Nominativo - Buffalmacco (Buonamico di Cristofano, detto)

Numero occorrenze: 27

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 1

1681

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XIV. 1420 in circa. LIONARDO BRUNI detto l’ARETINO, Secretario della Fiorentina Repubblica, nel libro VI. della sua StoriaPer hoc tempus marmorea turris fundari cœpta est architectata quidem à IOCTO insigni per eam tempestatem pingendi Magistro. XV. 1435 in circa.FRANCO SACCHETTI nelle sue trecento novelle che si veggono manoscritte nella nominata Libreria; nella Novella riportata da don don Vincenzio Borghini nel Trattato delle Arme. Ciascuno può aver già udito chi fu GIOTTO, e quanto fu gran Dipintore sopra ogn’altro; sentendo la fama sua un grossolano Artefice etc. Lo stesso FRANCO SACCHETTI, Novella 136. Nella Città di Firenze, che sempre di nuovi uomini è stata doviziosa, furono già certi Dipintori, et altri Maestri, gli quali essendo a un luogo fuori della Città, che si chiama S. Miniato a Monte, per alcuna dipintura e lavorìo, che alla Chiesa si doveva fare; quando ebbono desinato coll’Abate, e ben pasciuti, e bene avvinazzati, cominciarono a questionare; e fra l’altre questione mosse uno che aveva nome l’Orcagna, il quale fu Capomaestro dell’Oratorio di nostra Donna d’Orto S. Michele, qual fu il maggior Maestro di dipignere, che altro che sia stato, da GIOTTO in fuori. Altri dicea che fu CIMABUE, chi Stefano, chi Bernardo, e chi Bufalmacco, e chi uno, e chi un altro. Taddeo Gaddi, che era nella brigata disse per certo assai valenti Dipintori sono stati etc.

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Ora se da quanto s’è portato fin quì, che pure è un bene scarso saggio di ciò che del molto, ch’è stato detto e scritto in quattro interi secoli, potrebbe addursi, si può cavar conseguenza, che L’IGNARA PLEBE NON SOLO, MA QUALCHE BUONO AUTORE DEL PASSATO, E DEL PRESENTE SECOLO, CAMMINANDO SU L’ALTRUI FEDE, ED ALLA CIECA, SIASI LASCIATO PORTARE DA SÌ VANA CREDENZA, ED ERRONEA OPINIONE, il lasciamo alla considerazione di chi legge; e se l’Autore soggiungerà che con le pochissime pitture da esso addotte a confermazione di sua sentenza, dico di quelle ch’egli stesso confessa che oggi più non si veggono, ma resta la fede di lor bontà appresso al Baldo, e’l Bumaldo, e con quelle che pur’ oggi si veggono tutte fatte, com’e’ dice, avanti gli anni di Cimabue, e ne’ suoi tempi, ABBIA IL TEMPO PADRE DELLA VERITÀ, ANZI DELLE BUGIE SEVERO FISCALE, LE FALLACIE FATTO PALESI; sovvengagli che nelle cose labilissime e frali, com’è la Pittura, il tempo non è Padre della verità, ma della menzogna, non iscopritore di chiarezza e di lume, ma apportatore di tenebre; il che senza ch’io adduca esempi (come ben potrei fare senza scostarmi dalla materia che si tratta) conoscerà molto bene la per altro buona erudizione dello stesso. Ma perché tali pitture non ognuno à visto, né può vedere, per chiarirsi sul fatto, dell’erroneità de’ suoi supposti, riduciamola al discorso, e diciamo così. Verissima cosa è, che per ogni pittura, che si è rimasta oggi di quelle ch’e’ dice anno scoperto questa verità col tempo, al certo al certo che quattrocento anni fa ne eran mille, che poi il tempo à distrutte; laonde, siccome stolta cosa sarebbe di chi volesse scrivere oggi, che i disegni del divino Michelagnolo Buonarroti, la vivacità del gran Raffaello, il colorito del Correggio, di Tiziano, e del Veronese, il rilievo del Bassano, la nobiltà e verità de’ mai a bastanza lodati Carracci, fussero meno stimabili di quelle del suo Gio. da Capognano, e del nostro Geppe da S. Gimignano, l’uno e l’altro Pittori ordinatissimi; così dee credere ogni persona, che Uomini così dotti e savi, anzi primi lumi della letteratura, e, o Dilettanti, o Professori, che peregrinarono per l’Italia, e pel Mondo, non avrebbero scritto cosa tanto contraria al senso, quanto fusse, che l’opere di Cimabue e di Giotto, fussero superiori a quelle d’ogn’altro Pittore di que’ Secoli, e d’alcuni altri avanti, mentre che pure tante e tant’altre pitture, erano per tutta Italia e fuori, di diversi Maestri più antichi, e di que’ medesimi tempi ancora che Cimabue e Giotto operavano; né tante nobilissime Città d’Italia, e Provincie, avrebbono a gara proccurato d’avere a sé prima Cimabue e’ suoi Discepoli, e molto più doppo di lui il celebratissimo Giotto, per ornare i lor Tempj, il lor Monasteri, i Palazzi Reali, i Fori, i Tribunali, e quanti suntuosi Edificj sapeva la magnificenza loro esporre all’ammirazione degli Uomini. Tali furono, per camminar coll’ordine della Storia, Firenze, Ascesi, Arezzo, Pisa, Roma ne’ tempi di Bonifazio VIII. Avignone, e molti luoghi della Francia in tempo di Clemente V. Padova, Verona, ed altri luoghi dello Stato Veneto, Ferrara, Ravenna, Urbino, Lucca, Napoli, Gaeta, Rimini, Milano, e tutta la Toscana, per nulla dire delle Terre, Castella, Monasteri, ed altri luoghi sparsi per quelli Stati. A tutto questo aggiungasi, che la nobiliss. e virtuosiss. Città di Bologna, dove, per quanto si à da più Autori, ma particolarmente da Cherubino Gherardacci Eremitano, Scrittor della Storia di essa Città, fu chiamato Buonamico Buffalmacco, dice egli, eccellente Pittore a dipigner le storie de’ voltoni nella Cappella de’ Bolognini nella Chiesa di S. Petronio, ebbe quelle sue pitture in sì gran conto, che soggiunge il medesimo Autore, che furono fatti ripari, e difensivi per quelle sottrarre a i pericoli, e danni delle piogge.

