Nominativo - Girolamo da Treviso

Numero occorrenze: 2

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

1728

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Originario di Firenze, pittore e architetto. Discepolo di Raffaello da Urbino, nato a Volterra l’anno 1481, morto 1536. Di questo singolarissimo Artefice, onore della città di Siena, e anche possiamo dire di Volterra e di Firenze, scrisse tanto Vasari con sì buone e sicure notizie, che a noi poc’altro riman da notare, se non quanto è necessario per l’assunto nostro, che è di soddisfare all’università dell’istoria, col dare anche di coloro, de’ quali fu da altri scritto, una sommaria informazione. E’ dunque da sapersi, come in quegli antichi, ne’ quali la nostra città era molto travagliata dalle civili discordie, un nobile cittadino di essa, chiamato Antonio Peruzzi, desideroso di quiete, si portò alla città di Volterra, dove fermò sua stanza, e l’anno 1480 si accasò. Di suo matrimonio nacque un figliuolo, che si chiamò Baldassarre, quegli, di cui ora parliamo, e di una figliuola, il cui nome fu Verginia. Occorse poi il caso del Sacco di quella città, a cagion del quale, al misero Antonio fu d’uopo, dopo aver perduto tutto il suo avere, partirsi: ed a Siena, con sua famiglia rifuggirsene, e quivi sua vita menare in gran penuria. Ma perché verissima cosa è, che bene spesso più giovano per una buona e virtuosa educazione de’ piccoli figliuoli, e per isvegliare in essi il desiderio delle virtù, le domestiche scomodità, o vogliamo dire una certa tal quale necessità di quello, che gli agi e la soverchia abbondanza non è solita fare; Baldassarre il fanciullo, che dotato era da natura di un bel genio a cose di disegno, per desiderio di sollevar sé stesso e la casa, diedesi prima alla pratica di persone dell’arte, e poi con tanto fervore agli studj della medesima, che poi poté fare gli altri progressi, che son palesi al mondo. Delle prime opere, che costui condusse in pittura, oltre ad alcune cose in Siena, fu una Cappelletta non lungi dalla Porta Fiorentina, nella nominata città di Volterra. Dipoi se ne andò a Roma, e fatta amicizia con Piero Volterrano, che operava colà per Alessandro VI Sommo Pontefice, si acconciò appresso di lui: poi stette con un ordinario pittore, che fu padre di Maturino, lavorando per esso; e finalmente avendo dato saggio di sé, cominciò ad esservi adoperato. Dipinse in Sant’Onofrio e in Santo Rocco a Ripa; poi fu condotto ad Ostia, dove in compagnia di Cesare da Milano, dipinse nel Mastio della Rocca, a chiaroscuro, storie militari de’ Romani antichi. Tornato a Roma, e incontratosi nel favore e protezione di Agostino Ghigi, poté, con suoi ajuti di costà, trattenersi a maggiori studj dell’arte sua, e particolarmente di cose di architettura, per le quali non gli fu di poco giovamento la concorrenza di Bramante, che in que’ tempi faceva gran figura. Molto ancora si applicò alla prospettiva; onde dipinse poi le belle cose, che si veggono di sua mano in Roma, toccanti tale facoltà: ed inventò le nobili prospettive per le commedie, che si fecero ne’ tempi di Papa Leone, le quali, per fuggir lunghezza, e perché da altri furono raccontate, tralascio. Avendo egli dipinta la facciata della casa di Messer Ulisse da Fano, con istorie di Ulisse, cominciò ad entrare in credito d’uomo singolare nella pittura; né minor gloria gli procacciò il bel modello, che egli fece di sua invenzione del Palazzo di Agostino Ghigi, il quale egli medesimo dipoi adornò al di fuori con istorie di terretta; siccome vi dipinse le prospettive della Sala, e le istorie di Medusa nella loggia in sul giardino: dove alcune cose condusse ancora Fra Bastiano del Piombo, della sua prima maniera; e dove fece anche il gran Raffaello da Urbino la Galatea rapita da i Marini. È di sua mano la facciata, dipinta a prospettive, della casa che fu di Jacopo Strozzi, per andare in Piazza Giudea. Dipinse per Ferrando Ponzetti o Puccetti, poi Cardinale, la Cappella nella Pace, con piccole istorie del Vecchio Testamento, ed alcune figure grandi; e per la medesima Chiesa condusse la bellissima storia di Maria