Nominativo - Bagnacavallo (Bartolomeo Ramenghi, detto il)

Numero occorrenze: 7

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

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Jacometti, Pietro Paolo, dec. 2. della p. I. del sec. 5. a c. 81. Jacometti, Tarquinio, dec. 22. della parte 3. del sec. 4. a c. 227. Jannella, Ottaviana, dec. 6. della parte 2. del sec. 6. a c. 616. Janssens, Cornelio, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 379. Jans, Lodovico, decenn. 3. del sec 4. a c. 242. Jacomone da Faenza, dec. 3. del sec. 4. a c. 241. Jacopo da Prato Vecchio, dec. 4. del secolo 2. a c. 42. Jacopo di Piero, decenn. 6. del sec. 2. a c. 71. Jacopo di Cione, e di Jacopo Orcagna; decen. 6. del sec. 2. a c. 72. Jeniers, David, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 412. in fine. Il Bacchiacca, Francesco d'Ubertino, dec. 4. del sec. 4. a c. 290. Vedi Bacchiacca. Il Bagnacavallo, Bartolommeo, dec. 4. del sec. 4. a c. 327. Vedi Raminghi. Il Borgognone, Padre Jacopo, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 417. Vedi Cortesi. Il Capanna, dec. 2. del sec. 4. a c. 227. Il Cieco da Gambassi, Gio., dec. 3. della par. I. a c. 253. Vedi Gonnelli. Il Fadino, Tommaso, dec. 2. del sec. 4. a c. 230. Vedi Alessi. Il Fattore, Gio. Francesco, dec. 3. del sec. 4. a c. 240. Vedi Penni. Il Ferrarese, Girolamo, dec. 4. del secolo 4. a c. 291. Vedi Girolamo Lombardo. Il Ferraro, Quintino Messis, dec. 2. del secolo 4. a c. 208. Vedi Quintino Messis. Il Fiammingo, Francesco, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 283. Vedi di Quesnoy. Il Franciabigio, Marco Antonio, dec. 2. del sec. 4. a c. 235. Vedi Franciabigio. Il Friso, dec. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 240. Vedi Benefatto. Il Guercino da Cento, Gio. Francesco, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 270. Vedi Barbieri. Il Moro, Francesco, dec. 4. del sec. 4. a c. 286. Vedi Torbido. Il Paggio, Francesco, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 332. Vedi Merano. Il Pastorino, dec. 5. del sec. 4. a c. 347. Vedi Pastorino. Il Pazzo, dec. 2. del sec. 4. a c. 215. Vedi di Cleef Ivos. Il Pittor Calavrese, dec. 6. della par. 2. del sec. 6. a c. 633. Vedi Cav. Fra Matteo Preti. Il Ricco, Bernardino, dec. 2. del sec. 4. a c. 231. Vedi Ricca. Il Sabioneta, Galeazzo, dec. 2. del secolo 4. a c. 231. Vedi Pisenti. Il Soddoma, Gio. Antonio, dec. 2. del secolo 4. a c. 228. Vedi Razzi. Il Sojaro, Bernardino, dec. 4. del sec. 4. a c. 294. Vedi Gatti. Il Vignola, Jacopo, d. 4. del sec. 4. a c. 31. Vedi Barozzi, e vedi da Vignola. Indocus, Giuda, dec. 3. della par. 2. del sec. 4. a c. 276. Vedi Van Winghel. Ingoli, Ravennate, Matteo, decenn. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 294. Iorisz, Augustyn, dec. I. della par. 2. del sec. 4. a c. 66. Isaaesz, Pieter, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 233.

