Nominativo - Barbarossa (Federico I imperatore, detto il)

Numero occorrenze: 3

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

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Questi poi, per disgusti ricevuti da Sofia, la moglie di Giustino minore Imperadore, chiamò in Italia, fino dalla bassa Germania, e dal paese posto fra il fiume Odera, e il fiume Elba, altre barbare nazioni, sopra i nomi delle quali discordano fra di loro gli scrittori, e che poi giunti in Italia si chiamarono Longobardi: e fu questo quell’infelice tempo, nel quale, per quanto gravissimi autori lasciarono scritto, si viddono nell’aria quegli eserciti di armati, quelle taglienti spade e lance, che dalle parti Aquilonari, verso le parti nostre a tutto volo correvano. Sotto la crudeltà di queste fiere, fu luogo alla misera Italia di ripensar con gusto piuttosto, che di ricordarsi con orrore, delle crudeltà sofferte per un corso di settantasette anni dalla barbarie de’ Goti, dalla quale pure sedici anni avanti si era sottratta; poiché spogliati i campi delle biade, e de’ frutti, smantellate le città, atterrate le fortezze, abbruciate le chiese e i monasterj, e uccisa ogni gente, fu per ogni parte fatto correre l’umano sangue. Essendo poi Alboino, il quarto anno del suo Regno in Italia, per opera della moglie, stato scannato: e Cleso suo successore, pure anch’esso stato ucciso col ferro da un servo; e creati poi da’ Longobardi, in luogo di Re, diversi Duchi; e tornati a creare nuovi Re, senza però deporre la nativa insolenza e barbarie verso la misera Italia; era già arrivata la cosa a tal segno, che quei pochi Italiani, a cui fu possibile il farlo, si erano quasi tutti rifuggiti nell’Elba, ed altri luoghi e isole de’ vicini mari, con che provarono il loro ultimo esterminio le buone arti, ed insieme coloro (se pure alcuno ve n’era rimaso) che quelle professar potessero: ed in ogni parte, in cambio di esse, ebbe luogo la crudeltà, la tirannide, ed ogni altro malvagio costume. Spenti dunque in tutto e per tutto gli artefici, restava solo, che perissero quasi tutte le pochissime opere loro, alle quali aveva perdonato il fuoco; quando non erano appena passati cento anni, da che l’infelice Roma aveva sofferte l’insolenze de’ Goti, e poi dell’altra barbara gente, che venne Costanzio, o vogliamo dire Costante II. Imperadore di Costantinopoli. Questi spogliò Roma di tutto quel poco di buono e di bello, che in materia di pitture, sculture e bassirilievi a caso era rimaso sopra terra, avanzato a tanti mali e rovine: e tutto portò in Sicilia: e perché l’Italia perdesse ogni speranza di più rivederle, furono esse, insieme con quante se ne trovavano allora in quell’Isola, da un esercito di Saracini rapite, ed in Alessandria traportate; dimanieraché, tolto via ogni vestigio di buon fare, incominciarono quegli Scultori, che vennero dipoi, a fare quelle brutte e sproporzionate figure, o come volgarmente si dice, fantocci, di che per l’Italia tutta, e fuori, son pieni tanti edificj e sepolcri di quei tempi: e gli Architetti seguendo l’uso e’l gusto della loro barbara nazione, continuarono a fabbricare con ordine Gotico, come mostrano, fra l’altre infinite, la Chiesa di San Martino, di San Giovanni, e di San Vitale in Ravenna, ed altre fabbriche in Francia e in tutta l’Europa, fatte poco avanti o dopo a quei tempi. L’Architettura però una volta, fra tante tenebre, diede segno di qualche miglioramento, cosa, che la Pittura e la Scultura non fece: e questo a cagione della facilità, che è assai maggiore nell’imitare colla misura le colonne, i capitelli e le cornici dell’antichissima buona maniera, purché l’artefice abbia buon gusto, di quella; che sia nell’imitar le buone statue, che pure, come si è detto, già eran quasi del tutto o perdute o sepolte, cosa, che agli edificj, tuttoché disfatti e guasti fossero, non era addivenuto, che però fra gli anni di Cristo 770. e 800. in circa, secondo quello, che ne lasciò scritto il nostro diligentissirno ed eruditissimo in ogni sorta di antichità, Don Vincenzio Borghini, fu fabbricata in