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E pure l’opere di Buffalmacco Fiorentino, Discepolo d’Andrea Tafi, furon tanto peggiori di quelle di Giotto, quanto sono oggi, stetti per dire, le pitture di Giotto inferiori a quelle de’ miglior Maestri moderni: perché là dove quelle di Giotto ritengono anche nel nostro tempo un non so che di decoroso e di grave, e per conseguenza di bello e di dilettevole; quelle di Buffalmacco appena si posson vedere senza riso. Tanto che, dirò io, se nulla vale questo mio argumento, grande bisogna che sia la forza dell’opinione, e che due volte furon quei Secoli infelici, una per la scarsezza che era allora degli uomini di valore nelle bell’Arti, e l’altra per l’ottusità non meno di coloro che per le più nobili operazioni elessero Giotto Fiorentino, che degli altri, i quali con tali Encomij scrissero di lui, lasciando indietro tanti Artefici di gran lunga migliori di quello che egli si fosse. Ma perché non posso io a verun patto indurmi a credere contro ciò che io medesimo, nel confronto che ò fatto d’innumerabili pitture, che si facevano avanti a Cimabue e a Giotto, con altre di lor mano, per la Toscana ed altri luoghi d’Italia, per ciò né punto né poco mi sottoscrivo a quanto seguita a dir l’Autore, cioè che le sue nominate antiche pitture GIÀ COMINCINO A FAR RIMANER BUGIARDO CHI SCRISSE, CHE ALLORA, CHE PELL’INFINITO DILUVIO DE’ MALI, CHE AVEVAN CACCIATO AL DISOTTO LA MISERA ITALIA, LA PIÙ TOSTO PERDUTA, CHE SMARRITA PITTURA RINASCESSE PRIMA IN FIRENZE, CHE ALTROVE; anzi affermo colla sentenza universale di tutti i Secoli, anzi di tutti gli anni che son corsi da Cimabue fino a’ presenti tempi, e di tutti i gravissimi Autori, e de’ migliori Professori dell’Arte, e col testimonio dell’opere medesime, che verissima, anzi indubitata cosa fu, ed è, CHE ALLORA CHE PER LO INFINITO DILUVIO DE’ MALI, CHE AVEVAN CACCIATO AL DISOTTO LA MISERA ITALIA, LA PIÙ TOSTO PERDUTA, CHE SMARRITA PITTURA RINASCESSE PRIMA IN FIRENZE, CHE ALTROVE, nulla curando quanto per dar questa gloria alla propria Patria à scritto nel nostro secolo il Ridolfi Pittore, ed il Mancini Medico, per attribuirla anch’egli alla sua; perché per quanto si raccoglie dagli scritti del primo, egli non vidde l’opere di Giotto, e di Cimabue, né seppe mai ciò che di loro fu scritto dagli antichi Autori; ed in quegli del secondo, toltone una gran passione contro il Vasari, ed un soverchio affetto alla Patria, nulla se ne cava che aggiunga valore, alla sua propria, e pura asserzione. Fino a quì m’è piaciuto di ragionare di Cimabue, e di Giotto; e del primo mi è bastato il dire, ch’egli diede miglioramento alla goffa maniera Greca, che ne’ suoi tempi per tutti a quel modo il dipignere si costumava. Giotto poi ò io trattato come un Restauratore della Pittura, e attribuendogli quelle lodi ch’ei merita: anzi facendo come eco all’unite voci di tanti grand’uomini, e valenti litterati, ed Artefici nobili, che in sua vita, e dopo di lui fino a oggi pe’ tempi fiorirono; mi son contentato di dichiararlo, che che in contrario se ne dica il prementovato Autore, il buono e sovrano Maestro del suo tempo nell’Arte della Pittura, da sé restaurata ed ampliata.

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E sappiamo, ch’egli operò con Bruno e Buffalmacco, che visse fino al 1340.; ed io trovo pure nel nominato Archivio in un protocollo di ser Lando d’Ubaldino da Pesciuola, che rogò dal 1318 al 1339. che Domenico di Nozzo detto Calandrino prese moglie l’anno 1320. ed eccone le parole. Domina Margarita filia quondam Baldi Iunctæ Stamaioli Populi Sancti Remisij Uxor Dominici quondam Nozij vocati Calandrini Pictoris Populi, & Burgi Sancti Laurentij de Florentia; sicché se un suo filiuolo del 1320. già si accasava, cosa assai evidente sarà, che del 1301. Calandrino fusse già accasato, e forse anche di qualche tempo; ed avendo egli poi operato con Buffalmacco, non resta dubbio, ch’e’ non giungesse alla vecchiaia.

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Chi fusse il Maestro di Calandrino nell’arte della Pittura non è noto, stimo io però assai probabile, ch’egli uscisse dalla squola stessa, della quale era uscito l’inseparabil compagno suo Buffalmacco, che fu quella d’Andrea Tafi; e ciò mi persuade a credere non solamente la stretta amicizia, e continua pratica ch’egli ebbe con esso lui, ma l’avergli anche aiutato molto nell’opere; non essendo cosa né insolita, né impropria che un Pittore procuri al possibile di pigliare in suo aiuto Maestri, che abbino la propria scuola, e maniera;

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quanto a’ lavori di Calandrino, il citato Autore non fa menzione, che d’un solo, e fu quello che ora diremo. Era in que’ tempi in Firenze un ricco Cittadino chiamato Niccolò Cornacchini, che fra l’altre sue possessioni una ne avea in Camerata, Villaggio poco lontano dalle mura dalla parte di tramontana. Sopra questa fece egli fare un orrevole e bel casamento, e volendo poi far dipignere molte stanze del medesimo, a due Pittori Bruno, e Buffalmacco ne diede la cura, i quali perciò, perché il lavoro era molto, seco aggiunsero e Nello, e’l nostro Calandrino. Questo, secondo che si può dedurre dal racconto della Novella, dovette in quel luogo per assai tempo esercitar l’arte sua, né si ha notizia d’altri suoi lavori; e ciò non tanto perché il tempo, ch’è scorso da ch’egli operava, fino a questa nostra età, che sono poco meno di 400. anni, può da per sé stesso quelli aver distrutto, ma perch’egli eran di quella goffa maniera, che si usava in quell’infelice secolo dagl’imitatori de’ Greci, come era stato il Tafi, e doppo di lui Buffalmacco, mi fo a credere, che le stesse Pitture non abbian data grande occasione a coloro, che son venuti dipoi di molto averle in rispetto; onde sia toccato loro l’esser le prime a cedere il luogo all’altre più moderne.

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Venendo ora ad altri particolari di Calandrino , i quali da più luoghi pure del Boccaccio ò raccolti, dico ch’e’ fu Uomo semplice, e di nuovi costumi, di grossa pasta, avaro, e che volentieri beveva quando altri pagava; usò praticare il più del tempo con i già notati due Dipintori Bruno , e Buffalmacco , Uomini sollazzevoli molto, ma per altro avveduti, e sagaci, li quali con esso usavano; perciocché de’ suoi modi, e della sua semplicità sovente gran festa prendevano, ed a questi aggiunse un altro lor compagno pur Dipintore, che fu il soprannominato Nello . Ebbe per moglie una bella, e valente Donna, parente dello stesso Nello , chiamata Tessa , nome tronco di Contessa, che gli voleva bene, ma lo faceva stare a segno, usando con lui, com’e’ si suol dire, il pettine, e’l cardo.