Vergine nostra Signora, che sale al Tempio, e tennesi alla maniera di Giulio Romano e di Raffaello. Coll’occasione, che fu dato il bastone di Santa Chiesa al Duca Giuliano de’ Medici, dovendosi dal Popolo Romano fare il solenne apparato, fu a Baldassarre data incumbenza di fare uno de’ sei gran quadri, alto sette canne, e largo tre e mezzo, in cui rappresentò quando Giulia Tarpea fece il tradimento a’ Romani; e fece la prospettiva per la tanto celebre commedia, che allora fu recitata; ed anche infinite altre architetture e prospettive, le quali tutte cose furono stimate le migliori, che si fossero vedute in quelle feste. Per Francesco Bozzio, vicino alle case degli Altieri, dipinse la facciata con istorie di Cesare, nel fregio della quale ritrasse al vivo tutti i Cardinali allora viventi, e i dodici primi Imperadori. Chiamato a Bologna a fare il modello della facciata di S. Petronio, fu ricevuto nella casa del Conte Giovambatista Bentivogli, nella quale fece modelli, piante e profili bellissimi per quella fabbrica, operando ad oggetto di non rovinare il vecchio, ma di adattarlo con bella grazia alle sue nuove invenzioni. Mentre che egli si trattenne in quella casa, fece pel detto Conte Gio. Battista un maraviglioso disegno a chiaroscuro della Natività di Cristo, e visita de’ Magi, che poi fu da quel Signore fatto mettere in opera in pittura da Girolamo Trevigi; e oggi si conserva l’istesso disegno, come cosa rarissima, in Firenze dagli eredi del Conte Prospero Bentivogli, fra l’altre cose di gran pregio, che possiede quella nobilissima casa in simil genere, come quella che fu sempre amatrice di queste belle arti, siccome di ogni altra virtù. Fece similmente Baldassar Peruzzi, per la Chiesa di San Michele in Bosco, il disegno della Porta; e quello del Duomo di Carpi, nella qual città diede principio all’edificazione della Chiesa di San Niccola: e furono ancora con suo disegno fatte le fortificazioni della città di Siena. In Roma molte bellissime fabbriche furono fatte con suo modello, e molte ancora coll’assistenza di lui ebbero loro fine, che da altri erano state incominciate. Parve che al pari di sua virtù fosse questo artefice accompagnato dalla disgrazia; imperciocché piccioli furono per lui gl’infortunj, che detti abbiamo, a paragone di quei tanti, che gli convenne sostenere dipoi nel rimanente di sua vita. Trovavasi egli tuttavia in Roma l’anno 1527 quando occorse il fiero caso del crudele saccheggiamento; onde al povero Baldassarre, oltre alla prigionia in mano degli Spagnuoli, toccò a sostenere, per opera de’ medesimi, grand’ingiurie e strapazzi. Avendolo poi quegli riconosciuto per pittore e per uomo singolare, gli bisognò per guiderdone de i pessimi trattamenti, far loro il ritratto di Borbone stesso, che poc’anzi a costo della propria vita, scarsa ricompensa della di lui crudele malvagità, aveva fatto tanti danni, e posto in tante lagrime quella sempre gloriosa città. Fatto ch’egli ebbe il ritratto di Borbone, prese la strada per ritorno a Siena, dove, a cagione di nuova invasione, patita in quel viaggio da’ malandrini, o dagli sparsi soldati, giunse finalmente scalzo e ignudo; ma perché egli portava con seco sé stesso, e conseguentemente il gran nome acquistatosi in Roma, e la propria virtù, non gli mancò chi si tenesse a grand’onore di rimetterlo bene in arnese, e provvederlo decentemente in tanta sua calamità. Poi vi fu provvisionato dal pubblico; ma fermati che furono i rumori, e purgati i sospetti, egli se ne tornò a Roma, dove più che mai diedesi agli studj di architettura e delle mattematiche: e cominciò a scrivere un libro delle antichità di Roma, ed un Comento di Vitruvio, facendo luogo per luogo disegni e figure per espressione de’ concetti di quell’Autore. In questo tempo fece il disegno per un Palazzo de’ Massimi, da fabbricarsi in forma ovale, con un vestibolo di colonne doriche nella facciata dinanzi. Venuto finalmente l’anno 1536 e del nostro artefice il cinquantesimoquinto, trovandosi egli aggravato dalle molte fatiche, sopraggiunto da gravissime infermità, fece da quest’all’altra vita passaggio, e nella