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R Raffaello, dec. I. del sec. 4. a c. 171. Vedi da Urbino. Raffaellino Botalla, dec. 2. della par. I. del sec. 5. a c. 159. Vedi Botalla. Raibolini, Giulio, dec. I. del sec. 4. a c. 190. Raimondi, Marcantonio, dec. I. del secolo 4. a c. 187. Vedi Marcantonio. Raminghi, Bartolommeo, dec. 4. del secolo 4. a c. 327. Vedi il Bagnacavallo. Rainaldi, Cav. Carlo, dec. 5. della parte I. del sec. 5. a c. 485. Ravensteya, dec. 3. della par. 3. del secolo 4. a c. 398. verso il fine. Razzet, Jacomo, decenn. 3. del sec. 4. a c. 242. Razzi, Gio. Antonio, dec. 2. del sec. 4. a c. 228. Vedi il Soddoma. Rembrante, dec. 5. della par. I. del secolo 5. a c. 476. Vedi il Vainrain. Reni, Guido, dec. 3. della par. 3. del secolo 4. a c. 317. Ricca, Bernardino, dec. 2. del sec. 4. a c. 231. Vedi il Ricco. Ricchi, Pietro, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 360. Ricci, Filippo, decen. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 414. in fine. Riccio, Domenico, decen. 4. del sec. 4. a c. 320. Vedi Brusasorci. Riccio, Felice, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 212. Vedi Brusasorci. Riccio, Pietro, dec. 7. par. 2. del sec. 3. a c. 129. Riccio, Pietro, decennale 5. del sec. 4. a c. 332. Rickaert, David, decen. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 416. Ridolfi, Cav. Carlo, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 289. Ridolfi, Claudio, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 209. Riminaldi, Orazio, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 227. Riposo, Felice, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 219. Vedi Ficherelli. Rivello, Domenico, dec. I. della par. 3. del sec. 4. a c. 223. Rivello, Galeazzo, decenn. I. del sec. 4. a c. 198. Vedi della Barba. Rogier, Claes, decennale 4. del sec. 4. a c. 305. Romanelli, Gio. Francesco, dec. 5. della p. I. del sec. 5. a c. 540. Romanelli, Urbano, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 551. al verso 30. Rombouts, Teodoro, dec. 4. della par. I. del sec. 5. a c. 376. Rosa, Salvator, dec. 5. della par. I. del sec. 5. a c. 553. Vedi Salvator Rosa. Rosselli, Cosimo, dec. 5. della par. 2. del sec. 3. a c. 109. Rosselli, Matteo, decen. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 399. Rossellino, Antonio, dec. I. della par. I. del sec. 3. a c. 39. Rossi, Girolamo, dec. 3. della par. 3. del sec. 4. a c. 338. verso il fine. Rottenhamer, dec. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 239. Rossuti, Filippo, dec. I. del sec. 2. a c. 9. Rubens, Pietro Paolo, decenn. 2. della par. 3. del sec. 4. a c. 281. Ruggier, Gio. Batista, detto Batistino del Gessi, dec. 3. della p. 3. del sec. 4. a c. 331. Rustici, Francesco, dec. 3. della par. I. del sec. 5. a c. 200. Rustici, Gio. Francesco, dec. 8. del sec. 3. a c. 140.

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Fioriva circa il 1510. Ebbe questo Pittore i primi insegnamenti dell’arte dal Francia Bolognese; poi datosi a studiare le opere di diversi, nel vagare ch’ei fece per tutta l’Italia, si formò una maniera a modo suo, da tutte l’altre diversa, come quegli, che aveva anche un cervello così torbido, strano e fantastico, che non punto si confaceva con quello degli altri uomini. Usò egli studiare indifferentemente il buono e’l cattivo, forse a fine di ammassare gran materia, per aver molto da mettere in opera, e per sbrigarsi di ogni gran faccenda, come fu poi suo ordinario costume, e forse anche guidato da una certa sua strana opinione, che fossero degni di molto biasimo coloro, che nel suo tempo si davano allo studio della maniera di Raffaello; quasiché, com’egli diceva a ciascuno, non avesse dato la Natura tanto capitale da potersene fare una da sé, che fosse propria sua: quella poi procurando di accompagnare con una buona pratica nel disegno. Noi però non temiamo di affermare, che gli sortisse bensì il farsi una maniera di proprio capriccio, ma non già l’accompagnarla