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1681

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Non men grossa fu quella, che gli fece credere, che quando le macini fatte di macigno di Settignano , e di Montisci si fussero portate al gran Soldano d’Egitto legate in anella prima di forarle, se ne saria cavato gran tesoro, perché in quel paese erano assai più stimate, che gli Smeraldi, de’ quali là avevan montagne più alte, che Montemorello . Gli persuase, che in Mugnone torrente contiguo alla Città si trovasse una pietra nericcia di colore chiamata Elitropia, che rende invisibile chi la tiene addosso; onde egli invaghitosi di questa pietra, per adempire con l’aiuto di quella un cattivo pensiero suggeritogli dalla sua avarizia, d’andare invisibile a pigliar danaro alle tavole de’ Cambiatori, che moltissimi ne erano allora in Firenze , ne volle far consapevoli alcuni Pittori poveri Uomini come lui suoi amici, cioè i già nominati Bruno , e Buffalmacco , i quali come che fossero invitati al lor giuoco, seppero così bene reggere il lazzo, che vi seguirono cose troppe belle, finché avendogli coloro dato ad intendere, ch’e’ l’aveva trovata, e che già s’era fatto loro invisibile, egli se ne tornò a casa, dove fu scoperto dalla moglie; ma egli fondato sopra quella vana opinione del volgo, che le femmine ad ogni cosa faccian perdere la sua virtù, arrivò anche a credere ch’ella l’avesse fatta perdere all’ Elitropia , ch’e’ si credeva d’aver addosso.

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Un’altra volta questi suoi buoni compagni l’andarono a trovare in una sua Villuccia (in tempo, ch’e’ v’era solo) non molto lontana da Firenze, ch’egli aveva auta in dote dalla Tessa sua moglie, con animo di restarsi a cena da lui, e anche passarsi con esso, e alla sue spese qualche giornata. Al loro arrivo per mostrarsi un buon massaio, o come noi oggi diremmo un buono Economo, fecegli Calandrino di subito vedere un porco, ch’egli aveva morto in sul suo podere; ma per quel che toccò alla cena, per la sua solita taccagneria invitogli così alla trista, ch’e’ non vi vollero stare, e in quel cambio pensarono al modo di rubargli il porco, il che venne loro ben fatto. E dipoi con un bizzarro strattagemma seppero così ben fare, che diedero ad intendere a lui d’esser’ egli stesso stato quello che a sé medesimo l’avesse rubato; e di più riuscì loro con due paia de’ suoi capponi farsi pagare l’invenzione. Era seguita la morte d’una Zia di Calandrino, che gli aveva lasciato dugento lire di piccioli contanti, quando egli impazzando dietro a que’ danari diedesi a far disegni per quelli impiegare in beni stabili, e da li innanzi non si scopriva vendita di beni, alla quale egli non s’affacciasse, e come s’egli avesse avuto da spendere dieci mila scudi, non lasciava aver quiete a’ Sensali, perché gli aiutassero a conseguir l’intento, tenevane poi mercato, il quale sempre si guastava quando al prezzo del Podere si perveniva; ma Bruno, e Buffalmacco con gli altri suoi compagni avrebbon pur voluto, che que’ danari ad altro uopo servissero che a comprar terreno, e tuttavia il rimproveravano per lo pensiero, ch’e’ si prendeva di far co’ suoi procaccio di terra, quasi che avesse a far pallottole, e frattanto pensavano ogni modo di cavargliene qualcuno da dosso.

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1681

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A
Adorazione de’ simolacri proibita al popolo di Isdraele a car. 2.
Antermo antico Scultore 3.
Apollodoro antico Pittore 3.
Apelle antico Pittore 3.
Albero della casa di Cimabue 7.
Apologia a pro delle glorie della Toscana per l’assertiva del Vasari, ed onore di Cimabue, e Giotto Fiorentini 8.
Archilao prima di Socrate disputò del giusto e dell’onesto, e intorno alle leggi, con tutto ciò a Socrate fu dato l’onore d’esserne stato il primo ritrovatore 28.
Autori, che appresso i Greci scrissero avanti a Omero 28.
Avanti a Giotto si dipigneva nel Mondo 29.
Andrea Tafi, sua vita 30. Opere 31. il perché introducesse in Firenze il musaico e lo migliorasse 34. Si crede Maestro di Calandrino 65.
Apollonio Greco Pittore a Musaico 30. A Firenze 30. insegna al Tafi cuocere i vetri e far lavoro per il musaico a 30. sue opere in S. Gio. di Firenze 30.
Aidulfo Re de’ Longobardi 33.
Adualdo Re de’ Longobardi 33.
Arnolfo di Lapo Scultore e Architetto. vita 28.
Amicizia tra Oderigi, Giotto, e Dante 57.
Amicizia tra Calandrino, Bruno, e Buffalmacco 65.

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1686

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Discepolo d’Andrea Tafi, fioriva del 1310. Un di coloro, che uscirono della scuola d’Andrea Tafi Pittor Fiorentino, che dipigneva alla Greca fino avanti ai tempi di Cimabue, fu Buonamico Buffalmacco, che fu uno de’ più faceti, e burlevoli huomini del suo secolo, e come tale da Messer Gio: Boccaccio nelle sue cento Novelle venne celebrato. Visse costui ne’ tempi di Bruno, e di Nello, pur Fiorentini Pittori, ancor essi oltre modo piacevoli, insieme co’ quali fece le tanto risapute burle a Calandrino altro Pittore di quel tempo, huomo, che per la sua gran semplicità, anzi natural goffezza andò in proverbio, come nelle Notizie di lui sotto l’Anno 1300. aviamo accennato. Ebbe Buonamico dalla natura fin da Giovanetto dono di acutezza d’ingegno, e fu così pronto in trovare invenzioni, e ridicolose bizzarrie, ogni qual volta se glie le presentava la congiuntura, che niuno vi fu, che gli facesse mai cosa, che gli fusse stata di noia, al quale egli graziosamente non ne facesse tornare in capo, il danno, e la vergogna.

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1686

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Dipinse in oltre Buffalmacco nella Chiesa di S. Petronio di Bologna le storie de’ Voltoni nella Cappella de’ Bolognini l’Anno 1329. le quali per quello, che era stato veduto in pittura fino a quel tempo in essa Città, furono avute in tanto pregio, che furono loro fatti ripari, e defensivi per quelle sottrarre a’ pericoli, e danni delle pioggie, come attesta Cherubino Gherardacci Eremitano nella sua storia di Bologna. Resta tuttavia di sua mano assai ben conservata una Imagine di Maria Vergine col Bambino, ed un S. Gio: Batista, e S. Antonio in un Andito fra la Chiesa, e la Casa della Parrocchiale di S. Stefano a Calcinaia, luogo sei miglia presso di Firenze di sopra alla strada Pisana, ed è quella pittura stessa, nella quale il Pittore volendo mostrare la bizzaria, o pazzia, che vogliamo dire del suo cervello fece quanto racconta il Vasari nella Vita di lui, ed io taccio per meglio.

