato, le cosce nervose, le gambe stabili, e le dita delle mani così benfatte, che non si poteva vedere cosa più bella. Aveva tanta soavità, nel parlare accompagnata da tanta grazia, che non mai avrebbe, chi si fosse, voluto vedere il fine di ascoltarlo: e seppe così bene esplicare i suoi concetti nelle scienze naturali e mattematiche, che fu uno stupore. Ebbe un animo sì ardente, in tutto ciò che spetta all’onestà e a’ buoni costumi, che fu reputato di vita irreprensibile. Non tenne però una certa gravità odiosa, e nell’ultima età non recusava gli onesti divertimenti di esercizj corporali e’l diletto della musica, né fu mai alieno dal giusto. Il suo pennello fu così intatto, che meritamente gli fu dato il nome di custode della purità e della pudicizia. Insomma fu Alberto Durero un uomo de’ più degni del suo secolo: e se e’ fosse toccato in sorte a lui, come a tanti altri maestri di quel tempo, di formare il suo primo gusto nell’arte sopra le opere degli stupendi Artefici Italiani, mi par di poter affermare, che egli avrebbe avanzato ogni altro di quel secolo; giacché e’ si vede aver egli sollevata tanto l’arte dallo stato, in che la trovò sotto quel cielo, che non solo ha svegliato ogni spirito, che poi vi ha operato, ma ancora ha dato qualche lume all’Italia stessa, e a’ migliori maestri di quella; i quali non hanno temuto d’imitarlo in alcune cose, cioè a dire in qualche aria di testa o abito capriccioso e bizzarro, come fece Gio. Francesco Ubertini Fiorentino, detto il Bacchiacca : e fino lo stesso Andrea del Sarto prese da lui alcuna cosa, riducendola poi alla propria ottima maniera, ed impareggiabil gusto. Lascio da parte però il celebre Pittore Jacopo da Pontormo , il quale tanto s’incapriccì di quel modo di fare, e tanto vi si perse, che d’una maniera, ch’ e’ s’era formato da non aver pari al mondo, come mostrano le prime opere sue, e particolarmente le due Virtù, dipinte sopra l’arco principale della Loggia della Santissima Nunziata in Firenze, una poi se ne fece in su quel modo Tedesco, che gli tolse quanto egli aveva di singolare. Restarono dopo la morte d’ Alberto molti bellissimi disegni di sua mano, e particolarmente gran quantità di ritratti, tocchi di biacca, che vennero poi dopo alcun tempo in mano di Joris Edmkenston nella Biel; ed in mano di altri vennero anche più disegni dello studio della simmetria, di che parleremo appresso. Dell’Adamo ed Eva, ed altri se ne sparsero per l’Italia in gran copia, per aver quest’Artefice disegnato infinitamente. Questo sublime intelletto, per poter assegnare una certa ragione di ogni sua opera, e per facilitare a chi si fosse il conseguimento di ogni perfezione nell’arte, si era messo con intollerabil fatica a ordinare il libro della Simetria de’ corpi umani, nel quale ebbe questa intenzione di ridurre il buon disegno in metodo e in precetti: e perch’egli era liberalissimo di ogni suo sapere, si pose a spiegarla in iscritto al dottissimo Vilibaldo Pirchemer , a cui, con una bella epistola la dedicò: e già aveva dato principio a correggerla e stamparla, quando fu colto dalla morte; onde ella fu poi da’ suoi amici data alla luce nel modo che egli ordinò. Dissi che egli ebbe questa buona intenzione; perché quantunque sia di non poco giovamento a’ Pittori e agli Scultori, per tenersi lontani da’ grandi sbagli, il saper per via di precetti una certa universale proporzione de’ corpi, ha però insegnato l’esperienza, che la vera, più corta e più sicura regola per far bene, si è, l’aver l’artefice, come diceva il Buonarruoto , le seste negli occhi. Fu Alberto amicissimo di ogni professore che egli avesse riputato insigne nell’arte, e particolarmente del gran Raffaello da Urbino , al quale mandò a donare un ritratto di sé stesso, fatto sopra una bianca tela, d’acquerello, servendosi per lume del bianco della medesima tela: e ne fu corrisposto di alcuni disegni, fatti di sua propria mano.

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Ma avendo sentito celebrare i maravigliosi cartoni, fatti in Firenze da Michelagnolo Buonarroti e Lionardo da Vinci, de’ quali altrove si è parlato, lasciato ogni pensiero dell'operare, se ne venne a Firenze. Quivi fu molto onorato da Lorenzo Nasi e da Taddeo Taddei, il quale lo tenne in sua casa propria ed alla propria sua tavola per tutto il tempo che vi dimorò. Questo Taddeo Taddei fu erudito Gentiluomo, onde fu molto caro al Cardinal Bembo, con cui tenne lunga corrispondenza di lettere: e come si ha dalle medesime, fu solito favorirlo in ogni affare, che in questa nostra città andavagli alla giornata occorrendo, che avesse avuto bisogno dell'operar suo. Contrassevi ancora amicizia con Ridolfo del Grillandajo e Aristotile di San Gallo, co' quali praticò molto alla domestica. Si partì di Firenze molto approfittato nell'arte, lasciando in dono al Taddeo due bellissimi quadri di sua mano: uno de' quali ne' miei tempi non si è veduto in quella casa; e l'altro, che era di una bellissima Madonna con Gesù e San Giovanni, di circa a mezzo naturale, fu agli anni addietro, dagli eredi di Taddeo del senatore Giovanni Taddei, venduto a gran prezzo alla gloriosa memoria del Serenissimo Arciduca Ferdinando Carlo di Austria. In questo mentre seguì la morte del Padre e della madre di Raffaello, onde gli convenne tornare ad Urbino, dove fatti più quadri, di nuovo se ne andò a Perugia: e quivi, nella Chiesa de’ Servi, dipinse la tavola con Maria Vergine, San Giovambatista e San Niccola; e fece opere a fresco in San Severo, Chiesa de’ Camaldolesi, e in altre nella stessa città. Ma come quelli, che dotato di grandi idee non mai finiva nell’operar suo di piacere a sé stesso, desideroso di nuovi studj, se ne tornò a Firenze. Quivi studiò dalle pitture di Masaccio, senza perdere di vista quelle del cartone di Michelagnolo e di Lionardo. Fecevi anche stretta amicizia con Fra Bartolommeo di San Marco, cognominato il Frate, al quale insegnò le buone regole della Prospettiva, riportandone egli il contraccambio di profondissimi precetti pel colorito: a seconda de’ quali operando poi Raffaello, fecesi poi quella mirabile maniera, che a tutti è nota. Nella stessa città di Firenze fece i cartoni per la pittura della Cappella de’ Baglioni; di San Francesco di Perugia e ritrasse più Gentiluomini e Gentildonne fiorentine; ed assai migliorato da quel ch’egli era, se ne tornò a Perugia, dove dipinse la mentovata Cappella de' Baglioni. Quindi partito, vennesene di nuovo a Firenze, e per la famiglia de' Dei condusse a ragionevole