Nominativo - Apelle

Numero occorrenze: 13

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Le quali cose presupposte, dico che antichissime e nobilissime sono ambedue, mercè che dal primo Plasticatore Iddio, della terra vergine elementaria da sé creata, fu fatta la plastica del primo uomo; ed affermano ancora che Enos figliuolo di Seth fece alcune immagini per incitare i popoli al culto del vero Dio; e leggesi eziandio nelle sacre Carte, che la bella Rachele fuggendo con Giacobbe, rubò gl’Idoli di Laban suo Padre; e che al Popolo d’Israele fu espressamente proibita l’adorazione de’ simulacri. Oltre che, per passar dalle sacre alle profane Storie, non si à egli per indubitato che Nino Rè degli Assirij, avendo celebrate l’essequie di Belo suo Padre primo Rè di Babilonia , ne fece scolpire un’immagine per sua memoria; e non è egli notissimo che i marmi deposta la lor natìa contumacia, ubbidirono in prima allo scarpello di Dipeno , e Scito ; e poi per opera di Mela , di Micciade , e d’ Antermo , si seron più volte vedere in sembiante umano e ferino, non pur la Natura imitando nella giusta proporzione delle membra, ma le passioni tutte dell’animo, esprimendo e commovendo in chi gli mirava; siccome le tre Minerve di Fidia , e la Venere di Scopa , e quella tanto famosa di Prassitele , e tant’altre Statue di quell’età ne fann’ampia e indubitata fede. Aggiungasi che Gige Lidio appresso gli Egizij, Pirro appresso i Greci, e Polignoto Ateniese appresso i Corinti, conciossiaché forse prima, o meglio d’ogn’altro la Pittura usassero in quelle parti, furon perciò in sommo pregio tenuti, e da molto riputati; come anche Demofilo , Nesea , Appollodoro , e molt’altri, che secondo la rozza e barbara maniera di que’ tempi operarono con qualche lode, fino a tanto che Zeusi , Parrasio , e Timante , dando migliore spirito alle tele, e dopo di loro Apelle e Protogene , miracoli di quest’Arte, in quel grado di sovranissima stima e perfezione la collocarono, oltre al quale ella sormontar non potéa. Che però siccome di tutte l’umane cose veggiamo intervenire ch’elleno in prima nascono e crescono, e cresciute anno stato e declinazione; così appunto addivenne di queste due nobilissime Arti, le quali nate come si è detto quasi a par del Mondo, crebbero di tempo in tempo, e dall’ Egitto nella nostra Italia e nella Grecia passando, e quivi oltr’ogni credere famose e celebri divenute; finalmente dopo varj ondeggiamenti e vicende in quella barbara inondazione, che non pure la grandezza del Romano Imperio, ma tutte l’Arti più belle allagò e sommerse, fecero anch’esse miserabil naufragio. Di maniera che cacciate affatto d’ Italia , e perduto il patrimonio di loro antica bellezza, fuggiasche e raminghe, insieme con l’ Imperio se ne tornarono in Grecia ; ma tanto sparute e contraffatte e cambiate dall’esser di prima, che a chiunque le mirava, anzi terrore e spavento recavano, che diletto veruno. Erano le figure senza proporzione, senza disegno, senza colorito, senz’ombre, senz’attitudine, senza scorti, senza varietà, e senza invenzione o componimento, ricinte attorno d’unnero profilo, con occhj grandi e spaventosi, piedi ritti in punta, e mani aguze, con una durezza più che di sasso; la quale infelicità tanto maggiore era nella Scultura e nell’Architettura, quanto che per cagione della durevol materia, ne restano oggi più testimonianze, che della Pittura, nell’infinite Statue e Fabbriche di que’ tempi, fatte senz’ordine proporzione o misura, e atte più tosto a ingenerare compassione, che maraviglia. In tale stato erano allora quest’Arti state un tempo sì chiare, e di sì nobil grido: ma perché in questo gran flusso e riflusso dell’essere, stanno tutte le cose in perpetuo movimento, senza mai trovare posa o fermezza, volle Iddio che la Pittura, e la Scultura, e con quelle l’Architettura, dopo il loro quasi totale abbassamento e rovina, a nuova vita risorgessero, la qual gloria fu per ispecial privilegio alla nostra Toscana conceduta, come a colei che al parere d’Autori gravissimi, queste due Vergini ancor bambine, e fin dall’ Egitto a lei rifuggenti, pietosamente accolse e nudrì, e per lunghissimo spazio di tempo in grande e felice stato mantenne.

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LXVI. 1666 FELIBIEN Franzese, ne’ suoi Trattenimenti sopra le vite e opere de’ Pittori. Voilà l’estat où estoit l’Italie aù commencement de l’année 1240 quand CIMABUE vint aù monde, le quel estant né pour restablir la Peinture, que les desordres & le guerres en avoient bannie, prit cependant naissance dans le temps des plus grands desordres dont l’Italie ait esté jamais affligée. Comme c’est le premier de tous les Peintres qui a remis au jour un Art si illustre, c’est avec raison qu’on peut le nommer le Maistre de tous ceux qui ont paru depuis ce temps-là. Il estoit d’une noble famille de Florence. Poi soggiugne: Et déroboit les heures de ses leçons pour voir travailler certains Peintres grossiers & ignorans, que ceux qui gouvernoient dans Florence avoient fait venir de Grece, & qui peignoient la Chapelle de l’illustre famille de Gondi, qui est dans l’Eglise de sancta Maria novella. Pymandre m’interrompant, Est-ce, me dit-il qu’il y avoit encore dans la Grece des successeurs de ces grand Peintres dont vous m’avez parlé? C’estoit bien en effet, luy repartis-je, les successeurs de ces fameux Peintres Grecs, mais il y avoit entre les derniers & les premiers la mesme difference, qui se trouvoit entre l’état déplorable où estoit alors ce païs-là, & l’etat florissant où il avoit esté du temps des Zeuxis & des Appelles. C’est-à-dire que ces derniers Peintres dont je parle, n’estoient que les miserables restes de ces grands hommes. Cependant comme si c’eust esté une fatalité à l’Italie de ne pouvoir posseder la Peinture, que par le moyen des Grecs, ce furent eux qui l’y apporterent pour la seconde fois, & qui dés l’an 1013. firent à Florence & en plusieurs autres lieux des Ouvrages de Mosaïque & de Peinture. Che recato in nostro Idioma vuol dire, Ecco lo stato, nel quale era l’Italia al principio dell’anno 1240. quando CIMABUE venne al Mondo; il quale essendo nato per istabilire la Pittura, la quale i disordini e le guerre ne avevano bandita, ebbe i suoi natali in questo mentre, nel tempo delle più gran turbolenze, dalle quali era stata già mai afflitta l’Italia: siccome questi è il primo fra tutti i Pittori, che à rimesso alla luce un’Arte tanto illustre; così con ragione si può chiamare il Maestro di tutti quei che sono venuti doppo questo tempo. Egli era d’una nobil famiglia di Fiorenza etc. Poi soggiugne: Egli rubava l’ore delle sue lezzioni, per veder lavorare alcuni Pittori grossolani ed ignoranti, che quei che governavano in Fiorenza, avevan fatto venire di Grecia, che dipignevano la Cappella dell’illustre famiglia de’ Gondi, che è nella chiesa di S. Maria Novella. Pimandro interrompendomi; puol’ essere, mi disse egli, che vi fussero ancora nella Grecia successori di questi gran Pittori, de’ quali m’avete parlato? Questi eran ben’ in effetto, io gli risposi, i successori di quei famosi Pittori Greci: ma vi correva, tra gli ultimi ed i primi, la medesima differenza, che si trova tra lo stato deplorabile, mel quale era allora quel Paese, e lo stato florido nel quale era stato a tempo degli Zeusi e degli Apelli. Voglio dire, che questi ultimi Pittori, de’ quali io parlo, non erano, che i miserabili avanzi di quei grand’uomini: fra tanto come se fusse stata una fatalità all’Italia di non poter posseder la Pittura, che per mezzo de’ Greci, furono essi quei che ve la portarono per la seconda volta, e che doppo l’anno 1013. fecero a Firenze, ed in molt’altri luoghi dell’opere di Musaico, e di Pittura. Fin qui il FELIBIEN. E avverta il Lettore in questo luogo, che il moderno autore, già tante volte mentovato, per avvalorar suo sentimento, lasciando di far menzione di ciò che disse il Felibien nel luogo sopra notato, lo cita per sé in un altro luogo, nel quale egli non disse mai ciò che esso Autore vuol ch’ei dica, né contradisse a sé stesso, ma asserì quel che veramente fu vero, che gl’Italiani non sono stati i primi inventori della Pittura, e che innanzi, che Cimabue e Giotto incominciassero a far riviver quest’arte, nel fioritissimo Regno della Francia ella si praticava, non punto inferiormente a quello che si faceva in Italia; perché torno a dire, che verissima cosa è che in ogni parte d’Europa avanti a Cimabue, e Giotto si dipigneva, ma alla Greca e Gotica maniera.