con buon disegno: e di ciò fanno fede i molti disegni di sua mano, che si trovano fra gli altri degli eccellentissimi pittori, ne’ Libri del Serenissimo di Toscana, raccolti dalla gloriosa memoria del Serenissimo Cardinale Leopoldo, ne’ quali vedesi campeggiare assai più il capriccio e la fantasticheria di quella mente, che la imitazione del vero. Moltissime furono le opere, che fece costui nella città di Bologna e fuori, a fresco e a olio; fra le quali si vede del buono e del meno buono, e anche del cattivo, forse (come di lui disse il Guercino) perch’egli ebbe i pennelli da tutti i prezzi; e forse ancora, perché simili stravagantissimi cervelli e di poca levatura, non mai stanno in un medesimo affetto, e per conseguenza in un medesimo gusto. Fra le sue migliori pitture si annoverano: una Madonna sotto il portico degli Ercolani in Galiera; una tavola nel Refettorio de’ Padri di Santa Maria Maggiore, dove figurò Maria Vergine col fanciullo in aria, e un Santo Vescovo, Santa Lucia e San Niccolò, in atto di donare le palle d’oro a tre fanciulle, le quali nella stessa tavola figurò inginocchioni. È similmente, avuta in conto di buona pittura, una facciata della Libreria di San Michele in Bosco, dove vedesi l’Eterno Padre, Gesù Cristo Crocifisso, e lo Spirito Santo in forma di colomba. Vi è Adamo genuflesso, con molte altre figure di Patriarchi e di altri Santi del Nuovo e Vecchio Testamento, e Dottori. Si portò ancora assai bene in alcune facciate di case, delle molte, che fece in Bologna, fra le quali bellissima fu una di chiaroscuro sulla piazza de’ Marsilj, dove sono assai spartimenti di storie, e un fregio di animali, che combattono fra di loro, condotti con gran fierezza ed artificio. Dipinse in Lucca storie della Croce e di S. Agostino nella Chiesa di San Fridiano, tutte piene di strani capricci, con molti ritratti d’uomini cospicui di quella città. Operò molto in Roma ed in altre città d’Italia. Il Vasari nello scrivere ch’e’ fece alcuna cosa di costui, si servì di notizie sì proprie, che veramente la fece da pittore, quanto da storico, avendo con poche parole dipinto un uomo di simil taglio, tanto al vivo, che pare propriamente, che nel leggere si vegga lui stesso; onde noi non abbiamo difficultà di portarle in questo luogo, tolte a verbo a verbo. Dice egli dunque così. Dipigneva Amico con ambedue le mani a un tratto, tenendo in una il pennello del chiaro, e nell’altra quello dello scuro. Ma quelch’era più bello e da ridere, si è, che stando cinto, aveva intorno intorno la correggia piena di pignatti pieni di colori temperati; dimodoché pareva il Diavolo di San Maccario con quelle tante ampolle: e quando lavorava con gli occhiali al naso, avrebbe fatto ridere i sassi, e massimamente se e’ si metteva a cicalare, perché chiacchierando per venti, e dicendo le più strane cose del mondo, era uno spasso il fatto suo. Verò è, che e’ non usò dir bene di persona alcuna, per virtuosa o buona ch’ella fosse, o per bontà che e’ vedesse in lei di natura o di fortuna. Fin qui il Vasari. Segue poi a dire, ch’egli ebbe gran rivalità con Bartolommeo da Bagnacavallo, a concorrenza del quale, ma alquanto peggio di lui, fece una storia della Vita di Cristo, cioè la Resurrezione; e veramente nell’invenzione di questa, quanto in ogni altra sua opera, campeggiò la stravaganza del suo cervello, avendo figurato i soldati impauriti, in pazze e strane attitudini. Ma quel ch’è peggio e molto reprensibile in chi dipinge sacre storie, fu l’aver figurato molti di essi stiacciati e morti dalla pietra del Sepolcro, caduta loro addosso, senza avere di questa particolar circostanza altro riscontro, che’l proprio capriccio. Attese Maestro Amico anche alla Scultura, e per la Chiesa di San Petronio fece un Cristo morto in braccio di Nicodemo. Giunto finalmente all’età di sessant’anni diede volta al cervello, della quale infermità poi si riebbe, se pure non fu vero quello che allora si disse, che questa fosse stata una finta pazzia.