termine una tavola, che doveva esser posta nella loro Cappella di Santo Spirito; e un'altra tavola fece per la città di Siena. Fu poi, per opera di Bramante, celebre Architetto, chiamato a Roma da Papa Giulio II pel quale ebbe commissione di fare le belle opere, che poi ha ammirato il mondo. La prima fu la Camera della Segnatura, con bellissime invenzioni, nelle quali fece ritratti di più antichi savj. E qui è da fare riflessione ad uno sbaglio, che crediamo aver preso il Vasari nel descrivere questa storia; laddove dice, che rappresentasse i Teologi, quando accordano la Filosofia e l'Astrologia colla Teologia; il che oltre all’errore insussistente, viene ad essere ancor falso, perché quella non è altro che un Ginnasio, ovvero Scuola all’uso degli antichi Greci, ove i Filosofi ed ogni sorta di Accademici facevano loro luogo di ragunata, per trattenersi in ragionamenti de’ loro studj, e per divertirsi negli esercizj. Vitruvio descrisse la forma di questi Edifici pubblici al 5 libro cap. 11 e li nomina Sisti, Palestre, Essedre, secondo loro uso particolare, ch’egli dichiara. Palladio ancora, nel suo Trattato di Architettura, libro 3 cap. 21 più chiaramente ne parla; perciocché ne porge oculare dimostrazione, con un molto esatto disegno. Ora, come il più celebre e’l più nobile di tutti è stato quello di Atene; è molto verosimile, che Raffaello solo questo ponesse; e veramente non è quasi alcun savio ingegno, che non chiami quest'opera di questo Raffaello la Scuola d’Atene. Tornando ora alla storia, per tale inaspettata partita di Raffaello, restò la tavola de' Dei imperfetta; e in tale stato fu poi da Messer Baldassarre Turini da Pescia, posta nella Pieve della sua patria; ed un panno azzurro, che rimase non finito nella tavola di Siena, fu condotto a perfezione da Ridolfo del Grillandajo. Seguitò a dipignere la seconda Camera verso la Sala grande. Intanto successe il caso in cui Michelagnolo, nella Cappella, fece al Papa quel rumore o paura, per la quale fu necessitato a fuggirsi e a Firenze tornarsene; onde a Bramante fu data la chiave della Cappella. Il perché poté a comodo suo farla vedere a Raffaello, il quale, riconosciuto che ebbe la nuova e grande maniera, la profonda intelligenza dell’ignudo, il ritrovare e girar de’ muscoli negli scorti, e la mirabil facilità con che si veggono in quell'opera superate le più ardue difficoltà dell’arte, rimase stupito a segno, che parendogli fino allora non aver fatto nulla, posesi a far nuovi studj, e prese la gran maniera, che dipoi tenne sempre. Non ostante quanto poi dica uno assai moderno autore, che avendo con certe sue tradizioni, e coll’autorità di un tale scrittore di precetti di pittura, anch’esso non antico, tolto ad impugnare tuttociò, che intorno a tal miglioramento di Raffaello, sopra le opere del Buonarruoti, circa a novant’anni avanti a lui scrisse il Vasari, il quale egli tratta da uomo vulgare, passa poi con un certo suo paragone ad abbassare le nobilissime e non mai contese glorie del Divino Michelagnolo: e collo storcere un proprio detto di lui, in approvazione di una sentenza, che gli fu dichiaratamente contraria, e con alcune cose dire, e molte tacere, lo dà a conoscere quell’eccelso uomo, di gran lunga minore di quel ch’egli è; onde coll’una e coll’altra di queste sue opinioni, accusando altri di appassionato, sé medesimo, a mio credere, condanna.

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Non lasciava intanto Luca di dipignere in tela e tavola, a olio e a guazzo, e talvolta in vetro: ed ebbe per suo costume, di non lasciarsi mai uscire opera dalle mani, in cui il suo purgato gusto avesse saputo conoscere minimo errore; modo tenuto poi anche dal Divino Michelangelo Buonarroti. Ed una figliuola dello stesso Luca affermava, che egli una volta diede fuoco a gran quantità di carte già stampate, per avervi scorto un non so qual difetto. Era poi tanto fisso negli esercizj e studj dell’arte, che essendosi accasato con una nobil fanciulla della famiglia Boshuysen, che in nostra lingua vuol dire della Selva, aveva nel suo sposalizio gran dispiacere, e non poteva darsi pace, di avere a perder tanto tempo ne’ ritrovati e conviti, che in quelle parti eran soliti fare i ricchi e nobili nel tempo delle nozze: e quanto prima gli poté riuscire, ritornò ai suoi virtuosi studj. Fra le molte carte, che egli intagliò, fu un Sansone: un Davide a cavallo: e’l martirio di San Pier Martire: un Saul, in atto di sedere, e David giovanetto, che intorno ad esso suona la sua arpa: un Vecchio ed una Vecchia, che accordano insieme alcuni strumenti musicali. Fece una gran carta di un Virgilio, appeso nel cestone alla finestra, con figure e arie di teste bellissime: un San Giorgio colla fanciulla, che dee esser divorata dal serpente: un Piramo e Tisbe: un Assuero, colla Reina Ester genuflessa: un Battesimo di Cristo: e un Salomone in atto di sacrificare agl’Idoli: i fatti di Gioseffo: i quattro Evangelisti: i tre Angeli, che apparvero ad Abramo nella Valle di Mambre: David orante: Lot imbriacato dalle figliuole: Susanna nel bagno: Mardocheo trionfante: la Creazione de’ nostri primi Padri, quando Dio comanda loro l’astenersi dal pomo: e Caino, che ammazza Abel. Intagliò ancora in piccoli rami molte immagini di Maria Vergine: i dodici Apostoli e Gesù Cristo. Ancora si vede di suo intaglio una bella carta di un Villano, che mentre smania pel dolore, nell'essergli cavato un dente, non si avvede, che una femmina gli ruba la borsa. Intagliò anche il proprio ritratto suo, che è un giovine sbarbato, con una gran berretta in capo, e molti pennacchi, che tiene una testa di morto in mano. Ma soprattutto è mirabile la carta del ritratto di Massimiliano Imperatore ch’ei fece nella di lui venuta a Leida. Altri bell’intagli si veggono di esso, come immagini di Santi e Sante, armi, cimieri e simili, che per brevità si tralasciano. Ma tempo è ormai di far menzione di alcune poche delle molte opere, fatte da lui in pittura, le quali veramente furono tante in numero, che e’ non par possibile a credere, che in un corso di vita, qual fu il suo, egli le avesse potute condurre tutte. A Leida, nel Palazzo del Consiglio, vedevasi l’anno 1604 un suo bel quadro del Giudizio Universale, dove aveva figurati molti ignudi maschi e femmine, ne’ quali, quantunque si scorgesse alquanto di quella secca maniera, che nell’ignudo particolarmente tenevano allora anche i grandi uomini in quelle parti, non si lasciava però di ammirare il grande studio, con che erano