Firenze la Chiesa de’ Santi Apostoli: e fuori di essa città, nel colle presso alle mura, fu riedificata da’ fondamenti nel 1010. la Chiesa di San Miniato al Monte: nell’una e nell’altra delle quali vedesi essere stata imitata la buona maniera dell’antichissimo Tempio di S. Giovambatista di Firenze. Questo miglioramento si vede però poche volte, ed in pochissime fabbriche, e per ordinario sempre si tenne quel barbaro modo. Ma qual guerra più perniciosa provarono le belle arti della Pittura e Scultura, poco avanti, e fino a questi tempi, a cagione della barbara impietà di Leone Isaurico e di altri Iconomachi Imperadori a lui succeduti, i quali, oltre all’avere abbruciate tutte le sacre immagini in Costantinopoli, perseguitarono a morte gli artefici, e tanti ne fecero morire, che finalmente si erano queste arti quasi da per tutto fuggitivamente ridotte nelle mani di alcuni Monaci; onde passati alcuni pochi secoli, già si era giunto al termine di non trovarsi altre pitture, che quelle, che si facevano per mano di un miserabile avanzo di pochi maestri Greci, e di alcuni di loro imitatori, che essa pittura ed il musaico usarono in Italia, con quella brutta e cattiva maniera, che altrove si è accennata, e tale in somma, che pare, che si possa dire, in un certo modo, che altro non avessero in sé quelle pitture, che un crudo dintorno, ripieno di un sol colore. Non è ancora indegno di reflessione, ciocché alla povera Pittura, Scultura e Architettura, in tutti i tempi soprannominati accadde: prima a cagione della pietà e zelo della Santa e vera Religione Cristiana, nella total destruzione e rovina de’ molti templi e simulacri de’ falsi Dei, dove essa Religione in tempo fu portata: e poi dall’infame Setta di Maometto, la quale, siccome ha pel miglior pregio dell’esser suo, l’ignoranza e disprezzo di ogni buona facoltà; così fu a queste belle arti, in ogni luogo, che essa tirannicamente occupò, di un totale esterminio. Per ultimo fu loro di non ordinario danno la malvagità di un uomo, quanto abbondante di forze e di ardire, altrettanto sfornito di fede e di umanità, o vogliamo dire un mostro de’ più crudeli, che mai si portasse a’ danni della povera Italia. Questi fu l’empio Federigo Barbarossa, il quale co’ suoi pessimi ufizj, fomentate prima intrigate discordie e crudelissime guerre fra le due Repubbliche di Genova e Venezia, fra Ferrara e Bologna, mossi attentati fra’ Guelfi e Ghibellini; finalmente con gran numero di Tedeschi e di Barbari, che a’ danni della Chiesa avea condotti, pose tutto in rivolta e confusione. Ne’ termini dunque soprannarrati, e con pochissimo, e quasi insensibile miglioramento, si trattennero le condizioni di queste arti fino al 1260. nel qual tempo essendo comparse alla luce, sopra quelle di ogni altro pittore de’ suoi tempi, e della nostra città, le opere di Cimabue, e dipoi quelle del famosissimo Giotto di lui discepolo: e scopertosi da essi alcun modo, onde potesse migliorarsi il disegno, cominciò ella a rivivere, come a suo luogo abbiamo mostrato. Ma finalmente non poterono questi artefici con ogni loro industria altro operare, che farla di morta viva: e conciossiacosaché meno godibile si renda la vita, ogni qual volta ella manchi di quelle aggiunte, che la rendono anche gioconda (tali sono vivacità di spiriti, sanità robusta, ed altre a queste simiglianti cose) è necessario il confessare, che non poteva la pittura, benché fatta viva dalle mani di que’ maestri, far gran pompa di sé stessa, perché molto le mancava di disegno, di colorito, di morbidezza, di scorti, di movenze, di attitudini, di rilievo e di altre finezze e vivacità, onde ella potesse in tutto e per tutto assomigliarsi al vero; che però dovrà sempre vivere al mondo il nome di Masaccio, di cui ora siamo per parlare, il quale co’ suoi profondissimi studi, tali difficultà scoperse, ed in gran parte anche superò: e così bene aperse la strada a quanti dopo di lui operarono, che non era ancora passato un secolo da che egli finì di vivere, che già quest’arte nobilissima, si vide esser giunta al colmo di sua perfezione.