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Discepolo di Giulio Romano, fioriva circa il 1520. Dell’antica e nobile famiglia de’ Primaticci, nacque in Bologna questo valente artefice, il quale nella fanciullezza fu da’ suoi maggiori applicato alla mercatura; ma perché tale applicazione non punto si confaceva con gli alti pensieri, che il nobil giovanetto raggirava per la sua mente, deliberò di darsi tutto all’acquisto della bell’arte del disegno, sottoponendosi in primo luogo alla disciplina di Innocenzio da Imola, pittore in quel tempo in Bologna, assai riputato: poscia tirato dalla bella maniera, che sotto i precetti del divino Raffaello, si era acquistato Bartolommeo, detto il Bagnacavallo, che in que’ tempi pure operava in essa città di Bologna, incominciò ad apprendere da lui i principj del colorire; tantoché andatosene a Mantova, dove il celebre Pittore Giulio Romano dipigneva pel Duca Federico il Palazzo del Te; anch’egli fu annoverato fra’ molti giovani, che gli ajutavano in quell’opera. Stettesi per lo spazio di sei anni, dopo i quali già si era acquistata fama del migliore di quanti in quella scuola maneggiassero pennello; e quel che è più, fecesi così valente nel modellare e lavorare di stucchi, che condusse nello stesso Palazzo per quel Principe, due bellissime fregiature di una gran camera, dove rappresentò le antiche milizie de’ Romani: e di pittura fece altre cose, con disegno del maestro, che gli diedero gran fama, non tanto in quella città, quanto in altre, dove tosto giunse il suo nome, e fecesi molto caro a quel Principe. Intanto arrivò in Parigi, al Re Francesco, la notizia de’ bellissimi ornamenti, fatti fare dal Duca in esso Palazzo del Te; onde volle lo stesso Re, che il Duca gli mandasse colà alcuno artefice eccellente in pittura, e nel lavoro di stucco, a cui potessero far fare opere degne dell’animo suo. Il Duca gli mandò il Primaticcio, e ciò fu l’anno 1531. Giunto che fu a quella Corte, misesi a fare opere belle; onde riportò la gloria di essere il primo che vi lavorasse bene di stucchi; ed anche vi acquistò credito di buon pittore a fresco, nonostanteché poco avanti fosse andato a’ servigi di quel Re, il Rosso, Pittor singolarissimo Fiorentino, che molte belle cose vi aveva fatte di sua mano. Dipinsevi il Primaticcio molte camere e logge, e fecevi altri lavori lodatissimi, de’ quali noi non possiamo dare una precisa contezza. Or qui non dee a chicchessia parere strana cosa, che nel proseguire, ch’io fo pur ora le notizie di questo artefice, sia per farlo parer geloso, oltre al bisogno, della grazia del suo Signore, e pur troppo soverchiamente appassionato verso sé stesso, in ciò che alla stima del proprio valore appartiene: cose tutte, che il Vasari, non seppe, o industriosamente tacque, per non perturbare l’animo di un tanto virtuoso, che ancora viveva in Bologna, quando egli scrisse di lui, e anzi si affaticò molto in lodare le qualità dell’animo suo; e’l Malvagia, che nella sua Felina Pittrice ha ricopiato appunto ciò che disse il Vasari, scusandosi di non potere e per la lontananza del tempo, nel quale visse, e del luogo ove dimorò il Primaticcio, dirne più, anche con aver veduto ciò che notò di lui il Felibien, l’ha lasciato nel posto stesso, che lo lasciò il Vasari; non dovrà, dico, parere strano quanto io son’ ora per iscrivere, col vivo testimonio della penna di un nostro cittadino, che stette in Francia ne’ tempi del Primaticcio, e parla di fatto proprio. Dell’anno dunque 1540 era arrivato alla Corte di Parigi, chiamato dal Re Francesco, per l’opera del Cardinale di Ferrara, Benvenuto Cellini Fiorentino, celebre sonatore di strumenti di fiato, singolarissimo nell’arte dell’orificeria, eccellente intagliatore di medaglie, e non ordinario scultore, e gettatore di metalli, discepolo del Buonarroto, uomo forte, animoso e robusto, altrettanto ardito nel parlare, quanto, per natura, eloquente, di parole abbondante, e secondo il bisogno alla difesa e all’offesa sempre preparato e pronto: il quale ancora ebbe per costume, con una troppo sregolata sincerità, di dire il suo parere a chi si fosse, anche di ogni più sublime grado e condizione, menando, come noi usiamo dire, la mazza tonda a tutti. A cagione di che, e di alcune sue smoderate bizzarrie, aveva sostenuta in Roma, sotto Paolo IV una tormentosa e lunghissima prigionia, dalla quale, a cagione di altre molte virtù, che per altro ei possedeva, era stato, per uficj dello stesso Cardinal di Ferrara, e dello stesso Re, poco avanti liberato. A questi dunque aveva il Re Francesco assegnata una provvisione di 700 scudi l’anno, quella appunto, colla quale era stato in quelle parti trattenuto il famosissimo Lionardo da Vinci, ed erangli state ordinate dal Re dodici statue d’argento, che dovevano servire di candelliere, per istare attorno alla sua mensa: e altre grandi figure di metallo, con molti altri orrevoli lavori.