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1686

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Finalmente perché rare volte accade, che simili huomini di buon tempo, si dieno a pensare a tutto ciò che col crescere dell’età, e col mancar delle forze è per succeder loro, nel fine si condusse costui dopo i gran guadagni, fatti ne più verdi anni, in tanta povertà, che trovandosi privo d’ogni aiuto, aggravato da infermità, nello Spedale di Santa Maria Nuova finì miseramente i giorni suoi, e nel luogo detto fra l’ossa, Cimiterio de’ Miserabili. Fu dato al suo corpo sepoltura secondo’l Vasari l’Anno 1340. lo però ritrovo, che Buonamico Cristofani (cioè di Cristofano) detto Buffalmacco, fu descritto nell’antico libro degli huomini della Compagnia de’ Pittori l’Anno 1351. onde fa di mestiero il dire, che egli molto sopravvivesse a quel che dice il Vasari.

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1686

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Discepolo d’Andrea Tafi, fiorivano nel 1310. Quando egli adiviene che alla vista degli uomini, si scuopra alcun nuovo cervello, il quale o per industria, o per naturale bizzarria, o per altra qualsisia bella qualità, abbia del singulare, s’accendono non poco gli animi curiosi ad investigarne ogni fatto, ogni detto, ogni pensiero; ma se talvolta egli accade che, alla conversazion di questo tale s’aggiungano altri del medesimo umore, si vedono ,e si sentono cose tanto belle, quanto veramente dir si possa. Occorse ciò in Firenze (per quello che è a nostra notizia più che in altro tempo) nel secolo del 300. allora che Buonamico Buffalmacco, uomo per certo ingegnoso, e di belle invenzioni, lontano da ogni malinconia, e tutto dedito al godere, si dette al frequentare la Bottega d’un certo giovane Sensale di Professione, chiamato Maso del Saggio, la quale era un ridotto di Cittadini, e di quanti piacevoli uomini aveva la nostra Città, e con tale occasione fece, o pure accrebbe amicizia, e pratica con Bruno, e Nello l’uno, e l’altro Pittori, ed in tutto simili a lui e di genio, e d’umore; onde avvenne che non solo ne sollazzò quell’età, ma da i loro altrettanto ridicolosi, quanto strani ritrovamenti prese materia il nostro celebre favoleggiatore Boccaccio d’arricchire il suo Decamerone, impiegando la sua penna in dar notizia di loro anche ai posteri.

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Ne sia chi dica, che le cose, ch’ei raccontò di costoro, fossero pure invenzioni per abbellimento de’ suoi Scritti, perché non solo sappiamo noi di certo per molti indubitati riscontri, che furono al mondo questi tali uomini, de’ quali ei parlò, che egli non averìa nominati in cose tali, s’elle non fossero state vere, ma io stesso ricercando fra l’antiche Scritture, ho ritrovato essere anche verissime alcune delle più minute circostanze, che egli ci propone ne’ suoi racconti, come potrà nelle notizie, che ho dato di Calandrino, ciascheduno vedere a suo piacimento. Or perché di Buffalmacco, del quale diffusamente anche scrisse il Vasari, ho ragionato quanto basta a luogo suo; Venendo ora a questi due; Bruno di Giovanni, e Nello di Dino, dico; ch’io tengo per cosa assai probabile, ch’egli uscissero della Scuola del Tafi, e ciò mi persuade non solo il continovo operar, ch’e’facevano con Buffalmacco, che forse a cagione di tenere essi la propria maniera sua gli volle a lavorar sempre seco, ma anche la continova e stretta amicizia, e pratica, che sempre passò, fra di loro; se non volessimo dire ch’egli avessero imparata l’arte da lui; ma questo però non è punto probabile, perché dice il Boccaccio, che Bruno e Buffalmacco erano soliti lavorare nel Munistero delle Donne di Faenza, e se vogliamo credere al Vasari, egli afferma che le Pitture di Buffalmacco in quel Munistero fossero delle prime opere, ch’ei facesse; onde non potevan costoro operar nel medesimo luogo, e tempo con lui ancor principiante, ed essere suoi Discepoli.

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Or sia com’esser si voglia; cominciamo a dire alcuna cosa di Bruno. Ne’ tempi, che Buffalmacco s’era co’ suoi fantocci in quella grossa età guadagnato nome di gran Maestro, furongli date a fare molte opere per la Toscana, e fra l’altre ebbe a dipignere in Pisa nella Badia di San Paolo a Ripa d’Arno, allora de’ Monaci Vallombrosani, tre bandi della Crociera di quella Chiesa da terra a tetto, con Istorie del Vecchio Testamento dalla creazione del primo Uomo fino all’edificazione della Torre di Nembroth, e similmente Storie di Santa Anastasia, in che si portò alquanto meglio del suo solito. In questa grand’opera dunque fu compagno di Buonamico questo Bruno di Gio: onde potiamo noi affermare ch’ei fosse, per quel che comportava quel Secolo, un bravo, e spedito Maestro. Dopo aver dato fine a quel lavoro, fu ordinato a lui solo il dipignere nella medesima Chiesa l’Altare di Sant’Orsola colle Vergini sue Compagne, e fece egli quella Santa in atto di sostenere uno Stendardo coll’Arme di Pisa, che è una Croce bianca in campo rosso, e di porgere l’altra a una Femmina, che fece vedere fra due Monti toccante con uno de’ piedi il Mare, che ancor essa pure porge alla Vergine l’una, e l’altra mano in atto di chiedere aiuto, e questa figurò egli per la stessa Città di Pisa. Nel far questa Pittura non faceva altro costui, che rammaricarsi, che quelle sue figure non avevan tanto del vivo, quanto quelle di Buonamico: Onde lo stesso Buffalmacco, il quale alle occasioni, che gli venivano di dar la quadra, non la perdeva mai per corta, disse volergli insegnare un bel modo per far sì, che le sue figure non solo avessero del vivo, ma parlassero ancora, e così fecegli scrivere alcune parole, che parevano uscir di bocca a quella femmina, che alla Santa chiedeva aiuto, ed altre, con che rispondeva la Santa a lei. E perché a chi non passa più là coll’ingegno, e non ha capitale d’intelligenza, senza esaminar la cosa se buona, o cattiva sia, basta solo il poter dire, che così parve al Maestro; questo ripiego piacque non solo a Bruno, ma ad ogni altro goffo artefice di que’ tempi, a segno tale, che passando in uso comune, fu poi anche da più lodevoli Pittori messo in pratica nell’opere, ch’e’ fecero nel Campo Santo; or qui è da notare un errore, che si riconosce in un Libro d’incognito Autore Franzese venuto in luce in questi tempi intitolato Noms de Peintres les plus célèbres, et plus connus, anciens, et modernes, là dove egli afferma, che di questo modo di far parole ch’escano dalle bocche delle figure, fosse inventore Buonamico; sapendo noi per altro, che questa medesima debolezza aveva per avanti fatta nella medesima cittàCimabue.