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A
Adorazione de’ simolacri proibita al popolo di Isdraele a car. 2.
Antermo antico Scultore 3.
Apollodoro antico Pittore 3.
Apelle antico Pittore 3.
Albero della casa di Cimabue 7.
Apologia a pro delle glorie della Toscana per l’assertiva del Vasari, ed onore di Cimabue, e Giotto Fiorentini 8.
Archilao prima di Socrate disputò del giusto e dell’onesto, e intorno alle leggi, con tutto ciò a Socrate fu dato l’onore d’esserne stato il primo ritrovatore 28.
Autori, che appresso i Greci scrissero avanti a Omero 28.
Avanti a Giotto si dipigneva nel Mondo 29.
Andrea Tafi, sua vita 30. Opere 31. il perché introducesse in Firenze il musaico e lo migliorasse 34. Si crede Maestro di Calandrino 65.
Apollonio Greco Pittore a Musaico 30. A Firenze 30. insegna al Tafi cuocere i vetri e far lavoro per il musaico a 30. sue opere in S. Gio. di Firenze 30.
Aidulfo Re de’ Longobardi 33.
Adualdo Re de’ Longobardi 33.
Arnolfo di Lapo Scultore e Architetto. vita 28.
Amicizia tra Oderigi, Giotto, e Dante 57.
Amicizia tra Calandrino, Bruno, e Buffalmacco 65.

Vocabolario toscano dell'arte del disegno

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Cere colorate

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Cere colorate
. Bella invenzione ritrovata da' moderni, di dare alla cera ogni colore; onde con essa fanno figure di basso e intero rilievo, e ritratti così belli, che non manca loro se non lo spirito. In tal facoltà, tanto nel passato che nel presente secolo, sono stati, e sono Uomini di gran valore; di che fanno fede molte opere di proporzioni diverse, state raccolte dalla gloriosa memoria del Serenissimo Cardinale Leopoldo di Toscana nella sua Galleria: dissi invenzione ritrovata dai moderni; perchè trovasi ch'ella fu usata dall'antichità; fece di cera figure al naturale Panfilo in Sicione, ed il suo dignissimo discepolo Apelle, come par che concluda Stazio in quel verso, Lib. I. Selv. I.

Vocabolario toscano dell'arte del disegno

1681

Chiaroscuro

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Chiaroscuro
. Pittura d'un color solo, al quale si dà rilievo con chiari e con iscuri del color medesimo. Secondo quello che ne lasciò scritto l'erudito Carlo Dati nelle sue Vite, chiaroscuro è lo stesso che
Monocromato
, una sorta di pittura degli antichi, così detta, perchè era d'un sol colore
. Del Monocromato scrive Plinio nel Libro 35. cap. 3. ma però e da avvertire, che egli quì parla di quella sorta di Monocromato, che usarono i primi inventori dell'Arte, colorendo le figure d'un sol colore, col quale riempievano il dintorno di esse, senza alcun rilevo, per non v'esser, nè ombre, nè lumi. Il qual modo di dipignere viene attribuito a Igienonte, e Dina; perchè trovasi ancora che Zeusi ed Apelle attesero a' Monocromati; ma questi dobbiamo credere che fossero i nostri artificiosi chiariscuri, i quali veramente sono tutti d'un sol colore, o bianco, o giallo, o verde, o altro; perchè il chiaro, lo scuro, e la mezza tinta, o più chiari, o più scuri che sieno, non lasciano d'essere di quello stesso colore, del quale la pittura a chiaroscuro si fa. Lodovico Mongioioso(nel suo Gal. Romæ Hosp.) à tenuta opinione, che sotto nome di Monocromato s'intenda anche quella pittura, che contiene in sè varj colori, ma non mescolati fra di loro: come sono alcuni panni di Turchìa, parendogli che tale sia il sentimento delle parole dello stesso Plinio nel suddetto Lib. 35. cap. II. ove tratta d'alcuni simili panni d'Egitto, e come (diremmo oggi) sono i colori delle carte da giuocare, nelle quali ogni colore è schietto senza mescolanza dell'altro. A questo nome di Monocromato il citato Autore è di parere ancora, che possano ridursi i disegni fatti sopra carta, servendosi della stessa carta per chiaro o per iscuro; onde il soprannominato Carlo Dati stimò, potersi anche dire Monocromati, i disegni di matita nera, o rossa, o di gesso, sopra carta azzurra; i famosi cartoni di Michelagnolo, e d'altri eccellentissimi Pittori; quel ritratto che Apelle principiò col carbone sul muro alla presenza di Tolomeo, e tutte le stampe intagliate in legno o in rame; perchè dice egli (e così è veramente) che quello scuro e chiaro, che da il rilievo, non fa esser la pittura di colori diversi, ma d'un solo, ove più, ove meno profondo. Fra' più celebri Pittori che abbiano operato a chiaroscuro, si contano Andrea del Sarto, Fra Bartolommeo di S. Marco, Fiorentini; Polidoro da Caravaggio, ed altri di lui imitatori, usciti dalla squola di Raffaello.

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1728

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Era in que’ primi lor tempi la città di Bruggia abbondantissima di ricchezze, per la gran copia de’ mercanti di diverse nazioni che vi si trovavano, de’ gran negozj che vi si facevano, e commercio che aveva con tutte le parti del Mondo: maggiore al certo di quelli di qualsivoglia altra città di Fiandra. E perché è proprio delle buone arti, quivi piantar loro fortuna, ove più abbondano le ricchezze, a cagione dell’esser quivi bene ricompensate; il nostro Giovanni lasciata la patria, se n’andò ad abitare in essa città di Bruggia, quivi essendosi formata una maniera assai diligente, quantunque alquanto secca, con un modo di panneggiare tagliente, soverchiamente occhiuto, più con pieghe artifiziate, che naturali, quella appunto, che in quelle parti è stata tenuta poi, benchè con miglioramento, per qualche secolo, che anche si riconobbe in Alberto Duro, Luca d’Olanda, e altri celebri maestri. Si acquistò gran fama, ed in somma fu primo, che ne’ Paesi bassi avesse grido d’eccellente Pittore. Fece in Bruggia moltissime opere sopra tavole con colla e chiara d’uovo, che portarono la fama del suo nome in diverse parti, dove furono mandate. Aveva quest’artefice congiunta all’altre sue abilità una ingegnosa maniera d’investigare modi di colori diversi: e perciò molto s’esercitava nelle cose d’alchimia, finchè sortì di trovare il bel modo e la nuova invenzione di colorire a olio: e andò la cosa, come ora siamo per raccontare. Era suo costume l’adoperar sopra i quadri, dipinti a colla e chiara d’uovo, una certa vernice di sua invenzione, che dava molto gusto, per lo splendore, che ne ricevevano le pitture; ma quanto era bella dopo esser secca, tanto era difficile e pericolosa a seccarsi. Occorse una volta, circa l’anno 1410. (tanti anni avanti al tempo notato dal Vasari), che Giovanni aveva fatta una tavola con lungo studio e gran fatica: e avendole dato di vernice, la pose a seccare al sole; ma perché le tavole di legname non erano bene appiccate insieme, e perché il calor del sole in quell’ora era troppo violente, le tavole nelle commettiture si apersero in diversi luoghi. Allora Giovanni preso da gran collera, nel vedere in un punto d’aver persa la fatica e’l lavoro, giurò di voler per l’avvenire cercar modo, che non gli avesse più il sole a far quel giuoco: e presa gran nimistà con quella sorte di vernice, diedesi a cercarne una, che da per sé stessa immantenente si seccasse, senza il sole, dentro alle proprie stanze di casa sua. Provò e riprovò molti olj, rage, e altre naturali e artificali cose: e finalmente venne in chiara cognizione, che l’olio del lino, e quello delle noci, eran quelli, che più d’ogn’altra cosa da per sé stessi seccavano. Con essi faceva bollire altre materie, finché venne a ritrovare questo bello e util modo, resistente all’acqua e a ogni colpo, che rende i colori assai più vivi, e più facili a mescolarsi fra di loro, e distendersi: invenzione, che ha tanto abbellito il Mondo. Prese Giovanni da ciò molta allegrezza, e con gran ragione: e dando poi fuori opere in tal maniera lavorate, non si può dire quanto si facesse glorioso in quelle parti, e dovunque erano mandati i suoi quadri. Fino dall’Italia andarono artefici, solamente per vedere essa nuova invenzione: e dice il nominato Vanmander, che di tal novità fecesi maggior rumore, che quando l’anno 1354. da Bertoldo Schivvartz, Monaco di Danimarca, fu trovata la polvere da bombarda. Seguitò Giovanni a dipignere a olio, insieme con Uberto suo fratello, tenendo il segreto molto occulto: né volle da quel tempo in poi esser più veduto dipignere, e quantunque tanto in quelle parti, quanto poi in Italia, ognuno potesse a suo talento sentir l’odore delle tele, da lui dipinte; in riguardo però d’un certo fortore, che mandan fuori i colori mescolati con quell’olio, non fu mai alcuno, che potesse rinvergare, che quella mestura fosse quello, ch’ella era. Fintantoché, dopo un gran corso d’anni, Antonello da Messina, andando a Bruggia, ne imparò il modo, e lo portò in Italia, come diremo al luogo suo. Molte furono l’opere de’ due fratelli, quantunque il valore di Giovanni quello d’Uberto di gran lunga eccedesse: la maggior parte delle quali furono nella città di Ghent, dove nella Chiesa di S. Giovanni fecero ad istanza del Conte di Fiandra Filippo di Charlois, figliuolo del Conte Giovanni Digion, una gran tavola, nella quale rappresentarono una Vergine coronata dall’eterno Padre, con Giesù Cristo, che tiene in braccio la Croce, e gran copia d’Angeli in atto di cantare: nello sportello a mano destra fecero Adamo ed Eva, e nel volto d’Adamo appariva assai bene espresso un gran terrore, per la ricordanza del trasgredito precetto: e nell’altro sportello fecero una Santa. Dipinsero ancora in essi sportelli i ritratti de’ due Conti soprannominati, a cavallo, e i ritratti di loro medesimi: quello d’Uberto, il più vecchio, a mano destra, e quello di Giovanni a mano sinistra, ancora essi a cavallo, vicino al Conte Filippo, ch’era allora conte di Borgogna: appresso al quale erano, massimamente Giovanni, in grande affetto e stima, tanto che scrive il mentovato autore, esser fama, che Giovanni per lo grande ingegno suo fusse fatto suo Consigliere segreto, sendo a tutti noto, ch’egli ne fosse trattato con dimostrazioni eguali a quelle, che si leggono d’Alessandro ad Apelle. Nella predella della tavola dipinsero a colla un Inferno con assai belle invenzioni; ma avendo questa dato alle mani di alcuni ignoranti, che la vollero lavare, rimase quasi in tutto guasta. La tavola venne in tal venerazione appresso i popoli, che non mai si aprivano gli sportelli, se non ne’ giorni di gran feste, o a’ forestieri: e a tal faccenda erano deputate persone apposta, che in tale occasione si guadagnavano gran mance: e quando si mostrava ad alcuno, vi si affollavano talmente le persone, che talora seguivano disordini. Erano in essa tavola sopra 300. figure, tutti ritratti al naturale, niuno de’ quali s’assomigliava all’altro: e in somma fu quest’opera in que’ primi tempi il miracolo di quelle parti.