fatti, particolarmente le femmine, che erano colorite di miglior gusto. Negli sportelli della parte di fuori erano due belle figure, cioè San Pietro e San Paolo, in atto di sedere. Quest’opera fu in tanto pregio, che da molti Potentati fu domandata, con offerta di gran prezzo. In una Villa fuori di Leiden, appresso il nobil Francesco Hooghstraet, che in nostra lingua vuol dire, di Strada Alta, era pure un quadro da serrare, con i suoi sportelli, in cui Luca, dell’anno 1522 aveva dipinta una bellissima Madonna, mezza figura, fino sotto il ginocchio: e’l rimanente fingevasi coperto da un piccolo parapetto di pietra: il fanciullo Gesù, che era in grembo alla madre, teneva in mano un grappolo di uva, che arrivava fino al fine del quadro, con che volle figurare il pittore, che Cristo fu la vera vite. Da una parte era una donna, che faceva orazione, mentre Santa Maria Maddalena (la quale aveva ella dopo di sé) le additava Gesù in grembo alla Vergine, e in lontananza si vedeva un paese con alberi bellissimi. Nella parte di fuori era una Nunziata in figura intera, con una vaga acconciatura di panni sopra il capo, e con un nobile panneggiamento: e vi era la data del tempo, con la lettera L, solito segno di Luca. Questa bella opera venne poi nelle mani di Ridolfo Imperatore, che forse fu il maggiore amico e protettore di queste arti, che fosse nel suo tempo. Un simile quadro era in Amsterdam, nella strada detta del Vitello, dove si vedeva la storia de’ fanciulli d’Israel, che ballano intorno alla statua del Vitello d’oro, dove Luca aveva rappresentati i conviti del popolo, di che parla la Sacra Scrittura: ed espresse al vivo quel loro lussurioso danzare. Questo quadro da alcune goffe persone fu dipoi con una sporca vernice ridotto a mal termine. In Leida, in casa d’un nobile de Sonnesvveldt, che in nostra lingua vuol dire Campo del Sole, era un altro quadro colla storia di Rebecca e’l servo di Abramo, al quale ella dà bere al pozzo, ed altre cose entro un paese, tocco mirabilmente, con digradazione di piani in lontananza di campagna.

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Discepolo di Domenico Ghirlandaio, nato 1477, morto 1544. Fra’ molti giovanetti di buono spirito e genio alle belle arti, scelti dal Magnifico Lorenzo de’ Medici, e messi per impararle nel suo Giardino da San Marco, uno fu Francesco Granacci, il quale in tale occasione avendo osservato i maravigliosi progressi, che andava facendo a momenti Michelangelo Buonarroti, e che fu uno de’ suoi compagni in quel luogo; e avendo da ciò conghiettura, ch’egli fosse per essere, come poi fu, un prodigio nell’arte, gli pose tanto affetto, che non potendosi mai discostar da lui, tanto l’ossequiava, e tante amorevoli dimostrazioni gli faceva, che lo stesso Michelagnolo, che per altro era giovane molto serio, ritirato, e tutto dedito a’ suoi studi, fu necessitato corrispondere a lui con un amore altrettanto sincero, e comunicar con esso tutto quello, che fino allora egli era arrivato a sapere: al che, aggiunto l’essere stati insieme questi due giovanetti nella scuola del Grillandajo, fece sì, che Francesco in breve tempo arrivò ad essere stimato uno de’ migliori giovani di quella scuola: e perch’egli aveva buon disegno, e molto graziosamente coloriva a tempera, fu messo in ajuto di Davit e Benedetto Grillandai a finire la bella tavola, cominciata da Domenico, per l’Altare maggiore di Santa Maria Novella, dopo che fu seguita la sua morte. Fece poi il Granacci molti quadri e tondi per le case di privati cittadini, e per mandare in diverse provincie; tantoché lo stesso Lorenzo de’ Medici, dopo aver trovata la nuova invenzione di quella sorta di Mascherate, che e’ chiamavano Canti, nelle quali alcuna cosa singolare si rappresentava in tempo di Carnovale, di esso si valse assai, e particolarmente nella Mascherata, che rappresentò il trionfo di Paolo Emilio. Fece il Granacci, pe’ sontuosi apparati, che si preparavano in Firenze l’anno 1513 per la venuta di Leone X, bellissime invenzioni, e furongli date a fare bellissime prospettive per commedie. Datosi poi a studiare il cartone di Michelagnolo, molto crebbe in pratica, e nella intelligenza dell’arte; donde avvenne, che lo stesso Michelagnolo lo chiamasse prima di ogni altro a Roma, in ajuto del colorire la volta della Cappella di Palazzo per Papa Giulio II, benché poi né di lui né d’altri volle quel grand’uomo continuare a servirsi, come si dirà altrove. Tornato a Firenze, dipinse a Pierfrancesco Borgherini in Borgo Santo Apostolo, nella stessa camera, dove il Pontormo, Andrea e’l Bacchiacca avevan dipinto, storie della vita di Gioseffo: e sopra un lettuccio altre storie della vita del medesimo in piccole figure, con una bellissima prospettiva. Per lo stesso dipinse in un tondo la Trinità. Per la Chiesa di San Pier Maggiore fece la tavola dell’Assunta, con varj Santi, che fu stimata da’ professori tanto bella, quanto che se l’avesse fatta lo stesso Michelagnolo: ed è cosa, che assai dispiace agl’intendenti, che di questa nobile pittura sia stato tenuto sì poco conto, che annerita in molte parti dal fumo delle candele, pare che omai si vada accostando al suo fine. Per la Chiesa di San Gallo, già fuori di porta, per la Cappella de’ Girolami, fece una Vergine, con due putti, con San Zanobi, e San Francesco; e questa poi, stante la demolizione di quella Chiesa e Convento, fu portata nella Chiesa de’ Frati Eremitani di S. Jacopo fra’ Fossi. Poi, con occasione, che il Buonarroto aveva una nipote Monaca in S. Appollonia, e aveva fatto l’ornamento e’l disegno di una tavola per l’Altare maggiore, dipinse lo stesso Francesco alcune storie di grandi e piccole figure a olio: e un’altra tavola assai bella, pure colorì per quella lor Chiesa, la quale tavola poi bruciò. Fece anche per le Monache di San Giorgio, dette dello Spirito Santo, una tavola per l’Altar maggiore, dove dipinse Maria Vergine, S. Caterina, S. Gio. Gualberto, San Bernardo Uberti Cardinale, e S. Fedele. Dipinse ancora il Granacci stendardi di galere, bandiere, insegne e drappelloni: e fece molti cartoni per far finestre di vetro colorite, particolarmente pe’ Padri Ingesuati, detti della Calza. Fu il Granacci uomo piacevole, e nell’operare diligente: tenne conto del suo, e non volle molte brighe, lavorando più per piacere, che per necessità: e quando lavorava, voleva ogni suo comodo. Visse sessantasette anni, e seguì la sua morte in Firenze l’anno 1544. Al suo corpo fu data sepoltura nella Chiesa di Santo Ambrogio.