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Discepolo di Raffaello da Urbano, fioriva nel 1535. Questo Pittore, che per l’antica origine, che ebbero gli avi suoi dal Castello di Bagnacavallo, fu comunemente detto il Bagnacavallo, da giovanetto sotto la disciplina di Francesco Francia fu molto studioso dell’arte del disegno, onde riuscì assai ragionevol maestro, anche avanti al tempo, ch’egli in Roma si ponesse a stare con Raffaello da Urbino. Non è fra gli autori, che ne scrivono, chi non lo metta fra’ discepoli di Raffaello; conciossiacosaché egli sentendo il grido, che per tutto il mondo correva di quel nuovo Apelle, desideroso di farsi perfetto nell’arte, si portò a Roma, e ad esso accostandosi, ne riportò una maniera molto dolce, franca e di buon disegno; e da indi in poi tale sempre se la mantenne, procurando al possibile di accostarsi al modo dello stesso Raffaello. Tornatosene a Bologna, dipinse nella Chiesa di San Petronio, a concorrenza di Girolamo da Cotignola, d’Innocenzio da Imola, e di maestro Amico, alcune storie della Vita di Cristo e di Maria Vergine, e a San Michele in Bosco dipinse pure la Cappella di Ramazzotto, Capo di Parte. In Romagna ne colorì una simile. Nella Chiesa di S. Jacopo fece una tavola per Messer Annibale del Corello, nella quale figurò la Crocifissione di Cristo, con gran numero di figure, e nel mezzo tondo di sopra rappresentò il Sagrifizio d’Abramo. Nella Chiesa de’ Monaci Camaldolesi, che l’anno di nostra salute 440 fu fondata da San Petronio, in luogo detto Pontediferro, dove al parer d’alcuni storici, ebbe i suoi primi fondamenti la città di Bologna, dipinse il Bagnacavallo la tavola de’ Santi Titolari di quella Chiesa, che si vede nella prospettiva del Coro; e nella Confraternita di Santa Maria del Baracane tre quadri a fresco, ne’ quali rappresentò tre misterj della Passione del Signore, cioè il Portar della Croce, la Crocifissione e la Deposizione del medesimo. Nella mentovata Chiesa di San Petronio è il luogo della miracolosa immagine della Madonna della Pace, per abbellimento del quale molti de’ migliori pittori, che fossero in Bologna ne’ tempi di questo artefice, fecero opere a fresco, e furono Amico Aspertini, Biagio Pupini, Jacopo Francia, Girolamo da Treviso e’l nostro Bartolommeo, il quale vi colorì l’Annunciazione di Maria Vergine e la Natività di Cristo. Ed è da sapersi, come questa sacra immagine, che è di rilievo, era già dalla parte di fuori del muro di essa Chiesa, verso il Palazzo de’ Notai. Occorse l’anno 1405 che un tale Scipione degli Eretimi, di professione soldato, avendo un giorno fatta gran perdita di danaro nel giuoco, mosso da grande ira, sfoderò il pugnale, e si lanciò per tirare un colpo a quella immagine, e due dita d’un piede del fanciullo Gesù, che essa tiene in braccio, fece cadere in terra. Appena ebbe egli commesso l’enorme sacrilegio, che lo colse l’ira d’Iddio, e cadde a terra come morto. Intanto sopravvenendo la Corte, fu fatto prigione, e poco dopo condannato alla