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Tornandosene poi Bruno con Buffalmacco a Firenze, dipinse nella Chiesa di Santa Maria Novella ad istanza di Guido Campese, allora Contestabile de’ Fiorentini, una Storia di san Maurizio, e suoi Compagni martirizzati per la Fede di Giesù Cristo, la quale Storia fece in una facciata larga quanto è lo spazio fra le due colonne; in questa ritrasse esso Guido tutto armato, e dietro a lui molt’uomini d’arme pure armati al modo antico, mentre Guido sta genuflesso in atto d’adorazione d’una Imagine di Maria Vergine, e appresso a lui San Domenico, e Sant’Agnese. Condusse egli tutta quest’opera di sua mano, ma però con disegno, ed invenzione di Buonamico; da questa attesta il Vasari d’aver cavato molte invenzioni d’armadure, che usavano in quei tempi, e servitosene nella Sala di Palazzo Vecchio.

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Altre opere di Bruno non sono a mia notizia, salvo che quel poco di più, che si ha nel Decamerone, che accennerò brevemente appresso; ma prima è da sapersi, come era in quei tempi in Firenze, ed abitava nella via del Cocomero vicino alla Casa di Buffalmacco, e di Bruno, un certo Medico Bolognese chiamato Maestro Simon da Villa, uomo di cervello si grosso, e dozzinale, che più non sì può dire, e avria creduto ch’e’ sapessero volare gli asini come gli uccelli. Costui per sua svenevolezza avendo dato alle mani di Bruno, e per opera dello stesso anche di Buffalmacco fu da essi così ben pelato, quanto mai altro tale, che venisse loro fra l’ugna, ed oltre a ciò feciongli quel tanto risaputo scherzo di dargli a credere di volergli fare aver per moglie una gran Dama da loro immaginata, alla quale avevan dato nome la Contessa da Civillari, e dopo essersi con varie beffe, che gli fecero, presi gran gusto di lui, finalmente col farlo nel più scuro della notte cadere in una gran fossa di brutture fu dato fine al trattato.

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Per costui dunque fece Bruno quanto dice il Boccaccio, parlando del continovo mangiare, che questi Pittori facevano alle spese del Medico, ed eccone le sue parole. Era sì grande, e sì continova questa loro usanza, ch’e’ non parea che senza Bruno il Maestro potesse, né sapesse vivere. Bruno parendogli star bene, acciocché ingrato non paresse di questo onor fattogli dal Medico gli aveva dipinto all’entrar della casa, e sopra l’uscio della via uno rinale, acciocché coloro, che avevano del suo consiglio bisogno, il sapessero riconoscer dagli altri, e in una sua loggetta gli aveva dipinta la battaglia de’ Topi, e delle Gatte, la quale troppo bella cosa pareva al Medico.Sin qui il Boccaccio; e questo è quanto notizia, dopo quattrocento anni in circa, aviamo di questo Artefice, il quale è forza di dire, che avesse assai lunga vita, perché io lo trovo nominato col nome di suo Padre in un Contratto di Ser Ricco Mazzetti fino a’ 9 ottobre 1301, e lo veggo anche descritto nell'antico Libro della Compagnia de’ Pittori l’Anno 1350, un anno avanti che ne fosse descritto il suo Buffalmacco.

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Venendo ora a ragionare di Nello poco farà di mestiero dirne, avendone noi a bastanza parlato nelle Notizie di Calandrino, della moglie del quale chiamata la Tessa fu parente costui; dirò solo ch’egli si trovò sempre a tutte le burle, che furon fatte a Calandrino da Buffalmacco, e da Maso del Saggio. Collo stesso Buffalmacco ebbe mano nelle Pitture della Villa di Camerata di Niccolò Cornacchini, dove anche Calandrino per qualche tempo dipinse; e trovasi anch’egli essere stato descritto nell’antico Libro della Compagnia de’ Pittori l’anno stesso, che Bruno fu descritto, un anno prima di Buffalmacco, dove si vede nominato il Padre suo, che si chiama Dino, che è lo stesso che Bandino; e di questo trovo io un altro riscontro in un Instrumento de’ 14 Settembre 1306 rogato Ser Uguccione Bondoni, ove Nello di Bandino Pittore è nominato; dal che ancora si ricava, che anche Nello ebbe altresì lunga vita.