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Discepolo di Giulio Romano, fioriva circa il 1520. Dell’antica e nobile famiglia de’ Primaticci, nacque in Bologna questo valente artefice, il quale nella fanciullezza fu da’ suoi maggiori applicato alla mercatura; ma perché tale applicazione non punto si confaceva con gli alti pensieri, che il nobil giovanetto raggirava per la sua mente, deliberò di darsi tutto all’acquisto della bell’arte del disegno, sottoponendosi in primo luogo alla disciplina di Innocenzio da Imola, pittore in quel tempo in Bologna, assai riputato: poscia tirato dalla bella maniera, che sotto i precetti del divino Raffaello, si era acquistato Bartolommeo, detto il Bagnacavallo, che in que’ tempi pure operava in essa città di Bologna, incominciò ad apprendere da lui i principj del colorire; tantoché andatosene a Mantova, dove il celebre Pittore Giulio Romano dipigneva pel Duca Federico il Palazzo del Te; anch’egli fu annoverato fra’ molti giovani, che gli ajutavano in quell’opera. Stettesi per lo spazio di sei anni, dopo i quali già si era acquistata fama del migliore di quanti in quella scuola maneggiassero pennello; e quel che è più, fecesi così valente nel modellare e lavorare di stucchi, che condusse nello stesso Palazzo per quel Principe, due bellissime fregiature di una gran camera, dove rappresentò le antiche milizie de’ Romani: e di pittura fece altre cose, con disegno del maestro, che gli diedero gran fama, non tanto in quella città, quanto in altre, dove tosto giunse il suo nome, e fecesi molto caro a quel Principe. Intanto arrivò in Parigi, al Re Francesco, la notizia de’ bellissimi ornamenti, fatti fare dal Duca in esso Palazzo del Te; onde volle lo stesso Re, che il Duca gli mandasse colà alcuno artefice eccellente in pittura, e nel lavoro di stucco, a cui potessero far fare opere degne dell’animo suo. Il Duca gli mandò il Primaticcio, e ciò fu l’anno 1531. Giunto che fu a quella Corte, misesi a fare opere belle; onde riportò la gloria di essere il primo che vi lavorasse bene di stucchi; ed anche vi acquistò credito di buon pittore a fresco, nonostanteché poco avanti fosse andato a’ servigi di quel Re, il Rosso, Pittor singolarissimo Fiorentino, che molte belle cose vi aveva fatte di sua mano. Dipinsevi il Primaticcio molte camere e logge, e fecevi altri lavori lodatissimi, de’ quali noi non possiamo dare una precisa contezza. Or qui non dee a chicchessia parere strana cosa, che nel proseguire, ch’io fo pur ora le notizie di questo artefice, sia per farlo parer geloso, oltre al bisogno, della grazia del suo Signore, e pur troppo soverchiamente appassionato verso sé stesso, in ciò che alla stima del proprio valore appartiene: cose tutte, che il Vasari, non seppe, o industriosamente tacque, per non perturbare l’animo di un tanto virtuoso, che ancora viveva in Bologna, quando egli scrisse di lui, e anzi si affaticò molto in lodare le qualità dell’animo suo; e’l Malvagia, che nella sua Felina Pittrice ha ricopiato appunto ciò che disse il Vasari, scusandosi di non potere e per la lontananza del tempo, nel quale visse, e del luogo ove dimorò il Primaticcio, dirne più, anche con aver veduto ciò che notò di lui il Felibien, l’ha lasciato nel posto stesso, che lo lasciò il Vasari; non dovrà, dico, parere strano quanto io son’ ora per iscrivere, col vivo testimonio della penna di un nostro cittadino, che stette in Francia ne’ tempi del Primaticcio, e parla di fatto proprio. Dell’anno dunque 1540 era arrivato alla Corte di Parigi, chiamato dal Re Francesco, per l’opera del Cardinale di Ferrara, Benvenuto Cellini Fiorentino, celebre sonatore di strumenti di fiato, singolarissimo nell’arte dell’orificeria, eccellente intagliatore di medaglie, e non ordinario scultore, e gettatore di metalli, discepolo del Buonarroto, uomo forte, animoso e robusto, altrettanto ardito nel parlare, quanto, per natura, eloquente, di parole abbondante, e secondo il bisogno alla difesa e all’offesa sempre preparato e pronto: il quale ancora ebbe per costume, con una troppo sregolata sincerità, di dire il suo parere a chi si fosse, anche di ogni più sublime grado e condizione, menando, come noi usiamo dire, la mazza tonda a tutti. A cagione di che, e di alcune sue smoderate bizzarrie, aveva sostenuta in Roma, sotto Paolo IV una tormentosa e lunghissima prigionia, dalla quale, a cagione di altre molte virtù, che per altro ei possedeva, era stato, per uficj dello stesso Cardinal di Ferrara, e dello stesso Re, poco avanti liberato. A questi dunque aveva il Re Francesco assegnata una provvisione di 700 scudi l’anno, quella appunto, colla quale era stato in quelle parti trattenuto il famosissimo Lionardo da Vinci, ed erangli state ordinate dal Re dodici statue d’argento, che dovevano servire di candelliere, per istare attorno alla sua mensa: e altre grandi figure di metallo, con molti altri orrevoli lavori.