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1728

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Tornando ora al nostro pittore Fra Gio. Angelico, lascio per brevità di far menzione di moltissime altre sue pitture fatte a tempera, oltre a quelle, che si trovano in essa Cronica descritte: e dirò solamente, che egli fu anche Miniatore eccellentissimo: e di sua mano sono nel Duomo di Firenze due grandissimi libri, con sue bellissime miniature, e riccamente adornati, i quali son tenuti in somma venerazione e per l’eccellenza loro e per la memoria di tant’uomo. Né meno starò a dire, quanto scrivono intorno alla Santità di lui Leandro Alberti De Viris Ill. Ord. Præd. lib. 5. pag. 250 ed il medesimo Vasarj nella seconda parte a car. 359. e seguenti, e Fra Serafino Razzi nella storia degli Uomini Illustri del Sacro Ordine de’ Predicatori a car. 353. e larghissimamente exprofesso il medesimo Fra Serafino nelle Vite de’ Santi e Beati del medesimo Ordine a c. 222. e 223. non essendo al presente mio assunto lo scriver Vite di Santi. Dirò solamente, e crederò con poco di aver detto tutto, che egli fu osservantissimo di tutti gli Ordini della sua Religione, e fornito di tanta semplicità cristiana, che lavorando in Roma nel Palazzo Pontificio, con gran fatica di applicazione, per Papa Niccola V. il Pontefice compatendo la di lui incomodità, gli ordinò, che per ristorarsi alquanto, mangiasse carne: al che egli, che avvezzo era sempre ad ubbidire a’ suoi ordini religiosi, rispose, non aver di ciò fare altra licenza dal Priore: e fu necessario, che il Papa gli ricordasse, esser la sua autorità, come Vicario di Cristo, superiore a tutte l’altre insieme. Non volle mai cavare altro utile dalle sue pitture, che il merito dell’obbedienza al suo Prelato, al quale, e non a lui si domandavano le opere. Non mai altro dipinse, che immagini sacre, né senz’aver fatta prima orazione: e nel farle sempre spargeva devotissime lacrime. Alle Immagini di Maria Vergine e del Crocifisso, diede tal devozione, che in ciò fu superiore a sé stesso: e per questo e pel vivere suo innocentissimo, si guadagnò il nome di Angelico. Poteva essere Arcivescovo di Firenze, essendone dal Papa riputato degno per la sua bontà; ma recusò di esserlo, proponendo in sua vece Frate Antonio Pierozzi da Firenze, che fu poi Santo Antonino, facendo in un tempo stesso, ricco di merito sé medesimo, e felice e gloriosa la patria sua. Morì finalmente in Roma agli 18. Febbrajo 1455. sopraccennato, e fu sepolto nella Minerva, Chiesa del suo Ordine, in un sepolcro di Marmo col seguente epitaffio: Non mihi sit laudi, quod eram velut alter Apelles, Sed quod lucra tuis omnia Christe dabam, Altera nam terris opera extant, altera Cœlo Urbs me Ioannem Flos tulit Etruriæ. Ebbe ancora il medesimo Padre un fratello della stessa Religione, uomo di singolar bontà, e scrittore di libri da Coro eccellentissimo, come dell’uno e dell’altro mostrano le seguenti parole copiate dalla soprannominata Cronaca de’ Padri Predicatori, Fogl. 97. Frater Ioannes Petri de Mugello juxta Vidicum optimus pictor, qui multas tabulas et parietes in diversis locis pinxit, accepit habitum Clericorum in hoc Conventu 1407. E al Fogl. 146. Frater Joannes Petri de Mugello obiit die. . . . hic fuit præcipuus pictor, et sicut ipse erat devotus in corde, ita et figuras pingebat devotione plenas ex effigie: pinxit enim multas tabulas Altarium in diversis Ecclesiis, et Cappellis et Confraternitatibus, quarum tres sunt in hoc Conventu Fæsulano, una in S. Marco Florentiæ, duæ in Ecclesia S. Trinitatis, una in S. Maria de Angelis Ordinis Camaldulensium, una in S. Egidio in loco Hospitalis S. Mariæ Novæ. Quædam Tabulæ minores in Societatibus puerorum, et in aliis Societatibus. Pinxit Cellas Conventus S. Marci, et Capitulum, et aliquas figuras in Claustro. Similiter pinxit aliquas figuras hic Fæsulis in Refectorio. In Capitulo veteri, quod modo est Hospitium secularium pinxit, Cappellam D. Papæ, et partem Cappellæ in Ecclesia Cathedralis Urbisveteris, et plura alia pinxit egregie et tandem simpliciter vivens, sancto fine quievit in pace. Ed al Fogl. 146: Fr. Benedictus Petri de Mugello, germanus prædictis pictoris, obiit … hic fuit egregius scriptor, et notavit, et aliquos libros, et hic Fesulis. Fuit hic Pater devotus et sanctus, et bono fine quievit in Domino. E al Fogl. 3. Post separationem S. Marci de Florentia, et Sancti Dominici de Fesulis Anno Domini 1445. unusquisque Conventus habuit proprium Priorem Frater Benedictus Petri de Mugello, germanus Fratris Joannis optimi pictoris, qui erat optimus scriptor et scripsit multos libros notatos pro cantu, tam in Conventu S. Marci, quam in Conventu Fesulano.