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Or io, per non lasciar a dietro notizia, benché piccola, che mi sia data alle mani d’alcuni di loro, dirò di Bartolo Gioggi Pittore de’ tempi di Buffalmacco, ciò che di lui scrisse Franco Sacchetti nella Novella 170. e perché quest’opera non è fatta comune a tutti, conservandosene però il Manuscritto nella rinomata Libreria di San Lorenzo, mi farò lecito recare in questo luogo colte a verbo le parole proprie dell’Autore; dice egli dunque così: Non fu meno nuovo che Buffalmacco, Bartolo Gioggi Dipintore di Camere, il quale avendo a dipignere una camera a Messer Pino Brunelleschi, essendogli stato detto, che tra gli alberi di sopra dipignessi molti Uccelli, nella fine essendo il detto Messer Pino in contado per ispazio d’un mese, essendo la dipintura quasi compiuta, e Messer Pino veggendo la camera col detto Bartolo, il quale gli domandava denari. Messer Pino avendo considerato ogni cosa, disse: Bartolo tu non m’hai servito bene, ne come io ti dissi, però che tu non hai dipinti tanti Uccelli, quanti io volea; il quale Bartolo subito rispose, Messere io ce ne dipinsi molti piu, ma questa vostra.famiglia ha tenuto le finestre aperte, onde se ne sono usciti, e volati fuori maggior parte. Messer Pino udendo costui, e conoscendolo gran bevitore disse: Io credo bene, che la famiglia mia ha tenuto aperto l’uscio della Volta, e atti dato bere per si fatta forma, che tu m’hai mal servito, e non serai pagato come credi. Bartolo volea denari, e Messer Pino non gli li volea dare, di che essendo presente uno, che haveva nome Pescione, e non vedeva lume, assai criatura del detto Messer Pino, disse Bartolo Gioggi voletela voi rimettere nel Pescione? Messer Pino disse di si, il Pescione comincia a ridere, e dice: Come la volete voi rimettere in me, che non veggio lume? che potrei io veder quest’uccelli, o come? elle furon parole; che la rimessero in lui; il quale essendo studiato, e massimamente da Bartolo Gioggi, volle sapere quanti uccelli Bartolo haveva dipinti, e con certi Dipintori autone consiglio, cenando una sera di verno col detto Messer Pino, il Pescione disse, che sulla questione di Bartolo Gioggi haveva hauto consiglio da piu, e da piu, e veramente di quelli uccelli, che nella camera erano dipinti, Messer Pino se ne potea passare. Messer Pino non dice che ci è dato; subito si volge al Pescione, e dice: Pescione, escimi di Casa. La notte era; il Pescione dicea: perché mi dite voi questo? e quelli dice: io t’intendo bene; escimi di casa, e a un suo famiglio, che haveva nome Giannino, che non aveva se non un occhio, dice: togli il lume Gianni, fagli lume; il Pescione essendo già alla scala dicea: Messer io non ho bisogno di lume, e quelli dicea: io t’intendo bene, vatti con Dio, fagli lume Gianni, io non ho bisogno di lume, e a questo modo il Pescione senza luce, e Giannino con un occhio, e con un lume in mano scesono la scala, e’l Pescione se n’andò a Casa dall’una parte soffiando, e dall’altra ridendo, e poi di questa Novella facendo rider molti, con cui usava, e stette parecchi mesi innanzi che Messer Pino gli rendesse favella, e Bartolo Gioggi a lungo andare fece un buono sconto se volle esser pagato. Io per me non so qual fu più bella Novella di queste due, o’l subito argomento di Bartolo Gioggi, o il lume, che Messer Pino faceva fare al Pescione vocolo; ma tutto credo che procedesse o di non pagare, o dilungare il pagamento. Fin qui il Sacchetti. Parmi di poter affermare, che quest’Artefice avesse un figliuolo, che esercitò ancor’esso l’arte della Pittura, che io credo quegli appunto, che trovasi registrato nell’antico Libro della Compagnia de’ Pittori, e dice Taddeo di Bartolo Giorgi Dipintore, e quella differenza che è tra Gioggi, e Giorgi par che possa attribuirsi o ad errore di scrittura, o a scambiamento di pronunzia.

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Discepolo di Buonamico Buffalmacco, nato 1307. ? 1365. Attese costui non meno all’arte della pittura nella scuola di Buonamico Buffalmacco, che a quella di prendersi tutti i sollazzi, staatre propria del maestro suo; onde non fu gran fatto, che siccome Buonamico avendo menato sua vita accompagnata da povertà, e finalmente nel pubblico Spedale si morì; questo suo discepolo ancora, che in ogni cosa volle essere imitatore del maestro, non avendo mai riportato alcun profitto, né da’ guadagni del suo mestiero, ne dalle eredità, che gli pervennero di taluno ch’egli mai non pensò, nella fine sua si trovasse si povero, che appena fusse stato bastante il suo avere per dare al suo corpo sepoltura. Diede costui i primi saggi di suo parere nella terra d’Empoli, quindici miglia distante dalla Città di Firenze, dove nella Pieve dipinse a fresco con istraordinaria diligenza la Cappella di san Lorenzo con istorie della vita di esso santo. In san Francesco d’Arezzo colorì l’anno 1344. l’Assunzione di Maria Vergine, e nella Pieve la Cappella di sant’Onofrio, e quella di sant’Antonio; e fece in santa Giustina, e in san Matteo alcune pitture, che poi colle medesime Chiese perirono nell’occasione di farsi, per ordine del Granduca Cosimo I. in quella Città alcune nuove fortificazioni.

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Rispetto a quanto si è detto della Cappella de’ Martini è da notarsi come questa in antico era nel luogo appunto, ove ora veggiamo il bel ricetto della Cappella di sant’Antonino fattavi da’ Salviati per dar luogo al sacro Corpo del santo. Per la famiglia degli Spinelli colorì a fresco nella sopradetta facciata di santa Croce la storia di san Tommaso, che alla presenza degli altri Apostoli tocca la piaga al Signore; ed appresso a questa, la figura del san Cristofano alta dodici braccia, e mezzo, della quale non era fino a quel tempo stata veduta la più proporzionata, ed anche la maggiore, toltone il san Cristofano di Buffalmacco; e pe’ Frati di quel Convento dipinse pure a fresco tutte le figure e storie, che fino ad ora si veggono dentro la porta del Martello. Qui diede egli materia per lo nascimento di quel detto fattosi ormai molto familiare di chi vuol piacevolmente esplicare la prestezza d’un pittore nel dipignere, cioè io fo un santo, e vengo; perché nel dipignere, che faceva una mattina Lorenzo in quel luogo, essendosi già l’ora fatta ben tarda, chiamato a tavola dal Guardiano disse, fate fare le scodelle a vostra posta, che io fo intanto una figura e vengo. Dipinse poi molti tabernacoli nelle facciate, e cantonate di varie strade, case, e Monasterj in Firenze, parte delle quali ha pure il tempo disfatte, restando però assai bene conservato quello della via de’ Martelli, dove nella facciata d’una casa di quella famiglia è figurata Maria Vergine con Gesù; ed il vedere che Lorenzo operò per casa Martelli, mi conferma nella credenza di cio, che dicemmo di sopra, che Donatello, che fu poi sempre parzialissimo della stessa casa, fosse stato suo discepolo.

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B Badia di Firenze 45. Bartolo Gioggi pitt. sua vita 28. Bartolommeo Bologhini pitt. sua vita 70. Bartolommeo di Fredi pitt. Sanese sua vita 83. Bastioni, e ripari fattisi nella Città di Firenze 32. Battisterio in S. Giovanni di Pisa 8. Battisterio della pieve di S. Maria in Caliaula 8. Benedetto IX. da Treviso suo ritratto 4. Benvenuto da Imola Comentatore di Dante, coetaneo del Petrarca. Manoscritto nella Libreria di S. Lorenzo 2. Bernardo Orcagna pitt. 64. sua vita 69. Bernardo Nello Falconi Pisano pitt. 68. Bernardo Daddi pitt. sua vita 70. Bernardo da Siena pitt. sua vita 95. Bernardino Poccetti pitt. Fior. 45. 104. Bottega di Maso del Saggio nel Secolo del 1300. raddotto de’ più piacevoli uomini, che avesse allora la nostra Città 25. Bruno pitt. Fior. 11. sua vita 25. Buonamico Buffalmacco pitt. sua vita 11. suo ritratto 12. Muore allo Spedale 13.