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Discepolo di Pietro Perugino, morì nel 1557. Dopo l’essersi questo Pittore bene approfittato nella scuola di Pietro Perugino, nell’arte della pittura, fu in Firenze molto adoperato in ogni sorta di lavoro, mercé dell’esser egli universalissimo, ed oltre ogni credere, diligente, e nelle figure piccole, fra i migliori, che ne’ suoi tempi operassero. Fu amicissimo di Bastiano da San Gallo, Pittore e Architetto, detto Aristotile; e ancora di Jacone, eccellente Pittore de’ suoi tempi, e con essi molte cose dipinse. La conversazione di questo Jacone, conciossiacosachè fosse alquanto scostumata e plebea, non ebbe però forza tale di punto fregolare il buono e costumato vivere di Francesco, il quale tenne sempre vita molto lodevole. Conversò con Andrea del Sarto, e ne riportò ajuti validissimi nelle cose dell’arte. Opera de’ suoi pennelli sono le storiette, che tuttavia si veggiono nella predella della tavola de’ Martiri, fatta da Giovanni Sogliani già per la Chiesa di Camaldoli di Firenze, che oggi è nella Chiesa di San Lorenzo: e similmente le storiette della predella dell’Altare del Crocifisso nella stessa Chiesa. Si trovò il Bacchiacca con gli altri eccellenti Pittori del suo tempo, a dipignere nella bella camera di Pier Francesco Borgherini, spalliere e cassoni: e nella casa di Gio. Maria Benintendi. Fece anche molti quadri di piccole figure a diversi cittadini, i quali poi, come cose preziosissime, gli mandarono in Francia e in Inghilterra. Volle la gloriosa memoria del Granduca Cosimo I che molto lo stimava, averlo a’ suoi servizj, in riguardo massimamente di un singolar talento, che egli aveva di ritrarre al vivo ogni sorte di animali. Per questo Principe dipinse egli uno Scrittojo, dove fece gran quantità di uccelli ed erbe di rara qualità, condotte a olio maravigliosamente. Per le tappezzerie, che quell’Altezza fece fabbricare di seta e d’oro, compose l’invenzione di tutti i mesi dell’anno, in proporzione di piccole figure, nelle quali si portò così bene, che fu creduto, che in quel secolo, nessun altro potesse operar meglio. Queste furono messe in opera dall’eccellente maestro Giovanni Rosto Fiammingo. Dipinse a grottesche una grotta di una fontana d’acqua nel Palazzo de’ Pitti. Fece i disegni di un letto Reale, che ordinò quel Signore doversi condurre di ricamo e perle, con tutte storie di piccole figure e d’animali, da Antonio Bacchiacca, fratello del nostro Francesco, uomo insigne in simil facoltà: il qual letto poi servì per lo Sposalizio del Serenissimo Granduca Francesco, e della Serenissima Giovanna d’Austria. Questo Antonio fu così eccellente in quell’arte del ricamare, che non temé la dottissima penna di Messer Benedetto Varchi, comporre in lode di lui un bel Sonetto, cui mi piace recare in questo luogo, ed è il seguente: Antonio, i tanti, così bei lavori, Che Vostra dotta mano, ordisce e tesse, Lodi v’arrecan sì chiare e sì spesse, Che piccoli appo voi sieno i maggiori: Chi è, non dico, tra i più bassi cori, Ma fra i più alti ingegni, il qual credesse, Che poca seta, e piccolo ferro avesse Agguagliato il martel, vinto i colori? Onde superbo, e pien di gioja parmi L’Arno veder, che se felice chiami, E dica: i figli miei m’han fatto bello. I Bronzi al gran Cellini deono: i marmi Al Buonarruoto: al Bacchiacca i ricami: Le pietre al Tasso: al Bronzino il pennello. Vedesi il ritratto al naturale del Bacchiacca, insieme con quello di Jacopo da Pontormo, celebre pittore, e di Giovambatista Gello, famoso Accademico Fiorentino, fatto per mano di Agnolo Bronzino, nella bella tavola de’ Zanchini, dove esso Bronzino rappresentò la scesa di Cristo al Limbo. Molte altre opere, che per brevità si tralasciano, fece il Bacchiacca fino alla sua morte, che occorse l’anno 1557.

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Discepolo di Andrea Contucci dal M. a Sansovino, fioriva nel 1534. Non manca alcun moderno Autore, che dica, che fino la Santa memoria di Papa Giulio II della Rovere, nutrisse nella sua mente un assai nobil pensiero, il quale fu d’ornare, con regia magnificenza, la Santa Casa di Loreto. Noi sappiamo però, che in vita di quel Pontefice non fu dato a tal pensiero adempimento, forse perché era riservata dal cielo, un’opera sì degna e di tanto onore della gran Madre di Dio, ad un cuore, il più generoso e magnanimo, che abbiano veduto i secoli Cristiani: e questi fu la Santa memoria di Leone X di Casa Medici. Questo gran Pontefice, avendo data forma al nobile concetto, con disegni e modelli di Bramante, Architetto singolarissimo, ordinò a’ Ministri della Santa Casa, il far commissione di bianchi, neri e mischi marmi, d’ogni sorte, a Carrara, Firenze, Orvieto ed altrove.Dirozzate le pietre, furono quelle, che potevan condursi per quella parte, ben presto traghettate in Ancona; e non era ancor passata la metà del Mese di Maggio dell’anno 1514 primo del Pontificato di Leone, che a Loreto n’era stata condotta una gran parte; onde si fece luogo a sua Santità di provvedere a quella gran fabbrica le necessarie maestranze. Di Carrara e di Pisa furon fatti comparire trenta de’ più pratici scarpellini, e fermati più intagliatori: ed il tanto rinomato Andrea Contucci dal Monte a Sansovino ne fu dichiarato Capomaestro e Scultore. Diede egli mano all’opera con gran premura; ma non giunse la vita di Leone, né tampoco quella d’Adriano, che gli successe nella suprema dignità, al tempo, ch’ell’avesse avuto compimento. Morto Adriano, ed asceso al Soglio Clemente VII s’accrebbe grandemente questo nobilissimo lavoro, conciossiacché egli di gran proposito vi si applicò. Già atterrato l’antico muro erettovi da’ Ricanatesi, cavate le fosse e’l terreno per ottocento sessantasei canne Romane, tra fondo e d’attorno alla Santa Casa, avendo prima ben fasciate e ricinte con travate sospese sopra terra, le Sacre mura, erano state ben ferme e stabilite le fondamenta, e già s’eran condotti a fine molti intagli d’architetture e sculture per quell’ornato; quando correndo l’anno 1529 il Contucci venne a morte, dopo aver condotte di sua mano molte nobilissime opere di scultura, ed altre incominciate e non finite. Stettesi questo grande edifizio senz’alcuno o poco avanzamento, fino a dopo l’assedio di Firenze: e finalmente fu da quel Pontefice eletto, in luogo d’Andrea, per primo Scultore, Niccolò de’ Pericoli, detto il Tribolo, Fiorentino, al quale, per mezzo d’Antonio da San Gallo, che sopraintendeva a quella fabbrica, fu ordinato il portarsi a Loreto, per tirar avanti le sculture, che rimanevano a farsi, lasciate imperfette dal Sansovino. Inviossi egli dunque a quella volta con tutta la sua famiglia, e seco condusse molti uomini di valore nell’arte sua. Tali furono Simone di Francesco, detto il Mosca, ottimo intagliatore di marmi, Raffaello Montelupo, Francesco da San Gallo, il giovane, Simone Cioli da Settignano, Ranieri da Pietrasanta, e Francesco del Falda; e con essi, siccome io trovo, vi si condusse ancora un tal Domenico Lamia, detto il Bologna, e finalmente il nostro Girolamo Lombardi, insieme con Frate Aurelio suo fratello. Dopo che il Tribolo vi fu stato per qualche tempo, nel quale aveva con maraviglioso artificio dato fine alla bella storia di marmo dello Sposalizio di Maria sempre Vergine, incominciata da Andrea Contucci; ed aveva anche condotto la bellissima storia della Traslazione della Santa Casa; e fatto più modelli di cera per dar fine a i Profeti, che dovevano aver luogo nelle nicchie; fu dallo stesso Papa Clemente ordinato a lui, e quasi a tutti gli altri maestri, il tornarsene in fretta a Firenze, per quivi, sotto la scorta del gran Michelagnolo Buonarroti, dar fine a tutte quelle figure, che mancavano alla Sagrestia e Libreria di San Lorenzo, per poter poi anche finire, col disegno dello stesso Michelangelo, la facciata; che però fu da Roma rimandato a Firenze il Buonarroti, e Fra Gio. Angiolo, acciocché gli ajutasse a lavorare i marmi, e facesse alcuna statua, secondo l’ordine, che ne avesse avuto da lui; ed allora fu, che esso Fra Gio. Angiolo fece il San Cosimo, che insieme col San Damiano del Montelupo, tiene in mezzo la statua di Maria Vergine col Bambino Gesù, incominciata da Michelagnolo, che oggi vediamo in essa Sagrestia di San Lorenzo; di modo tale, che per questa nuova risoluzione del Papa, rimase l’opera della Santa Casa con poca quantità d’uomini eccellenti; ma non per questo fu, ch’e’ non si continuasse tuttavia ad operare con altri, che vi restarono: e fra questi fu il nostro Girolamo Lombardo, stimato uno de’ migliori artefici, che avesse partorito la scuola del Sansovino. Questi adunque, presa abitazione in Recanati, ed accasatovisi, dalla partenza del Tribolo, fino al 1560 attese a condurre opere per quel Santuario. La prima, ch’e’ egli facesse, fu una figura d’un Profeta di braccia tre e mezzo, in atto di sedere, che essendo riuscita una bella statua, fu collocata in una nicchia verso Ponente, e diedegli tanto credito, che gli furon poi date a fare cinque figure di Profeti, e riuscirono tutte bellissime statue. Finì la bella storia de’ Magi, che dal Contucci suo maestro era stata cominciata, per collocarsi sopra quella del Presepio e de’ Pastori, non ostante ciò che ne dica il Serragli, che l’attribuisce al Montelupo, il quale forse poté essergli stato in ajuto in quest’opera. Fece poi, secondo ciò che afferma lo stesso Serragli, il bel Lampadario, che pende dietro alla Santa Cappella; l’immagine di bronzo di Maria Vergine di Loreto, che si vede nella facciata della Chiesa; e le quattro nobilissime porte della Santa Casa, con figure e misterj del nuovo Testamento. Gettò ancora i due cornucopj, per sostenere le lampane avanti all’Altare del Sagramento, e la tavola o Mensa di marmo, dell’istesso Altare, co’ candellieri di metallo di altezza di circa tre braccia, pel medesimo Altare, i quali adornò di fogliami e figure tonde, con tant’artifizio, che fu stimata cosa di tutta maraviglia. Ebbe questo Artefice un Fratello Religioso, chiamato Frate Aurelio. In compagnia di questo, io trovo, che Girolamo fece di metallo un grandissimo e bellissimo tabernacolo per Papa Paolo III che doveva esser posto nella Cappella del Palazzo Vaticano, detta la Paolina. L’Angelita, nell’Origine di Recanati, dice, ch’e’ lo fece per Papa Pio IV e che quest’opera fu poi mandata nel Duomo di Milano. Carlo Torre nel suo Ritratto di Milano, fa menzione del gran Tabernacolo di bronzo della Cattedral Chiesa, del quale dice fosse fabbricatore Francesco Brambilla; e soggiugne, che nel seno di esso tabernacolo è una custodia in forma di torre, sostenuta in alto da otto Cherubini inginocchioni, e da otto Angioli grandi quanto il naturale, il tutto di bronzo, che fu avuta in dono da Pio IV Sommo Pontefice. Ed io lascio ora (se pur si tratta dello stesso tabernacolo) il dar giudizio sopra tal diversità di sentenze, a chi sarà di ciò meglio informato di quello che io mi sia. Dice anche lo stesso Angelita, che un simile tabernacolo, benché non tanto grande, facesse Girolamo per la città di Fermo. Che poi fosse di suo modello e getto la statua del Cardinale Gaetano, che si vede nella Chiesa della Santa Casa, fu dal citato Serragli detto con errore; perché tale statua fu fatta da Antonio Calcagni suo discepolo, e non da lui, siccome nelle notizie della vita di esso Antonio abbiamo ad evidenza dimostrato. Ebbe il Lombardi quattro figliuoli, Antonio, Pietro, Paolo, e Jacopo, i quali tutti attesero alla scultura ed al getto; e per quanto scrisse il nominato Serragli, condussero di bronzo la porta di mezzo della Chiesa della Santa Casa, con figure e storie de’ fatti dei nostri primi Padri, con nobile ornato. Corre fino a’ presenti tempi la fama, che Girolamo Lombardo fosse l’unica cagione, che nella città di Ricanati si fondasse un Collegio de’ Padri della Compagnia di Gesù; perché avendo avuta cognizione o forse pratica col Padre Santo Ignazio loro Fondatore, e con molti suoi figliuoli, ne parlava sì altamente, che mosse i Ricanatesi a far tale risoluzione, a benefizio della patria loro.

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Fioriva circa al 1540. Nacque questo artefice nelle parti della Schiavonia, dove dimorò gran tempo, e molto operò. Venutosene a Roma, vi fece alcune cose. Avendo poi Baldassarre Peruzzi, ad instanza del Cardinale Hincforth, fatto il disegno per la sepoltura di Urbano VI per la Chiesa di Santa Maria dell’Anima della Nazione Tedesca, fecelo eseguire ad esso Michel’Angiolo, che assai lodevolmente la condusse.