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Rimase vivo dopo di lui il suo fratello Giovanni , in età di anni trentasei, ancora egli pittore, che nell’antico Libro della Compagnia de’ Pittori , altre volte citato, io trovo scritto l’anno 1443. con queste parole: Giovanni di ser Giovanni da Castel S. Giovanni : e questi fu erede di Masaccio , perché si riconosce nel Catasto del 1469. appresso gli Ufiziali di Decima, che la gravezza degli effetti di quella casa in esso trapassò. Costui diede in nota d’avere un figliuolo, chiamato Antonfrancesco , di anni vent’otto, che stava seco all’arte del pittore, e di averne avuto un altro, che si chiamò Tommaso , che in età di diciassette anni lasciò la casa e la patria, e se n’andò. Questi dovette poi rimpatriare; perché si trova avere avuto un figliuolo chiamato Salvestro , ed una figliuola per nome Antonia , che del 1505. fu maritata a un tal Dato di Antonio di Dato . Questo medesimo Tommaso trovo, che del 1469. negli Atti del Vescovado di Fiesole dell’anno 1479. in causa della Cappella , di che si parlerà in fine, è nominato Cittadino e Mercante Fiorentino. Di Antonfrancesco nacquero altri figliuoli: e fra essi un Giovanni pittore, il quale trovo descritto del 1525. nel Libro della Decima con questo nome: Giovanni d’Antonfrancesco dello Scheggia ebbe tre figliuoli, cioè Tommaso , Raffaello e Michelagnolo : e di questi e del Padre loro trovasi fatta menzione in un Contratto, Rog. a dì 22. di Giugno 1552. per mano di ser Niccolò da Corella , nella vendita di una casa in Castel San Giovanni , che fu fra’ beni di Masaccio , e di Giovanni suo fratello. Di questo Tommaso di Giovanni nacque Baccio , che morì l’anno 1616. del quale non si vede successione, siccome né meno d’ Antonfrancesco suo fratello. Torniamo ora a Giovanni di ser Giovanni , fratello di Masaccio , dal quale è proceduta la nobile schiatta, della quale siamo appresso per parlare. Questi ebbe, oltre ad Antonfrancesco e Tommaso , più figliuoli: e fra essi un Lionardo , dato da lui in nota nel Catasto del 1470. e poi in quello del 1480. e quivi disse esser Lionardo in età di anni ventidue, facendovi anche menzione di Vaggia sua prima moglie. Andò poi questa Decima l’anno 1498. nel qual tempo già era morto Giovanni , in una tal Tita , moglie fu di Giovanni di ser Giovanni di Mone Guidi , che è quello del quale si parla. Di Lionardo figliuolo di Giovanni , e nipote di Masaccio , nacque un figliuolo, che pure anch’esso si chiamò Giovanni . E vedesi in un Contratto di vendita, stata fatta a Messer Piero di Ser Bastiano Renzi , di una quarta parte della sopraccitata casa, per Rogo di ser Filippo da Colle a dì 30. di Giugno 1552. essere stata fatta menzione di esso Giovanni Guidi , e d’un Benedetto suo figliuolo: nel quale Strumento, oltre al casato de’ Guidi, son cognominati dello Scheggia; siccome anche ne’ casati antichi fino da’ tempi di Masaccio . Né si dee passar senza considerazione il vedersi nell’antiche scritture, appartenenti a questa famiglia, fatta menzione del casato, attesoché questo per ordinario non seguiva se non nelle famiglie rinomatissime. E da questo Giovanni in poi, per lo più non furono dette nelle scritture le parole di Mone Guidi, ma degli due antichi nomi e casati degli avi, fu formato un altro casato, cioè de’ Monguidi, il quale poi hanno sempre ritenuto; dove negli antichi tempi eran cognominati de’ Guidi dello Scheggia. In esso Giovanni di Lionardo l’anno 1534. passò la Decima, e da esso in Benedetto suo figliuolo: e si trova questo Benedetto a dì 21. d’Agosto 1586. essere stato abilitato agli Ufizj della città di Firenze, per aver quella famiglia, per lo spazio di 150. anni, pagate le gravezze per cittadini di questa città. Dopo la morte di Benedetto passò la Decima in Cammillo suo figliuolo, nel quale crebbe tuttavia lo splendore di questa casa; perché partitosi di Firenze, e andatosene a Parma al servizio di quel Serenissimo Duca, fu da esso mandato per suo Segretario in Fiandra: nel qual luogo e carica si trovava l’anno 1584 e 1585. come si riconosce da due Testamenti fatti da Benedetto padre di lui, ne’ quali fa erede esso Cammillo . E in questo tale, comeché già egli aveva abbandonata la città di Firenze, vedesi l’anno 1617. esser mancata la Decima. Ebbe Cammillo due figliuoli, Alessandro e Ranuccio : e questi fu pure anch’esso Segretario di Stato de’ Serenissimi Odoardo e Ranuccio Duchi di Parma. Da questo fu mandato Ambasciatore alla Maestà del Re di Francia, e più altre volte a diversi Principi e Repubbliche per l’Italia: e finalmente passò all’altra vita l’anno 1648. a dì 29. di Maggio. Questi è quel Cammillo , di cui l’Abate Siri nel suo Mercurio tante volte fa onorata menzione. Di Alessandro , fratello di Cammillo , nacque Giovanni , che oggi vive in Parma con numerosa figliolanza. Nella Chiesa della Santissima Nunziata di Parma , in una lapida, che è sopra il sepolcro di Cammillo , si legge il seguente epitaffio: D. O. M. S. Camillus Monguidus Florentinus emensis quinque annorum decadibus inter arcana Serenissimi Alexandri et Ranucci Ducum Pharnesiorum a secretis negotia, III. Nonas Martii MDCXXI. recessit, decessit. Ranuccius filius, Serenissimi Odoardi et Rannuccii Secundi a sacretis Status, post varias missiones ad inclytum Regem Gallorum Christianissimum, per ltaliam ad Principes plurimos et Respublicas, demum Serenissimo Dominante Secundo Ranuccio abiit, obiit III. Kalen. Junias MDCXXXXIIX. Nono, quinti ætatis suæ noveni, anno. Alexander filius et frater M. P. L’Arme della famiglia de’ Monguidi, già de’ Guidi dello Scheggia, è un Cervio saltante in campo giallo, con una cinta di cilestro, che attraversa tutto il campo ed il medesimo Cervo: e nella superior parte son tre Gigli di turchino. Questo è quanto mi è potuto fin qui venire a notizia, non tanto intorno alle qualità personali del grande artefice Masaccio , quanto della nobil discendenza de’ suoi congiunti. Ed affinché non mai perisca la memoria di quanto mi è sortito di ritrovare intorno a ciò, ho stimato bene di recarne qui una dimostrazione per via di albero, per dare il suo luogo alla verità ed alla gratitudine. Dico, che lo avermi il molto virtuoso Dottore Giovanni Renzi mio amicissimo (agli autori del quale fu venduta la casa, di che sopra ho fatta menzione) dato avviso della pubblica fama, che correva in Castel San Giovanni, che essa casa fosse già abitazione di Masaccio , mi ha dato causa di cercare insieme col medesimo dell’antiche memorie, e per tal modo venire in cognizione de’ nobili progressi, che ha fatti questa famiglia in un corso di quasi 250. anni, dopo quel tempo, nel quale Tommaso colla sua celebratissima virtù le accrebbe tanto di onore e di gloria. Fabio Segni Nobile Fiorentino, letterato di gran nome, che visse nel principio del XVI. secolo di nostra salute, intorno a 60. anni dopo Masaccio , col supposto, che egli morisse molto giovane, fece in lode di lui il seguente bellissimo epigramma: Invidia cur Lachesis primo sub flore juventæ Pollice discindis stamina funereo? Hoc uno occiso innumeros occidis Apelles. Picturæ omnis obit hoc pereunte lepos, Hoc sole extincto extinguntur sidera cuncta. Heu decus omne perit hoc pereunte simul. NOTA DELL’AUTORE. Per non tralasciar cosa alcuna, che io abbia ritrovata, appartenente a questa famiglia, dico, come fra le antiche Scritture e Atti del Vescovado di Fiesole si trova, che un tal Bartolommeo d’Antonfrancesco , detto Fonda, cittadino Fiorentino, abitante nel Popolo di San Siro a Cascia, fondò una Cappella nella medesima Chiesa Parrocchiale sotto l’invocazione della Nativita della Madonna: e perché in detta fondazione non provide di Padronato, lo fece poi per suo Testamento, e nominò per Padroni, fra gli altri, Giovanni di Ser Giovanni di Mone , e suoi figliuoli e descendenti maschi, ne’quali, in tempo, si è consolidato tutto il padronato della detta Cappella. Lo Strumento della Fondazione non si vede negli Atti, né tampoco il Testamento di Fonda ; ma sibbene una enunciativa, che dell’anno 1479. fanno i Padroni avanti al Vescovo, nella quale narrano quanto si è detto: in virtù della quale il Vescovo Guglielmo Becchi , che per avanti aveva unita essa Cappella alla medesima Chiesa, e con supposto, che fosse rimasa a lui di libera collazione, l’aveva conferita ad un tale Prete Andrea di Gherardo , Rettore della medesima Chiesa, durante la sua vita, revocò detta unione: e perché Prete Andrea se ne appellò, non ammesse l’appello, e fu luogo alla presentazione a Tommaso figliuolo di Gio. di ser Gio. di Mone , il quale presentò Benedetto suo fratello. E si suppone continovato esso Padronato nella famiglia, giacché si vede, che l’anno 1616. Cammillo Monguidi di Parma ebbe luogo nella presentazione della medesima, fatta da Alessandro Machiavelli .