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C Caladrino pitt. Fior. 11. 26.27. Campo Santo di Pisa 4. 31. 55. 65. 69. Campana del Popolo di Firenze da chi fatta suonare 33. Campanile di Pisa da chi finito 38. Campanile di S. Maria del Fiore da chi finito 37. Cappella di S. Iacopo in Pistoia 34. Cappella della Sacra Cintola di Prato 40. Cappella degli Strozzi in S. Maria Novella dipinta 64. 69. Cappella Maggiore di S. Maria Novella de’ Ricci dipinta 69. Cappella degli Ardinghelli in S. Trinità dipinta 94. Cappella de’ Brancacci nel Carmine 109. Cappella della nobile famiglia de’ Compagni in S. Trinita 100. Cappella della nobile famiglia de’ Martini in S. Marco 99. Cappella della nobile famiglia de’ in S. Croce 102. Cappella di S. Ranieri in Pisa nel Duomo 8. Capitolo di S. Spirito 4. Capitolo di S. Maria Novella 4. 27. Capitoli della Compagnia de’ Pittori 48. approvati dall’Ordinario 54. Cardinale di Prato 4. Cardinale Latino benedice la prima pietra nel fondamento della gran Chiesa di S. Maria Novella l’anno 1279. de’ Frati Predicatori, con lasciare in piedi l’antica Cappella della Chiesa piccola, ove avean dipinto i Pittori Greci, stati maestri di Cimabue, non ostante quanto ne dica un moderno 55. Carlo Cesare Malvasia Istorico 2. 35. Castel S. Angelo da chi riformato 107. Caterina figliuola di Giotto 33. Cav. Carlo Ridolfi scrittori delle vite de’ Pittori Veneti 77. Cav. Messer Niccolaio di Iacopo degli Alberti fondatore della Chiesa in Orbatello 7. Cecco d’Ascoli sue composizioni nella Libreria di S. Lorenzo 65. Cennino Cennini da Colle di Valdelsa pitt. sua vita 90. Cherubino Gherardacci Eremitano Istorico 13. Chiesa di S. Maria a Ripa d’Arno in Pisa 12. 26. Chiesa di S. Petronio di Bologna 13. pitture fattovi da Buffalmacco 13.

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B Badens, Francesco, decenn. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 244. Badens, Giovanni, decennale 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 244. Bacchiacca, Francesco d’Ubertino, decenn. 4. del sec. 4. a c. 290. Backer, Jacopo, decenn. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 375. Bajardo, Gio. Batista, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 533. Balassi, Mario, decenn. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 233. Baldovinetti, Alesso, decenn. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 87. Balducci, Gio. detto Cosci, decenn. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 218. Vedi Cosci. Balestri, Pietro, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 528. Bally, David, decenn. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 379. Balten, Pieter, decenn. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 265. Bembi, Bonifazio, e Francesco, dec. I. del sec. 4. a c. 199. Bandini, Gio. di Benedetto, decenn. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 187. Barbatelli, Bernardino, decenn. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 241. Vedi Poccetti. Barbieri, Cav. Gio. Francesco, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 270. Vedi il Guercino. Barbone, Jacopo, decenn. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 225. Barent, decenn. I. del sec. 4. a c. 192. Baretsen, Dirick, decenn. 2. della parte 2. del sec. 4. a c. 146. Barocci, Federigo, decenn. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 110. Bartoli, Domenico, decenn. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 86. Bartolo Gioggi, decenn. 2. del sec. 2. a c. 28. Bartolo di Fredi, decenn. 7. del sec. 2. a c. 84. Barozzi, Jacopo, decenn. 4. del sec. 4. a c. 321. Vedi da Vignola, e vedi il Vignola. Bartolommeo del Rosa, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 591. Baßetti, Marc’Antonio, decenn. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 292. Buti, Lodovico, decenn. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 124. Battiloro, Taddeo, decenn. 2. della parte 2. del secolo 4. a c. 170. Vedi Curradi. Batista d’Agnolo Veronese, detto Batista del Moro, decenn. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 55. Bavvur, Gio. Guglielmo, decenn. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 197. Beccafumi, Domenico, decenn. I. del sec. 4. a c. 196. Vedi Mecherino. Beck, David, decenn. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 376. Belearo, Damiano, decenn. 8. par. 2. del sec. 3. a c. 133. Bellini, Giovanni, decenn. 7. par. 2. del sec. 3. a c. 124. Beltraffo, Gio. Antonio, decenn. 2. del sec. 4. a c. 213. Benfatto, Luigi, decenn. 3. della parte 2. del sec. 4. a c. 240. Vedi Friso. Berckmans, Errico, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 416. Berna, il Berna da Siena, decenn. 8. del sec. 2. a c. 95. Bernino, Gio. Lorenzo, decenn. 2. della par. 1. del sec. 5. a c. 54. Benso, Giulio, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 536. Bertolodo, decenn. I. della par. I. del sec. 3. a c. 41. Bianchi, Francesco Buonavita, dec. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 74. Bianucci, Paolo, decenn. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 82. Bilivert, Giovanni, dec. 2. della p. I. del secolo 5. a c. 68. Bylort, Gio., decenn. 4. della p. I. del sec. 5. a c. 378. Bizelli, Gio. di Francesco, decenn. 2. della p. 3. del sec. 4. a c. 266. Bloemart, Abraam, decenn. 2. della p. 3. del sec. 4. a c. 241. Bloemart, Cornelio, dec. 3. della p. I. del sec. 5. a c. 238. Boccacci, Boccaccino, decenn. 2. del sec. 4. a c. 226. Boccacci, Boccaccio, decenn. I. del secolo 4. a c. 199. Boccanera, Marino, decenn. 3. del secolo I. a c. 43. Boel, Pietro, decenn. 7. della par. 2. del sec. 7. a c. 624. Boering Sindeschaer, Gregorius, decenn. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 70. Bol, Hans, dec. 5. del sec. 5. a c. 354. Bologhini, Bartolommeo, decenn. 6. del sec. 2. a c. 70. Giovanni, decen. 2. della parte 2. del sec. 4. a c. 120. Bolzone, Luciano, decenn. 2. della parte I. del sec. 5. a c. 159. Bossaert, Tommaso Willeborts, dec. 4. della par. I. del sec. 3. a c. 376. Borromino, Francesco, decenn. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 370. Bosboon, Simone, decenn. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 378. Boschi, Alfonso, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 426. Boschi, Prete Francesco, decenn. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 428. Boschi, Fabbrizio, decenn. 2. della parte 3. del sec. 4. a c. 250. Boscoli, Andrea, decenn. 3. della parte 2. del sec. 4. a c. 209. Bos, Jeronimo, decenn. 3. del sec. 4. a c. 242. Botalla, Gio. Maria, decenn. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 159. Vedi Raffaellino Botalla. Bot, Gio., decen. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 375. Botticelli, Sandro, decenn. 8. par. 2. del sec. 3. a c. 137. Vedi Filippi. Braccelli, Gio. Batista, decenn. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 419. Bramer, Lionardo, decenn. 3. della parte I. del sec. 5. a c. 197. Brandi, Diacinto, decenn. 6. della parte 2. del sec. 6. a c. 613. Bresciano, Tommaso Sandrino, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 292. Brilli, Matteo, e Paolo fratelli, decenn. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 186. Brisone, Gio. Batista, decenn. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 295. Brueghel, Pieter, decenn. 5. del sec. 4. a c. 335. Bruno di Giovanni, decenn. 2. del sec. 2. a c. 25. Brusasorci, Domenico, decenn. 4. del sec. 4. a c. 320. Vedi Riccio. Brusasorci, Felice, decenn. I. della parte 3. del sec. 4. a c. 212. Vedi Riccio. Buccklaer, Giovachim, decenn. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 77. Buffalmacco, Buonamico di Cristofano, decen. 2. del sec. 2. a c. 11. Bugiardini, Agostino, dec. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 83. Vedi Ubaldini. Brunel, Jacopo, decenn. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 273. Buontalenti, Bernardo, decenn. 2. della par. 2. del sec. 4. a c. 89. Butteri, Gio. Maria, decenn. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 171.