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Discepolo di Jacopo Bellini suo Padre, dipingeva nel 1464. morto nel 1515. Viverà, quanto durerà il mondo, la memoria di questo artefice, il quale, coll’amore ch’egli ebbe agli studj dell’arte della pittura, coll’ottimo gusto suo, colla nuova, e bella maniera di colorire, si lasciò addietro molto e molto il secco e duro modo degli altri, che in quelle parti avanti a lu operato avevano; intantoché poté (come suo maestro) infondere nell’animo del gran Tiziano le prime idee dell’operar perfetto. Veggonsi le sue pitture fino dal 1464. Fu singolare nel dipignere immagini sacre, alle quali diede maravigliosa devozione. Piacquegli il compartire la proporzione delle sue figure, per ordinario, di forma minore del naturale, facendole in tal modo campeggiare in grande spazio. Operò diligentemente, a segno che fra le sue pitture non si vede uccelletto, o altro piccolo animale, erba, fiore e fino i piccoli sassolini, che non siano interamente finiti. Usò dipigner sempre sopra le tavole, comeché a tempo suo poco o punto fossero in uso le tele. Non è possibile a dire, quanta fosse l’onestà del suo pennello, conciossiecosaché non si sia trovato alcuno fino ad oggi, che fralle molte sue pitture abbia saputo ancora vedere una femmina non vestita. Operò moltissimo nella sua patria in pubblico e in privato: e da principio faceva i suoi lavori a tempera, finché venuto a Venezia Antonello da Messina, col modo di dipignere a olio, appreso da Giovanni da Bruggia Pittor Fiammingo: e da questo avendo esso modo imparato, quello poi tenne sempre. Veggonsi in detta città, in S. Job, una Vergine con più Angeli, ed il Santo piagato, San Francesco, San Sebastiano, e San Luigi, ciascheduno molto propriamente rappresentati. In San Giovanni un Salvadore al Giordano. Nella Sala del maggior Consiglio, a competenza di Gentile suo fratello, fece due storie de’ fatti di quella Repubblica col Pontefice Alessandro III, la battaglia navale di Zeno Doge, e Ottone figliuolo dello’mperador Federigo: e la storia lasciata imperfetta dal Vivarino, e da esso Giovanni finita, dove fu rappresentato Ottone avanti al Padre, per ottener la Pace col Pontefice, ed altre. Fece la tavola di Maria Vergine con Gesù, ed alcuni Angeli nella Sagrestia de’ Frati: un’altra tavola pure colla Vergine, ed alcuni Santi e Sante in San Zaccheria: un’altra in San Gio. Grisostomo, dove dipinse San Girolamo, con detto Santo, e San Luigi: e un’altra nella Cappella della Concezione in San Francesco della Vigna, nella quale figurò la Vergine con San Sebastiano: ed un ritratto al naturale. Moltissime opere fece per quella città e suo stato, che lungo sarebbe il raccontarle. Finalmente l’anno 1515. e della sua età il novantesimo, se ne passò a vita migliore. Di questo pittore parlò l’Ariosto, chiamandolo Gian Bellino.