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Discepolo di Cosimo Rosselli, nato 1469, ?1517. In questi tempi nacque Fra Bartolommeo, che per corrottela del nome, fu chiamato Baccio, nella Villa di Savignano, vicino a Prato di Toscana: e pervenuto a competente età, essendo stato da’ parenti conosciuto assai inclinato alla Pittura, fu condotto a Firenze, dove vicino alla Porta a San Pier Gattolini gli fu data sua abitazione; che però per tutto il tempo ch’e’ visse al secolo, fu sempre chiamato Baccio dalla Porta. Accomodatosi all’arte appresso a Cosimo Rosselli, fece insieme con Mariotto Albertinelli, suo condiscepolo ed amicissimo, grande profitto; ma datosi poi a studiar le opere di Lionardo da Vinci, si formò quella bellissima maniera di dar rilievo e vivacità alle pitture, che non solo al più perfetto dell’arte esso medesimo condusse, ma che fu poi al Divino Raffaello da Urbino di gran lume, per migliorar l’antico modo appreso dal Perugino, ed arrivare al segno, al quale ei giunse. Quindi è, che lo stesso Raffaello fece poi di lui sì grande stima, che nel tempo ch’e’ si trattenne nella città di Firenze, parve che da esso non mai separar si potesse; anzi non isdegnò di essergli maestro ne’ buoni termini della Prospettiva, e intanto ricercarne i più apprezzabili precetti della grande ed ottima maniera di condurre le opere sue con grazia e morbidezza, fino allora non più riconosciuta in altro pittore: e diede gran testimonianza di questa grande stima lo stesso Raffaello, quando, dopo alcun tempo, impiegò il proprio pennello in Roma nel dar fine ad un’opera, cominciata da Fra Bartolommeo in quella città, e lasciata imperfetta. Onde, se a gran cagione ascrivesi a gloria d’Apelle il non essersi trovato Artefice, che raccomodasse la tanto celebrata sua Venere di Coo, detta Anadiome, cioè Emergente o Sorgente dal mare, dedicata poi da Augusto nel Tempio di Giulio Cesare, guasta nelle inferiori parti, onde fu poi da’ tarli corrosa ed in tutto disfatta; gloria maggiore può dirsi del nostro Fra Bartolommeo, l’essersi trovato un Raffaello, che non solo desse fine alla di lui opera, ma quella con la sua ingegnosa mano consegnasse all’eternità. Tornando ora al nostro Pittore, egli per qualche tempo si trattenne a dipignere in compagnia dell’Albertinelli, e talora da sé solo, Immagini di Maria Vergine con Gesù e d’altri Santi, delle quali fece moltissime a diversi cittadini. Poi dipinse a fresco la tanto celebrata storia del Giudizio Universale nell’antico Cimitero dello Spedale di Santa Maria Nuova, detto fra l’Ossa, che rimase imperfetta, e poi fu finita dall’Albertinelli, come alle notizie della Vita di lui si è detto. Erasi Baccio acquistato fama in Firenze, non solo di giovane valorosissimo nell’arte, ma di persona quieta e buona, e di grande applicazione al lavoro; ma quello che è molto più, di assai timorato di Dio, e di assiduo all’opere di pietà; onde per questa e per ogni altra simile cagione, beato si chiamava colui, che poteva aver dell’opere sue. Ma perché egli rivolgeva nell’animo suo più pensieri del cielo, che del mondo, poco incentivo gli abbisognò per risolversi a lasciare il secolo, e vestire abito religioso: e ciò, secondoché racconta il Vasari, del quale son proprie parole quelle che seguono, seguì nel modo, che appresso. Perchè trovandosi in questi tempi in S. MarcoFra Girolamo Savonarola da Ferrara, dell’Ordine de’ Predicatori, Teologo famosissimo: e continuando Baccio la udienza delle prediche sue, per la devozione, che in esso aveva, prese strettissima pratica con lui, e dimorava quasi continuamente in convento, avendo anche con gli altri Frati fatta amicizia. Avvenne, che continovando Fra Jeronimo le sue predicazioni, e gridando ogni giorno in pergamo, che le pitture lascive, e le musiche, e i libri amorosi, spesso inducono gli animi a cose mal fatte; fu persuaso, che non era bene tenere in casa, dove son fanciulle, figure dipinte di uomini e donne ignude: per il che riscaldati i popoli dal dir suo, il carnevale seguente, che era costume della Città far sopra le piazze alcuni capannucci di stipa, e altre legne, e la sera del martedì, per antico costume, arderle queste con balli amorosi, dove presi per mano un uomo e una donna, giravano cantando intorno certe ballate; fe’ sì Fra Jeronimo, che quel giorno si condusse a quel luogo tante pitture e sculture ignude, molte di mano di maestri eccellenti, e parimente libri, liuti e canzonieri, che fu danno grandissimo, ma particolare della pittura: dove Baccio portò tutto lo studio de’ disegni, che egli aveva fatto degl’ignudi, e lo imitò anche Lorenzo di Credi, e molti altri, che avevano nome di piagnoni; là dove non andò molto, per l’affezione, che Baccio aveva a Fra Jeronimo, che fece in un quadro il suo ritratto, che fu bellissimo, il quale fu portato allora a Ferrara, e di lì, non è molto, che egli è tornato a Fiorenza nella casa di Filippo d’Alamanno Salviati, il quale, per esser di mano di Baccio, l’ha carissimo. Levatesi poi contro al Padre le Parti contrarie, e’ seguitò nella presa di lui l’abbattimento del Convento di San Marco, che è noto al mondo, descritto da diversi Storici, e particolarmente dal Nardi nella sua storia. E questo, in tempo appunto, che Baccio si trovava per sua devozione in esso Convento; sentito il rumore, e appresso la morte seguita di alcuni dell’una e dell’altra parte, pel timore che ebbe di sé stesso, fece voto a Dio, se egli scampava da quel pericolo, di farsi Religioso di quell’Ordine: il che poi effettuò, vestendo l’abito del Patriarca San Domenico, nel Convento di Prato a’ 16. di Luglio l’anno 1500. E qui noti il Lettore, come Gio. Paolo Lomazzo nel suo Teatro della Pittura a 366 ver. 10. erra, dicendo, che Fra Bartolommeo fosse dell’Ordine di Santo Agostino. Vestito dunque che ebbe Baccio l’abito, per quattro anni interi, tutto dedito agli esercizj di religiosa perfezione, nulla volle mai operare in pittura, risoluto di perseverare in tal sua determinazione fino alla morte; se per altro la volontà di coloro, a’ quali era egli tenuto ubbidire, non l’avessero necessitato a dar qualche luogo all’antiche applicazioni. La prima opera, ch’egli facesse in istato di Religioso, fu la bella tavola di San Bernardo, in atto di scrivere, appresso alla Beatissima Vergine, col Bambino Gesù, e molti Angeli, per la Cappella di Bernardo del Bianco, nella Chiesa di Badia di Firenze. Dipinse poi le tre maravigliose tavole, che fino a’ presenti tempi si son venute e godute nel Convento di San Marco, che fu quasi continova abitazione di Fra Bartolommeo, in una delle quali è Maria Vergine, con San Gregorio, ed altri Santi, con più Angeletti, di così rara bontà, che fu parere di alcuni gran maestri, e fra questi, di Pietro da Cortona, che fra le più stupende opere di pittura, di che è piena la nostra città di Firenze, sia la più bella. In altra tavola, che fu posta rincontro a questa, colorì un’altra Vergine, con Gesù, e due Santi: e nell’altra finalmente la non mai abbastanza lodata, anzi impareggiabile figura del San Marco Evangelista, di cui è fama per tutta l’Italia e fuori. Di queste tre stupende opere del Frate, nel tempo che io queste cose scrivo, son rimase in essa Chiesa di San Marco le copie della prima, e dell’ultima, e il proprio originale della seconda, giacché gli originali dell’altre due sono venuti in potere del Serenissimo Principe Ferdinando di Toscana, che le conserva fra l’altre pitture di primo pregio, che l’Altezza Sua in gran numero possiede. Fece anche il Frate pel Re di Francia un’altra tavola con moltissime figure. Inventò egli il bel modo di fumeggiar le figure, col diminuir l’ombre e gli scuri in guisa, che ad una maravigliosa unione e accordamento tengono congiunto un gran rilievo: e di questa maniera, a cagione di esser dagl’invidiosi stato imputato di non saper fare le figure ignude, fece egli per la sua Chiesa di San Marco un bel San Bastiano, che riuscì di così dolce colorito, e tanto simile al naturale, che per iscandalo preso da alcuno in rimirarlo, se pure non fu un pretesto per farne esito con gran vantaggio, fu levato di luogo, e mandato in Francia. In Roma fece Fra Bartolommeo opere maravigliose: e colorì molti quadri per la città di Prato, di Lucca, e per altri luoghi, ed un’infinità di altri ne fece per nobili e civili persone. Volle sempre nel suo dipignere avere appresso di sé il naturale: e a tale effetto però erasi fatta fare una figura di legno quanto il vivo, la quale in ogni sua congiuntura egli snodava e volgeva a proprio piacimento: e quella copriva di panni per potergli a sua comodità imitare: costume stato poi usato dopo di lui (che di tale istrumento fu primo inventore) da moltissimi altri ottimi artefici. Ultimamente essendogli stato ordinato da Pier Soderini di far una tavola per la Sala del Consiglio, posevi le mani, disegnolla tutta, e colorilla in chiaroscuro, rappresentando in essa que’ Santi, nella solennità de’ quali aveva la città di Firenze avute Vittorie, e Protettori di essa città: in uno de’ quali, quasi presago di sua vicina morte, volendo, che restasse, oltre alla memoria gloriosa che avevangli guadagnata i proprj pennelli, anche quella di sua effigie, fece il ritratto al vivo del proprio volto. Quest’opera però, che diede segni di voler riuscire una delle più belle, che avessero mai partorite i suoi pennelli, diede non poca occasione a quella infermità, che fu l’ultima per lui, e quella, che lo privò di vita; perché avendola egli lavorata al lume di una finestra, per cui infondevasi nella stanza di suo lavoro un’aria grave e penetrante, fu assalito da un gran flussione catarrale, che a termine il ridusse di non potersi quasi muovere. Non giovarono, per suo scampo, rimedj di sorte alcuna; onde non andò molto, che avendoci aggiunto a’ suoi l’effetto di un poco di disordine, fatto in caricarsi alquanto lo stomaco di certe appetitose frutte, delle quali era amicissimo, dopo una febbre di quattro giorni, con gran dolore de’ suoi Frati, ma con dimostrazioni però da buono e santo Religioso, se ne morì in esso Convento di San Marco agli 8 d’Ottobre l’anno 1517. e in quella loro Chiesa aspetta il suo cadavero l’ultimo giorno. La nominata tavola così imperfetta, dipinta a chiaroscuro, fu posta dipoi nella Chiesa di San Lorenzo nella Cappella del Magnifico Ottaviano de’ Medici, dove ella è stata anch’essa fino al tempo, che io ne scrivo, sempre ammirata dagl’intendenti dell’arte: ed è pure anch’essa poi pervenuta in mano del già nominato Serenissimo Principe di Toscana, e nel regio appartamento di quell’Altezza, fra l’altre bellissime pitture, fa pompa di sua bellezza. Il Vasari in fine della Vita di Fra Bartolommeo della Porta dice, che alla di lui morte lasciò tutti i suoi Disegni a una sua scolara Monaca in Santa Caterina di Firenze. E quest’istessi sono presentemente nelle mani del Cav. Gabburri in Firenze al numero di 500. in circa, avuti dal medesimo Monastero, dopo averne ricavato questo lume dalla lettura del medesimo Vasari. Molti e molti però de’ detti Disegni si sono perduti.