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Venuto a Firenze Papa Eugenio IV, per causa del Concilio, in cui fu unita la Chiesa Greca colla Latina, ebbe a fare per esso Pontefice molte belle cose, delle quali fu riccamente ricompensato. Intanto essendo state date gran lodi, in Italia e fuori, alla città di Firenze per la bella opera ch’ella aveva esposto al pubblico della Porta di S. Giovanni, deliberarono quelli della stessa Arte de’ Mercatanti, che e’ gettasse la terza Porta. Questa fu da Lorenzo spartita in dieci quadri, cinque per parte, ne’ quali rappresentò Storie del Vecchio Testamento, la creazione d’Adamo ed Eva, la transgressione del precetto, la cacciata del Paradiso, con altre, che io lascio per brevità, per essere state da altri descritte. Ed in vero, che questo Artefice cresciuto e d’animo e di studj, si mostrò in quest’opera di gran lunga superiore non solo a sé stesso, ma a quanti mai avessero operato per molti secoli fino al suo tempo: e dove le figure della prima Porta, ed anche la statua del S. Gio: Batista dimostravano di ritenere un non so che dell’antico modo d’operare Giottesco, questa riuscì della più maravigliosa maniera, che mai immaginar si possa; onde gli uomini dell’Arte fecero tor via la porta di mezzo, fatta già da Andrea Pisano, ed in suo luogo porre quella di Lorenzo, e quella d’Andrea fecero situare rimpetto alla Misericordia. Le lodi, che furono date a Lorenzo per quest’opera veramente maravigliosa, non si possono rappresentare: basterà solo il dire, che fermatosi un giorno ad osservare queste belle porteMichelagnolo Buonarroti, richiesto del suo parere, ebbe a dire: elle son tanto belle, ch’elle starebbon bene alle porte del Paradiso. Impiegò il Ghiberti in tutte due queste porte lo spazio di 40. anni in circa: e fu ajutato a rinettarle e pulirle da molti allora giovani, che tutti poi fecero grandissima riuscita nell’arte di Pittura e Scultura. Tali furono il Brunellesco, Masolino, che poi sotto lo stesso Gherardo Starnina, stato maestro di Lorenzo, attese alla Pittura, Niccolò Lamberti, Parri Spinelli, Antonio Filareto, Paolo Uccello, e Antonio del Pollajuolo, allora fanciulletto. Circa il luogo, dove furono queste porte lavorate, dice queste parole: Dopo fatta e secca la forma con ogni diligenza in una stanza, che aveva compero dirimpetto a S. Maria Nuova, dove e oggi lo Spedale de’ Tessitori, che si chiama l’Aja, fece una fornace grandissima, la quale mi ricordo aver veduto, e gettò di metallo il detto telajo: fin qui. Ma io mi persuado, che non dispiacerà al Lettore l’avere dello stesso luogo e suoi annessi una più minuta descrizione, che trovo fatta in uno strumento, rogato da Ser Matteo di Domenico Zafferani alli 12. di Maggio 1445. cioè: Domina Maritana, filia olim Taldi Ricchi Taldi, et uxor Michælis Jacobi Vanni Cittadini Setaioli pp. S. Margherite vendidit ven. viro presbitero Andreæ de Simonis, Rectori et Hospitalario Hospitalis S. Marie Nove de Florentia, unam Domum cum volta, terreno, cucina, puteo, salis, cameris, et aliis edificis ad d. domum pertinent. posit. in pp. S. Michælis Vicedominorum in via de Santo Egidio. cui a p. dicta via, a 2. bona dicti Hospitalis, a 3. e 4. hortus et area, ubi fabbricantur Januæ S. Johannis Bapt. de Florentia, pro pretio flor. ducentorum sexaginta auri, quam Domum d. Venditrix asseruit emisse anno 1438. a Domina Piera Vidua filia q. Lapi Francisci Chursi, et uxore olim Bartoli Laurentii Cresci Tintoris, etc. È anche fatta menzione di questo luogo nell’originale strumento di Lodo fra Vettorio e i figli soprammentovato. Quedam Domus, seu apotheca, sive quædam Casolaria cum hortis, curiis, et portichis, et puteo, et sala, et chameris, et habitationibus, et edificiis, ad quæ habetur introitus, et aditus, et exitus in via, et per viam S. Mariæ Novæ de Florentia, sic vulganter denominata per ostium, et anditum ad dictam, et in dicta via respondentem, etc. cui, et quibus bonis prædictis, a primo dicta via, a 2. bona HospitalisS. Mariæ Novæ de Florentia, a 3. Societatis S. Zenobii, et seu della Compagnia delle laudi, a 4. bona dicti HospitalisS. Mariæ Novæ de Florentia, infra prædictos confines, vel alios si qui forent plures aut veriores, in quibus apotheca, et porticis, et habitationibus, et cippo bonorum predictorum fuerunt, ut vulgo dicitur olim in vita M. d. Laurentii patris dicti Victorii, lavorate le porte di S. Gio: di Firenze. Circa al tempo de i 40. anni, che impiegò il Ghiberti in far il lavoro delle porte, disse bene, che ne diede tal notizia; perché s’è trovato in un libro di Ser Noferi di Ser Paolo Nemi Notajo de’ Signori appo agli eredi del già Stefano Nemi, che in dì 7. di Gennaio 1407. fu concessa licenza a Lorenzo Ghiberti, maestro, ed a Bandino di Stefano, Bartolo di Michele, Antonio di Tommaso, Maso, Cristofano, Cola di Domenico di Gio: e Barnaba di Francesco tutti lavoranti nel lavoro delle porte di S. Gio: di potere andare per Firenze per tutte l’ore della notte, ma però con lume acceso e patente. E mostra l’altro citato strumento, che l’anno 1445. ancora si fabbricavano le porte.

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