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Creato poi Giulio III se ne venne a Roma, dove era stato chiamato da quel Pontefice. Col quale aveva tenuto servitù, mentre era stato Legato in Bologna: e per ordine di esso tirò avanti, oltre all’altre fabbriche, quella del Palazzo della sua Vigna fuor della Porta del Popolo; la quale finita poi insieme colla Vita del Pontefice, si ritirò a’ servigi del Cardinale Farnese, pel quale, sebbene fece molte cose, la principale nondimeno fu il Palazzo di Caprarola, accomodato così bene al sito, che di fuori è di forma pentagona, di dentro il Cortile e le Loggie sono circolari, e le stanze riescono tutte quadrate, con bellissima proporzione, e talmente spartite, che per le comodità, che negli angoli sono cavate, non vi sta alcuna particella oziosa: e quel che è mirabile, le stanze de’ padroni sono talmente poste, che non veggiono officina nessuna, né esercizio sordido: il che ha fatto ammirarlo da chiunque l’ha veduto, pel più artificioso e più compitamente ornato e comodo Palazzo del mondo: ed ha con desiderio tirato a vedere le maraviglie sue da lontane parti, uomini molto giudiciosi, come fu per esempio Monsignor Daniel Barbaro, persona molto esquisita nelle cose dell’architettura, il quale mosso dalla gran fama di questo Palazzo, per non se ne andare preso alle grida, venne apposta a vederlo: e avendolo considerato a parte a parte, e inteso minutamente dallo stesso Vignola l’ordine di tutti i membri di sì compita macchina, disse queste parole: Non minuit, immo magnopere auxit præsentia famam; e giudicò, in quel genere e in quel sito, non potersi fare cosa più compita. E nel vero, questa fabbrica, più di tutte l’altre opere sue, l’ha fatto conoscere per quel raro ingegno, che egli era, avendo in essa sparsi gli antichissimi capricci, e mostrando particolarmente la grazia dell’arte in una scala a lumaca, molto grande, la quale girandosi sulle colonne Doriche, col parapetto e balaustri colla sua cornice, che gira con tanta grazia e tanto unitamente, che par di getto, e vien con molta grazia condotta fino alla sommità: e in simigliante maniera son fatti anco con grand’arte e maestria, gli archi della loggia circolari. Né contentandosi il Barozzi d’essersi immortalato colla stupenda architettura di quella fabbrica, volle anche mostrare in essa qualche saggio delle sue fatiche di prospettiva, tra le belle pitture di Taddeo e Federigo Zuccarj; onde avendo fatto i disegni di tutto quello, che in simil materia occorrevavi, colorì molte cose di sua mano: tra le quali se ne veggiono alcune molto difficili, e di lungo tempo a farsi assegnatamente con regola, non vi mettendo punto di pratica, come sono le quattro colonne Corinte ne’ cantoni d’una sala, talmente fatte, che ingannano la vista di chiunque le mira; e il maraviglioso sfondato della camera tonda. Fece oltre a ciò pel detto Cardinale la pianta e il graziosissimo disegno della facciata della Chiesa del Gesù alla Piazza degli Altieri, che oggi si vede stampata. Egli cominciò a piantare in Piacenza un Palazzo tale e di sì nobil mole, che io, che ho veduto i disegni e l’opera cominciata, posso affermare di non aver veduto mai, in simil genere, cosa di maggiore splendore, per averla in guisa ordinata, che le tre Corti, del Duca, di Madama e del Principe, vi potessero abitare agiatamente con ogni sorte di decoro e d’apparato regio. Lasciò per non so che anni a guida di questa fabbrica Jacinto suo figliuolo, dandogli i disegni talmente compiti con ogni particolare, che potevano bastare per condurre sicuramente l’opera all’ultima perfezione. E questo fece egli per l’amore, ch’e’ portava all’arte, e non perché non conoscesse Jacinto suo figliuolo attissimo a supplire a molte cose da per sé stesso; che egli volle porre in carta, non perdonando a fatica alcuna, in modo, che avanti, che si partisse, non operasse di sua mano tutto quello che era possibile a fare. Aveva poco prima fatto in Perugia una molto degna e ornata cappella nella Chiesa di San Francesco; ed alcuni disegni di altre fabbriche, fatte a Castiglion del Lago, e a Castel della Pieve, ad istanza del Signore Ascanio della Cornia. Veggionsi di sua invenzione in Roma la graziosa Cappella fatta per l’Abate Riccio in Santa Caterina de’ Palafrenieri del Pontefice, in Borgo Pio, i disegni della quale ha messo poi in opera Jacinto. Furono fatti da lui, in diversi luoghi d’Italia, molti palazzetti, molte cappelle, ed altri edificj pubblici e privati: tra li quali sono particolarmente la Chiesa di Marzano, quella di Sant’Oreste, e quella di Santa Maria degli Angeli d’Ascesi, che pure da lui fu ordinata e fondata, la quale poi da Galeazzo Alessi e da Giulio Danti, mentre visse, fu seguitata. Nel Pontificato di Pio IV fece in Bologna il Portico e la facciata de’ Banchi, dove si scorge con quanta grazia egli seppe accordare la parte nuova colla vecchia. Ed essendo poi, per la morte del Buonarroti, eletto Architetto di San Pietro, vi attese con ogni maggiore diligenza, fino all’estremo di sua vita. Frattanto, essendo il Barone Bernardino Martiniano, arrivato alla Corte di Spagna, per alcuni suoi negozj, fu favorito da quel Re, che lo conobbe per uomo intendentissimo nelle Mattematiche e nelle tre parti dell’Architettura, di conferir seco alcuni suoi pensieri in materia di fabbriche, ed in particolare della gran Chiesa e Convento, che faceva fare all’Escuriale in onore di San Lorenzo: dove avendo il Barone avvertito molte cose, e scoperti con molta chiarezza diversi mancamenti; ridusse quel Re a soprasseder così grand’impresa, finch’egli mandato da Sua Maestà per tutta Italia a cercar disegni dai primi architetti, fosse capitato a Roma per portargli nelle mani del Vignola, per cavar poi da lui un disegno compitissimo, del quale potesse appieno soddisfarsi, conforme a quello si prometteva dall’eccellenza di esso, e dalla lealtà e candidezza d’animo che scorgeva in lui: e così tornando poi alla Corte, con mostrare d’avere usata intorno a sì fatto negozio tutta la diligenza, che conveniva. Venuto dunque il Barone in Italia, ebbe in Genova disegni da Galeazzo Alessi, in Milano da Pellegrino Tebaldi, in Venezia dal Palladio, e in Fiorenza un disegno pubblico dall’Accademia del Disegno, ed un particolare di forma ovale, fatto da Vincenzio Danti, per comandamento del Granduca Cosimo; la copia del quale S.A.S. mandò in Spagna nelle proprie mani del Re, tanto le parve bello e capriccioso. N’ebbe anco in diverse città tanti altri, che arrivarono fino al numero di XXII, de’ quali tutti (non altrimenti, che si facesse Zeusi, quando dipinse Elena Crotone nel Tempio di Giunone, traendola dalle più eccellenti parti d’un eletto numero di bellissime Vergini)ne formò una il Vignola di tanta perfezione e tanto conforme alla volontà del Re, che ancorché il Barone fosse di difficile contentatura, e d’ingegno esquisitissimo, se ne sodisfece pienamente, e indusse il Re, che non meno se ne compiacque di lui, a proporli, come fece, onoratissime condizioni, perché andasse a servirlo. Ma egli, che già carico di anni, si sentiva molto stanco delle continue fatiche di quest’arte difficilissima, non volle accettare l’offerte; parendogli anco di non si poter contentare di qualsivoglia gran cosa, allontanandosi da Roma, e dalla magnificentissima fabbrica di San Pietro, dove con