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Moltissime poi furono le opere, che fece questo artefice: e fra l’altre rimase di sua mano in Anversa una bellissima tavola nella Chiesa della Madonna, e una nella Compagnia de’ Legnaiuoli o Ebanisti: e in questa era figurata la Deposizione della Croce di Cristo nudo, che si conosceva fatto dal naturale, e aveva maneggiato il colore a olio artificiosissimamente: le Marie e l’altre figure appartenenti alla storia, esprimevano tutti quegli affetti ed azioni, che si confacevano con quel misterioso fallo. In uno sportello, dalla parte di dentro, era San Giovanni nella Caldaja bollente, molto ben colorito: e se gli vedevano attorno alcune bellissime figure de’ ministri di giustizia a cavallo. Nell’altro sportello era la storia di Erodiade, che balla avanti ad Erode: le quali tutte vedute in lontananza, apparivano assai finite, ma nell’accostarsi si vedevan fatte di colpi e con assai buona franchezza, in che è maggiormente da ammirarsi l’ottima disposizione del pittore in pigliar quel modo sì franco, e quasi da niuno usato allora in quelle parti; mentre sappiamo, che ciò appena può venir fatto a coloro, che cominciarono a darsi al colorire fino dalla puerizia. Filippo II Re di Spagna, fece far gran pratiche, per aver questo quadro, offerendone gran danari; ma seppero gli uomini di quella Compagnia, con bella ed acconcia maniera, liberarsi da tale richiesta. Il medesimo quadro, per la grande stima, in cui era colà, fu nel tempo della destruzione delle immagini, conservato intatto. Finalmente l’anno 1577, nell’ultimo tumulto della città, fu dalla stessa Compagnia venduto: e Martino de Vos, celebre pittore, pell’amore, ch’e’ portava a quest’opera, passò tali uficj, e talmente si adoperò con chi faceva di bisogno, che quantunque fosse stato venduto ad altre persone, ne fu guasto il partito, e comprato il quadro da’ Signori della città, per prezzo di 1500 testoni di quella moneta, non volendo, che sì bella gioja si perdesse. Molte altre opere in quadri fece Quintino, che furono in diversi luoghi trasportate, e di tempo in tempo in case de’ particolari se ne son trovati de’ pezzi, che poi sono stati tenuti in gran venerazione. Fra questi uno ne aveva l’amatore dell’arte Bartolommeo Ferreris, in cui era una Madonna molto bella. Nel Gabinetto di Carlo I Re d’Inghilterra, erano di sua mano i ritratti di Erasmo e di Pietro Egidio, in un medesimo ovato: l’ultimo teneva una lettera, che Tommaso Moro, stato conoscente di tutti e due, gli avea scritto, siccome io trovo nel Felibien , Autore Franzese, ne’ suoi Ragionamenti, dove ancora son portati alcuni versi di Tommaso Moro, in lode di essi ritratti e del pittore. Appresso il Duca di Buchingan e’l Conte d’Arondel in Inghilterra, erano più ritratti di mano di Quintino. Appresso un Mercante d’Anversa, nominato Stenens , si vedevano di suo bei ritratti: e fra gli altri uno, che rappresenta un Banchiere colla sua donna, che contano e pesano danari, fatto l’anno 1514. Ve ne erano altri, ove son persone, che giuocano alle carte. Nella Chiesa di San Pietro di Lovanio, era una tavola di Sant’Anna: e coloro di quella città, che ne fanno gran conto, hanno sostenuto, che questo pittore era nato appresso di loro: onore, conteso loro da que’ d’Anversa. Ebbe Quintino un figliuolo, che fu anch’egli pittore e suo discepolo: di mano del quale era in Amsterdam, nella strada detta Waermoestraet, una pittura, nella quale si vedevano alcuni in atto di contar danari; ed altrove in Anversa erano altri quadri, pure di sua mano, tenuti in grande stima. Morì finalmente Quintino nella stessa città d’Anversa sua patria, l’anno 1529 e fu sepolto nella Certosa, presso le mura della città, nella quale, con intaglio di Tommaso Galle, fu dopo molti anni dato alle stampe il suo ritratto molto al naturale, fra quelli di altri celebratissimi Pittori Fiamminghi, sotto il quale si leggono i seguenti versi: Ante faber fueram Cyclopeus: ast ubi mecum Ex aequo victor coepit amare procus: Seque graves tuditum tonitrus post ferre silenti Peniculo objecit cauta puella mihi. Pictorem me fecit Amor: Tudes innuit illud Exiguus, tabulis quae nota certa meis. Sic ubi Vulcanum nato Venus arma rogarat, Pictorem e fabro, summe Poeta facis. L’ossa di quest’artefice, dopo cent’anni, furono ritrovate per opera di Cornelio Vander Geest, che aveva di sua mano una Vergine, che molto stimava, e fatte riporre a piè del campanile della Chiesa Cattedrale di nostra Donna d’Anversa: e sopra fecevi elevare l’immagine di Quintino, scolpita di marmo bianco, col seguente epitaffio: QUINTINO MATSYS INCOMPARABILIS ARTIS PICTORIS, AD MIRATRIX GRATAQUE POSTERITAS ANNO POST OBITUM SAECULARI MDCXXIX. E più basso è scritto sopra marmo nero in lettere d’oro: Connubialis amor de Mulcibre fecit Apellem.