Chiesa della Rotonda, accompagnato il suo corpo da tutti i professori, fu sepolto presso al luogo, ove già al cadavere del gran Raffaello era stata data sepoltura. La morte di questo uomo singolare fu di estremo dolore agli intendenti, e di danno inestimabile alla città di Roma, a cagione delle grandi opere, particolarmente d’architettura, pubbliche e private, che doveano aver da lui incominciamento e fine: e molto ne patì la Basilica di San Pietro, per la cui terminazione egli era stato destinato da Paolo III in compagnia d’Antonio da San Gallo. Fu Baldassarre Peruzzi gran disegnatore, inventore maraviglioso, e molto imitatore della maniera di Raffaello . Veggonsi i suoi disegni, tocchi d’acquerelli a chiaroscuro con numero grandissimo di figure, e abbigliamenti nobili, nella raccolta della gloriosa memoria del Serenissimo Cardinal Leopoldo di Toscana. Molti furono i discepoli di Baldassarri nella pittura e architettura, e fra questi un tal Francesco Senese, Virgilio Romano, Antonio del Rozzo, il Riccio, l’uno e l’altro Senesi, e Giovambatista Peloro architetto. Ricevette anche da Baldassarre buoni precetti di architettura, un certo Tommaso Pomarelli, cittadino di Siena, il quale talvolta operò in compagnia di lui: e dicesi, che al tempo di Pandolfo Petrucci, pensando i Senesi di fare un fosso, che doveva giugnere fino al mare, ed i portici della Piazza, ne fossero con invenzione del Petrucci delineate le piante dallo stesso Pomarelli: siccome quelle ancora del primo e secondo ricinto della medesima città. Ancora fu scolare del Peruzzi, Girolamo, detto Momo da Siena, che operò bene in pittura, del quale si videro molte cose in Roma, e particolarmente la Cappella della Trasfigurazione in Araceli, e un quadro sopra la porta della Sagrestia in sulla maniera di Raffaello : ed aveva anche dipinto dietro all’Altar maggiore nella Chiesa di San Gregorio: ed è certo, che se a questo artefice non avesse la morte troppo presto troncato il filo della vita, egli sarebbe pervenuto in quell’arte a gran segno. Cecco Sanese fu pure discepolo del Peruzzi, e fece in Roma l’Arme del Cardinale di Trani in Piazza Navona, ed altre opere.

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Discepolo di Raffaello da Urbano, fioriva nel 1535. Questo Pittore, che per l’antica origine, che ebbero gli avi suoi dal Castello di Bagnacavallo, fu comunemente detto il Bagnacavallo, da giovanetto sotto la disciplina di Francesco Francia fu molto studioso dell’arte del disegno, onde riuscì assai ragionevol maestro, anche avanti al tempo, ch’egli in Roma si ponesse a stare con Raffaello da Urbino. Non è fra gli autori, che ne scrivono, chi non lo metta fra’ discepoli di Raffaello; conciossiacosaché egli sentendo il grido, che per tutto il mondo correva di quel nuovo Apelle, desideroso di farsi perfetto nell’arte, si portò a Roma, e ad esso accostandosi, ne riportò una maniera molto dolce, franca e di buon disegno; e da indi in poi tale sempre se la mantenne, procurando al possibile di accostarsi al modo dello stesso Raffaello. Tornatosene a Bologna, dipinse nella Chiesa di San Petronio, a concorrenza di Girolamo da Cotignola, d’Innocenzio da Imola, e di maestro Amico, alcune storie della Vita di Cristo e di Maria Vergine, e a San Michele in Bosco dipinse pure la Cappella di Ramazzotto, Capo di Parte. In Romagna ne colorì una simile. Nella Chiesa di S. Jacopo fece una tavola per Messer Annibale del Corello, nella quale figurò la Crocifissione di Cristo, con gran numero di figure, e nel mezzo tondo di sopra rappresentò il Sagrifizio d’Abramo. Nella Chiesa de’ Monaci Camaldolesi, che l’anno di nostra salute 440 fu fondata da San Petronio, in luogo detto Pontediferro, dove al parer d’alcuni storici, ebbe i suoi primi fondamenti la città di Bologna, dipinse il Bagnacavallo la tavola de’ Santi Titolari di quella Chiesa, che si vede nella prospettiva del Coro; e nella Confraternita di Santa Maria del Baracane tre quadri a fresco, ne’ quali rappresentò tre misterj della Passione del Signore, cioè il Portar della Croce, la Crocifissione e la Deposizione del medesimo. Nella