morte; ma quella Madre di Misericordia, compatendo a quell’infelice, mentr’egli stava in quel frangente, gli ottenne un tal conoscimento, congiunto ad un intenso dolore e contrizione del fallo suo, che ricorrendo con lagrime di cuore, non potendo col corpo accostarsi all’immagine, e fatto voto di digiuno in continuo cilizio e orazione, restò non meno libero allora dall’accidente del male, che poi dalla sentenza della morte. Fu poco dopo l’immagine stessa trasferita nel luogo, dove oggi si trova, facendo tuttavia innumerevoli grazie e miracoli. Il medesimo Scipione poi tutto si dedicò al servizio della sua liberatrice; appresso a quel simulacro a perpetua testimonianza del miracolo e del proprio dolore, fecesi ritrarre in iscultura, in quell’atto appunto, nel quale cadde in terra nel commettere il gran delitto: e tal ritratto fece porre dal lato destro di quell’altare. Tornando ora al nostro proposito, moltissime furono l’opere, che fece nella città di Bologna e suo territorio il Bagnacavallo, e per molti Principi e Signori d’Italia, che lunga cosa sarebbe il far di tutte particolar menzione; perché fra’ pittori del suo tempo fu egli in quella città riputato eccellentissimo, non senza invidia degli altri, e particolarmente di maestro Amico Aspertini. Merita questo pittore molta lode, particolarmente per un singolar talento, ch’egli ebbe in dipignere immagini devote di Maria Vergine: e per la vaga maniera, che ebbe nel colorire i putti, forse molto superiore a quella d’altri maestri de’ suoi tempi, avendo dato loro gran tenerezza e grazia; onde tanto quelle, che questi, son poi state copiate, per istudio, dagli altri singolarissimi artefici di quella città: e Guido Reni era solito affermare, d’aver tolta la bella morbidezza, colla quale egli coloriva i bambini, dall’opere di lui. Finalmente essendo egli pervenuto all’età di cinquantotto anni, menati con lode di valentuomo, e di persona d’ottima vita e costumi, fu sopraggiunto dalla morte. Molti autori hanno scritto di questo veramente degno professore, e particolarmente il Vasari, il Bumaldo, lo Scannelli, il Masini, ed in ultimo un altro moderno autore, il quale, dopo aver copiato nel suo libro a verbo a verbo la vita del Bagnacavallo, scritta dal nominato Vasari, volendo pure al suo solito (come dir si suole) appiccarla con esso in qualche cosa, si rammarica di lui aspramente, dicendo, ch’egli abbia caricato troppo, e fatta brutta fisionomia al ritratto, che fra gli altri, per abbellimento del suo libro, egli pose di esso, a principio della vita di lui: cosa in vero molto graziosa a chi per pratica degli scritti di questo autore, conosce il poco affetto, o molta avversione, ch’egli ha avuta al Vasari. Ma che dirà egli, quando e’ saprà, che quasi tutti i bellissimi ritratti, posti nel suo libro delle Vite de’ Pittori del Vasari, fra’ quali è quello del Bagnacavallo, dall’autore predetto biasimato, non furono né disegnati, né intagliati dal Vasari, ma da altro professore, come noi a suo luogo mostreremo?