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Discepolo di Luca d’Olanda, fioriva nel 1524. Fu Giovanni della città di Mabuse: ed essendo stato ricevuto nella scuola da Luca di Leida, diedesi appresso di lui a studiar l’arte del disegno, con accuratezza e diligenza, quanta mai se ne adoprasse alcun altro giovane in questo tempo. Questi, nella sua gioventù fu persona allegra, ma contuttociò non lasciò mai di affaticarsi, per avanzarsi nell’arte, per giugner poi là, dove tendevano i suoi pensieri. A tal fine, dopo qualche tempo volle peregrinare per l’Italia, ed altre Provincie e Regni, con che acquistò tanto di sapere, che ebbe il vanto di essere il primo, che riportasse in quelle parti di Fiandra il vero modo di ordinare le storie, e fare gl’ignudi e putti, col buon gusto Italiano, i quali avanti a lui non vi erano ancora in molto uso. Fra le opere ch’ei fece, la principale e più stimata, fu una gran tavola, che fu posta sopra l'altar maggiore di una chiesa di Midelburgh, co’ suoi sportelli, che per la loro grandezza, nell’aprirsi, eran fatti posare sopra certi ferri adattati a quell’effetto nel suolo. Viveva in quei suoi tempi in Anversa il celebre Alberto Duro, il quale venne apposta a Midelburgh a veder quella tavola, il che ridondò in non poca gloria del Mabuse. L’Abate, che la fece fare, fu Massimiliano di Bourgoignen, che morì l’anno 1524. Aveva il Mabuse rappresentato in questa tavola una Deposizione di Croce, e spesovi gran tempo, e lavoratala con indicibile artificio; ma portò il caso, che essendo caduto un fulmine, non solo incendiò e rovinò essa tavola, ma la Chiesa medesima, restandone con gran dolore tutta la città, per la grande stima in che era appresso di ognuno quella bell’opera. Dopo la morte di questo artefice, rimasero in essa città alcuni pezzi di tavole con immagini della Vergine, ed altre; ma principalmente nella strada di Langhendepht, in casa del Sig. Magrius, era una rappresentazione di Cristo deposto di Croce, con figure grandi, tanto bene ordinate, e così pulitamente finite, e con abiti di drappi sì belli e naturali, che era una meraviglia. Similmente la tovaglia, colla quale calavano il S. corpo, e tanto questa, che i panni e vestimenti, facevano pieghe bellissime. Vedevansi ancora grandi affetti di dolore nelle figure. Appresso un amator dell’arte, chiamato Melchior Wintgis, era una bella Lucrezia. In Amsterdam, in via Warmoes, in casa di Marten Papembroeck, era una tavola di Adamo ed Eva, alta e grande, ma più alta, che lunga, con figure quasi al naturale, assai belle e ben finite, della quale opera furono al padrone offerti gran danari. In casa Joan Nicker, pure in Amsterdam, era una gran tavola de’ fatti di un Apostolo, dipinta a chiaroscuro, che pareva fatta senza colore: e a quella tela dov’ella era dipinta, aveva il Mabuse data una certa sorta d’imprimitura, che pel molto piegare che si faceva, non mai punto si guastava. Stette quest’artefice al servizio del Marchese di Veren, al quale dipinse Maria sua moglie, per una Vergine, che teneva in braccio il Bambino, ritratto d’un proprio figliuolo del Marchese e della stessa Maria. Quest'opera fu stimata tanto bella, che a comparazione di essa ne perdevano tutte l’altre sue pitture: e fino all’anno 1604 si vedeva sì ben conservata, che pareva fatta allora. Andò poi questo quadro in mano del Signore di Froimont in Goude, siccome altri ritratti di sua mano furon portati a Londra. In Withal, in Galleria, era un quadro con due ritratti di fanciulli, lavorati con grande artificio. Avvenne una volta, che mentre il Mabuse stava in servizio del Marchese, per non so quale occasione di viaggio, convenne al medesimo ricevere nella propria casa Carlo V onde per segno di ossequio e di allegrezza, volle vestire tutta la sua gente di Dommasco bianco. Mabuse ebbe il suo dommasco prima degli altri; ma perch’egli era un uomo, che poco stimava sé stesso, e tanto meno la roba, lo vendé subito, e diedene il prezzo agli amici. Quando poi fu per venire lo ‘mperadore, il povero Mabuse, non avendo più né l’abito, né i danari da provvedersene un altro, fecesi una toga di foglio bianco, e la dipinse sopra di fiori a modo di dommasco, tanto bene e al naturale, che era una maraviglia il vederla, di che il Marchese prese grande ammirazione. Aveva egli allora in sua Corte, oltre al Mabuse, un altro dotto Filosofo, ancora esso pittore; e uno, che operava bene in poesia. Questi tre passarono un giorno rimpetto al Palazzo, in tempo che lo ‘mperadore era alla finestra: e vedendogli il Marchese, che stava dopo di lui, domandò a Sua Maestà, qual de’ tre le pareva il più bel dommasco; lo ‘mperadore allora pose l’occhio nel vestito del pittore, quale appariva molto bianco e bello, e fiorito con maggior vaghezza degli altri, e già voleva dare a quello la prima lode, quando il Marchese gli scoperse l’accidente e l’industria del pittore, che tanto gli piacque, che volle averlo attorno alla tavola quando mangiava: e più volte in tale occasione volle toccar quell’abito colle proprie mani, quasiché non finisse di credere al testimonio degli occhi proprj, che gliele facevan parere di dommasco vero. Fu il Mabuse uomo pio, paziente, ed in ogni sua opera diligentissimo; ma tanto a caso, e disprezzato di sua persona, che piuttosto pendeva nel sordido: a cagione di che, e anche dall’avere un aspetto burbero e tristo, nel passar ch’ei faceva una volta da Midelburgh, fu per sospetto fatto prigione: e nel tempo di sua prigionia fece alcuni disegni di matita, o altra materia nera, bellissimi. Seguì finalmente la sua morte nella città di Anversa, il primo dì di ottobre del 1532 e nella Chiesa Cattedrale della Madonna fu onorevolmente sepolto. Il ritratto di lui fu poco avanti al 1600 dato alle stampe, con intaglio di Tommaso Galle, con aggiunta de’ seguenti versi, composti dal Lamsonio: Tuque adeo nostris sæclum dicere Mabusi Versibus ad graphicen erudiisse tuum. Nam quis ad aspectum pigmenta politius alter Florida Apelleis illineret tabulis? Arte aliis, esto, tua tempora cede secutis: Peniculi ductor par tibi rarus erit.

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Di questo artefice era nella corte del Principe, nella gran Sala, una tavola della Natività di Cristo, ed una della Visitazione de’ Magi, dov’egli aveva fatti moltissimi ritratti, e fra questi il suo proprio: e di fuori la Nunziata, e nella figura dell’Angelo, sopra la veste di sotto, aveva lavorato in suo ajuto un certo Jacob Rawuaert, che allora era suo discepolo, come egli medesimo raccontò a Carlo Vanmander, Pittore Fiammingo, che tali cose ci lasciò scritto. Nella Chiesa vecchia d’Amsterdam erano di sua mano due sportelli doppj, dov’era dipinta la Passione e la Resurrezione di Cristo. La tavola di mezzo rappresentava un Crocifisso, e fu opera di Schoorel. Nella città d’Alcmaer era l’anno 1604 di mano di Martino una tavola dell’Altar maggiore della Cattedrale, dentro la quale era il Crocifisso, e negli sportelli, nella parte di dentro, la Passione, nel di fuori la storia di San Lorenzo. In Delft erano ancora molte sue opere nella Chiesa vecchia e nuova: nella Chiesa di S. Aech, era una tavola d’Altare de’ tre Magi, nella parte di mezzo della quale aveva dipinto uno de’ Re, e ne’ due sportelli gli altri due: nel di fuori aveva figurata la storia del Serpente a chiaroscuro. Di quest’opera ebbe egli per pagamento un’annua entrata di cento fiorini; perché, come quello che era uomo timoroso, e sempre ebbe paura (come noi sogliamo dire) che non gli mancasse il terreno sotto, si studiò sempre di farsi entrate per durante la sua vita. Nel Villaggio di Eertswout nella Horthollandia, all’Altar maggiore, era una tavola ornata d’intaglio, con due sportelli doppj dentro era la Vita di Gesù Cristo, e di fuori la Vita di San Bonifazio. A Medemblick era ancora di sua mano una tavola alla Altar maggiore. Pel Signore d’Arsendelft fece due sportelli da altare, in uno la Resurrezione, e nell’altro la salita del Signore al Cielo. Nell’Haya, città, dove abitava il Principe d’Oranges, nella Chiesa grande, in una Cappella del Signore Arsendelft, fece moltissime opere con molti ritratti al naturale: e fra quelle l’Universal Giudizio, con gli altri Novissimi, cioè la Morte, l’Inferno e’l Paradiso, con gran copia d’ignudi. Nelle quali opere si fece ajutare al nominato Jacob Rawuaert suo discepolo, al quale diede per mercede, contando, tante doble, finché il pittore disse, basta. Ebbe Paurxe Kempenaer, e poi Melchior Wyntgs, un quadro lungo, dove aveva rappresentato un Baccanale, che si vede alla stampa, e fu una delle migliori opere, ch’ei facesse dopo il suo ritorno da Roma. Appresso Aernort di Berensteyn, era un bel Paese, con una lontananza, dove si vedeva San Cristofano. E veramente fu quest’artefice universale, e operò bene in ogni cosa; intendeva bene l’ignudo: e fu sì buono inventore, che si può dire, in certo modo, che egli empiesse il mondo di sue invenzioni: e mostrano le opere sue, non essergli mancata ancora una buona pratica nelle cose d’architettura. Non è così facile a raccontare la gran quantità di stampe, che sono uscite dalle sue opere, intagliate da Dirick Volckersz Coornhert: e sopra queste lo stesso Dirick si fece valentuomo, perché operò co’ precetti e assistenza del stesso Martino, benché Martino da per sé stesso non intagliasse. Questo Dirick fu uomo spiritosissimo, e faceva di sua mano quanto e’ voleva. Fra l’altre cose, che egli intagliò, furono le storie de’ fatti dello ‘mperadore; ma quella, dove il Re fu fatto prigione, fu intagliata da Cornelio Bos, alcun tempo dopo il suo ritorno di Roma. Ma tornando a Martino, egli prese per moglie una bellissima fanciulletta, chiamata Maria Jacobs Coning Docater, che vuol dire, Maria di Jacopo figliuolo di Re: e per onorare questo matrimonio, i Rettori di quella patria, recitarono, nel giorno delle nozze, una bellissima commedia, ma dopo diciotto mesi questa giovane si morì. Tre o quattro anni dipoi l’Hemscherck dipinse gli sportelli della tavola, che era nella casa del Principe in Haerlem, dove rappresentò la strage degl’Innocenti. Dipoi prese un’altra moglie attempata, non bella, né d’assai, ma molto ricca di roba e danari, benché più abbondante di voglie, a cagion delle quali convenne a Martino far molte spese. Pervenne questo buono artefice all’età di sessantasei anni: e finalmente l’anno 1574 al primo di Ottobre lasciò la presente vita, dopo essere stato ventidue anni Operajo della Chiesa d’Haerlem: e nel tempo che la città fu assediata dagli Spagnuoli, erasi, con licenza del Consiglio, trattenuto in Amsterdam, in casa un tale Jacob Rawuaert. Fu il suo cadavero sepolto nella Chiesa Cattedrale in una Cappella dalla parte di Tramontana. Aveva egli in sua vita fatto buona ricchezza, per aver guadagnato assai, e non avere avuto figliuoli; onde prima di morire fece bellissime limosine, e lasciò alcuni terreni, le rendite de’ quali volle, che dovessero servire per annue doti di fanciulle da maritarsi, con che quelle dovessero andare a fare alcune nuziali cirimonie nella Chiesa, dov’egli fosse sepolto, il che fu eseguito. A Hemskerk, sul cimitero, sopra il luogo dov’era stato sotterrato il padre suo, morto in età di settant’anni, ordinò, che si ponesse una piramide, fatta a foggia di sepolcro, di pietra turchina, sopra la quale fosse il ritratto dello stesso suo padre, con una iscrizione in Latino e in Fiammingo idioma. Eravi un puttino ritto sopra alcune ossa di morto, in atto di appoggiare il sinistro piede ad una torcia accesa, ed il destro ad una testa di morto, con una iscrizione che diceva, COGITA MORI. Sopra questo era l’arme sua, cioè una mezz’Aquila da man destra, e dalla sinistra un Lione, e per di sotto a traverso, un Braccio nudo, con una penna o pennello nella mano. Nella parte superiore del braccio era un’alia, ed il gomito posava sopra ad una tartaruga; con che volle forse esprimere il pittore l’avviso d’Apelle, di non dovere l’artefice essere o troppo lento o troppo veloce nell’operare suo; e perché e’ volle che sempre vivesse questa memoria di suo padre, obbligò al mantenimento di essa il medesimo luogo, al quale egli aveva lasciati i terreni, sottopena di dovergli restituire ogni qualvolta e’ fosse mancato nella dovuta custodia di esso. Fu Martino, come abbiamo detto, uomo timorosissimo, e per paura di non perdere quanto aveva, o fosse per incendio o per furto o per altra cagione, usò di tener sempre cucito ne’ suoi vestiti gran quantità di doble. Dalla stessa causa addiveniva, che egli nel tempo della Festa maggiore della sua patria, per la quale usavansi fare grandissime sparate, per desiderio di vederle, e non esser colpito, se ne andava in cima alla torre. Fu anche valentissimo in disegnar di penna. Restarono due ritratti di lui medesimo, fatti a olio, che l’anno 1604 conservava Jaques Vanderherck suo nipote, ma grandissima quantità di sue belle opere, dopo la resa d’Haerlem, furono prese dagli Spagnuoli, con pretesto di volerle comprare, e mandare in Ispagna: ed altre in quella resa, furono del tutto rovinate e guaste, dimodoché può dirsi, che la Fiandra in poco tempo ne rimanesse del tutto spogliata.