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Fioriva nel 1540. Siccome in Italia le città di Firenze, di Venezia, e di Roma, furono sempre in gran pregio, per gli eccellenti uomini, che esse diedero alle nostre arti, così in Olanda fu sempre in grande stima la città di Haerlem, pe’ molti, che di essa riuscirono eccellenti in tali professioni. Fra questi fu Jan Mostart, nobile di quella città, il quale, fino dalla sua fanciullezza, tirato da una grande inclinazione al disegno, si pose sotto la disciplina di Jacob di Haerlem valente pittore. Aveva Giovanni avuto un suo antenato, di cui riteneva il cognome di Mostart, il quale egli aveva acquisito per sé, coll’occasione di essersi trovato coll’Imperador Federigo, e il Conte di Clovis, nel tempo ch’egli andò in Terra Santa; perché nella presa di Damiaten, da altri detta Pelusia in Egitto, mostrò sì gran valore nel combattere coll’arme bianca, che la plebe ignorante, per ischerzo gli diede il nome di uomo forte quanto la mostarda, d’onde poi Mostart. Checché si sia di questo, verissima cosa è, che egli per la sua bravura fu dall’Imperadore dichiarato nobile, e gli furono date per armi tre Spade in campo rosso, che fu poi la sua ordinaria insegna e de’ suoi. Giovanni dunque, del quale parliamo, non solamente fu un gran pittore, ma fu uomo discreto, benigno e manieroso: e perciò fu amato assai, dalla plebe non solo, ma anche dalla nobiltà; e finalmente fu dichiarato Pittore di Madama Margherita, la Sorella dell’Arciduca Filippo, primo di questo nome, Re di Spagna, e Padre di Carlo V. Essendo in questo servizio, studiò tanto in farsi ben volere da ognuno, che oltre all’essere stato sempre da tutti ben visto, giunse a tal segno di grazia colla Padrona sua, che ovunque ell’andava, doveva esser sempre ancora egli. In diciott’anni, ch’egli stette in quella Corte, fece molte opere; e perché era singolarissimo in far ritratti al naturale, i quali faceva parer vivi, ritrasse molte Dame e Cavalieri. Tornatosene poi in Haerlem, fu sempre la sua stanza frequentata da persone d’alto affare. In questa città in casa un certo Jacopynen erano l’anno 1604 alcune tavole, e fra queste una tavola da Altare, con sua predella, dov’era rappresentato il Natale di Cristo, opera assai celebrata da’ professori. In casa di un suo nipote, figliuolo di un suo figliuolo, si vedevano molte cose di sua mano. Niclaes Suycker, che è quanto dire in nostra lingua Niccolò Zucchero, aveva un pezzo di quadro d’un Ecce Homo, grande quanto il naturale, e più che mezza figura, dove erano alcuni ritratti fatti al vivo; e per uno di que’ soldati, che teneva legata la persona di Cristo, aveva ritratto un tal Pier Muys, cioè Pietro Topo, birro di quella città, che per esser calvo di testa e di brutto aspetto, stimò molto appropriato a rappresentare tal figura. Eravi ancora un quadro di un banchetto degli Dei: e un paese, che rappresentava l’Indie, con molte figure ignude e abitazioni, fatte all’uso di quelle parti. Questo però non era interamente finito. Vi era ancora il ritratto della Contessa Jacoba e del Signor di Borsele suo marito, con abito all’usanza antica. Vi era pur di sua mano il ritratto di sé stesso, che fu quasi l’ultima opera, ch’ei facesse. Erasi egli figurato ignudo, in atto umile, genuflesso, colle mani giunte, dalle quali pendeva una corona. In lontananza era un paese, fatto al naturale, e nell’aria si vedeva Cristo sedente, in atto di giudicare: da una parte aveva figurato il demonio, che l’accusava avanti al Tribunale d’Iddio: dal’altra parte aveva fatto vedere un Angelo, in atto di chieder per lui misericordia. In casa di Jacob Ravart in Amsterdam, era pur di sua mano una bella figura di Sant’Anna. Appresso di Floris Lehoterbosch, Consigliere nell’Haja, luogo della Corte d’Olanda, era un Abramo con Sarra, Agar ed Ismaele, di grandezza di più che mezza figura, con belli abiti, e acconciature al modo antico. In casa di Jan Claesz Pittore, discepolo di Cornelis Cornelisz, tra l’altre cose era un San Cristofano, con un paese assai grande. Nella Corte del Principe era un Santo Uberto, fatto con grande osservazione del naturale. Assai grandi e belle opere di Mostart arsero in Haerlem, insieme colla sua casa, in un grand’incendio, che s’appiccò in quella città. Fu questo pittore uomo di giudizio, spiritoso, e valente nell’operar suo, tantoché Marten Hemsckerck, Pittore celebre, era solito dire asseverantemente, che Mostart aveva superato tutti gli altri maestri, ch’egli aveva conosciuto: e si racconta, che Jan di Mabuse, pure anch’egli ottimo pittore, il pregasse una volta d’andare ad ajutargli nell’opere della Badia di Midelburgh; ma il Mostart, per non lasciare il servizio di quella gran Dama e Principessa, della quale egli anche, secondo alcune scritture, che furon trovate in essa casa, era stato dichiarato Gentiluomo, recusò di farlo. Seguì la morte di lui fra il 1555 e il 1556 essendo egli d’assai buona età.

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