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Discepolo di Tiziano, nato ..., morto 1546. Il Vanmander, Pittor Fiammingo, che alcuna cosa scrisse dell’eccellente Pittore Gio. Van Calcker, afferma di non saper conoscere, fra quanti pittori furono ne’ Paesi Bassi, nel passato secolo, chi più si conformasse all’ottima maniera Italiana, di quel che facesse Gio. Van Calcker. Nacque questo artefice nel paese di Gleef, nella città di Calcker sotto l’Elettore di Brandemburgh, e non è noto da chi egli imparasse i principj dell’arte. Questo è certo, che quest’uomo circa’l 1536 fortemente s’invaghì d’una fanciulla, figliuola d’un mal uomo sanguinario e micidiale, di professione oste, che abitava in Dordrecht prima città d’Olanda, la casa del quale era aperta ad ogni disonestà; e di questo anche ci si porgerà congiuntura di parlare nelle notizie della vita di Henskert Pittore: ed avendola rapita al padre, se la condusse a Venezia, dove fermatosi d’abitazione, si fece discepolo del gran Tiziano da Cador. Il citato Vanmander dice, che Gio. si trasformò tanto nella maniera di quel sublime artefice, che molte opere di lui non punto si distinguevano da quelle di Tiziano; anzi egli afferma, che il Goltzio, del cui giudizio, dice egli, di far gran conto, gli raccontò una volta, che trovandosi in Napoli, gli furon dati a vedere certi ritratti, i quali egli subito giudicò di mano di Tiziano: e i pittori, che erano presenti, bene informati del fatto, tutti ad una voce gli dissero, ch’egli aveva ben giudicato; perché quella era veramente la maniera di quel grand’uomo, benché e’ non gli avesse dipinti esso Tiziano, ma Gio. Van Calcker suo degnissimo discepolo. Il Vasari ebbe cognizione di quest’artefice in Napoli: e non poteva darsi a credere, come fosse riuscito ad uno Oltramontano l’avanzarsi a tanta eccellenza nella maniera d’Italia, e si valse di lui in quello, che più abbasso siamo per dire. Fu in oltre il Van Calcker maraviglioso nel disegnare di gesso e di pastello, e colla penna operò egregiamente con bellissimi e franchissimi tratti. Questi fu, e non Tiziano, che disegnò gli undici pezzi di carte grandi di Notomia d’Andrea Versalio, le quali poi furon ritratte in minor foglio, e intagliate in rame dal Valverdo, che scrisse pure di Notomia dopo il Versalio: e questi fu finalmente quegli, che disegnò quasi tutti, ed i migliori ritratti di Pittori, Scultori e Architetti d’Italia, che messe nel suo libro delle Vite de’ Pittori di Giorgio Vasari, tanto belli e con mano tanto ardita e maestrevole lavorati, che è universale opinione, che più non possa farsi in quel genere: e per conseguenza questi è quello, e non il Vasari, del quale doveva rammaricarsi il Malvagia, per aver, com’e’ disse, troppo caricato il ritratto, che veramente è bellissimo, del suo Bagnacavallo, come abbiamo nelle notizie della vita di lui accennato. Era ancora quest’ottimo professore in giovenile età, e prometteva di sé avanzamenti maggiori nell’arte, quando, trovandosi egli nella città di Napoli l’anno 1546 fu colto dalla morte.

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B Baccio da Montelupo, ed è il soprannome di Bartolommeo Lupi 146. Sue opere. Fece molti Crocifissi 147. Il Bagnacavallo. Vedi come sopra. Sue opere 328. Autori, che hanno scritto di questo pittore 329. Baldassar Peruzzi 244. Suoi infortunj e disgrazie. Fece il ritratto di Borbone, saccheggiatore di Roma. Sua morte e sepoltura 246. Barent Pittore 192. Fra Bartolommeo, detto fra Carnovale. Fu maestro di Bramante Architetto 265. Fra Bartolommeo di San Marco Pittore. Fu chiamato Baccio dalla Porta, e perché. Studia sotto Cosimo Rosselli. Fu per qualche tempo compagno dell’Albertinelli 148. Si fa Domenicano, illuminato dalle prediche del Savonarola 140. Sue opere 150. Bartolommeo di Donato Pittore 68. Bartolommeo Raminghi, detto il Bagnacavallo 327. Base della statua di Donatello, rappresentante un Daviddi bronzo, che stà in Gallera 41. Bassirilievi del Campanile di Santa Maria del Fiore 65. Bassirilievi di marmo della Cappella del Santissimo Sagramento nella Chiesa di San Lorenzo 41. Benozzo Gozzoli Pittor Fiorentino 89. Iscrizione sepolcrale 90. Benvenuto Cellini e sue lodi 267. Sue opere fatte in Francia. Suo vago racconto di dette opere 269. Bernardino Gatti, detto il Sojaro. Fu allievo del Correggio 294. Bernardino Ricca, detto il Ricco 231. Bertoldo Fiorentino 41. Bernardo Pinturicchio Pittore. Fu uomo stravagantissimo 217. Bernardo Van-Orlai Pittore 225. Boccaccino Boccacci Pittore 220 e 199. Bonifazio e Francesco Bembi 199. Byckaert Aertsz Pittore 218. Il Brusasorci 320.

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