NOTIZIE DEI PROFESSORI DEL DISEGNO DA CIMABUE IN QUA - VOL 3

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Discepolo di Raffaello da Urbano, fioriva nel 1535. Questo Pittore, che per l’antica origine, che ebbero gli avi suoi dal Castello di Bagnacavallo, fu comunemente detto il Bagnacavallo, da giovanetto sotto la disciplina di Francesco Francia fu molto studioso dell’arte del disegno, onde riuscì assai ragionevol maestro, anche avanti al tempo, ch’egli in Roma si ponesse a stare con Raffaello da Urbino. Non è fra gli autori, che ne scrivono, chi non lo metta fra’ discepoli di Raffaello; conciossiacosaché egli sentendo il grido, che per tutto il mondo correva di quel nuovo Apelle, desideroso di farsi perfetto nell’arte, si portò a Roma, e ad esso accostandosi, ne riportò una maniera molto dolce, franca e di buon disegno; e da indi in poi tale sempre se la mantenne, procurando al possibile di accostarsi al modo dello stesso Raffaello. Tornatosene a Bologna, dipinse nella Chiesa di San Petronio, a concorrenza di Girolamo da Cotignola, d’Innocenzio da Imola, e di maestro Amico, alcune storie della Vita di Cristo e di Maria Vergine, e a San Michele in Bosco dipinse pure la Cappella di Ramazzotto, Capo di Parte. In Romagna ne colorì una simile. Nella Chiesa di S. Jacopo fece una tavola per Messer Annibale del Corello, nella quale figurò la Crocifissione di Cristo, con gran numero di figure, e nel mezzo tondo di sopra rappresentò il Sagrifizio d’Abramo. Nella Chiesa de’ Monaci Camaldolesi, che l’anno di nostra salute 440 fu fondata da San Petronio, in luogo detto Pontediferro, dove al parer d’alcuni storici, ebbe i suoi primi fondamenti la città di Bologna, dipinse il Bagnacavallo la tavola de’ Santi Titolari di quella Chiesa, che si vede nella prospettiva del Coro; e nella Confraternita di Santa Maria del Baracane tre quadri a fresco, ne’ quali rappresentò tre misterj della Passione del Signore, cioè il Portar della Croce, la Crocifissione e la Deposizione del medesimo. Nella mentovata Chiesa di San Petronio è il luogo della miracolosa immagine della Madonna della Pace, per abbellimento del quale molti de’ migliori pittori, che fossero in Bologna ne’ tempi di questo artefice, fecero opere a fresco, e furono Amico Aspertini, Biagio Pupini, Jacopo Francia, Girolamo da Treviso e’l nostro Bartolommeo, il quale vi colorì l’Annunciazione di Maria Vergine e la Natività di Cristo. Ed è da sapersi, come questa sacra immagine, che è di rilievo, era già dalla parte di fuori del muro di essa Chiesa, verso il Palazzo de’ Notai. Occorse l’anno 1405 che un tale Scipione degli Eretimi, di professione soldato, avendo un giorno fatta gran perdita di danaro nel giuoco, mosso da grande ira, sfoderò il pugnale, e si lanciò per tirare un colpo a quella immagine, e due dita d’un piede del fanciullo Gesù, che essa tiene in braccio, fece cadere in terra. Appena ebbe egli commesso l’enorme sacrilegio, che lo colse l’ira d’Iddio, e cadde a terra come morto. Intanto sopravvenendo la Corte, fu fatto prigione, e poco dopo condannato alla morte; ma quella Madre di Misericordia, compatendo a quell’infelice, mentr’egli stava in quel frangente, gli ottenne un tal conoscimento, congiunto ad un intenso dolore e contrizione del fallo suo, che ricorrendo con lagrime di cuore, non potendo col corpo accostarsi all’immagine, e fatto voto di digiuno in continuo cilizio e orazione, restò non meno libero allora dall’accidente del male, che poi dalla sentenza della morte. Fu poco dopo l’immagine stessa trasferita nel luogo, dove oggi si trova, facendo tuttavia innumerevoli grazie e miracoli. Il medesimo Scipione poi tutto si dedicò al servizio della sua liberatrice; appresso a quel simulacro a perpetua testimonianza del miracolo e del proprio dolore, fecesi ritrarre in iscultura, in quell’atto appunto, nel quale cadde in terra nel commettere il gran delitto: e tal ritratto fece porre dal lato destro di quell’altare. Tornando ora al nostro proposito, moltissime furono l’opere, che fece nella città di Bologna e suo territorio il Bagnacavallo, e per molti Principi e Signori d’Italia, che lunga cosa sarebbe il far di tutte particolar menzione; perché fra’ pittori del suo tempo fu egli in quella città riputato eccellentissimo, non senza invidia degli altri, e particolarmente di maestro Amico Aspertini. Merita questo pittore molta lode, particolarmente per un singolar talento, ch’egli ebbe in dipignere immagini devote di Maria Vergine: e per la vaga maniera, che ebbe nel colorire i putti, forse molto superiore a quella d’altri maestri de’ suoi tempi, avendo dato loro gran tenerezza e grazia; onde tanto quelle, che questi, son poi state copiate, per istudio, dagli altri singolarissimi artefici di quella città: e Guido Reni era solito affermare, d’aver tolta la bella morbidezza, colla quale egli coloriva i bambini, dall’opere di lui. Finalmente essendo egli pervenuto all’età di cinquantotto anni, menati con lode di valentuomo, e di persona d’ottima vita e costumi, fu sopraggiunto dalla morte. Molti autori hanno scritto di questo veramente degno professore, e particolarmente il Vasari, il Bumaldo, lo Scannelli, il Masini, ed in ultimo un altro moderno autore, il quale, dopo aver copiato nel suo libro a verbo a verbo la vita del Bagnacavallo, scritta dal nominato Vasari, volendo pure al suo solito (come dir si suole) appiccarla con esso in qualche cosa, si rammarica di lui aspramente, dicendo, ch’egli abbia caricato troppo, e fatta brutta fisionomia al ritratto, che fra gli altri, per abbellimento del suo libro, egli pose di esso, a principio della vita di lui: cosa in vero molto graziosa a chi per pratica degli scritti di questo autore, conosce il poco affetto, o molta avversione, ch’egli ha avuta al Vasari. Ma che dirà egli, quando e’ saprà, che quasi tutti i bellissimi ritratti, posti nel suo libro delle Vite de’ Pittori del Vasari, fra’ quali è quello del Bagnacavallo, dall’autore predetto biasimato, non furono né disegnati, né intagliati dal Vasari, ma da altro professore, come noi a suo luogo mostreremo?

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