tanto amore s’affaticava. Giunto all’anno 1573, essendogli stato comandato da Papa Gregorio XIII che andasse a Città di Castello per vedere una differenza di confini tra il Granduca di Toscana, e la Santa Chiesa; sentendosi indisposto, conobbe manifestamente esser giunto alla fine del viver suo. Ma non restando però d’andare allegramente a far la santa obedienza, s’ammalò, e appena riaute le forze, se ne tornò a Roma: dove essendo stato introdotto da Nostro Signore, fu da sua Beatitudine trattenuto più d’un’ora spasseggiando, per informarsi di quel ch’egli riportava, e per discorrer seco intorno a diverse fabbriche, che aveva in animo di fare, e che ha dipoi fatte a memoria eterna del nome suo. E finalmente licenziatosi per andarsene la mattina a Caprarola, fu la notte sopraggiunto dalla febbre: e perché egli s’era prima predetta la morte, si pose subito nelle mani di Dio: e presi divotamente i Santissimi Sagramenti con molta religione, passò a miglior vita il settimo giorno dal principio del suo male, che fu agli 7 di Luglio 1573, essendo in quello estremo visitato, con molta carità ed affetto continuamente, da molti Religiosi suoi amici, e particolarmente dal Tarugi, che con affettuosissime parole l’inanimì sempre fino all’ultimo sospiro. Ed avendo lasciato molto desiderio di sé e delle sue virtù, contuttocché Jacinto suo figliuolo gli ordinasse esequie modeste e convenevoli al grado suo, passarono contuttociò i termini della mediocrità, per cagione del concorso degli artefici del disegno, che lo accompagnarono alla Rotonda, con onoratissima pompa; quasiché ordinasse Iddio, che siccome egli fu il primo architetto di quel tempo, così fosse sepolto nella più eccellente fabbrica del mondo. Lasciò Jacinto suo figliuolo più erede delle virtù e dell’onoratissimo nome paterno, che delle facultà, che s’avesse avanzate; non avendo mai voluto né saputo conservarsi pure una particella di denari, che gli venivano in buon numero alle mani: anzi era solito di dire, che aveva sempre domandato a Iddio questa grazia, che non gli avesse né da avanzare, né da mancare: e vivere e morire onoratamente, come fece dopo d’aver passato il corso di sua vita travagliatissimo, con molta pazienza e generosità di animo, ajutato a ciò grandemente dalla complessione, e da una certa naturale allegrezza, accompagnata da una sincera bontà, con le quali bellissime parti si legò in amore chi lo conobbe. Fu in lui maravigliosa liberalità, e particolarmente delle fatiche sue, servendo chiunque gli comandava con infinita cortesia, e con tanta sincerità e schiettezza, che per qualsivoglia gran cosa non averebbe mai saputo dire una minima bugia; dimanieraché la verità, di che egli faceva particolarissima professione, risplendeva sempre tra l’altre rare qualità sue, come preziosissima gemma, nel più puro e terso oro legata. Onde resterà sempre nella memoria degli uomini il nome suo; avendo anco lasciato scritto a’ posteri le due opere, non mai abbastanza lodate: quella dell’Architettura, nella quale non fu mai da veruno de’ suoi tempi avanzato; e questa della Prospettiva, colla quale ha trapassato di gran lunga tutti gli altri, che alla memoria de’ nostri tempi siano pervenuti. Fin qui il Danti.

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L Lambert Lombardus 303. Lazzaro Calvi 247. Libri Corali, miniati dal B. Fra Gio. Angelico 46. Libro dell’Evangelio di San Giovanni, conservasi nella Cappella di Palazzo Vecchio 57. Lippo Dalmasi. Fu discepolo di Vitale. Apprese il nome di Filippo delle Madonne per le molte che ne faceva 31. Quello che dice il Malvasia delle Madonne di Lippo. Quello che dicesse Guido Reni, e quale fosse il suo parere. Preparazione, che faceva Lippo quando doveva dipingere una madonna, pel rispetto che le portava. Reflessione dell’Autore intorno alla pietà, che dovrebbe usare un pittore nel fare tali immagini. Poi si fa Religioso 32. Scrittori intorno ai fatti di Lippo. Immagini e altre pitture fatte da Lippo 33. Lodovico Jans Vandembus 242. Lorenzo Ghiberti. Si chiama anche Nencio di Bartoluccio 1. Errori presi dal Vasari circa la vita di questo grand’uomo. Persone della famiglia di Lorenzo Ghiberti, che hanno goduto 2. Sepoltura e case della sua Famiglia 2. e 3. Fa da principio la professione del pittore, e fece una tavola a Rimini. Maestri, che fecero i modelli delle porte di San Giovanni. Prezzo di dette porte. Fa la prima porta 5. Statua di San Giovambatista d’Orsanmichele. Fece molte statue e getti di bronzo. Operò anche di musaico. Statua di San Matteo 6. Strumento dell’allogagione della detta statua 7. Statua di Santo Stefano d’Orsanmichele 11. Gli sono allogate le pitture degli occhi della Cupola di Santa Maria del Fiore 12. Fece molte belle cose pel Pontefice Eugenio IV. Fa la terza porta di San Giovanni, bellissima. Si leva la porta d’Andrea Pisano, e vi si mette la sua. Lode di Michelagnolo Buonarroti di dette porte. Impiega nella fattura di queste porte Lorenzo anni quaranta 15. Fu dato per compagno al Brunellesco nella fabbrica della Cupola 18. Accusa data a Lorenzo per via di tamburazione 20. Ebbe un figliuolo, chiamato Vittorio, che terminò l’ornato delle porte di San Giovanni: non Bonaccorso, come dice il Vasari 22. Morte di Lorenzo Ghiberti 21. Fra Lorenzo Mereno 232. Lorenzo Vecchietti 289. Luca Cornelisz de Kocck 221. Luca Gassel pittore 309. Luca di Leida pittore e scultore 177. Fece molte opere in disegno di età di dodici anni 178. Gara di Luca e di Alberto nell’intagliare in rame 179. Viaggi di Luca. Infermità e morte 183. Luca della Robbia scultore. Discepolo di Lorenzo Ghiberti. Fu inventore delle figure in terra invetriate e colorite 65. Sue opere 66. Sua famiglia. Sua morte non si sa in che tempo seguisse 67.

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M Marc’Antonio Francia Bigi, detto Franciabigio 235. Marc’Antonio Raimondi, detto de Franzi 187. Contraffece le stampe di Alberto Duro colla di lui cifra, e gli fu proibito 188. È fatto prigione per cagione di alcune carte sporchissime, intagliate da lui. Sua morte 189. Marco del Moro 332. Marco da Siena 312. Marco Uglon o Uggioni 186. Marten di Cleef 302. Marten Hemskerck pittore 258. Fu vile di nascita, e per non seguitare l’arte vile del padre, trovato un presto ingegnoso, se la batte per attendere al disegno. Sue opere in varj luoghi 259. Fu intagliatore in rame. Fu grandissimo limosiniere 261. Descrizione del sepolcro ordinato da lui. Fu uomo di grandissimo timore 262. Masaccio e sua vita 70. Fu restauratore della pittura, dopo il naufragio di essa, e dopo Cimabue e Giotto 71. Nascite del medesimo. Suo maestro 77. Sbaglio circa al natale di Masaccio 78. Sue opere 79. Fu autore dello scorcio delle figure, e del posare in faccia, e in iscorcio de’ piedi di esse 81. Opera di Masaccio, fatta nel chiostro del Carmine, bellissima, fatta perire villanamente 82. Dalle sue opere hanno studiato i primi professori del mondo. Sua morte improvvisa e immatura. Fu sepolto nel Carmine 83. Sua descendenza 84. Epigramma in sua lode 85. Nota dell’Autore circa alla sua Famiglia 86. Maso Finiguerra Scultore 107. Maso Pappacello 187. Matteo Civitali scultore 99. Melozzo da Forlì pittore. Vedi nella vita di Benozzo 89. Michel’Angiolo Scultore Schiavone 307. Michel Cocxie 301.

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