mentovata Chiesa di San Petronio è il luogo della miracolosa immagine della Madonna della Pace, per abbellimento del quale molti de’ migliori pittori, che fossero in Bologna ne’ tempi di questo artefice, fecero opere a fresco, e furono Amico Aspertini, Biagio Pupini, Jacopo Francia, Girolamo da Treviso e’l nostro Bartolommeo, il quale vi colorì l’Annunciazione di Maria Vergine e la Natività di Cristo. Ed è da sapersi, come questa sacra immagine, che è di rilievo, era già dalla parte di fuori del muro di essa Chiesa, verso il Palazzo de’ Notai. Occorse l’anno 1405 che un tale Scipione degli Eretimi, di professione soldato, avendo un giorno fatta gran perdita di danaro nel giuoco, mosso da grande ira, sfoderò il pugnale, e si lanciò per tirare un colpo a quella immagine, e due dita d’un piede del fanciullo Gesù, che essa tiene in braccio, fece cadere in terra. Appena ebbe egli commesso l’enorme sacrilegio, che lo colse l’ira d’Iddio, e cadde a terra come morto. Intanto sopravvenendo la Corte, fu fatto prigione, e poco dopo condannato alla morte; ma quella Madre di Misericordia, compatendo a quell’infelice, mentr’egli stava in quel frangente, gli ottenne un tal conoscimento, congiunto ad un intenso dolore e contrizione del fallo suo, che ricorrendo con lagrime di cuore, non potendo col corpo accostarsi all’immagine, e fatto voto di digiuno in continuo cilizio e orazione, restò non meno libero allora dall’accidente del male, che poi dalla sentenza della morte. Fu poco dopo l’immagine stessa trasferita nel luogo, dove oggi si trova, facendo tuttavia innumerevoli grazie e miracoli. Il medesimo Scipione poi tutto si dedicò al servizio della sua liberatrice; appresso a quel simulacro a perpetua testimonianza del miracolo e del proprio dolore, fecesi ritrarre in iscultura, in quell’atto appunto, nel quale cadde in terra nel commettere il gran delitto: e tal ritratto fece porre dal lato destro di quell’altare. Tornando ora al nostro proposito, moltissime furono l’opere, che fece nella città di Bologna e suo territorio il Bagnacavallo, e per molti Principi e Signori d’Italia, che lunga cosa sarebbe il far di tutte particolar menzione; perché fra’ pittori del suo tempo fu egli in quella città riputato eccellentissimo, non senza invidia degli altri, e particolarmente di maestro Amico Aspertini. Merita questo pittore molta lode, particolarmente per un singolar talento, ch’egli ebbe in dipignere immagini devote di Maria Vergine: e per la vaga maniera, che ebbe nel colorire i putti, forse molto superiore a quella d’altri maestri de’ suoi tempi, avendo dato loro gran tenerezza e grazia; onde tanto quelle, che questi, son poi state copiate, per istudio, dagli altri singolarissimi artefici di quella città: e Guido Reni era solito affermare, d’aver tolta la bella morbidezza, colla quale egli coloriva i bambini, dall’opere di lui. Finalmente essendo egli pervenuto all’età di cinquantotto anni, menati con lode di valentuomo, e di persona d’ottima vita e costumi, fu sopraggiunto dalla morte. Molti autori hanno scritto di questo veramente degno professore, e particolarmente il Vasari, il Bumaldo, lo Scannelli, il Masini, ed in ultimo un altro moderno autore, il quale, dopo aver copiato nel suo libro a verbo a verbo la vita del Bagnacavallo, scritta dal nominato Vasari, volendo pure al suo solito (come dir si suole) appiccarla con esso in qualche cosa, si rammarica di lui aspramente, dicendo, ch’egli abbia caricato troppo, e fatta brutta fisionomia al ritratto, che fra gli altri, per abbellimento del suo libro, egli pose di esso, a principio della vita di lui: cosa in vero molto graziosa a chi per pratica degli scritti di questo autore, conosce il poco affetto, o molta avversione, ch’egli ha avuta al Vasari. Ma che dirà egli, quando e’ saprà, che quasi tutti i bellissimi ritratti, posti nel suo libro delle Vite de’ Pittori del Vasari, fra’ quali è quello del Bagnacavallo, dall’autore predetto biasimato, non furono né disegnati, né intagliati dal Vasari, ma da altro professore, come noi a suo luogo mostreremo?

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